TEORIA DELLA LETTERATURA

librarybann.gif (6877 byte)
 

Turchese_e_grigio.gif (1990 byte)

Sponsored Links and Publicity

Turchese_e_grigio.gif (1990 byte)

Daimon Links guide, guida alla rete, links ai migliori siti di internet

Turchese_e_grigio.gif (1990 byte)

Sponsored Links and Publicity

Turchese_e_grigio.gif (1990 byte)

Ricerca personalizzata

Turchese_e_grigio.gif (1990 byte)

Sponsored Links and Publicity

Turchese_e_grigio.gif (1990 byte)

Gli scienziati non hanno ancora chiarito che cosa ci sia dietro questa straordinaria capacità; per prevedere la riuscita nella vita ci si deve basare sul quoziente intellettivo o bisogna considerare anche l'emotività?

Che cos'è l'intelligenza di Aljoscha C. Neubauer

Ha 90 anni, ma è una sigla sempre sulla cresta dell'onda: QI. Sono poche le persone che non sono mai state tentate dal calcolare il proprio quoziente intellettivo, il QI appunto. Ideato dallo psicologo William Stern (1871-1938), passa per essere un mezzo sicuro di valutazione dell'intelligenza delle persone. Ma che cos'è in realtà l'intelligenza? Se consideriamo la storia della ricerca scientifica a questo riguardo, che copre circa un secolo, si può arrivare a concludere che esistono tanti diversi concetti d'intelligenza quanti sono i ricercatori che si sono occupati di questo fenomeno. Le molte e diverse definizioni di intelligenza - parola che deriva dal latino intelligere: capire, comprendere, riconoscere - sono accomunate dall'idea che il possessore di una tale qualità sia capace di destreggiarsi in situazioni nuove o insolite. Il fatto di saper cogliere i significati e i rapporti fra gli oggetti senza dover passare attraverso un lungo tirocinio o molti diversi tentativi costituirebbe poi il fondamento di questa capacità.

Un Problema di inflazione

D'altronde molti test si basano su domande relative a un sapere già acquisito, per esempio chiedendo di esplicitare il significato di determinati concetti. Esiste però una differenza fra la capacità di pensiero in senso proprio e il sapere acquisito. La paternità di questa distinzione risale allo psicologo anglo-americano Raymond B. Cattell (1905-1998). Egli considerò la capacità di pensiero come mobilità o adattabilità e definì perciò l'intelligenza stessa come "fluida". Le persone applicano questa facoltà quando si tratta di conoscere un oggetto nuovo. Questa conoscenza va poi a costituire quella che Cattell definì intelligenza cristallizzata: in ques'ultima si troverebbero le precedenti esperienze d'apprendimento per così dire "consolidate".
Una simile distinzione conduce a domandarsi: l'intelligenza è una qualità unica e ben distinta da altre capacità? O piuttosto non si può distinguere tutta una serie di qualità più specifiche, fra loro eterogenee, che per qualche ragione sono state classificate sotto una stessa etichetta? Tutti conosciamo persone con particolari facoltà eccezionalmente sviluppate. Non si corre dunque il rischio di fare di ogni erba un fascio quando ci si riferisce a un'unica qualità intellettuale o, ancora peggio, se si considera un unico correlato quantitativo: il QI?

I test d'intelligenza comprendono in genere compiti molto diversi fra loro: analogie tra parole, definizioni di termini, compiti di memorizzazione, calcoli, serie di numeri da completare, il riconoscimento di figure nella loro tridimensionalità. Oltre al QI in senso stretto, in questo modo si può definire un profilo dell'intelligenza, che fornisca una valutazione in diversi ambiti: comprensione orale, capacità di calcolo, rappresentazione spaziale e capacità mnemonica sono le suddivisioni classiche delle diverse capacità intellettuali. Spesso si tende a scendere ancor più nel dettaglio: intuizione, rapidità nell'elaborazione, padronanza delle proprie capacità motorie (intelligenza attiva) sono solo alcuni possibili campi d'indagine.

Nel Novecento l'ipotesi che vi siano diversi tipi di intelligenza è stata al centro di un vivace dibattito. Ai sostenitori di un'intelligenza multiforme si sono contrapposti i sostenitori dell'"approccio g" - dove "g" sta per general intelligence - seguaci dello psicologo inglese Charles Spearman (1863-1945). Da un punto di vista statistico, l'ipotesi è sostenuta dal fatto che le diverse capacità parziali dell'intelligenza non sono mai del tutto indipendenti le une dalle altre: chi possiede una spiccata intelligenza linguistica è spesso dotato di capacità almeno discrete anche in altri ambiti, per esempio in quello matematico. I cosiddetti idiot savant, persone dotate di capacità intellettive inferiori alla media che tuttavia possiedono capacità straordinarie in particolari settori, sono piuttosto l'eccezione che la regola, e questa constatazione dà sostegno all'ipotesi che l'intelligenza sia una facoltà unitaria. Finora l'approccio g è sopravvissuto ai tentativi di confutazione cui è stato sottoposto, nonostante l'impegno dei suoi critici.
Comunque, alla domanda su quale sia la struttura dell'intelligenza, gli psicologi oggi non rispondono più opponendo due definizioni, ma componendole. In genere l'intelligenza viene concepita come una gerarchia piramidale: l'intelligenza generale al vertice, sotto di essa la molteplicità di capacità specifiche e al terzo livello facoltà ancora più raffinate, anche se non concordemente definite.

La descrizione dell'intelligenza come una struttura piramidale è stata proposta nel 1993 da John B. Carroll dell'Università del North Carolina. Questo psicologo si sobbarcò l'estenuante compito di confrontare 460 diversi test fatti fra il 1927 e il 1987. Il suo metastudio è quindi fondato su dati provenienti da non meno di 130.000 persone: nel campo della ricerca sull'intelligenza si tratta di un record assoluto.
Tuttavia - e questo mostra l'incertezza esistente in questo campo di studi - altri ricercatori pensano a modelli alternativi rispetto a quello piramidale: il Berliner Intelligenz-Strukturmodell (BIS) - elaborato dallo psicologo tedesco Adolf Otto Jàger della Libera Università di Berlino - mostra piuttosto una struttura "a losanga". Secondo questo studioso le facoltà intellettuali specifiche si formerebbero sempre a partire dalla capacità di elaborazione dei contenuti (come possono essere il pensiero espresso verbalmente, quello matematico, o l'immaginazione) e da una capacità operativa (per esempio la rapidità dell'elaborazione, la memoria, l'intuizione, la capacità associativa). Per ciascuna di queste facoltà gli psicologi hanno elaborato test specifici. Ma anche nel modello a losanga si esplicita un fattore d'intelligenza generale che sovrasta tutte le capacità specifiche.
Tutti i modelli finora ricordati si fondano comunque sui test d'intelligenza classici. A essi viene spesso rimproverato di limitarsi a misurare capacità che non hanno se non marginalmente a che fare con il compito di risolvere problemi reali. Nella vita quotidiana le persone non si confrontano con problemi posti con esemplare chiarezza e per i quali esistono soluzioni univoche. Piuttosto, ci si trova di fronte a situazioni complesse che devono essere affrontate indirizzandole verso un determinato scopo. Un classico esempio è l'esperimento di Lohhausen, proposto dallo psicologo Dietrich Dórner e dai suoi collaboratori dell'Università di Bamberga. In una simulazione informatica, il soggetto dell'esperimento impersona il sindaco della cittadina (virtuale) di Lohhausen. Nella misura in cui modifica i singoli fattori - per esempio favorisce l'industria a spese
dell'ambiente - altri elementi del sistema sono toccati: il turismo diminuisce. L'esperimento consiste nel mantenere la cittadina in uno stato di buon funzionamento per un periodo simulato di 10 anni conservando l'apprezzamento dei cittadini. Esperimenti di questo genere potrebbero arricchire e ampliare il campo di ricerca classico degli studi sull'intelligenza, ristretto finora ai test che ne misurano solo il quoziente.

Un'ulteriore critica spesso mossa ai test normalmente in uso è che questi considererebbero solamente le capacità attuali della persona, senza tenere conto delle sue potenzialità di sviluppo. Chi è vissuto in un ambiente con bassa scolarità si dimostrerà senz'altro meno abile nel risolvere quei test rispetto a chi ha avuto un'istruzione migliore. È ovvio che nel primo caso i soggetti non hanno mai avuto la possibilità di sviluppare le loro capacità in base a tecniche specifiche, o di acquisire il sapere che nel test viene loro richiesto. A questo problema rispondono i test di apprendimento, che consentono di stabilire più precisamente il potenziale di apprendimento di una persona.

Sapere é potere?

I test d'apprendimento si suddividono normalmente in tre parti: dapprima un test classico stabilisce la situazione di partenza (pre-test). In una fase intermedia vengono svolti esercizi in cui si possono apprendere le regole per poter risolvere i problemi posti. Infine, in un secondo test (post-test), vengono proposti esercizi simili a quelli del test iniziale. Questo consente agli psicologi di valutare i progressi nella capacità di risolvere i problemi. Le persone di spiccata intelligenza raramente migliorano molto, poiché grazie alle loro capacità hanno ottenuto risultati superiori alla media già in fase di pre-test. Spesso però accade che persone con capacità intellettive più basse si dimostrino ben predisposte all'apprendimento in quanto i risultati del secondo test si rivelano decisamente migliori del primo. Ma non è tuttora chiaro quanto un simile test possa prevedere in modo più sicuro il successo scolastico, nella formazione o nel lavoro di quanto non faccia un test classico.
Il filone principale della ricerca sull'intelligenza ha cercato per decenni di stabilire un rapporto fra l'intelligenza e le capacità espresse in una specifica attività. Ultimamente poi i ricercatori hanno tentato di chiarire il rapporto fra il sapere e l'esperienza e la possibilità di realizzare eccezionali prestazioni mentali. È questo il nocciolo del paradigma "del principiante e dell'esperto" proposto nel 1973 dagli psicologi William G. Chase (19401983) e Herbert A. Simon (1916-2001). Il problema che cerca di risolvere questo paradigma verte sulla domanda se l'eccellenza - per esempio negli scacchi o nella matematica - sia dovuta a una grande intelligenza o piuttosto a un sapere specifico in ciascun ambito.

Come si è detto, persone di un livello intellettivo elevato ed esperti nell'ambito in cui il test è proposto risolvono i problemi con più facilità rispetto ai "principianti", che non possiedono quelle conoscenze specifiche. A volte peraltro una grande esperienza fa si che esperti poco intelligenti raggiungano gli stessi risultati di principianti meglio dotati. Ma anche per gli esperti l'intelligenza resta un fattore discriminante: esperti intelligenti raggiungono in genere risultati migliori. Evidentemente esiste una sinergia fra esperienza e intelligenza. Quest'ultima inoltre non si dimostra solamente nel rendimento: essa permette di assimilare più facilmente e più rapidamente le conoscenze. Tuttavia, se in un determinato ambito un certo sapere è patrimonio comune, le differenze fra intelligenti e meno intelligenti risultano meno evidenti.
Questi risultati mostrano che la ricerca sull'intelligenza si trova a un punto di svolta.
Oggi gli psicologi definiscono e misurano l'intelligenza in modo diverso da quanto avveniva solo qualche decennio fa. AI contempo ampliano il raggio d'azione del concetto ad ambiti che hanno sempre meno a che fare con il classico pensiero cognitivo, la soluzione di problemi e il sapere. Negli ultimi anni si è fatto strada il concetto di intelligenza emotiva e, quindi, quello di intelligenza sociale: anche la capacità di cogliere le emozion i bisogni e le motivazioni sia propri sia di altri farebbe parte del concetto di intelligenza.

Una grande aspettativa circonda questi nuovi tipi di intelligenza. Secondo i sostenitori del QI classico, il successo scolastico, nel campo delle formazione e sul lavoro è adeguatamente spiegato per circa il 20 per cento dei soggetti facendo riferimento alla misurazione dell'intelligenza con i test. Oggi si cerca di trovare un metro per il restante 80 per cento, e molti ricercatori sperano di trovarlo nell'intelligenza emotiva o sociale. Ma, a mio modo di vedere, un'aspettativa così grande non potrà essere soddisfatta. Non sarà mai possibile prevedere il comportamento umano sulla base di una delle componenti della sua personalità: il comportamento dipende anche dalle circostanze e dai fatti imprevedibili della vita.

Ovviamente, le capacità di rapporto sociale e interpersonali sono importanti sia nella vita privata sia in quella professionale, ma resta il dubbio che queste doti così apprezzate facciano veramente parte di quel che si può considerare intelligenza. Non si tratta forse di capacità che chiunque può apprendere o esercitare, al contrario dell'intelligenza in senso stretto? Per poter rispondere a questa domanda sarà necessario applicare sia test classici sia test per l'intelligenza emotiva al maggior numero possibile di individui. Se si dovesse dimostrare che l'intelligenza cognitiva e quella emotiva corrispondono, allora si potrebbe contare quest'ultima fra le facoltà intellettive. Ma fintanto che tali test non siano stati sviluppati, questa domanda dovrà purtroppo restare senza risposta.

QUELLA PICCOLA DIFFERENZA, COSÌ DETERMINANTE

"Ci sono solo due verità assolutamente certe. La prima è che gli uomini sono più intelligenti delle donne." "E la seconda?" "Che la Terra è piatta."
Questa barzelletta può divertire forse alcuni, ma per quanto riguarda la media del QI inteso come quoziente intellettivo globale non si rileva alcuna differenza particolarmente marcata fra uomini e donne. Da ciò non si può però dedurre che uomini e donne siano in media ugualmente intelligenti: per escludere qualunque fattore che influenzi negativamente i risultati, i test d'intelligenza non vengono in genere applicati a soggetti di sesso diverso. Statisticamente si verificano differenze fra i due sessi in campi specifici delle capacità intellettive. Esse sono tuttavia troppo modeste per poter stabilire una chiara distinzione fra l'intelligenza nei due sessi, perché la ripartizione dei valori fra gli uomini e le donne spesso si sovrappone.
Ma quali sono le differenze più marcate fra i due sessi?
- Le donne riescono meglio degli uomini in determinate capacità verbali, soprattutto nell'espressione.
- Gli uomini hanno una maggiore capacità di valutazione spaziale e, in particolare, riescono meglio a visualizzare nella propria mente figure tridimensionali e la loro rotazione immaginaria.
- Per quanto riguarda le capacità matematiche, le differenze si fanno evidenti soprattutto nella fascia dei superdotati: i ragazzi qui superano le ragazze. Questa capacità può essere ricondotta all'abilità, tipicamente maschile, di visualizzare la rotazione delle figure, di grande significato soprattutto in geometria. Peraltro, le migliori prestazioni dei ragazzi in matematica possono dipendere dal fatto che le ragazze non sono abbastanza motivate a eccellere in questo campo per gli stereotipi sociali.

QI: IL QUOZIENTE INTELLETTIVO

Gli psicologi francesi Alfred Binet (1857-1911) e Théodore Simon (1873-1961), due pionieri della ricerca sull'intelligenza, svilupparono nel 1905 una scala per valutare il grado d'intelligenza dei bambini fra i 3 e i 15 anni. Per ciascuna età presero in considerazione cinque requisiti, per esempio:
- a 6 anni il bambino conosce il significato dei termini "mattina" e "sera".
- a 8 anni è capace di contare all'indietro da 20 a zero.
- a 10 anni conosce i mesi dell'anno nella loro giusta sequenza.
In base al numero di risposte corrette è possibile calcolare l'età mentale del bambino. Risolvere tutti i quiz relativi all'età di 11 anni e tre dei cinque proposti per l'età di 12 fornisce un'età mentale di 11,6.
Il QI vero e proprio venne proposto dallo psicologo tedesco-americano William Stern (1871-1938), che divise l'età mentale per l'età cronologica o anagrafica e moltiplicò poi il risultato per 100: QI = EM/EC x 100. Un bambino di 9 anni con un'età mentale di
9 anni corrisponde a un QI di 100 ed è dunque perfettamente nella media. Un bambino di 10 anni con un'intelligenza di 12 invece raggiunge un QI di 120 e viene considerato superiore alla media.
Poiché a partire dai 15 anni all'incirca non è più possibile proporre compiti relativi allo sviluppo intellettivo, il QI degli adulti viene calcolato in un altro modo, e non è perciò un vero quoziente: si pongono in relazione i risultati del test di ciascun soggetto con quelli mediamente realizzati dalla popolazione (= 100). Una possibile suddivisione dei QI è la seguente:

QI livello intellettivo

sotto 70    minorazione intellettiva
da 70 a 90    basso grado d'intelligenza
da 91 a 110    intelligenza media
da 110 a 130    alto grado d'intelligenza
oltre 130    intelligenza fuori dall'ordinario

L'INFLUSSO DELL'ETÀ

Per molto tempo i ricercatori sono stati convinti che l'intelligenza subisse uno sviluppo fino al ventesimo anno d'età e che a partire dai 25-30 anni incominciasse un lento degrado. Questo era il risultato di varie ricerche trasversali nel corso delle quali soggetti fra i 20 e i 70 anni erano stati sottoposti, in una stessa sessione, al medesimo test; i risultati venivano quindi confrontati fra loro, suddividendoli per livelli di età.
In questo genere d'indagine si sviluppa però quello che viene chiamato "effetto coorte". Le persone più anziane subiscono infatti l'handicap dovuto alle condizioni meno favorevoli vissute durante la giovinezza - prima e dopo la seconda guerra mondiale - in forza delle quali lo sviluppo della loro intelligenza poteva aver sofferto.
Nel corso di ricerche di più ampio respiro alcuni soggetti furono ripetutamente sottoposti a test nel corso di diversi decenni; ciò ha permesso di seguire lo sviluppo dei risultati di singoli soggetti. Grazie a questi studi si è potuto verificare che l'intelligenza si sviluppa fino al ventesimo anno d'età, ma comincia a decrescere solo fra i 65 e i 70 anni.

E l'intelligenza emotiva? Intervista con Hannelone Weber di Katja Gaschler e Hermann Englert

Il concetto alla base di questa forma d'intelligenza è stato introdotto già nel 1990 dagli psicologi Peter Salovey (Yale University) e John Mayer (University of New Hampshire). Il termine uscì dalla stretta cerchia degli specialisti e arrivò al grande pubblico solo nel 1995, quando lo psicologo e saggista Daniel Goleman ne parlò nel suo libro Intelligenza emotiva (traduzione italiana Rizzoli, 1996) che divenne un bestseller internazionale.
Che cos'è l'intelligenza emotiva? Con questo termine si intende un vasto gruppo di capacità relative alla sfera dell'emotività. Chi è emotivamente intelligente percepisce con facilità sia le proprie sia le altrui emozioni. Può esprimerle, regolarle, controllarle, soprattutto in contesti problematici.

Le emozioni ci impediscono di risolvere i problemi?
No, certo. Gli psicologi concordano anzi nel ritenere che l'intelligenza emotiva si sia sviluppata proprio per risolvere in modo rapido e adeguato situazioni critiche.

Può fornirci degli esempi?
Poniamo che io mi renda conto di essere triste. È un dato da non trascurare. Potrebbe essere il momento di condividere questa mia percezione con il gruppo con cui vivo, perché mi tratti con più attenzione. Si tratta di riconoscere correttamente e di utilizzare al meglio le informazioni fornite dai sentimenti.

Quali sono le critiche rivolte all'uso di questo concetto?
Va detto che ciò che oggi si fa passare per intelligenza emotiva è stato oggetto di ricerca anche prima, sotto altre denominazioni. Io contesto la qualifica di "intelligenza" per tali capacità. La definizione tradizionale considera più intelligente chi sa svolgere determinati compiti; per esempio, riconosce la logica con cui è costruita una serie di numeri e la completa in modo corretto. In simili casi non ci sono dubbi nella valutazione. Ma qual è la definizione di "corretto" rispetto al comportamento sociale? Qui entrano in gioco, come criteri di valutazione, norme e valori, difficilmente quantificabili.

È dunque la società a stabilire chi è emotivamente intelligente?
Si potrebbe dire così. In Europa occidentale o negli Stati Uniti una persona che esprima in modo forte i suoi sentimenti può addirittura essere considerata carismatica. In Giappone farebbe probabilmente fallimento.

Ma forse si può definire che cosa sia l'intelligenza emotiva almeno in ambiti culturali ben definiti.
Non ne sono certa. Ammettiamo che in certe situazioni ci sia un'opinione generale condivisa. Ma nella quotidianità è spesso difficile concordare su quale sia il comportamento più adeguato. Immagini di essere irritato con il partner. Glielo dirà subito? O aspetterà di essere più tranquillo? Ponga questa domanda a tre persone. Con ogni probabilità otterrà tre diverse risposte.

E se lo chiediamo a tre psicologi?
Dovrei tener conto solo delle risposte di esperti del settore? Se ho un'opinione diversa, vado bollata come dotata di scarsa intelligenza emotiva? È questo che rende così dubbio un simile metodo.

Ma esistono test di intelligenza emotiva di cui ci si possa fidare?
Sì, bisogna però sapere che misurano solo aspetti parziali, come la capacità di esprimere i propri sentimenti. Si può, per esempio, proporre ai partecipanti al test di pronunciare una frase di per sé neutra come "È molto che non ti vedo!" in diverse chiavi emotive, come la gioia, il disgusto, la paura... II filmato dei test viene poi sottoposto a un altro gruppo di soggetti. L'ipotesi alla base del test è che quanto più il secondo gruppo riesce a indovinare l'emozione interpretata, tanto maggiore è la capacità di comunicazione emotiva del soggetto che l'ha espressa.

Come sono valutate in campo professionale le capacità emotive?
Le aziende richiedono un metodo di valutazione delle capacità sociali di un candidato che sia rapido, poco costoso e nello stesso tempo affidabile! Ma un simile test non può essere fornito dalla psicologia. Non serve a molto durante un colloquio d'assunzione domandare "Che cosa farebbe Y se fosse nella situazione X?"; in questo modo posso solo testare se il soggetto conosce le norme sociali. L'unico test attendibile è mettere le persone in situazioni di socialità reale e osservarne il comportamento.

Quale dei due valori ha più importanza per la vita, il QI o il QE?
Non si può rispondere facilmente a una simile domanda. La riuscita nella vita ha tante sfaccettature. Innanzitutto: riuscita in che cosa? Come coniuge, come genitore, come amico, come dirigente? E ancora: in che cosa consiste la riuscita? Ogni volta devo considerare quale diverso fascio di capacità emotive può favorire la riuscita. Anche pensando solo al lavoro non è facile rispondere, dipende dal tipo di lavoro. E anche una persona con un QI elevato in certe situazioni può rivelarsi un totale disastro.

Le persone con un alto QI sono anche intelligenti emotivamente?
Come ho detto, la relazione fra queste due doti risulta abbastanza indeterminata. D'altra parte una persona con un QI elevato dovrebbe avere una grande capacità d'apprendimento che potrebbe consentirle d'imparare più rapidamente le regole sociali e rispondere meglio alle richieste emotive.

È possibile allenare in età adulta l'intelligenza emotiva?
Ma certo! Anche gli adulti apprendono e modificano comportamenti, anche se in modo meno spontaneo dei bambini. Da decenni esistono efficaci seminari sulla gestione dello stress o sulla comunicazione interpersonale. Da molto prima che si cominciasse a parlare
di "intelligenza emotiva".

Solo il successo decide della bontà dei test psicologici. In che misura è possibile utilizzarli per formulare previsioni nel campo del successo scolastico, della formazione e del lavoro? Gli psicologi americani Frank Schmidt dell'Università dell'Iowa e John Hunter dell'Università dei Michigan fecero nel 1998 un certo numero di valutazioni. Stabilirono così che l'intelligenza generale di un individuo influisce per il 20-25 per cento sul suo successo scolastico, formativo e lavorativo.
Schmidt e Hunter cercarono in particolare di determinare quali fossero i test più adatti alle necessità dei datori di lavoro nella ricerca di nuovi collaboratori. E scoprirono che i test dell'intelligenza, se paragonati ad altri metodi di selezione del personale, riescono tutto sommato ad approssimare meglio le previsioni di successo del candidato. Per poter valutare in anticipo la riuscita scolastica e lavorativa è tuttavia sempre necessario disporre di altre fonti d'informazione, come periodi di prova o colloqui.
Alcuni centri di selezione, spesso molto costosi, sottopongono i candidati ad un altro tipo di vaglio: essi vengono osservati da specialisti nella loro interazione di gruppo, durante presentazioni spontanee, autopresentazioni, o giochi di ruolo.
La bontà di questi metodi non pare uguagliare tuttavia quella dei test dell'intelligenza.
In particolare, le analisi grafologiche - la valutazione della grafia di un soggetto - non danno alcuna indicazione attendibile sulla futura riuscita lavorativa.
Di recente si è diffusa anche la moda di ricorrere all'astrologia, ma chi decidesse di valutare una persona per un itinerario formativo o per un lavoro basandosi sull'oroscopo potrebbe con altrettanto successo fare a testa o croce, risparmiando tempo e denaro, oppure leggere il futuro del candidato nel fondo di una tazzina di caffè.

Bibliografia

Goleman D. Intelligenza Emotiva Rizzoli, Milano, 1996
AA.VV. L'Intelligenza Le Scienze Dossier n. 1 Milano, 1999
Deary I.J. Intelligence - A very Short Introduction Oxford University Press, Oxford 2001


Dalla Rivista Mente e Cervello n. I , gennaio-febbraio 2003   Indice

Intelligenza e creatività di Aljoscha C. Neubauer

Le nostre conoscenze su basi fisiologiche e anatomiche dell'intelligenza sono ancora piuttosto scarse rispetto alle conoscenze sul piano psicologico, emotivo e creativo.
Ovviamente sia i geni, sia l'ambiente interno ed esterno alla famiglia influiscono sull'intelligenza.
Da oltre vent'anni i ricercatori si pongono una domanda: i "cervelli intelligenti" sono forse in grado di elaborare più velocemente le informazioni, come i computer più potenti? Il mio gruppo di lavoro all'Università di Graz, così come molti altri gruppi di ricercatori, sostiene proprio questa ipotesi: le persone più intelligenti sono in grado di raccogliere più velocemente le informazioni dall'ambiente, archiviarle e richiamarle dalla memoria a breve termine, e recuperare più velocemente anche le conoscenze archiviate nella memoria a lungo termine. L'analogia con il computer può essere portata anche più avanti: secondo Werner Wittmann, psicologo all'Università di Mannheim, le persone intelligenti posseggono una maggiore memoria di lavoro nel cervello.
I ricercatori hanno tentato di verificare con metodi fisiologici se il cervello delle persone più intelligenti elabori le informazioni più velocemente. A questo scopo hanno esaminato le correnti cerebrali con le quali il cervello reagisce a semplici stimoli (lampi di luce o suoni brevi). Queste ricerche hanno però portato a risultati contrastanti. Alcune confermano l'ipotesi, altre no. Probabilmente ha una certa influenza sul risultato anche la scelta delle aree cerebrali studiate.
In effetti pare che le persone di intelligenza limitata si differenzino da quelle intelligenti nella ripartizione spaziale delle attività cerebrali, soprattutto nella corteccia. All'Istituto di psicologia dell'Università di Graz, sfruttando una nuova tecnica in grado di fornire immagini (in pratica una variante dell'elettroencefalogramma), abbiamo potuto dimostrare che, quando svolgono compiti cognitivi, i cervelli delle persone più intelligenti sono nel complesso meno attivi, a parte alcune aree ben localizzate. Le persone meno intelligenti devono invece impegnarsi fortemente per attivare zone del cervello che con lo svolgimento dell'esercizio - per esempio un test d'intelligenza - non hanno niente a che vedere.
Inoltre i soggetti molto intelligenti sembrano in grado di concentrare in modo particolarmente efficace le risorse di energia del cervello nelle aree cerebrali utili alla risoluzione degli esercizi. Alla stessa conclusione sono giunte le ricerche di Richard Haier, psicologo al Brain Imaging Center dell'Università della California a Irvine. Haier ha misurato il metabolismo cerebrale in un gruppo di volontari mentre questi risolvevano esercizi e test d'intelligenza. In questo modo ha dimostrato che il consumo di energia nel cervello dei soggetti più intelligenti è inferiore. Haier lo spiega tramite I'"ipotesi dell'efficienza neurale": le persone più intelligenti attivano meno cellule nervose mentre risolvono i problemi, presumibilmente soltanto quelle realmente necessarie. Le persone meno intelligenti attivano anche circuiti neuronali che risultano irrilevanti, se non addirittura di disturbo per un'efficiente soluzione dei problemi. Queste nuove conoscenze consentono di descrivere in modo migliore le differenze d'intelligenza tra i cervelli, ma non sono in grado di spiegarle. Ci si è rivolti anche all'anatomia per capire se nel cervello esistano regioni specifiche che determinino in maniera significativa l'intelligenza dell'uomo; o se cervelli di diversa intelligenza si differenzino per determinate particolarità. Ma la ricerca di speciali "centri dell'intelligenza" si è conclusa senza successo. Potrebbe dunque essere corretta un'altra ipotesi: le differenze d'intelligenza sono in generale da riportare a proprietà biologiche dell'intero cervello e non al miglior funzionamento di questa o quell'altra area.
La chiave della comprensione biologica dell'intelligenza si trova probabilmente nel modo in cui fluiscono le informazioni nel cervello. Inoltre è necessario osservare questi processi a livello delle singole cellule nervose, i neuroni: l'informazione viene raccolta dai dendriti, che sono collegati con altre cellule nervose tramite le sinapsi. Gli impulsi elettrici corrono lungo i dendriti fino al corpo cellulare e da lì attraverso l'assone verso altre cellule nervose, con cui sono in collegamento attraverso altre sinapsi. Gli assoni sono avvolti da uno "strato isolante" più o meno completo, la mielina. Stimolata dagli impulsi elettrici, la parte anteriore - presinaptica - della sinapsi rilascia sostanze chimiche, i cosiddetti neurotrasmettitori. Questi a loro volta inducono nella cellula successiva - postsinaptica - un impulso elettrico.

Le differenze tra persone di intelligenza diversa possono perciò dipendere dai seguenti fattori:

o la quantità dei neuroni; o la quantità dei dendriti;
o la quantità dei collegamenti sinaptici;
o il grado di mielinizzazione (isolamento) degli assoni.

Anche se le prime due possibilità non vanno escluse a priori, attualmente esistono spiegazioni molto plausibili, soprattutto per le ultime due alternative citate. L'ipotesi della regolazione neurale degli assoni nel cervello. Essa è dovuta a Edward M. Miller, un economista dell'Università di New Orleans che si è occupato anche di problemi relativi allo sviluppo e all'intelligenza dell'uomo. Peraltro nessuno dei due modelli è finora confortato da una dimostrazione sperimentale, dato che non sono ancora disponibili adeguati metodi di ricerca su persone viventi.
Lo strato isolante di mielina favorisce la trasmissione del segnale nel cervello in vari modi: l'eccitazione si instaura più velocemente, il segnale si indebolisce meno lungo il percorso e, infine, l'interferenza fra i segnali trasmessi dai vari neuroni si attenua. In questo modo la trasmissione elettrica risulta meno soggetta a errori.

Se gli assoni delle persone più intelligenti fossero meglio isolati, e dunque più potenti, potremmo spiegare meglio i seguenti risultati delle ricerche:

- La più rapida trasmissione dell'eccitazione permette la più rapida reazione rilevata negli esperimenti di misurazione delle correnti cerebrali. Ma spiegherebbe anche l'elevata velocità di elaborazione, riscontrata nei test sui tempi di reazione.
- Le minori perdite misurate durante la trasmissione giustificherebbero il minor consumo energia.
- Le attività sono più focalizzate grazie al fatto che i neuroni interferiscono meno uno con l'altro.
- Un numero ridotto di errori di trasmissione porterebbe a migliori prestazioni cognitive, e perciò a un'intelligenza maggiore.

Secondo questa teoria, la mielinizzazione si sviluppa nel corso della vita parallelamente alla velocità di elaborazione e all'intelligenza: l'uomo non nasce con gli assoni isolati, la mielina si forma durante l'infanzia. In età avanzata, per contro, pare che gli assoni tendano a demielinizzarsi, ossia a perdere tale sostanza protettiva.
Anche la velocità di elaborazione, sia dal punto di vista elettrofisiologico sia da quello comportamentale, aumenta fino all'adolescenza, rimane poi costante per qualche tempo e diminuisce nettamente nell'età avanzata. Gli studi psicologici mostrano un analogo decorso temporale anche per quanto riguarda l'intelligenza: cresce all'incirca fino ai 15-20 anni, rimane stabile per vari decenni e poi inizia a declinare fra i 65-70 anni. La misura in cui la mielinizzazione agisce sulle vie nervose potrebbe effettivamente influire sulla capacità intellettiva della persona.

Il secondo esperimento molto promettente per dare una spiegazione biologica dell'intelligenza riguarda il numero delle sinapsi cerebrali. Anche in questo caso lo sviluppo individuale ha un ruolo importante: le connessioni sinaptiche tra i neuroni si sviluppano costantemente durante i primi anni di vita, stimolate dalle esperienze vissute e dal rapporto con l'ambiente. Il numero delle connessioni non è costante nel tempo, ma
inizia a diminuire dal quinto anno di vita fino alla pubertà. I ricercatori suppongono che questo fenomeno sia dovuto un qualche tipo di regolazione neurale (in inglese neural pruning). Le connessioni sinaptiche non utilizzate vengono eliminate perché il loro mantenimento significherebbe per la cellula nervosa uno spreco di energia. Alcune immagini riprese con tecniche sofisticate suffragano questa supposizioe: il metabolismo cerebrale aumenta complessiamente durante i primi cinque anni di vita e sucessivamente comincia a diminuire; il dispendio di energia del cervello di un adulto è all'incirca la metà di quello di un bambino di cinque anni! Tutto ciò, da solo, ovviamente non è in grado i spiegare le differenze individuali nell'intelligenza. Qui entrano in gioco gli studi svolti su soggetti affetti da deficit nello sviluppo intellettivo: essi avevano un metabolismo cerebrale più elevato e una quantità maggiore di sinapsi. Si presume che, sia nel caso di deficit nello sviluppo dell'intelligenza sia nel caso della sindrome di Down o dell'autismo, la regolazione neurale funzioni in modo efficiente, dando origine a un forte esubero di sinapsi che, a loro volta, "divorano" energia e impediscono che l'attività cerebrale si focalizzi esattamente nelle aree che elaborano le attività cognitive.

Al pari della precedente ipotesi - quella della mielinizzazione - anche questa non è tuttavia suffragata sperimentalmente in modo adeguato e ha quindi un carattere "speculativo". Gli strumenti che abbiamo a disposizione per la ricerca neurologica non sono infatti in grado di misurare con precisione né la quantità di mielina né il numero di sinapsi nei soggetti viventi; ciò può essere fatto solo su preparati istologici ottenuti dopo la morte. Forse un giorno il potente sviluppo della tecnologia in campo medico-diagnostico consentirà una verifica diretta di queste ipotesi. Una conferma avvicinerebbe i ricercatori al traguardo di comprendere a fondo il fenomeno dell'"intelligenza". Queste spiegazioni biologiche potrebbero avere diverse conseguenze, sia sul piano della ricerca psicologica sull'intelligenza sia sul piano sociale. E non solo per gli effetti difficilmente valutabili che un ridimensionamento delle teorie sull'intelligenza potrebbe avere sull'immagine che abbiamo di noi stessi, ma anche per la nostra vita quotidiana. Se i ricercatori potessero dimostrare l'ipotesi dell'importanza della mielinizzazione, si disporrebbe di un forte argomento a favore dell'allattamento al seno, poiché pare che solo il latte materno, contrariamente a quello artificiale, possieda gli acidi grassi necessari per la produzione della mielina.
La complessità del fenomeno "intelligenza" non può tuttavia essere spiegata riducendolo a poche cause. Per questa ragione non c'è da aspettarsi che i test che misurano il quoziente intellettivo vengano sostituiti nel giro di pochi anni dalla determinazione della mielina o dal conteggio delle sinapsi.

AAA cercasi uomo intelligente

Horst Hameister

Le capacità intellettive che le persone sviluppano durante la vita dipendono indubbiamente da molteplici fattori. È indiscutibile che, oltre che dall'ambiente, l'intelligenza dipenda anche dal patrimonio ereditario. Conosciamo diversi geni che sono indispensabili per un normale sviluppo intellettivo. Se questi geni vengono danneggiati nell'ovulo fecondato, si corre il pericolo che il bambino, crescendo, soffra di ritardi mentali o che abbia un'intelligenza limitata.

All'Università di Ulm abbiamo analizzato dati genetici provenienti dallo Human Genome Project, confermando precedenti supposizioni: geni di questo tipo sembrano localizzati preferibilmente nel cromosoma X, quello del sesso femminile. Se si fa un confronto con gli altri cromosomi, si scopre che su quello X ricorrono con una frequenza quattro volte superiore. E di essi la donna ne possiede di norma due esemplari; il mascio solo uno! Da oltre cent'anni si osserva che le malattie mentali colpiscono più facilmente i maschi: dato che le donne hanno un cromosoma X in più, compensano i difetti genetici dell'uno con la parte intatta dell'altro. Si possono considerare questi geni del cromosoma X come "geni dell'intelligenza" che rendono la mente più ricettiva? Un favorevole collocamento di questi geni sull'unico cromosoma X dell'uomo dovrebbe avere come conseguenza un'intelligenza particolarmente brillante; per ottenere lo stesso risultato una donna invece dovrebbe avere una supercombinazione su entrambi i cromosomi X, cosa, più difficile. Inoltre ci dovrebbero essere non solo più maschi malati di mente ma anche più con intelligenza superiore alla media. Di fatto i valori di QI nella popolazione femminile si trovano vicini al valor medio nella gaussiana, mentre nei maschi si notano più ampie oscillazioni dei valori di Ql.
La presenza di una funzione cerebrale estremamente marcata è caratteristica della specie umana. Dall'accumulo di "geni intelligenti" nel cromosomi X, un genetista evolutivo giunge facilmente alla conclusione che essi devono aver avuto un ruolo particolare nell'evoluzione della specie. Le caratteristiche tipiche di una specie si sviluppano in un tempo relativamente breve. Nei pesci ciò può avvenire in poche generazioni. Negli esseri umani contiamo 7 milioni di anni dalla separazione della linea degli scimpanzé. Le caratteristiche delle specie devono essere selezionate velocemente, e questo è possibile tramite i geni che vengono fissati sul cromosoma X. Il cambiamento di questi geni nell'individuo maschile può essere visibile, e dunque selezionabile, già nella successiva generazione.

Le ricerche sui processi di selezione che portano allo sviluppo della specie si sono molto intensificate dai tempi di Charles Darwin. Per lo sviluppo di una nuova specie, oltre a molti altri fattori, è di particolare importanza la selezione sessuale. Le scelte femminili dominano il mondo animale, per semplici motivi: nella riproduzione la femmina investe molto di più. Paragonando l'elevatissimo numero di spermatozoi del maschio, la femmina produce relativamente poche e preziose cellule uovo. Per questa ragione la femmina tende ad accoppiarsi più raramente del maschio, ed è più selettiva. Darwin spiegò la presenza di caratteristiche appariscenti - come la coda del pavone o il canto dell'usignolo - proprio con la selezione sessuale.
A fianco della selezione sessuale c'è la selezione naturale, dove a spuntarla non sono i più belli, ma i più robusti. E queste forme di selezione possono agire, da un certo punto in poi, in direzioni contrastanti. Un esempio: la femmina del pavone sceglie tra i pretendenti quello con la coda più imponente; nel corso dell'evoluzione questa coda sarebbe potuta diventare talmente lunga e vistosa da ostacolare la fuga del pavone maschio dai predatori, ma la selezione naturale frena e limita lo sviluppo di queste caratteristiche sessuali. Se questa moderazione non ha successo, la specie si estingue!

Lo sviluppo dell'intelligenza nell'uomo è qualcosa di molto diverso: in questo caso entrambe le forme di selezione (naturale e sessuale) si rinforzano a vicenda. Un uomo con capacità eccellenti non soltanto sarà attraente per molte donne, e dunque in grado di concepire più discendenti, ma quegli stessi geni gli forniranno un vantaggio anche nella lotta per la sopravvivenza.
Probabilmente dobbiamo ringraziare le "Eve" che vivevano in Africa milioni di anni fa, e che sceglievano il partner per l'intelligenza. Nel linguaggio economico odierno si direbbe che queste donne hanno avuto lungimiranza nell'investire capitali a rischio. Un investimento che è maturato a vantaggio degli uomini e delle donne di oggi.

I maschi sembrano essere più intelligenti, ma anche più stupidi, infatti i valori estremi di QI sono più frequenti nella popolazione maschile che in quella femminile.

Genitori Brillanti - Bambini Astuti?

Nell'uomo, le cellule sia dei maschi sia delle femmine posseggono un totale di 23 coppie di cromosomi, ma si differenziano per i cromosomi sessuali. La donna possiede due cromosomi X, l'uomo un cromosoma X e un cromosoma Y. Il cromosoma Y è piccolo (ospita una ventina di geni) ed è responsabile solo dello sviluppo sessuale maschile. Invece il cromosoma X
comprende circa 1200 geni. Nella formazione delle cellule uovo e degli spermatozoi, le coppie di cromosomi vengono divise in modo che ogni cellula germinale contenga ancora una singola serie cromosomica. Prima di essere divise le coppie di cromosomi si incrociano e possono scambiarsi le parti di cromosomi corrispondenti. I "geni intelligenti", che prima erano distribuiti su due cromosomi X, possono così trovarsi tutti su uno di essi. La madre può cosi trasmettere ai discendenti una "supercombinazione" favorevole. In tal caso, secondo la nostra ipotesi, il figlio sarà dotato di un'intelligenza molto spiccata; la figlia riceve, oltre alla supercombinazione della madre, anche un secondo ("normale") cromosoma X dal padre, in modo da attenuare l'effetto complessivo. II figlio con l'intelligenza molto elevata dona alla prossima generazione la supercombinazione sui suoi cromosomi X solamente alle figlie, e mai a uno dei figli.


Per essere veramente e utilmente creativi bisogna avere un progetto valido, o meglio ancora più progetti da condividere con la creatività dell'intera umanità, viceversa non saremo in grado che di compiere banali, stupide e mediocri imprese creative, come quelle ad esempio di scrivere dei libri insulsi che non serviranno minimamente allo sviluppo della specie e della sua felicità.

Carl William Brown

Finora è riuscita a eludere gli psicologi. Ma adesso giungono in loro aiuto, con nuovi metodi di ricerca, gli specialisti che studiano il cervello.

Qual è il segreto della creatività ? di Aljoscha C. Neubauer

I creativi hanno spesso un'intelligenza. superiore alla media ma non tutte le persone intelligenti sono creative.

E' quasi diventata una parola di moda: la creatività è "in" e pensare in modo creativo è un toccasana per la vita di tutti i giorni. Forse tra qualche tempo l'entusiasmo per questa dote tanto di moda si placherà. Ma indubbiamente la creatività, assieme all'intelligenza, è la dote più importante per il successo nella nostra società. Sorprendentemente, questa moda non ha però toccato la ricerca psicologica: in quel campo la creatività sembra una ragazza che in discoteca fa da tappezzeria. Se infatti negli ultimi 100 anni, a partire dai primi risultati sui test del Ql, gli psicologi hanno studiato l'intelligenza umana sotto tutti gli aspetti, le ricerche sulla creatività hanno segnato il passo.
Ma che cosa si intende per creatività? Già la definizione è controversa. Sia gli specialisti sia i profani la descrivono spesso come la capacità di inventare qualcosa di nuovo. E già qui iniziano i problemi. Che cosa si intende attualmente per nuovo? Qualcosa di molto raro - statisticamente parlando - è nuovo? O lo è solo qualcosa che prima non c'era?
Per definire il termine, alcune ricerche sono partite dal circoscrivere ciò che si intende per intelligenza. Per esempio, in un test di intelligenza ogni esercizio ha sempre una soluzione corretta. I ricercatori parlano in questo caso anche di "pensiero convergente", che cioè punta verso la soluzione corretta, derivata logicamente. Per contro, esiste anche un "pensiero divergente", che cerca di affrontare un problema con soluzioni diverse e innovative, ossia che utilizza la creatività. Gli psicologi hanno sviluppato svariati test che mirano a "catturare" la creatività, intesa come impiego delle possibilità insite nel pensiero divergente. In questo modo speravano di poter prevedere fino a che punto un soggetto sia in grado di avere prestazioni creative.

Alcuni ricercatori hanno sostenuto che l'intelligenza sia una condizione utile ma non sufficiente per la creatività: le persone creative presentano spesso anche un'intelligenza superiore alla media, ma una persona intelligente non è necessariamente dotata di creatività. Ma questo punto di vista non sembra reggere al vaglio degli esperimenti: pare che intelligenza e creatività non siano collegate, cioè chi è creativo è spesso, ma non necessariamente, intelligente e viceversa. Neppure l'analisi della personalità di soggetti molto creativi ha potuto spiegare in maniera soddisfacente il fenomeno della "creatività".
Una volta percorse queste strade senza riuscire ad arrivare al segreto della creatività, i ricercatori hanno provato a spostare il tiro e si sono chiesti in quali condizioni e attraverso quali processi mentali nascano le capacità creative. Secondo un'opinione diffusa fra la gente, le idee geniali o le ispirazioni appaiono dal nulla o nascono in seguito a un qualche tipo di "illuminazione".

Robert W. Weisberg, psicologo della Temple University di Philadelphia, ha però dimostrato che questo punto di vista è dovuto in gran parte al modo in cui personalità di spicco amano raccontare la nascita delle loro idee. Se si analizzano nel dettaglio i risultati altamente creativi, ci si accorge che nascono da una lunga e approfondita conoscenza del proprio settore di lavoro. Molto spesso i concetti nuovi sgorgano da un ricco tesoro di conoscenze. Ma, se pur necessaria, la conoscenza non sembra assolutamente sufficiente: non tutte le persone che conoscono bene un argomento possono diventare ricercatori creativi, oppure artisti! Perché si esplichi la creatività è necessario un presupposto essenziale che consente di sfruttare il patrimonio di conoscenze.
A questo punto entra in gioco l'attenzione: per la soluzione di problemi convergenti dovrebbe essere totalmente focalizzata sui termini del quesito; per produrre creativamente invece bisogna avere orizzonti mentali aperti.

Secondo Colin Martindale, psicologo dell'Università del Maine, dato che il cervello ha risorse di energia limitate, può organizzare la sua attività in due modi differenti. L'intensa attività di piccole zone della corteccia cerebrale dovrebbe consentire - in accordo con l'ipotesi dell'efficienza neuronale - buoni risultati di fronte a compiti abituali. Un'attività ridotta, ma ben calibrata, di altre aree del cervello dovrebbe invece facilitare lo sviluppo di associazioni a distanza.
Ma come è possibile valutare il contributo alla soluzione di un problema di aree distanti del cervello? A questo scopo i ricercatori misurano le cosiddette coerenze elettroencefalografiche: quando due diverse aree cerebrali sono attive in modo simile - ossia, le loro onde elettroencefalografiche si somigliano per fase e frequenza - allora queste due regioni della corteccia cerebrale stanno "conversando" tra loro.

Recentemente Norbert Jausovec, psicologo dell'Università di Maribor, in Slovenia, è riuscito a corroborare l'ipotesi di Martindale: mettendo a confronto l'attivazione del cervello in compiti convergenti e divergenti, si poteva osservare che nel caso di compiti divergenti c'era un accoppiamento di aree della corteccia cerebrale distanti. Inoltre il cervello delle persone molto creative è globalmente meno attivo di quello di soggetti molto intelligenti: è in grado di far lavorare insieme con maggiore efficienza aree cerebrali diverse e distanti.
Questi nuovi risultati sono molto promettenti: mentre gli studi tradizionali sulla creatività, basati sui soli test psicologici, sembrano giunti a un punto morto, la ricerca neurofisiologica sta aprendo una diversa prospettiva, per individuare la differenza, misurabile con precisione, tra intelligenza e creatività. Forse questo nuovo approccio potrà liberare la creatività dal suo ruolo di "ragazza-tappezzeria" e stimolare a sua volta ulteriori ricerche sull'intelligenza.

Inventiva e immaginazione: talenti che molti invidiano. Ma anche l'educazione può aiutare ad acquisirle di Heiner Rindermann

"Diventate creativi! Il nostro programma intensivo di due ore vi trasforma in una inesauribile e frizzante fonte di idee!" Sarebbe molto bello, vero? Purtroppo non esistono ricette infallibili né pillole magiche; stimolare la creatività personale è difficile quasi quanto riuscire a definire in che cosa consista questa straordinaria qualità. Tuttavia è possibile cercare di individuare alcune utili strategie che servono allo scopo. esaminiamo innanzitutto ciò che distingue le persone creative. Nello sviluppo di idee e di prodotti innovativi hanno un ruolo determinante le seguenti caratteristiche personali o, per meglio dire, alcune loro combinazioni:

- Indipendenza e anticonformismo: per realizzare prodotti veramente nuovi occorre superare le tradizioni consolidate e le norme sociali che stabiliscono come "si deve" pensare e lavorare.
- Personalità spiccata: per difendere le nuove idee e fronteggiare le avversità, bisogna possedere una notevole dose di fiducia in se stessi.
- Disponibilità a rischiare: le vie più tranquille e rassicuranti sono anche le meno feconde.

Inoltre, le personalità creative sono spesso più curiose della media; motivate e interessate, hanno flessibilità e spontaneità maggiori, oltre a un'intelligenza associativa, fluida e impulsiva.
Andando all'estremo, occorre dire che le persone straordinariamente creative possiedono tratti caratteriali molto forti, che difficilmente si trovano associati. E spesso hanno una personalità particolarmente complessa, tant'è vero che in una ricerca condotta su 56 scrittori americani viventi, è emersa spesso la stessa combinazione di psicopatologia e temperamento molto spiccato, che probabilmente era presente anche in Heinrich Heine (1797-1856) o in Kurt Tucholsky (1890-1935). Certo, non è detto che tutti coloro che ricercano la creatività debbano pagare un prezzo così alto!

Lasciate che le idee zampillino

Per stimolare le capacità creative personali, sono stati messi a punto diversi programmmi. Il metodo più noto è il "brainstorming", sviluppato dallo specialista di pubblicità Alex J. Osborn: consiste nel produrre in un tempo limitato, in gruppo o più raramente da soli, il maggior numero di idee possibili, indipendentemente dalla loro qualità. La valutazione e la scelta avvengono successivamente. L'entusiasmo dei partecipanti, unito alla possibilità di formulare proposte senza il filtro di una autocensura preventiva, dovrebbe in generale portare allo sviluppo di nuove idee.
Oltre al brainstorming, per promuovere la creatività sono talvolta utilizzati anche i "voli di fantasia" nel lavoro con i bambini, ma anche nella psicoterapia. Qui si tratta di spezzare gli schemi rigidi di pensiero e di azione. Il punto di partenza sono domande come: Cosa accadrebbe se succedesse questo o quello? Che possibilità si aprirebbero?
Al pari dei voli di fantasia, è utile anche immedesimarsi in una persona di un'altra epoca oppure in animali. Questo tipo di allenamento rafforza la capacità immaginativa della persona, e può essere svolto in diversi modi. Ma la personalità non è l'unico fattore importante in questo ambito. Doti creative importanti necessitano, oltre che della cultura, della motivazione e della ricchezza di idee del soggetto, anche di un ambiente favorevole che sappia accoglierle: innanzitutto un ambiente sociale che mostri disponibilità e apprezzamento verso la produzione creativa, poi un campo di applicazione aperto e suscettibile di cambiamenti, infine una buona dose d'incoraggiamento.

Fino all'inizio del XX secolo la creatività era considerata una prerogativa di pochi geni. Solamente loro, grazie a una sorta di ispirazione divina - secondo una concezione che ha le sue radici nell'antica Grecia - potevano sviluppare idee come fulmini caduti dal cielo. Gli odierni studiosi ritengono che per la creatività sia invece più importante vivere in condizioni ambientali stimolanti e occuparsi intensamente e con continuità di un campo solo. Allo scopo potrebbe anche essere utile modificare l'ambiente, ossia famiglia, scuola, professione e società.
Che aspetto deve avere un ambiente stimolante per potervi fare fiorire la creatività? Prima di tutto concedere ai singoli libertà di azione. Prescrizioni rigide e routine invariabili soffocano l'ispirazione. Favoriamo allora la libertà della mente nella nostra società! Nella scuola, per esempio, gli insegnanti dovrebbero permettere il formarsi di gruppi "aperti", così da lasciar spazio allo sviluppo di domande, di soluzioni e di vie diverse per risolvere i problemi proposti. Cercate di essere tolleranti nei confronti dell'inconsueto! Gli errori che non vengono puniti permettono di esprimere senza timore idee divergenti, di intraprendere nuove strade e di sviluppare prodotti originali. Questo vale sia per la società nel suo insieme sia, in particolare, per la scuola e per la famiglia.
L'auto-organizzazione è una chiave per operare creativamente! Poter scegliere il contenuto o l'oggetto del lavoro e dello studio programmando per tempo l'attività aiuta a pensare e ad agire autonomamente e spalanca spazi più ampi per giocare con la creatività.


Un ambiente stimolante è in genere una buona base per attività curiose e creative. I genitori dovrebbero procurare ai figli giochi che possano essere utilizzati in modo flessibile, mentre gli insegnanti, durante le lezioni, dovrebbero porre agli allievi domande per le quali non vi sia un'unica risposta corretta prevista. Un altro modo utile per favorire il lavoro creativo è fornire una varietà di stimoli, mediante i libri o l'accesso a Internet, ma anche con giochi come le marionette, oppure cubetti o mattoncini per costruzioni. Per un ambiente stimolante contano anche i modelli, figure carismatiche con le quali stabilire un contatto personale, ma anche personalità del passato e conosciute tramite libri, film o racconti. Anche i concorsi - come quelli per giovani ricercatori - possono svolgere una proficua azione di stimolo.
Naturalmente l'ambiente familiare può contribuire in misura notevole allo sviluppo della creatività nei bambini: gli interessi culturali dei genitori e un'educazione non autoritaria possono stimolarla. Inoltre, i genitori dovrebbero incoraggiare adeguatamente ed educare i figli all'indipendenza. Anche la scuola deve fare la sua parte: gli insegnanti non dovrebbero solamente far ripetere i contenuti delle lezioni delle varie materie di studio ma spingere gli studenti a trovare le soluzioni in modo autonomo.

Per promuovere la creatività nell'ambiente lavorativo sarebbe utile stimolare i collaboratori, premiando le innovazioni e lasciando che ciascuno esprima le proprie idee. Poter organizzare da soli il lavoro, avere la libertà di pensare nuovi prodotti e di mettere in moto nuove forme di produzione e strutture è la strada giusta per una maggior creatività sul posto di lavoro. Inoltre è importante saper riconoscere e promuovere le specifiche capacità abbattendo le gerarchie.
Alternando periodi attivi a periodi non produttivi, lavoro e riposo, generalmente si promuove la creatività. Le intense fasi di lavoro forniscono una base adatta all'acquisizione di conoscenze e competenze, mentre la pace e la distrazione aiutano l'ispirazione.
Può sembrare contraddittorio, ma anche una routine che alleggerisca il lavoro e una organizzazione efficiente possono stimolare l'immaginazione, poiché permettono di risparmiare tempo e attenzione: creatività nell'ordine!

Bibliografia

Lehrke R. Sex Linkage of Intelligence The X-Factor, Praeger, Westport, Connecticut, 1997
Dentici Andreani O. Intelligenza e creatività, in Psicologia a cura di N. Dazzi e G. Vetrone Carocci editore Roma, 2000
Cropley A. Creatività in education and Learning. A guide for teachers and education. Kogan page, Londra 2001
Dalla Rivista Mente e Cervello n. I , gennaio-febbraio 2003
Indice


Intuito, percezioni e creatività. di Amelia Beltramini

Per la scienza l'intuito è esperienza, unita a conoscenze che non sappiamo di avere. Ed è prezioso in alcuni campi. In altri, invece, e meglio non fidarsi: l'errore è in agguato.

Ha sede nel cervello destro, la parte che sovrintende a creatività e affettività. Si attiva quando si incontra una persona per la prima volta e in pochi secondi la si etichetta: "simpatica" o "antipatica". O quando improvvisamente "si accende la lampadina" e si vede la soluzione di un problema. O quando, nell'emergenza, qualcosa ci suggerisce come reagire. Alcuni parlano di sesto senso, altri di intuito (qualità che dovrebbe essere più femminile che maschile). Dove è nascosta questa "conoscenza" così sfuggente? Come viene acquisita? Ci si può fidare delle istruzioni che impartisce? O è responsabile di gravi errori di valutazione? Quel che è certo è che non è frutto di riflessione o di ragionamento. E neppure dell'osservazione, dell'attenzione a ciò che succede fuori.

Per gli studiosi la nostra mente sa molte più cose di quelle di cui ci rendiamo conto. E all'improvviso le tira fuori senza che lo chiediamo. Questi 'flash'; però, possono anche farci sbagliare.

Prima situazione: arriviamo a una festa. Inizia il giro delle presentazioni: qualche nome, uno sguardo, poche parole, un sorriso. Che spesso sono più che sufficienti per giudicare ("simpatico", "antipatico") persone che non abbiamo mai visto e di cui sappiamo quasi nulla.
Seconda situazione: un problema che in ufficio nessuno riesce a risolvere. Improvvisamente, mentre siete a casa e state lavando i piatti, avete l'illuminazione: e il problema è risolto. Da dove è arrivata la soluzione al problema? Che cosa vi ha detto che quella persona è simpatica? E perché certe "rivelazioni" ci arrivano mentre stiamo pensando a tutt'altro? Per alcuni, tutte queste manifestazioni della mente umana si possono raggruppare sotto la definizione di "intuito". Per altri a guidarci in questi casi è un più misterioso "sesto senso". Quel che è certo è che non è una forma di pensiero razionale, ma qualcosa che mette in gioco poteri poco conosciuti della mente umana. E la scienza pensa oggi di avere trovato la chiave per capirli. Ecco qualche esempio.

In emergenza

Ore 15,21: suona l'allarme. Gary Klein, psicologo cognitivista Usa, salta sul camion dei pompieri insieme alla squadra di turno. Tre ninuti dopo è sul prato di una viletta, dove giace un uomo, gli abiti insanguinati. Un vetro gli ha reciso un'arteria. II responsabile della squadra stima che abbia perso due unità di sangue. Non verifica se la spina dorsale è integra e c'è rischio di paralisi. Sa che se perde altro sangue l'uomo rischia di morire. La decisione è rapida. Alle 15,31 l'ambulanza è già al pronto soccorso dell'ospedale.

Intuizioni esperte


Klein studia come vengono prese le decisioni nelle emergenze. E ha scoperto che non ci si affida al ragionamento, al calcolo delle probabilità. Che cosa suggerisce qual è la cosa migliore da fare? L'esperienza, gli hanno risposto pompieri, piloti di carri armati, elicotteristi, medici delle unità di terapia intensiva, che non hanno però saputo spiegargli come prendono le decisioni cruciali. Vedono che cosa sta succedendo e agiscono, così come si preme il pedale del freno davanti a un pedone che attraversa la strada. Secondo Klein questo tipo di intuizione usa meccanismi cognitivi inconsci: facoltà di percezione, di apprendimento e di memorizzazione del cervello messe in opera a nostra insaputa. I ricercatori le chiamano "conoscenze implicite". Guidano la decisione e l'azione, senza che il soggetto sia cosciente di possederle. Ma si può percepire senza rendersene conto? Neurobiologi come Roger Sperry e Michael Gazzaniga del Caltech lo hanno dimostrato studiando epilettici ai quali avevano disconnesso il cervello sinistro (che presiede ai processi logico-analitici e al linguaggio) da quello destro (dove hanno sede intuito, emozioni, creatività). Se si pone per breve tempo davanti all'occhio sinistro di questi pazienti (collegato al cervello destro) un vocabolo come "cucchiaio", l'informazione non può passare al cervello sinistro perché i collegamenti sono interrotti; i pazienti quindi non sanno cosa hanno visto, né possono dirlo. Ma se si chiede loro di prendere con la sinistra (guidata dal cervello destro) l'oggetto di cui hanno letto il nome tra oggetti nascosti in un cassetto e a loro invisibili, afferrano il cucchiaio, pur senza sapersi spiegare perché.
Esperimenti come questo hanno dimostrato che il cervello capta informazioni a nostra insaputa. E la diagnostica per immagini, che rende visibile l'attività cerebrale, ha confermato la percezione subliminale, cioè non cosciente. L'équipe di Stanislas Dehaene di Orsay, in Francia, ha dimostrato che se si presenta una parola per 43 centesimi di secondo, il cervello la identifica inconsciamente, anche se il soggetto sarà convinto di non aver visto nulla. Ma queste informazioni non consce non sono accessibili al ragionamento. E sono elaborate in parallelo: pensiero, memoria e comportamento funzionano su un doppio livello, cosciente e deliberato da una parte, inconscio e automatico dall'altra. "Nei campi che le sono propri, l'intuizione è una componente del nostro modo di pensare, come lo è la logica analitica" dice David Myers, psicologo dell'Hope College di Holland, nel Michigan. Un'altra teoria, quella dell'"intelligenza emotiva", ha formulato una nuova ipotesi: logica ed emozioni non sono dissociabili. A ogni concetto presente nella memoria sono associate tracce emotive corrispondenti lasciate dalle esperienze vissute: l'immagine di un ascensore, per esempio, evoca noia, o ansia, residui inconsci di passati "viaggi" in ascensore. E ogni volta che manipoliamo questi concetti con il pensiero logico, anche le emozioni associate "entrano in risonanza" con emozioni analoghe associate ad altri concetti. Questo, secondo Todd Lubart dell'Université Paris 5, contribuirebbe all'associazione creativa di concetti e sarebbe quindi alla base della creatività.

Previsioni future

Stuart Vyse, del Connecticut College di New London, invita alla cautela. "Le intuizioni ci fanno sentire potenti, ma i fatti dimostrano che spesso sbagliano". Sono preziose in alcuni settori: ma non indovinano come andrà il mercato azionario, né predicono l'esito delle partite di calcio. Che dire allora di chi azzecca i numeri del lotto? Secondo il matematico John Allen Paulos, un evento che si verifica solo una volta al giorno ogni miliardo di persone, si verifica 2 mila volte l'anno: il giorno in cui non succedesse qualcosa di strano sarebbe, quello si, un giorno strano. "La nostra mente è fatta per cercare una regolarità e per domandare spiegazioni anche dove non ce ne sono" dice Myers. "Notiamo le coincidenze, e vi troviamo conferme delle nostre intuizioni".

Anche molti Nobel lo ammettono: molte scoperte nascono da intuizioni giunte nel sonno, nel dormiveglia, o sovrappensiero, mentre si compiono azioni ripetitive.

Con la logica dimostriamo ciò che con l'intuizione abbiamo scoperto" così disse il grande matematico francese Jules Henri Poincaré, vissuto fra l'800 e il '900. Un'eccezione riservata ai cultori dei numeri? Su 83 premi Nobel della scienza e della medicina, 72 citano l'intuizione fra i fattori determinanti del loro successo. E a essi si accodano fisici e astronomi. Intuire significa rinunciare al controllo della mente razionale e fidarsi delle visioni dell'inconscio, che non possono essere quantificate o giustificate razionalmente, poiché si fondano sull'abilità di organizzare l'informazione in idee nuove e imprevedibili. Poincaré parla infatti di una fase di "incubazione", in cui il ricercatore "dimentica" i dati del problema, mentre il suo cervello continua a rimuginarli, formando miriadi di combinazioni. Poi, quando meno la si aspetta, dall'inconscio arriva l'illuminazione". Ma la fase di "macerazione" può durare anni. Ce ne vollero 30 a Andrew Wiles, matematico di Princeton, per trovare la strada giusta per dimostrare il teorema seicentesco di Fermat.

Ascoltare l'inconscio.


Come ottenere la collaborazione dell'inconscio? "Lo stadio di incubazione è passivo e ha luogo al di fuori della nostra consapevolezza" spiega David Goleman, docente di psicologia ad Harvard. "Anche se non ci si pensa in modo consapevole, la mente continua a cercare una soluzione. La risposta può emergere in un sogno o nel dormiveglia". Non a caso la saggezza popolare dice che ai problemi "bisogna dormirci sopra". Ma la risposta può essere generata anche dalle situazioni di "trance" indotte dai gesti ripetitivi e automatici. Nolan Bushnell, fondatore dell'Atari, ebbe l'ispirazione del suo videogioco di maggior successo facendo scorrere la sabbia fra le dita, mentre il pittore Usa Grant Wood sostiene che le migliori idee gli sono venute mentre mungeva.

Intuizione e traspirazione.

Perché l'inconscio è più attrezzato della mente cosciente? Nell'inconscio non esiste autocensura, e le idee, anche le più folli, sono libere di ricombinarsi fra loro in associazioni imprevedibili e promiscue: Charles Darwin, per esempio, nella sua teoria dell'evoluzione mise insieme dati in gran parte già noti, ma li riorganizzò e interpretò in modo diverso. Inoltre l'inconscio "pesca" nel magazzino di tutte le nostre conoscenze, comprese quelle di cui siamo inconsapevoli (secondo i cognitivisti sarebbero la maggior parte). A banca dati più ampia corrisponde un maggior numero di ricombinazioni e la possibilità di nuovi legami. Poi, come ha detto Thomas Edison, all'intuizione segue "la traspirazione", cioè il sudore, quello richiesto dalla fatica di dimostrare che l'intuizione era giusta.

Per saperne di più:
D. Goleman, M. Ray, P Kaufí Lo spirito creativo (Biblioteca un
sale Rizzoli).


Isaac Newton non fu il primo testimone della caduta di una mela da un albero, ma fu il primo a trarne un'informazione valida universalmente. E il chimico tedesco Friedrich A. Kekulé, padre della chimica organica, intuì la struttura esagonale della molecola del benzene in un momento di relax: addormentato davanti al caminetto acceso, sognò un serpente arrotolato su se stesso che si mangiava la coda. Archimde invece scoprì legge che da lui prese il nome rilassandosi nel tinozza del bagno. Doveva dimostrare che la corona del re non era d'oro, ma di lega d'argento. Immerso nella tinozza e vedendo l'acqua debordare comprese di poter calcolare la densità della corona mettendola nell'acqua: se conteneva argento avrebbe spostato più acqua di un oggetto dello stesso peso e fatto solo d'oro.


A primissima vista. Bastano 200 millisecondi per valutare una persona

Attraente, simpatico, intelligente? I ricercatori stanno studiando se la prima impressione esiste veramente, fino a che punto è attendibile, come si forma e quanto ci influenza.
Bastano 200 millisecondi, quanto uno sbattere di ciglia, per farsi un'idea dello sconosciuto appena incontrato. "In quel quinto di secondo viene valutato ogni particolare" dice John Bargh, psicologo della New York University. Non c'è da stupirsi: quando il nostro antenato ominide andava a spasso per la savana, doveva capire al volo se chi gli veniva incontro era amico o nemico. Chi azzeccava la valutazione aveva maggiori probabilità di sopavvivere e lasciare discendenti, e questo spiega perché ancora oggi siamo in grado di intuire nel nostro interlocutore rabbia, tristezza, paura o piacere anche se lui tenta di nasconderli. Si chiama intuizione sociale, è una capacità che attraversa tutte le culture ed è uno strumento notevolmente specializzato: ci consente di capire quasi tutto in 10 secondi.

Intuito attendibile

Che si tratti di un colloquio di lavoro, di una festa, di un appuntamento galante o del professore al primo ingresso in classe, basta uno sguardo. E gli studi hanno dimostrato che è attendibile. Nalini Ambady e Robert Rosenthal, ricercatori di Harvard, hanno dimostrato che 3 spezzoni video, di 10 secondi l'uno, registrati rispettivamente all'inizio, a metà e alla fine della prima ora di lezione di 13 insegnanti, bastavano agli allievi per valutarne
sicurezza, attivismo e passione per la materia. Impressioni confermate dalle valutazioni ripetute alla fine del semestre. In base a che cosa si decide? Età, sesso, fascino sono i
primi criteri. L'abito fa il monaco, e ci facciamo un'idea di chi abbiamo di fronte anche da abbigliamento e pettinatura. E da mimica, andatura, odore e voce. Per una prima impressione sulla personalità può bastare una foto. E questo vale anche per gli stranieri: da un ritratto i cinesi sono in grado di capire se un americano è estroverso e piacevole, e lo stesso possono fare gli americani con la foto di un cinese. Abito fuori luogo, pettinatura "sbagliata", tono di voce inadeguato possono dare un'impressione negativa. Lo sa bene il venditore di professione, che indossa abiti curati, porta i capelli in ordine e tiene la voce bassa. In tal modo riesce a guidare l'intuito altrui (che comunque cade a volte in errori clamorosi, come con le "intuizioni matematiche").

Marcia eloquente.

L'orientamento sessuale viene desunto dai gesti: ad Harvard hanno proiettato registrazioni di una persona senza volto: bastava un secondo per catalogare l'attore come etero o omosessuale. Con 90 secondi di camminata si desume la leadership, e questo permette di scegliere il passante al quale chiedere un'informazione o la carità. La voce, anche se recita l'alfabeto, dà indicazioni sulla sicurezza di sé. E sull'intelligenza: è impossibile dedurre l'intelligenza da un filmato muto. "Attribuiamo forte energia mentale a chi parla in modo scorrevole e pulito" dice Peter Borkenau, dell'Università tedesca di Halle. Ma sono importanti pure i contenuti: attenti a come si parla degli altri: accusare qualcuno di un difetto rischia di far attribuire quello stesso difetto all'accusatore.

L'importanza dei naso.

Risultano poi più simpatici gli ottimisti e le persone felici rispetto ai pessimisti infelici. Mentre l'attrazione sessuale si basa, secondo Claus Wedekind, biologo dell'Università di Edimburgo, su analogie e differenze di alcuni messaggi odorosi legati al sistema immunitario che percepiamo inconsciamente. Poi c'è la stretta di mano, gesto che, secondo gli psicologi dell'Università dell'Alabama, consente di giudicare il carattere in base al calore, alla forza, alla durata della stretta e al contatto dello sguardo. Le donne che stringono in modo risoluto passano per aperte, intellettuali e socievoli. Gli uomini, al contrario, sono giudicati aperti quando la loro stretta è ferma senza essere una morsa.

Specchi nel cervello.

Con cosa valutiamo chi ci sta di fronte? Coi "neuroni specchio", scoperti da Vittorio Gallese e Giacomo Rizzolatti dell'Università di Parma, che ci aiutano a interpretare il comportamento altrui. "Entrano in funzione quando si compiono certe azioni" spiega Gallese.
"Per esempio nel cervello delle scimmie si accendono quando l'animale rompe il guscio di una nocciolina. Ma anche quando vede altri farlo e persino quando ne sente il rumore. Rappresentano il significato delle azioni: non importa se l'animale le ha eseguite o solo viste, o udite. II concetto di "rompere una nocciolina" è registrato in quel neurone. Questo potrebbe spiegare come facciamo a decodificare gli atteggiamenti degli altri".
I neuroni specchio ci consentono di proiettarci negli altri, di leggere i loro pensieri, di prevederne le azioni. Perché per farsi un giudizio sulle intenzioni altrui è necessaria una simulazione nel proprio cervello, che senza neuroni specchio sarebbe impossibile.

Attendibile con giudizio.

L'intuizione sociale è quindi attendibile, ma non al 100%: innamoramento, depressione, ormoni, alterano la capacità di giudizio. E così gli stereotipi: la bionda è oca, il funzionario noioso, l'artista bizzarro... Una volta formulato, lo stereotipo è un marchio indelebile. Col rischio della reciprocità: si è antipatici a chi ci è antipatico.

Per saperne di più:
David G. Myers, Intuition (Yale University Press).

L'intuito è davvero femmina.

Le donne sono veramente più intuitive degli uomini? "Hanno una maggiore capacità di tener conto di tutto ciò che può essere percepito" spiega Alain Braconnier, psichiatra francese. "Indovinano meglio il non detto, tengono più conto del contesto e di tutte le fonti di informazioni periferiche, come i linguaggi non verbali, emessi dai loro cari". Del resto
se non fossero capaci di intuire perché piange il neonato non sarebbero neppure in grado di soddisfarne le esigenze. Empatia. Questo sesto senso, secondo David Myers, si spiega soprattutto con la loro capacità di empatia: ridono con chi ride e piangono con chi piange. E sono anche più brave a decodificare le proprie emozioni. Battono gli uomini anche a indovinare le foto di coppie finte da quelle di coppie vere. E un esperimento di laboratorio condotto all'Université Paris 5 ha mostrato che le donne provavano un più ampio spettro di emozioni, le manifestavano più facilmente e le percepivano meglio negli altri. Vantaggio pero limitato all'intuizione di tipo sociale.

Meglio sereni che belli.

Si comunica con gli altri tramite le sensazioni che si trasmettono. Quindi è importante comunicare sensazioni positive. Per ottenere questo risultato l'atteggiamento interiore deve essere sereno: fattore assai più importante di una sciarpa vivace o di un bel viso. Regina Foers, consulente della personalità, consiglia di individuare i motivi per cui sentirsi personalmente bene. Ottimismo! Per piacere agli altri bisogna infatti, prima di tutto, piacere a se stessi. Solo chi accetta se stesso così com'è, limiti compresi, sembra autentico e trasmette sensazioni positive. Lottimismo è un'altra arma importante perché porta con sé la fiducia nel futuro, la convinzione che tutto andrà bene e che comunque prima o poi si otterrà quello per cui si lavora, e la certezza di piacere agli altri. Quanto all'abito, pochi consigli. I colori chiari sono indice di apertura. Forti contrasti (abito nero e calze bianche) disturbano. Così come qualsiasi eccesso.    A cura di Amelia Beltramini (Articolo apparso sulla rivista Focus n: 132 Ottobre 2003)
 
Indice

 

Linea_sfumata1C4.gif (2795 byte)

Linea_sfumata1C4.gif (2795 byte)

smallbot.gif (578 byte) Sommario    smallbot.gif (578 byte)  Home page   smallbot.gif (578 byte) Book Spider  smallbot.gif (578 byte)   Scrivici!

Linea_sfumata1C4.gif (2795 byte)

     Copyleft © 1997 - 2020  by  WWW.DAIMON.ORG  and  CARL WILLIAM BROWN

Turchese_e_grigio.gif (1990 byte)


colorarr.gif (690 byte) Daimon Club colorarr.gif (690 byte) Daimon People colorarr.gif (690 byte) Daimon Arts colorarr.gif (690 byte) Daimon News colorarr.gif (690 byte) Daimon Magik
colorarr.gif (690 byte) Daimon Guide colorarr.gif (690 byte) DaimonLibrary colorarr.gif (690 byte) Daimon Humor colorarr.gif (690 byte) Links Exchange colorarr.gif (690 byte) C. W. Brown

daimonologyban1.jpg (10828 byte)website tracking