MARINO RUZZENENTI

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FALLIMENTO DELLA POLITICA DEI RIFIUTI A BRESCIA AFFARI D’ORO PER ASM E HOPA

Due anni fa, dopo la sospensione per un mese dell’inceneritore da parte del TAR di Brescia, nel documento "I rifiuti a Brescia. Dal business alla tutela dell’ambiente e della salute" denunciavamo i pericoli che rappresentava un inceneritore così sovradimensionato per una corretta gestione dei rifiuti in Provincia di Brescia.

Ora, dopo un primo quinquennio di funzionamento dell’inceneritore, si possono trarre le conclusioni di un’esperienza, quella bresciana, presentata dalla propaganda Asm come modello pilota da proporre all’intero Paese.

1. La malagestione dei rifiuti in provincia di Brescia

Ecco come questo impianto di incenerimento ha pesantemente condizionato la politica dei rifiuti a Brescia: record negativo a livello nazionale per la produzione dei rifiuti pro capite; progressivo aumento della quota di rifiuto indifferenziato; sostanziale blocco della raccolta differenziata che colloca Brescia, con un modesto 26,5%, al penultimo posto della graduatoria regionale; continua importazione di rifiuti da fuori provincia per una quota superiore a quelli prodotti nel Bresciano; rinuncia totale delle Istituzioni locali a qualsiasi ruolo attivo nella programmazione della politica dei rifiuti. Insomma Brescia si è mossa nella direzione opposta rispetto alle indicazioni del decreto Ronchi e di una saggia politica di tutela della salute e dell’ambiente, grazie ad un inceneritore sovradimensionato che ha fame di rifiuti (e quindi di profitti): il fallimento della gestione dei rifiuti è quindi totale e per molti aspetti clamoroso.

[Per questo capitolo ci riferiamo ai dati ufficiali dell’Osservatorio provinciale rifiuti per il 2001(d’ora in poi OPR 2001) confrontandoli con una realtà a noi vicina, politicamente di destra e simile per caratteristiche economico-produttive (il cosiddetto nord-est), la Regione Veneto, utilizzando il quaderno dell’Arpa Veneto La gestione dei rifiuti urbani 2001 (d’ora in poi ORV 2001), che, comunque, non viene proposto come "modello", ma come esperienza significativa.]

1.1. La produzione pro-capite

Il livello di produzione giornaliera pro-capite dei rifiuti a Brescia è nel 2001 scandalosamente elevato: kg 1,566 in provincia (OPR 2001, p. 32) e addirittura kg 1,821 nel comune capoluogo, (nostra elaborazione da OPR 2001, p. 34), rispetto ad una media della Regione Veneto di kg 1,30 (ORV 2001, p. 5) e nazionale di kg 1,34 (Ministero dell’ambiente, La produzione e gestione dei rifiuti urbani. Rapporto 2002, p. 17). Come spiegare il fenomeno? Diverse forse le cause: la comodità incentivante della discarica sotto casa rappresentata dal cassonetto, ma soprattutto la "fame" di rifiuti (ovvero profitti) delle aziende smaltitrici, dell’inceneritore in particolare, che ha favorito il camuffamento di rifiuti assimilabili (attività artigianali, commerciali, anche industriali) conferendoli come urbani. Sta di fatto che Brescia si è collocata ormai stabilmente al poco onorevole ultimo posto della graduatoria negativa delle province lombarde, per produzione pro-capite di rifiuti. (Nel 2000, infatti, Brescia è slittata dal penultimo posto del 1999 all’ultimo, con kg/g 1,51 rispetto ad una media della Regione Lombardia di kg/g 1,33. Cfr. Ministero dell’ambiente, La produzione e gestione dei rifiuti urbani. Rapporto 2002, p. 17) e addirittura al quart’ultimo a livello nazionale per la massima produzione di rifiuti pro-capite (Cfr. Supplemento di "ItaliaOggi" del 14 gennaio 2003, Rapporto 2002 sulla qualità della vita in Italia, Produzione di rifiuti urbani, p. 19), arretrando di due ulteriori posizioni rispetto al 2001 quando era al sest’ultimo posto.

1.2. La raccolta differenziata

Dietro la propaganda ingannevole che qualcuno si diletta ancora a fare, c’è il dato incontrovertibile di una provincia in cui negli ultimi anni la raccolta differenziata è sostanzialmente bloccata, da una posizione di primo piano che occupava meno di un decennio fa. Siamo, a livello provinciale, ad un modesto 26,56% (OPR 2001, p. 8), rispetto ad una media della Regione Veneto del 34,5% (ORV 2001, p. 5) e della Lombardia, per il 2000, del 32%, regione in cui Brescia è collocata al penultimo posto (Ministero dell’ambiente, La produzione e gestione dei rifiuti urbani. Rapporto 2002, p. 17). Non è consolante neppure il dato di Brescia città, apparentemente migliore, al 31,7% (OPR 2001, p. 34), perché nasconde un gonfiamento artificiale della frazione conferita già differenziata dagli esercizi commerciali e artigianali. A questo proposito, qualcuno a costo di apparire ridicolo insiste nell’accreditare il dato dell’ASM (37%), la quale, essendo un’azienda privata, non ha peraltro alcuna autorità in materia (sarebbe come chiedere all’oste se il suo vino è buono). Comunque, se paradossalmente si accettasse ciò che l’ASM suggerisce (conteggiare come raccolta differenziata il ferro che si recupera dalle ceneri a valle del processo industriale di incenerimento e i materiali raccolti e recuperati da privati), la città di Brescia arriverebbe a una produzione pro capite di rifiuti di 2 kg/giorno. Non merita, peraltro, particolari considerazioni la propagandata "operazione 50% di raccolta differenziata" lanciata in un quartiere della città, quello che ospita l’inceneritore: poiché si basa elusivamente sull’aumento del numero di cassonetti collocati in strada, non produrrà altro risultato che un ulteriore aumento del rifiuto urbano, nel quale per comodità molte imprese "camufferanno" i propri rifiuti speciali.

In realtà per un corretto inquadramento della situazione è necessario sempre fare riferimento a valori assoluti e non alle percentuali ed in particolare a quanti rifiuti vengono raccolti senza essere differenziati, come correttamente fa l’Osservatorio Rifiuti della Regione Veneto e come suggeriamo venga in futuro fatto dall’Osservatorio provinciale di Brescia. Infatti, la quantità di rifiuti non differenziati, in termini assoluti, raccolti nel comune di Brescia rimane molto elevata pari a kg 1,244 al giorno per abitante, rispetto ad una media degli altri comuni della Provincia di kg 1,150 (OPR 2001, p. 8) e a kg 0,855 nella Regione Veneto. Comunque, anche considerando il lieve aumento percentuale annuo della raccolta differenziata (circa 2-3%), ciò che risulta grave è che, a partire dal 1995, il quantitativo globale di rifiuti conferiti non differenziati non solo non è stato scalfito, ma è continuamente aumentato (da 431.497 tonnellate nel 1995 a 470.856 nel 2001. Cfr. OPR 2001, p. 31). In Veneto, invece, il rifiuto conferito non differenziato nel 2001 è diminuito del 6,5% rispetto al 2000 (ORV 2001 p. 5). L’esperienza del Veneto è interessante perché dimostra come il sistema di raccolta dei rifiuti con cassonetto produca un aumento dei rifiuti e rappresenti un limite invalicabile per raggiungere quote significative di raccolta differenziata: in 57 comuni con raccolta attraverso cassonetto si raggiunge un massimo di raccolta differenziata del 36,7% con una produzione pro-capite di kg/g 1,36, mentre in 215 comuni (ad esempio Padova 1) in cui si applica il "porta a porta" la raccolta differenziata raggiunge il 57,9% con una produzione pro-capite di kg/g 1,0 (ORV 2001, p. 41).

A Brescia, in conclusione, siamo di fronte negli ultimi anni ad un sostanziale fallimento della raccolta differenziata, evidentemente poco gradita all’inceneritore perché gli sottrae proficuo alimento. Ma quel che è più grave è che a questa situazione ormai tutti si siano adeguati e che non si faccia nulla per invertire la tendenza ("Tanto c’è l’inceneritore che se ne occupa!"), nonostante sia chiaro che Brescia non riuscirà a rispettare neppure l’obiettivo fissato dal Decreto Ronchi (Dlgs 22/97) per il 2003, cioè 35% di raccolta differenziata, poiché con il trend degli ultimi anni a malapena si raggiungerà il 30%. Ovviamente per pudore la stessa Amministrazione provinciale non cita nemmeno più l’obiettivo del 40% per il 2002, fissato dal Piano provinciale rifiuti (Piano provinciale di organizzazione dei servizi per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani ed assimilabili della provincia di Brescia di cui alla D. C. R. n. 1343 del 21/02/1995), quello costruito attorno alla favola dell’Asm del "sistema integrato" e del "doppio binario". Del resto, come si è visto, lo stesso Decreto Ronchi viene contraddetto proprio nell’indicazione strategica, cioè la riduzione dei rifiuti.

1.3. L’importazione

Il dato più vergognoso, e completamente oscurato nel dibattito, è quello relativo all’importazione di rifiuti. Di fronte a una produzione provinciale di rifiuti accertata, di 641.239 tonnellate ne smaltiamo più del doppio, tra inceneritore e discariche, ben 1.414.997 tonnellate (Questi dati, per pudore, non sono più pubblicati dall’Osservatorio provinciale e li abbiamo acquisiti con richiesta di accesso agli atti). I rifiuti smaltiti, quindi, nella maggior parte (773.758 tonnellate) sono importati da fuori provincia e vanno a caricare di inquinamento diversi siti del nostro territorio già così disastrato; a questo proposito va sempre ricordato che i rifiuti speciali, contrabbandati furbescamente come "biomasse", provenienti da tutta Italia e bruciati nell’inceneritore, non si volatilizzano, ma si traducano in più di un terzo di rifiuti speciali probabilmente pericolosi (Ministero dellAmbiente, Direttiva 9 aprile 2002, Indicazioni per la corretta e piena applicazione del regolamento comunitario n. 2577/2001 sulle spedizioni di rifiuti ed in relazione al nuovo elenco dei rifiuti, p. 29), che vanno a riempire e contaminare qualche buca della nostra "bassa". Che dire? Se non che il territorio bresciano non è degno di essere spremuto dai propri amministratori ed utilizzato come la pattumiera di tutti per quattro soldi (o meglio centinaia di milioni di euro).

In compenso, però, siamo anche esportatori dei rifiuti tossici prodotti dall’inceneritore, circa 15.000 tonnellate di polveri depositate dai filtri. Come fosse un merito, l’ASM ha spiegato ai cittadini bresciani che questi non sono un problema perché li mandiamo in Germania, per la gioia di quelle popolazioni (ignare?) che se li prendono in carico.

La conclusione può quindi essere lapidaria per quanto riguarda la gestione dei rifiuti in provincia di Brescia, rispetto alla propaganda sul "patto ambientalista" di dieci anni fa, quando si trattava di far digerire ai bresciani l’inceneritore e che oggi più nessuno si preoccupa neppure di evocare: fallimento su tutta la linea.

Nel documento già citato di due anni fa, "I rifiuti a Brescia. Dal business alla tutela dell’ambiente e della salute", abbiamo indicato nel dettaglio che cosa si dovrebbe fare in alternativa per una corretta politica dei rifiuti a Brescia e quelle proposte rimangono pienamente valide e confermate anche dall’esperienza che si sta compiendo sul campo in alcune zone del Veneto.

In questi due anni, però, si sono ulteriormente chiariti, i motivi del "nostro" fallimento rispetto alle promesse ed ai progetti del recente passato, ed anche il perché sulla questione rifiuti è sceso il più totale silenzio, anche di buona parte del mondo ambientalista ufficiale.

2. Il "modello Asm Brescia": il rifiuto diventa combustibile

Asm ha costruito un modello basato sulla concezione del rifiuto, non come materia seconda da ridurre all’origine, da riutilizzare, da riciclare, ma come combustibile in quanto contiene frazioni con una percentuale "interessante" di carbonio. Queste frazioni sono però in gran parte le stesse che potrebbero essere ridotte o riciclate. Ma il rifiuto-combustibile non solo comporta un colossale spreco di risorse e quindi ambientale, ma, anche da un punto di vista energetico, non produce quei risparmi di emissioni di gas serra che la propaganda Asm va raccontando.

Il rifiuto-combustibile, invece, è fonte di uno straordinario business e con questo argomento decisivo Asm è riuscita ad allineare sulla sua strategia l’Amministrazione comunale di Brescia di centrosinistra, le Amministrazioni provinciale e regionale di centrodestra, il Governo attuale (ma anche quello precedente): insomma una posizione perfettamente trasversale, che ha fatto proseliti anche in alcuni settori del mondo ambientalista.

2.1. L’inceneritore da impianto per il trattamento dei rifiuti a centrale termoelettrica per fare affari

Con il funzionamento a pieno regime dell’inceneritore è giunta a compimento la trasformazione di questo impianto, originariamente autorizzato per il trattamento dei rifiuti solidi urbani all’interno di una Pianificazione istituzionale della politica dei rifiuti finalizzata alla tutela dell’ambiente: ora è diventato, per volontà di Asm e Comune di Brescia, una grande industria chimico-energetica, classificata insalubre e collocata dentro la città, nello specifico una centrale termoelettrica alimentata da un combustibile "speciale", i rifiuti, ed in particolare da quei rifiuti urbani e speciali, ingannevolmente denominati "biomasse" dall’Asm, che hanno un contenuto di carbonio interessante per la combustione. In questo quadro Asm e Comune di Brescia hanno rovesciato le priorità: da quella della tutela dell’ambiente e della salute si è passati esplicitamente a quella della produzione di energia e di consistenti utili. Conseguentemente Asm, da azienda dei servizi municipalizzati per i cittadini di Brescia, è diventata un’impresa privata, prioritariamente impegnata a livello nazionale e non solo a produrre energia e realizzare business. La quotazione in borsa ha innanzitutto questo significato (oltre a quello di far partecipare alcuni privati all’affare, l’Hopa di Emilio Gnutti innanzitutto) ed è stata preparata dalla precedente sciagurata e "clandestina" decisione della Giunta comunale di installare anche la terza linea dell’inceneritore, portando la capacità complessiva di incenerimento di rifiuti urbani e speciali a circa 700.000 tonnellate anno, circa 2.000 tonnellate giorno, oltre il triplo del fabbisogno della provincia di Brescia, dando vita al più grande inceneritore d’Europa: una mostruosità, se si tiene conto che la megamacchina ha un sistema di trattamento fumi non certo al meglio delle tecnologie disponibili e che quindi emette notevoli quantità di PCB e diossine su un territorio che è fra i più inquinanti a livello internazionale proprio per queste sostanze supertossiche ("Caso Caffaro"). Il tutto ovviamente senza uno straccio di preventiva valutazione di impatto ambientale!

2.2. Il business del rifiuto-combustibile mette tutti d’accordo

Questa impostazione, sposata in pieno da una parte consistente dell’ambientalismo (settori di Legambiente, i "Verdi" bresciani) fa forza, nella propaganda Asm, su alcuni presupposti che vanno esplicitamente discussi:

v L’Italia è carente di fonti energetiche fossili, e comunque la penuria energetica è il tema con cui ci si dovrà confrontare drammaticamente nei prossimi anni. Nei rifiuti urbani e speciali è contenuta una certa percentuale di carbonio che può essere combusta e impiegata per produrre energia, altrimenti sprecata con la collocazione in discarica.

v I rifiuti si riproducono in continuo e quindi vanno considerati un’energia rinnovabile.

v Bruciando i rifiuti si risparmia un’equivalente quantità di combustibili fossili che si dovrebbero impiegare per produrre la stessa energia, mentre si evita l’emissione di gas serra che si determinerebbe comunque con la collocazione in discarica.

E’ interessante notare come attorno a questi assiomi vi sia una convergenza perfettamente trasversale sul piano politico:

- L’Asm di Brescia è apripista a livello nazionale di questa strategia "energetista" per i rifiuti sostenuta senza riserve dalla Giunta comunale di centro sinistra che la controlla, con tanto di assessore all’ecologia dei Verdi; Asm e Comune, tra l’altro, hanno fin dall’inizio utilizzato come principale consulente Paolo degli Espinosa, illustre esponente del Comitato scientifico di Legambiente.

- La Giunta provinciale di centro destra, da quando è entrato in funzione l’inceneritore, ha esplicitamente rinunciato a qualsiasi ruolo di programmazione giungendo con la determinazione del dirigente di settore del 27 novembre 2002 a stabilire che l’inceneritore di Brescia, originariamente autorizzato per 266.000 tonnellate, può bruciare tutti i rifiuti che vuole e che può, sia urbani (e non se ne indicano neppure i quantitativi!) sia speciali. Del resto da tempo ci si è dimenticati di aggiornare il Piano provinciale rifiuti (da farsi entro la fine del 1997) e di por mano all’elaborazione del nuovo, essendo il precedente scaduto a fine 2002. In sostanza, si dice, i rifiuti sono un combustibile, abbiamo un forno che ne può bruciare per mezza Lombardia: il problema è risolto.

- La Giunta della Regione Lombardia, di centro destra, d’altro canto, segue con molto interesse e partecipazione l’esperienza pilota di Brescia (non a caso si è costituita insieme al Comune di Brescia di centro sinistra - una difesa bipartisan! - a fianco di Asm per sostenere che l’inceneritore autorizzato per 266.000 tonnellate di rifiuti ne può bruciare "abusivamente" quasi il doppio!). E sta assecondando in tutti i modi la strategia Asm, anche attraverso una ristrutturazione istituzionale straordinariamente innovativa e perfettamente coerente con l’impostazione di Asm-Comune di Brescia, probabilmente unica a livello nazionale: con la nuova giunta di Formigoni 2 la questione rifiuti è transitata dalla competenza dell’assessorato all’ambiente a quella dell’assessorato all’energia ed alle attività produttive. Il tutto nell’indifferenza del centro sinistra lombardo nonché dell’ambientalismo ufficiale. Sembrerebbe di capire che l’affare rifiuti-energia metta tutti perfettamente d’accordo, per l’appunto un tema bipartisan, come si usa dire.

- Il Ministero dell’ambiente, di centro destra come è noto, dal canto suo, è perfettamente in sintonia con Asm e Comune di Brescia laddove nella recente delibera del Cipe del 5 gennaio 2003, "Linee guida... per la riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2010" indica nell’incremento dell’energia elettrica prodotta dai rifiuti solidi urbani e dalle "biomasse" (tra 750 a 1.300 MW) una delle linee strategiche per gestire il problema energetico nazionale all’interno dei vincoli del protocollo di Kyoto. Sulla stessa falsariga la Regione Lombardia che nella proposta di Piano Energetico Regionale intende portare l’incenerimento dei rifiuti al 50 % di quelli prodotti.

2.3. Le "favole" di Asm sulle presunte virtù ambientali dell’incenerimento

La strategia Asm si fonda su punti, da molti considerati come assiomi, ma che sono facilmente confutabili.

Risibile è l’idea di considerare i rifiuti energia rinnovabile. Se in parte può essere accettabile per gli scarti vegetali e legnosi derivati da coltivazioni o forestazioni in grado di ricostituirne i consumi, per il resto dei materiali presenti nei rifiuti non si può dire altrettanto: ad esempio tutte le plastiche derivate dal petrolio il cui incenerimento, in alternativa alla riduzione attraverso il vuoto a rendere, al riuso o al riciclaggio, determina una diminuzione non rinnovabile dello stock complessivo di combustibili fossili. Neppure la normativa europea, del resto, ritiene che i rifiuti siano in toto "fonti rinnovabili": la direttiva Ue sulla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (n. 2001/77) considera tra queste solo "la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani" (e le plastiche non sono certo biodegradibili). Anche se, in palese contrasto con questa direttiva, il decreto Bersani (in questo, invece, in perfetta sintonia con l’attuale governo di centro destra) considera "rinnovabili", tra gli altri, "la trasformazione in energia elettrica dei rifiuti organici ed inorganici o di prodotti vegetali" , quindi tutto il carbonio contenuto nei rifiuti.

Per quanto riguarda poi il bilancio energetico ed ambientale (gas serra) quegli assiomi reggono, in parte, solo se il confronto si fa con la collocazione dei rifiuti in discarica. Infatti, Asm, i professori universitari che di volta in volta vengono ingaggiati dalla stessa, il Comune di Brescia e le varie istituzioni fino al Ministero non si peritano mai di confrontare il bilancio energetico e ambientale dell’incenerimento (e relative emissioni di gas serra) con il bilancio energetico ed ambientale di una coerente politica di riduzione dei rifiuti (abbandono degli "usa e getta", "vuoto a rendere", riuso degli imballaggi...) e di riciclaggio attraverso una raccolta differenziata spinta. Esemplifichiamo con una tipologia di rifiuti diffusa ed "interessante" per il potenziale energetico come gli imballaggi (carta, cartone, plastiche): se questi vengono collocati in discarica, evidentemente rappresentano un puro spreco in termini di materie prime (legno e petrolio, soprattutto) e di emissioni di gas serra; bruciarli per produrre energia, comporterebbe invece un parziale recupero di energia e quindi di Tep di petrolio risparmiati con relative emissioni di gas serra evitate. Ma se questi imballaggi vengono riutilizzati e/o riciclati si ottiene ovviamente un risparmio di materie prime e quindi di energia e gas serra molto più importante. Ed infatti, il decreto Ronchi pone prioritariamente gli obiettivi della riduzione, del riuso e del riciclaggio, riservando all’incenerimento solo ciò che residua e come alternativa alla discarica.

Ma anche sul piano strettamente tecnico e nella "logica Asm", i calcoli della stessa sono del tutto infondati come dimostra con rigore scientifico Marco Caldiroli, perito chimico di Medicina democratica:

"Il meccanismo di calcolo della ASM per quantificare la CO2 "risparmiata" con l'incenerimento dei rifiuti è fondato su due fattori:

a) l'emissione connessa con la cogenerazione cioè l'energia termica prodotta dall'inceneritore viene conteggiata integralmente come "risparmio" di CO2. Basandosi sui valori riportati nella Dichiarazione Ambientale del 1999 di ASM ("Tabelle tecniche") possiamo calcolare questo "contributo" come segue :

- nel 1999 sono stati prodotti complessivamente 518.000 MW di energia dall'inceneritore, di questi 240.200 sono MWt di vapore per cogenerazione;

- nel 1999 si stima una emissione complessiva di CO2 (da combustione, non è chiaro se e come è stato considerato il protossido di azoto N2O da non confondere con gli NOx) di 350.348 tonn, ciò corrisponde a un fattore di emissione di 676 grammi di CO2 per kWh prodotto. Moltiplicando 676 g/kwh per 240.200 MWtermici si otterrebbero 162.303 t/anno nel 1999 di CO2 considerata risparmiata da ASM in virtù della cogenerazione.

b) Al dato di cui sopra viene aggiunto il valore della CO2 "risparmiata" se la stessa quantità di rifiuti (nel 1999 pari a 372.003 tonnellate incenerite da ASM) fosse finita tal quale in discarica. Pur non essendo esplicitati i fattori di emissione di CO2 equivalente utilizzati e se sia stato o meno considerato il recupero energetico del biogas (per le discariche il gas serra principale non è la CO2 come tale, ma il metano che ha un "fattore" serra di 21 volte più potente rispetto al CO2 considerato come 1), utilizzando dei fattori disponibili in letteratura (Enea) questa parte di emissione "risparmiata" varrebbe tra 232.129 tonn (discarica senza recupero del biogas) e 211.297 tonn (discarica con recupero di biogas) in relazione a una quantità di rifiuti pari a quelli inceneriti da ASM nel 1999.

Sommando A+B risulterebbe un valore tra 394.432 e 373.600 t di CO2 risparmiate (il range corrisponde alla discarica con o senza recupero del biogas): infatti ASM dichiara un dato di CO2 risparmiata nel 1999 pari a 383.245 tonnellate, che si pone in mezzo al range sopra calcolato.

Ora, un simile calcolo da parte di ASM non ha un fondamento riconosciuto (non è rintracciabile una fonte autorevole - ovvero internazionale - che dia indicazioni definitive in questo per tutti i paesi aderenti al protocollo di Kyoto). Viceversa, se ad esempio consideriamo la direttiva Ue 2001/77 sulla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, troviamo che tra queste viene considerata solo "la parte biodegradabile dei rifiuti" (quindi i rifiuti con carbonio fornito da fonti fossili come le plastiche non devono essere considerati fonti rinnovabili).

Tra le diverse proposte per calcolare la CO2 "risparmiata" dall'incenerimento si segnala, infine, quella di De Stefanis (che di proposte ne fa tre, ma verrà qui considerata quella ritenuta più "corretta"). In sintesi questa proposta parte dal presupposto che la parte organica e biodegradabile dei rifiuti costituisce i 2/3 del carbonio ivi contenuto (1/3 di carbonio è da considerarsi non biodegradabile e di origine fossile, ovvero dal petrolio) e quindi solo le emissioni corrispondenti sono "risparmiate" mentre quelle correlabili con l'altro terzo non sono risparmiate. Dopodiché la proposta correla queste emissioni non risparmiate con quelle di una centrale termoelettrica tradizionale per produrre la stessa quota di energia (pertanto, come si vedrà più avanti, è fondamentale il rendimento energetico sia dell'inceneritore che della centrale di riferimento). Applicando questa metodica, nel caso di ASM del 1999, otterremmo un "risparmio" di CO2 pari a 208.448 tonn (in considerazione al rendimento energetico relativamente elevato dell'inceneritore - il 51,1 % - connesso con la cogenerazione di vapore per teleriscaldamento). Questo valore però è valido a partire dal confronto con una centrale termoelettrica tradizionale (si prende come riferimento il "mix" di centrali ex Enel del 1999) con un fattore di emissione pari a 729 g di CO2 per kWh prodotto. Se invece si confronta l'emissione ASM con quella di una centrale termoelettrica a ciclo combinato a gas naturale (in questo senso del tutto valida la "vecchia" proposta di riconvertire almeno in parte l'inceneritore in una centrale di questo genere) il fattore di emissione da porre a confronto sarebbe di 360 g di CO2 per kWh prodotto. In questo caso, sempre con riferimento ai dati ASM del 1999, si avrebbe un "risparmio" assai minore, pari a 40.176 tonn di CO2 (sempre ovviamente ipotizzando che i rifiuti, in alternativa, vadano tutti in discarica).

A sostanziale conferma di quanto sopra dimostrato, si può considerare quanto afferma la stessa Regione Lombardia che, in questo, si discosta notevolmente dalla propaganda Asm: nel "Programma Energetico Regionale - Indirizzi ed obiettivi di politica energetica per la Lombardia", a pagina 58 (tabella 12) si trova una tabella riassuntiva dello stato degli inceneritori autorizzati (anche se in realtà ne hanno aggiunti alcuni che non sono stati autorizzati, ma tant'è). Per quanto concerne ASM si dice che l'impianto ha una potenzialità di smaltimento pari a 485.100 t/anno (!), una energia elettrica prodotta pari a 351.698 MWh, una energia termica prodotta pari a 174.073 MWh, emissioni prodotte dall'inceneritore pari a 160.000 t/a (CO2 equivalenti), emissioni prodotte dal sistema cogenerativo pari a 256.000 t/a (CO2 - quindi queste emissioni non sono "risparmiate" ma solo emesse) e poi si considera (non viene specificato il sistema di calcolo) che le emissioni evitate di CO2 dell'inceneritore ASM sarebbero pari a "solo" 98.000 t/a e non le 383.245 tonnellate dichiarate da Asm (nel 1999).

In conclusione, anche considerando un relativo "risparmio" di CO2 (i valori credibili o meglio corretti, sono quelli intorno alle 40.176 tonn di CO2, per i motivi già detti) occorre poi tener presente, da un canto, quanto potrebbe essere il risparmio di CO2 (e di materie prime) connesso con il riciclaggio, il riutilizzo e/o la riduzione dei rifiuti e, dall’altro, che al "risparmio" delle emissioni di CO2 corrispondono quelle di altri inquinanti (NOx, SOx, CO, polveri, HCl, PCB, diossine, metalli etc) presenti in misura inferiore (a parità di energia prodotta) o non presenti del tutto nel caso di una centrale a gas naturale".

2.4. L’imbroglio delle "biomasse"

Inoltre, su questo piano, si gioca con carte false attorno al tema delle "biomasse". Le "biomasse" fanno parte tradizionalmente del bagaglio ambientalista in campo energetico. Intese in senso proprio, cioè materiali vegetali prodotti da coltivazioni dedicate, si possono considerare effettivamente energia rinnovabile (anche se occorre sempre tener presente che spesso ciò comporta la riduzione di terreno coltivabile per l’alimentazione umana). Un caso esemplare di uso energetico delle biomasse è la produzione in Brasile su larga scala di alcol per alimentare motori a scoppio attraverso la canna da zucchero (ma poi una parte dei brasiliani, come è noto, non ha di che sfamarsi). In questo senso le "vere biomasse" sono state catalogate nella legge italiana dal DPCM 8 marzo 2002 allegato III, , "Individuazione delle biomasse combustibili e delle loro condizioni di utilizzo". Ma vi è anche un uso distorto del termine "biomasse", su cui furbescamente gioca l’Asm, assecondata da una parte di ambientalisti "disattenti": in questa accezione vengono considerati "biomasse" tutti gli scarti e i rifiuti che contengono un certo tenore di sostanza organica, cioè di carbonio e che per questo vengono visti dagli "energetisti" come combustibili; "biomasse" sono quindi i rifiuti urbani e tutti i rifiuti speciali non inerti che contengano una percentuale di carbonio tale da determinare un potere calorifico di almeno 1.500 kcal/kg. Su questo equivoco Asm, non disponendo di sufficienti rifiuti urbani già per le due linee in funzione, del tutto sovradimensionate, ha deciso di importare e bruciare nell’inceneritore circa 150.000 tonnellate annue di rifiuti speciali, ingannevolmente definiti "biomasse", senza alcuna autorizzazione preventiva o deliberazione di alcuna istituzione pubblica locale (Comune, Provincia, Regione).

2.5. L’inceneritore non è alternativo alla discarica, ma alla riduzione dei rifiuti ed al riciclaggio

Da parte di Asm si dice che l’incenerimento sarebbe un’alternativa alla discarica. L’affermazione è anche teoricamente azzardata, perché, come è noto, i materiali che si prestano di più all’incenerimento (legno, cartone, carta, plastica) sono gli stessi che possono essere ridotti alla fonte o destinati alla raccolta differenziata. Ma anche sul piano pratico si verifica che l’inceneritore non è alternativo alla discarica e proprio l’esperienza "pilota" ormai consolidata dell’Asm di Brescia sta lì a dimostrarlo: l’inceneritore ha prodotto, come si è visto, un aumento esagerato della produzione dei rifiuti ed ha sostanzialmente bloccato la raccolta differenziata, limitata essenzialmente a vetro e lattine (non combustibili) e ad un po’ di "umido". La plastica è stata del tutto "affidata" all’inceneritore, mentre la raccolta della carta da anni non viene più spinta e rimane in parte solo per "salvare la faccia" di un glorioso passato di raccolta differenziata (effettivamente, prima dell’inceneritore, l’Asm fu un’azienda all’avanguardia in questo settore). Inoltre, l’inceneritore stesso, grazie anche al suo sovradimensionamento ed alla necessità di importare rifiuti da fuori provincia, invece di eliminare le discariche è destinato ad alimentarne all’infinito con una gran massa di rifiuti speciali, probabilmente pericolosi (circa 200.000 tonnellate anno).

2.6. Brescia, grazie alla smania energetista di Asm, fanalino di coda nel risparmio energetico

Ma dal punto di vista energetico a Brescia vi sono altri dati interessanti da considerare: con il teleriscaldamento (acqua calda recuperata dalla centrale termoelettrica connessa all’inceneritore e distribuita per il riscaldamento delle abitazioni) l’Asm sta spingendo verso la totale eliminazione del gas metano nelle case con la sostituzione delle tradizionali cucine alimentate da questo gas con cucine elettriche ad induzione. La ragione è molto semplice: con l’energia elettrica prodotta dall’inceneritore il ricarico in termini di utili aziendali è molto più elevato che non con il gas (va sempre ricordato che si tratta di una centrale termoelettrica "magica", per la quale il combustibile non è un costo ma un ricavo!).

Ed effettivamente Brescia tende ad un continuo aumento del consumo di energia elettrica pro-capite (nel 2001 raggiunge i 1099 KWh/ab/anno, livello che la colloca al 75° posto nella graduatoria negativa dei consumi delle 103 province italiane, con un arretramento di 3 posizioni rispetto al 2000, quando era al 72° posto. Cfr. Supplemento di "ItaliaOggi" del 14 gennaio 2003, Rapporto 2002 sulla qualità della vita in Italia, Consumo annuo pro-capite di energia elettrica, p. 20), mentre non fa pressoché nulla per il risparmio energetico, come ha denunciato recentemente lo stesso ordine degli ingegneri di Brescia: "La realtà dell’edilizia bresciana è, nel campo del contenimento dei consumi energetici, lontana dai livelli di qualità imposti dalle norme vigenti, e non solo da quelli: dimostra di aver perso buona parte della sensibilità necessaria per ‘ben costruire’ nei confronti dei parametri climatici peculiari della nostra zona" (G. Ziletti, in rappresentanza dell’Ordine degli Ingegneri di Brescia al convegno, "Brescia 1972-2002 – Il teleriscaldamento compie trent’anni", 5 dicembre 2002). Eppure vi sono a Brescia realtà e risorse interessanti, come l’associazione energEtica, che potrebbero offrire un importante contributo in quella direzione.

3. Il sistema di potere che si va costituendo attorno ai "rifiuti-energia"

La trasformazione di Asm in Spa e la quotazione in borsa avviene con l’ingresso di Hopa, la finanziaria presieduta da Emilio Gnutti, che vede crescere al proprio interno, come partner più rilevante, la finanza nazionale vicina ai Ds (Unipol e Monte dei Paschi di Siena) e che appare perfettamente bipartisan, vantando come socio la stessa Fininvest. Gli intrecci tra Asm ed Hopa vengono però da lontano e sembrano preludere ad un legame sempre più stretto che potrebbe sfociare nella completa privatizzazione di Asm energia (come peraltro sta avvenendo con Enel). In questo quadro la "presa" di Asm sulla società bresciana, sui partiti e sulle istituzioni è pressoché totale: ciò spiega il vasto consenso che ha saputo costruire intorno all’ecomostro rappresentato dal megainceneritore.

A questo punto ci si potrebbe chiedere: come è possibile che a Brescia sia accaduto questo, che si sia installato un mostro ecologico del genere e che soprattutto con estrema protervia il "modello Asm-Comune di Brescia" venga proposto in giro per l’Italia, senza che vi sia un accenno critico?

Ed ancora, come è possibile che questa metamorfosi di Asm sia avvenuta senza che vi sia mai stata una discussione pubblica ed una esplicita deliberazione del Comune di Brescia, del suo consiglio elettivo, dei cittadini, per cui Asm mutasse radicalmente le proprie strategie e finalità?

3.1. Il grande business del rifiuto combustibile

La forza dell’inceneritore più che sull’energia e le emissioni "risparmiate" si appoggia sui colossali profitti che produce. Infatti il vero argomento con cui Asm impone al Comune di Brescia le proprie scelte e cerca di convincere in giro per l’Italia i Comuni e le municipalizzate non è quello energetico o la favola dei vincoli di Kyoto, bensì quello dei profitti straordinari che la "megamacchina" garantisce. Non esiste in Italia, e forse al mondo, un impianto industriale così portentoso. Innanzitutto Asm, pur essendo una Spa, e quindi un’azienda privata in un contesto di libero mercato (tanto celebrato, peraltro, ai nostri giorni!), agisce senza alcuna concorrenza in regime di assoluto monopolio. Inoltre è l’unica industria e centrale termoelettrica per la quale la materia prima, nel caso specifico il combustibile, non è un costo, bensì addirittura un utile. (Tutti gli imprenditori, probabilmente, sognerebbero di gestire una simile impresa).

Infatti, dal punto di vista dei flussi di materia e di energia, questa impresa ha praticamente solo voci positive di entrate, e per l’esattezza ben 6: 1) il combustibile, cioè i rifiuti conferiti pagati circa 100 lire al kg dai comuni, cioè dai cittadini con la tassa-rifiuti (già qui un gruzzolo di 30 miliardi circa di vecchie lire all’anno); 2) quindi un contributo dal Conai per i contenitori riciclati o meglio bruciati (5 miliardi e 900 milioni di lire nel 1999, per l’impianto ASM); 3) un contributo dalla Stato come impianto produttore con "energia rinnovabile" [?!]; 4) le bollette dell’energia elettrica pagate dai cittadini; 5) le tariffe dell’acqua calda distribuita con il teleriscaldamento, pagate dagli utenti e decise discrezionalmente da Asm; 6) dopo l’incenerimento il ferro presente nelle ceneri viene venduto alle acciaierie, ben 5.033 ton. nel 2000.

Insomma si tratta di una formidabile "gallina dalle uova d’oro" che permette all’Asm di realizzare profitti per oltre 100 miliardi di vecchie lire all’anno.

3.2. La privatizzazione Asm nel segno di Hopa e degli affari bipartisan

Capito al volo l’affare, attorno ad Asm si è messo subito in moto un gruppo di potere privato fortissimo, l’Hopa del bresciano Emilio Gnutti, il mago della finanza, l’enfant prodige del "nuovo" capitalismo italiano, che sa moltiplicare i miliardi come gli evangelici "pani e pesci", l’artefice con Colaninno del "capolavoro" Olivetti-Telecom e oggi di nuovo in campo per "salvare" la Fiat, esponente di spicco delle new entry della cosiddetta "razza padana". Finanzieri d’assalto che sembrano aver incantato tutti (ritratti esageratamente celebrativi di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno appaiono sullo stesso quotidiano dei Democratici di sinistra in occasione della "crisi Fiat": Gnutti. Alla guida della Bentley sognando il Lingotto e Colaninno. La ricetta del Ragioniere: soldi, sudore e automobili, "l’Unità", 15 gennaio 2003). Non il vecchio Giorgio Bocca che ben conosce i vizi del capitalismo nostrano: "E tutti anche nel nostro paese avevano sotto gli occhi lo spettacolo pirotecnico di avventurieri della finanza, vedi i pii e morigerati bresciani che si impadronivano di grandi e grandissime aziende senza avere i soldi per comprarle ma con un giro di scatole cinesi a cui ha partecipato anche la nostra sinistra che aveva scoperto anche lei il modo di far soldi tanti e presto anche se la lezione di Mani pulite bruciava ancora" (G. Bocca, "l’Espresso" del 26 luglio 2002). Anche se la magistratura, del tutto "pii e morigerati" non li ha ritenuti se ha condannato per insider trading il 24 giungo 2002 per operazioni legate ai titoli Cmi (Cantieri metallurgici italiani Spa, società del gruppo Falk) Emilio Gnutti ed Ettore Lonati, esponenti di spicco di Hopa (Marco Toresini, Insider trading. Condannati Emilio Gnutti ed Ettore Lonati, "Bresciaoggi", 26 giugno 2002).

Per l’ingresso di Hopa, occorreva, però che Asm si privatizzasse e si quotasse in borsa, operazione che la giunta di centro sinistra del Comune di Brescia ha portato a compimento nel 2002. Ed ecco che, con la quotazione in borsa di Asm, il principale azionista privato che entra in campo e si conquista subito un posto in consiglio di amministrazione è proprio lui, Emilio Gnutti con la sua Hopa. I piccoli azionisti vengono invece guidati a sponsorizzare ed eleggere il prof. Alberto Clò, guarda caso esperto di problemi energetici.

In Hopa, oltre allo stesso Emilio Gnutti, che con la finanziaria di famiglia ne detiene circa il 10% e ne occupa solidamente la presidenza, troviamo alla "sinistra" il vicepresidente Giovanni Consorte, presidente di Unipol, la compagnia di assicurazioni della Lega delle cooperative, presente con circa un 5,19%, affiancata dalla banca Monte dei Paschi di Siena, anch’essa vicina ai Ds, mentre alla "destra" siede l’altro vicepresidente Giuseppe Lucchini, erede dell’omonimo gruppo e figlio dell’ex presidente di Confindustria, Luigi Lucchini, il re dell’acciaio, capofila di un nutrito gruppo di imprenditori bresciani, tra cui il già citato Ettore Lonati, leader nel settore meccanotessile, Pier Luigi Crudele, della Finmatica, l’azienda hi-tec che al suo esordio fece faville sul mercato azionario dei tecnologici e altri; non viene trascurata neppure la finanza "cattolica", presente con la banca Antonveneta e la banca Lombarda, frutto della fusione fra Banca San Paolo (scrigno tradizionale del mondo cattolico bresciano) e Credito agrario bresciano; ma in Hopa troviamo anche la Fininvest, con circa un 5,4%, a completare l’ecumenismo della cassaforte creata da Gnutti, nel segno del pecunia non olet, purché si facciano buoni affari. Infatti sia Fininvest che Mediaset avrebbero ceduto a Hopa le proprie quote in Telecom in cambio di una partecipazione nella finanziaria bresciana. Questo scambio con Fininvest ha permesso ad Hopa di tornare in Telecom con una ragguardevole quota pari a circa il 16% della società di controllo Olimpia (r. e. Così Hopa rientra in Telecom, "Bresciaoggi", 24 dicembre 2002). Un rientro in grande, quello di Hopa nelle telecomunicazioni, che sarà sancito il 25 febbraio con la nomina di Gnutti nel consiglio di amministrazione di Olimpia, la finanziaria di controllo del gruppo che comprende, come è noto, diverse società operative, Olivetti, Telecom, Tim e Seat, nei cui consigli di amministrazione entreranno successivamente uomini Hopa. Questi movimenti hanno sollecitato l’ala sinistra di Hopa ad un maggior dinamismo ed impegno. E’ noto che Hopa è controllata da un patto di sindacato tra la Fingruppo (circa il 30%), espressione della finanziaria di famiglia di Gnutti e di alcuni industriali bresciani, e Unipol, Monte dei Paschi di Siena e Popolare di Lodi, che detenevano circa il 5% ciascuna. Ebbene, proprio Unipol, controllata da Finsoe che a sua volta è controllata dalla Legacoop, vicina ai Ds, unitamente a Monte dei Paschi, controllata dalle amministrazioni saldamente in mano ai Ds della Provincia e del Comune di Siena, sta operando per consolidare la presenza in Hopa della finanza rossa stringendo ancor più l’alleanza con Monte dei Paschi e gli intrecci con la stessa Hopa. Alcune operazioni interessano innanzitutto Monte dei Paschi, il cui processo di privatizzazione, di trasformazione in Spa e di quotazione in borsa porterà all’incorporazione delle controllate Banca toscana, Banca Agricola Mantovana, e Banca 121, facendo scendere il pacchetto azionario di controllo della Fondazione (Amministrazioni pubbliche senesi) al 59%. Ma si prevede che questo debba ridursi al di sotto del 50% e che quindi un 9% sia ulteriormente da affidare ai privati: "il primo nome che circola a Siena è quello di Emilio Gnutti e della sua Hopa ... uno dei nomi più accreditati per occupare una delle otto poltrone del Monte dei Paschi Spa riservate agli azionisti privati" (P. Benassi, Volti nuovi per Monte dei Paschi: in arrivo Gnutti e Caltagirone, "l’Unità", 26 gennaio 2003). Nel contempo Monte dei Paschi stringe i legami con il gruppo Unipol: Mps infatti acquisterà il 13,4% di Finsoe, controllante di Unipol, e salirà così al 39%, mentre Holmo, la finanziaria detenuta al 100% da 29 cooperative ne detiene il 51% e comunque manterrà il 50,2% delle azioni Unipol (Unipol, Mps raddoppia e sale al 39%, "Sole 24 ore", 7 febbraio 2003). Infine Unipol e Monte dei Paschi starebbero aumentando il loro capitale in Hopa di una quota tra il 4,5 ed il 5%, rastrellando partecipazioni di piccoli azionisti, raggiungendo insieme circa il 16% (9% Monte di Paschi e 7% Unipol), collocandosi quindi immediatamente alle spalle di Fingruppo nel controllo di Hopa e ponendosi come partner più rilevante di Gnutti e soci. L’operazione tiene conto anche del fatto che il patto di sindacato di controllo di Hopa scade tra un anno e Unipol e Mps intendono preparasi alla scadenza con una posizione solida all’interno della finanziaria bresciana (M. Tedeschi, Manovre nel salotto Gnutti,: Unipol e Monte Paschi vogliono crescere, "l’Unità", 28 gennaio 2003). In conclusione, Hopa, holding di partecipazioni aziendali, rappresenta sempre più per la finanza nazionale vicina ai Ds il luogo privilegiato delle proprie iniziative in campo industriale e dei servizi, senza peraltro disdegnare in quell’ambito alleanze non solo con la finanza "cattolica", ma neppure con quella targata Fininvest.

3.3. L’Asm e l’Hopa di Gnutti da tempo soci nel business energetico

In questo contesto, l’entrata in Asm di Emilio Gnutti in prima persona assume un significato particolarissimo (Gnutti siede in almeno altri 30 consigli di amministrazione e, per problemi di salute, lui stesso dichiara di limitare la sua presenza ai "posti strategici"): oltre al messaggio inviato alla città di Brescia perché sia chiaro a tutti chi detiene realmente il bastone del comando all’interno dei rapporti di potere della Leonessa d’Italia, la sua presenza in Asm va interpretata come una scelta strategica nell’ambito delle iniziative di Hopa. Gnutti ha capito che il settore delle municipalizzate, della produzione di energia attraverso i rifiuti in particolare, è un settore strategico per il futuro, come le telecomunicazioni (rientro in Telecom), o come le nuove tecnologie biomedicali (e infatti Hopa sta trasformando la propria controllata Snia da azienda chimica, liquidando Caffaro, a multinazionale leader in questo settore). Tra l’altro Hopa si poteva ritenere in qualche modo già rappresentata in Asm, perché il Comune aveva precedentemente nominato fra i 5 membri del Consiglio di amministrazione di sua competenza, Marco Vitale, come proprio rappresentante di fiducia: questi, infatti, è anche membro del consiglio di amministrazione di Snia (controllata da Hopa e proprietaria di Caffaro), contro cui il Comune, tra l’altro, dovrebbe aprire un contenzioso di centinaia di milioni di euro per la bonifica connessa alla vicenda Caffaro (conflitto di interessi?!). Ma l’ingresso di Gnutti era evidentemente previsto da tempo cosicché verrà salutato dal presidente Asm Renzo Capra con lodi eccessive: "Emilio Gnutti è un finanziere di prima classe, dotato di un intuito eccezionale e una grande capacità di fare affari" (C. Cassamali, Intervista a Renzo Capra: "La nostra forza? I piccoli", "Bresciaoggi", 14 gennaio 2003). Infatti, tra Hopa ed Asm Spa, ancor prima della quotazione in borsa, era già in corso una stretta collaborazione nel campo energetico, come maggiori azionisti (rispettivamente 20% e 17%) di Dynameeting S. p. A., società attiva dal 2001 nel trading di energia (I, Rebustini, Asm spa, Gnutti guida gli "altri", "Bresciaoggi", 10 agosto 2002). Inoltre Asm Spa è partner con il 5% di Earchimede, una società nata come "incubatore" dalla partnership tra Accenture ed Hopa, che si è recentemente trasformata in un’azienda specializzata in consulenza strategica e organizzativa di alto livello, presieduta anch’essa da Emilio Gnutti. Questa svolta è avvenuta attraverso un aumento di capitale che ha portato il patrimonio netto a 20 milioni di euro e l’ingresso di nuovi soci che ha determinato il nuovo assetto societario: Hopa, azionista di controllo con il 52,50%, Unipol Merchant con il 14,14%, Accenture e Webegg con il 7,5%, Asm, appunto, con il 5%, e poi Banca Lombarda e Interbanca con quote minori. Inoltre è stato rafforzato lo staff dirigenziale con l’ingresso di professionisti della consulenza strategica con esperienze in multinazionali provenienti da Accenture, come Pierluigi Troncatti, Pier Lamberto Capra [?!], Sandro Orneli, Pietro Antonio D’Alema. I principali settori di attività di "consulenza strategica" sono le utilities (energia, gas, acqua), l’igiene urbana (cioè i rifiuti), i trasporti, le pubbliche amministrazioni locali e centrali, banche ed assicurazioni, telecomunicazioni e media: ad esempio, la ristrutturazione dei trasporti locali di Roma, la costituzione della Holding capitolina dei servizi della stessa capitale, .... (Lucio dall’Angelo, Earchimede: consulenza strategica, nuovi soci, nuova sede, "Giornale di Brescia", 18 dicembre 2002). Earchimede ha tre altre sedi operative, a Milano, a Roma e a Bologna, oltre che a Brescia, in corso Zanardelli 32 (dove hanno pure sede Hopa e l’agenzia bresciana di Interbanca-gruppo Antonveneta; ma, allo steso numero civico - curiose coincidenze bresciane - anche l’ufficio del notaio Bruno Barzellotti, "eminenza grigia" dell’ala moderata dei comunisti ieri e dei Ds oggi, quella migliorista e attenta al "mercato", da tempo immemore consigliere di amministrazione di Asm).

3.4. L’Asm prepara il terreno per l’ingresso di Hopa

Nel contempo Asm, dal canto suo, preparava il terreno al dispiegarsi di questa strategia generale che, con la partnership di Hopa, guarda molto al di là dei confini di Brescia (il suo futuro è nell’alleanza con la spagnola Endesa), privilegiando di gran lunga il settore energetico. Del resto il "padre-padrone" di Asm da quasi quarant’anni (prima come tecnico, poi come direttore ed infine come presidente) è l’ingegner Renzo Capra, formatosi alla scuola Eni, nella gestione della centrale di Gela, "energetista" per vocazione e per passione. Storicamente Asm già negli anni Sessanta aveva definito accordi con altre municipalizzate (Aem di Milano, Agsm di Verona, Aim di Vicenza, Asm di Rovereto) per la costruzione di due centrali termoelettriche al di fuori della provincia di Brescia, una a Cassano d’Adda (Mi) e una a Ponti sul Mincio (Mn). Ma è proprio in occasione della sua trasformazione in Spa e del successivo ingresso di Hopa che si dispiega questa strategia che fa di Asm una delle aziende private più importanti a livello nazionale in questo settore: innanzitutto si è liberata della "palla al piede" del settore trasporti urbani, impegnato in una azzardata operazione di metropolitana leggera fonte di probabili perdite e affidato dal Comune ad una propria Spa, Brescia Mobilità; nel novembre 2000 Asm ha costituito (partecipazione del 30%) insieme all’Aem di Milano e all’Amga di Genova, Plurigas Spa, attiva nella compravendita all’ingrosso di gas; nell’estate del 2001, Asm ha costituito (partecipazione 14,67%), insieme ad Endesa Sa, uno dei principali operatori del mercato spagnolo dell’energia elettrica, ed a Banco Santander Central Hispano, un consorzio (Endesa Holding Italia) che nel luglio 2001 ha acquistato Elettrogen Spa, la prima società di produzione di energia dismessa dal gruppo Enel, costituita da sette centrali; nel settembre 2001, Asm ha rilevato il 20% di Trentino Servizi Spa, società controllata dal Comune di Trento e di Rovereto che, guarda caso, ora si accinge a costruire un inceneritore di rifiuti; nel dicembre 2001 Asm ha sottoscritto il 43,7% di Abruzzo Energia Spa, società deputata alla progettazione, costruzione e gestione di una centrale elettrica turbogas a Gissi (Ch) e nei primi mesi del 2002 Asm ha acquistato il 40% di Metanizzazione Meridionale, società che gestisce la distribuzione di gas in 39 comuni della provincia di Chieti, Campobasso e Isernia; Asm, insieme a International Power di Londra e ad Ansaldo Energia Spa, sta lavorando ad un progetto di grande centrale termoelettrica turbo gas (inizialmente di 1518 MW, poi ridimensionata ad 800 MW) da collocarsi nel comune di Offlaga (Bs), anche se per ora sta incontrando la ferma opposizione delle popolazioni locali, in particolare degli agricoltori.

3.4. Verso la completa privatizzazione di Asm?

In questo quadro non è credibile che Gnutti si limiti ad una partecipazione azionaria in Asm poco più che simbolica, quella detenuta da Hopa, pari al 2,89% (anche se si tratterebbe di sapere quante sono le azioni reali che fanno capo già ora indirettamente alla composita galassia di Hopa, acquistate dai Lonati, dai Lucchini e da altri imprenditori locali, nonché da Unipol, Interbanca, ecc.). Si sussurra che Capra non veda l’ora di aumentare la partecipazione Asm in Endesa Holding Italia e che per questo abbia bisogno di forte liquidità, mentre il Comune arranca con i propri bilanci e soprattutto dovrà preparasi a far fronte al "buco nero" che si profila con l’apertura dei cantieri della metropolitana: potrebbero essere "provvidenziali" allora i "capitali amici" (e... "compagni") di Hopa (Gnutti dichiara di avere in cassa oltre un miliardo di euro), disposti a rilanciare Asm nell’agone della competizione internazionale del mercato energetico ed a correre nel contempo in soccorso del Comune, oberato dai nuovi "imprevedibili" impegni della metropolitana. Siccome la privatizzazione deve procedere per gradi, come la metamorfosi in atto di Asm, senza che nessuno si allarmi, il tutto avverrebbe mantenendo, per il momento, "ben salda" (51%?) la maggioranza azionaria del Comune (non sia mai che si ceda ai privati l’Asm!). Del resto, come pressoché tutti sono stati d’accordo nel privatizzare l’Enel, non si capirebbe perché Asm energia debba rimanere in mano pubblica.

3.5. L’irresistibile capacità di Asm di costruire un consenso quasi "totalitario"

Il fatto curioso è che a Brescia nessuno discuta di quanto sta avvenendo e che il processo in corso sia presentato ed accettato quasi da tutti come ineluttabile. A Brescia, infatti, di fronte ad Asm (e d’ora in poi anche ad Hopa), a differenza delle popolazioni della "Bassa" in lotta contro la megacentrale turbogas, poche ed isolate sono le voci di dissenso; fra i partiti, solo Rifondazione comunista ha eccepito alla decisione di triplicare un inceneritore che era già doppio rispetto al fabbisogno provinciale, con una terza linea che, per le caratteristiche dei rifiuti speciali bruciati, contrabbandati per "biomasse", e per l’inadeguatezza dell’impianto di abbattimento dei fumi (ampiamente superato dalle Migliori Tecniche Disponibili), emetterà notevoli quantità aggiuntive di PCB, diossine, metalli pesanti, ossidi di azoto ed ammoniaca, destinate a ricadere su di un territorio già altamente contaminato (Va ricordato, che in relazione alla passata produzione di PCB da parte della Caffaro, il territorio su cui insistono le emissioni dell’inceneritore è contaminato dai PCB fino a più di 1.000 volte oltre i limiti, da diossine per più di 100 volte oltre i limiti, e non si sa come bonificarlo). Ciò che appare incredibile è che la giunta comunale di centrosinistra, con l’assessore all’ambiente dei Verdi, abbia deciso questo ampliamento, senza neppure consultare il Consiglio comunale, nel gennaio 2002 quando era nota la gravissima emergenza dell’inquinamento da PCB e diossine, che ha fatto di Brescia un caso internazionale ed ha costretto il Sindaco ad interdire l’uso dei suoli ai cittadini per una porzione della città. Il tutto, peraltro, è avvenuto senza la preventiva valutazione di impatto ambientale, per cui Brescia, città straordinariamente inquinata, avrà il più grande inceneritore d’Europa senza alcuna valutazione d’impatto ambientale.

Perché la città di Brescia accetta di buon grado un simile scempio, mentre gli agricoltori della pianura si ribellano e si oppongono tenacemente ad una centrale turbogas, dall’impatto ambientale di gran lunga meno problematico di un inceneritore?

Bisogna riconoscere che anche in questo caso la strategia di Asm è formidabile nel mettere tutti d’accordo e nell’emarginare il dissenso. Innanzitutto fa leva su una tradizione secolare, di servizi offerti ai cittadini con indubbia efficienza, con cui ha costruito l’immagine di un’azienda amica dei bresciani.

Però oggi questo non è più sufficiente nel momento in cui non è più azienda pubblica e municipale di servizi, ma si privatizza e, con la partnership decisiva di Hopa, si trasforma in impresa nazionale proiettata esclusivamente nel business dell’energia.

Innanzitutto è stata sviluppata una grande campagna propagandistica per darsi una facciata "ambientalista": dal logo (l’aquilone azzurro), alla ristrutturazione delle arre verdi nei quartieri ospitanti l’inceneritore, all’educazione "ambientale" nelle scuole, al coinvolgimento come consulenti o con sponsorizzazioni varie di alcuni settori del mondo ambientalista (di Paolo degli Espinosa si è già detto; inoltre la Fondazione Asm, ad esempio, ha promosso il 9 maggio 2002 con l’Università Cattolica un convegno sulla "Città sostenibile"; la stessa ha sponsorizzato un convegno sul fiume Mella promosso da un’importante associazione ambientalista...).

Poi vi è il mondo degli intellettuali e la cultura, particolarmente curati negli ultimi tempi dalla Fondazione Asm: praticamente a Brescia non c’è evento culturale che non sia sponsorizzato da Asm (C. Baroni, Fondazione Asm, dialogo con la città che cambia, "Giornale di Brescia", 19 giungo 2002), senza contare le numerose pubblicazioni e ricerche dalla stessa commissionate.

Ma il consenso si ottiene anche creando lavoro, dando occupazione, garantendo positive relazioni sindacali con i dipendenti (recentemente incrinate con la sola Cgil, dopo la quotazione in borsa), offrendo una miriade di incarichi e commesse a tanti professionisti locali e attraverso l’indotto di quella che sta diventando una delle più grandi industrie bresciane (oltre 1.600 dipendenti).

L’ultimo capolavoro, infine, l’Asm lo compie con la quotazione in borsa, avvenuta il 12 luglio 2002, mimetizzando il decisivo accordo con Hopa dietro la benevola promozione di un azionariato popolare, attraverso l’incentivazione all’acquisto di azioni da parte dei cittadini di Brescia (3.939) e dei propri dipendenti e pensionati (1.382), favorito da un accordo sindacale separato sottoscritto da Cisl e Uil: oltre 5.000 famiglie d’ora in poi vengono legate per questa via alle fortune della "loro" azienda (per ora non premiate, visto che in meno di un anno le azioni hanno perso circa l’8% rispetto alla quotazione iniziale di € 1,85). La stessa Cisl non sarebbe stata ripagata di tanto zelo: alla candidatura per i piccoli azionisti dalla stessa caldeggiata perché socialmente più qualificata (si sussurrava l’ex segretario della Cisl Melino Pillitteri), "sarebbe stata preferita", come si è detto, quella di Alberto Clò, energetista, molto vicino, per formazione e cultura (anche lui proveniente dall’Eni), al presidente Renzo Capra.

Fondamentale inoltre è il mondo politico. L’Amministrazione comunale (quindi indirettamente sul piano dell’immagine oggi i partiti di maggioranza, ma domani potenzialmente quelli attualmente all’opposizione) riceve diverse decine di milioni di euro all’anno dei profitti Asm per dar lustro alla propria attività in favore di cittadini, e ciò acquista un enorme peso in una situazione in cui la finanza locale è strozzata dalla politiche governative. Comunque, nel 2001, sono entrati nelle casse comunali addirittura 60 miliardi di lire, proprio grazie alla performance dell’inceneritore (M. Matteotti, Volano gli utili dell’Asm e il comune incassa 10 miliardi di dividendi in più, "Giornale di Brescia", 20 novembre 2001). Insomma mai come oggi è vero che a Brescia non è il Comune che governa l’Asm, semmai l’Asm che governa il Comune (sicuramente in tutti i settori che le stanno a cuore).

Ma Asm sa bene che le maggioranze possono cambiare: infatti ha partecipato da protagonista ad un convegno tematico di Alleanza Nazionale a Roma nel febbraio 2002 e ha pubblicato un lussuoso libro celebrativo sulla "luminosa carriera" [così! in Asm, "Voi e noi", n. 76, novembre 2001, p. 32] del fascistissimo presidente dell’Asm durante il ventennio, Alfredo Giarratana (M. Zane, Alfredo Giarratana. Un manager dell’energia nelle vicende sociali ed economiche di Brescia e dell’Italia del Novecento, Grafo, 2001), pubblicazione che a Brescia ha sollevato le ferme e indignate riserve del solo avvocato Cesare Trebeschi, ex sindaco democristiano (T. Zana, Chi fu Alfredo Giarratana, "Giornale di Brescia", 23 ottobre 2001). La "cura" particolare nei confronti di An si spiega per il fatto che l’on. Stefano Saglia, bresciano, è il responsabile nazionale per l’energia del partito di Fini. Ma Asm, all’estremo opposto, si preoccupa anche dei Verdi: in cambio del consenso alla terza linea dell’inceneritore l’ASM verserà al Comune "5 € per ogni tonnellata di biomassa [!] bruciata" su un "fondo per iniziative in campo ecologico [!]" (Viene qui riproposta la classica "monetizzazione della salute", per cui il danno non veniva prevenuto, ma risarcito, "trappola" contro cui per decenni si è lottato nei luoghi di lavoro. Oggi, però, si presenta in una nuova edizione aggiornata sotto forma di "monetizzazione della salute e dell’ambiente", ovverosia: faccio un sacco di soldi inquinando l’ambiente, quindi concedo un po’ di spiccioli per qualche buona azione "ecologica": piste ciclabili, parchi, arredo urbano, convegni di educazione ambientale...e così faccio anche contenti i Verdi).

Del resto, in questo Asm è in perfetta sintonia con il suo partner privilegiato Emilio Gnutti che dichiara apertamente: "Per definizione siamo governativi"; e per non far torto a nessuno aggiunge: con Berlusconi "è una frequentazione abbastanza sistematica" e ... "considero D’Alema una persona di talento, di ingegno, un politico di qualità" (G. Bonfadini, Gnutti: mezzo mondo è da comprare, "Giornale di Brescia", 22 gennaio 2003). Insomma, il messaggio è chiaro, gli affari sono affari e stanno per definizione al di sopra delle parti, o meglio in stretto rapporto con tutte le parti.

Ecco perché a Brescia criticare Asm è tabù ed è così difficile far emergere verità tanto semplici e chiare.

Concludendo: attorno a questa vicenda si sono aggrovigliati nodi estremamente complessi che pongono problemi a tutti.

Innanzitutto il tema della democrazia (tema con tutta evidenza non solo bresciano), che presuppone l’autonomia della politica dall’economia, nello specifico da questo grumo di potere fortissimo rappresentato a Brescia da Asm, da Hopa e quindi dall’insieme del mondo imprenditoriale e finanziario locale e non solo.

La vicenda dell’inceneritore è clamorosamente esemplare: le istituzioni locali, consiglio comunale e consiglio provinciale, hanno deliberato circa 10 anni fa la costruzione di un impianto con la capacità di incenerire 266.000 tonnellate/anno di rifiuti e si ritrovano, senza essere state mai più consultate, con una megamacchina triplicata, di oltre 700.000 tonnellate/anno. Chi l’ha deciso?

Questa questione, dell’autonomia della politica dall’economia, nel caso di Asm, significa stabilire se le scelte strategiche dell’azienda siano decise, ad esempio, nel segno del "fare affari" dal "quadriunvirato" Capra, Clò, Gnutti e Vitale (con qualcuno che, magari, si limiti ad una presa d’atto "notarile"), oppure dal consiglio comunale attraverso un dibattito pubblico e trasparente che coinvolga l’intera città e che sappia farsi carico dei bisogni più autentici della stessa secondo le priorità della qualità della vita e della salvaguardia della salute e dell’ambiente.

In secondo luogo la ragione di esistere dell’ambientalismo locale.

L’interrogativo è a questo punto radicale: ha senso una politica ambientalista che prescinda del tutto da una propria strategia autonoma sui temi cruciali dei rifiuti e dell’energia? E quindi può esistere un ambientalismo a Brescia, se non sa marcare una propria netta indipendenza da Asm-Hopa?

Brescia 20 febbraio 2003


Marino Ruzzenenti, L’Italia sotto i rifiuti, Jaca Book, Milano ottobre 2004, pp. 250, € 15. (con una presentazione di Luigi Mara)

Se la quantità dei rifiuti prodotti è l’indice del grado di “sviluppo” o, meglio, del livello “consumistico” raggiunto da una certa società, il modo come questi vengono trattati ne è invece l’indicatore del grado di civiltà e cultura.

L’Italia giunge in grave ritardo ad affrontare una corretta gestione del problema rifiuti. Dopo decenni del “tutto in discarica”, si sta ora prospettando in diverse parti del Paese la “via tecnologica” dell’incenerimento, spesso denominata con un eufemismo “termovalorizzazione”.
E l’enfasi con cui questa “modernizzazione” viene proposta e celebrata sembra lasciare poco spazio ad altre ipotesi, pretendendo di aver già definitivamente risolto il problema: l’immondizia “sparisce” e si trasforma in energia “pulita e rinnovabile”.
Ma è davvero così, o siamo di fronte all’ennesima “trappola tecnologica” che, mentre ci “libera” dal disgustoso ed ingombrante pattume, crea, con effetti collaterali “imprevisti”, altre problematiche sgradite, ancor più insidiose?
Un tema particolarmente controverso e attualissimo, di cui si discute in questo testo, non in termini ideologici o soltanto teorici, ma mettendo sotto la lente dell’analisi critica e del rigore scientifico alcuni “casi” concreti. Si parte da Brescia, dove funziona da anni il più grande inceneritore d’Europa, proposto a tutti come una sorta di modello: squarciato il velo della propaganda, viene mostrato, dati alla mano, il cortocircuito nella gestione dei rifiuti innescato dalla megamacchina, produttrice all’infinito di tante discariche, ma di pochissima energia; mentre, passando al setaccio le emissioni in atmosfera, viene dimostrato nel dettaglio quale sia il vero impatto ambientale dell’impianto. Si passa poi alla sofferta vicenda della Campania, dove l’illusione di sostituire rapidamente al “tutto in discarica” il “tutto all’incenerimento” ha determinato un disastroso e decennale stato di emergenza permanente, da cui non si intravede la via d’uscita. Si risale infine nel Veneto, all’esperienza virtuosa del Consorzio Priula, dove la riduzione dei rifiuti alla fonte ed il sostanzioso recupero di materia attraverso una raccolta differenziata spinta non sono più un obiettivo, ma un’esperienza realizzata.

E’ la forza dei fatti, quindi, che dà ragione a chi si oppone all’incenerimento come soluzione del problema rifiuti. Mentre, come indica con sempre più vigore l’Europa e come le esperienze più avanzate insegnano, una gestione corretta dei rifiuti deve e può conseguire innanzitutto un forte contenimento e quindi un consistente riciclaggio, nella prospettiva di “zero rifiuti”, cioè del prosciugamento del flusso destinato allo smaltimento. E’ questa l’unica prospettiva per un’umanità del terzo millennio che sappia assumersi la responsabilità di una relazione amichevole con l’ambiente naturale e di un rapporto solidale con i diseredati del Pianeta e con le generazioni future.


 

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