LIBERO FORUM SULLA STUPIDITA'

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I PROFESSORI UNIVERSITARI E NON SOLO. GENIO E STUPIDIT.....

Nell'articolo di Giorgio Celli (uno dei pochi professori universitari abbastanza brillanti che l'Italia riesce ad esprimere) su Evaristo Galois, il Rimbuad della Matematica, vediamo come spesso la saccente e stupida arroganza di molti accademici non aiuti né il genio, né la ricerca, né l'equità. I professori universitari sono una delle varie caste privilegiate che esistono nel nostro paese e come hanno sostenuto sia F. Alberoni, sia altri scrittori non sono poi così meritevoli e degni dei posti che occupano; per non parlare poi della corruzione che vi è in questi ambienti e delle connivenze che esistono con il più nefasto potere politico, industriale e malavitoso. (Si vedano a questo proposito gli altri articoli presenti nei forum del Daimon Club). Tuttavia alcuni sono dei bravi insegnanti e degli abili ricercatori, ma solo alcuni, mentre la maggior parte dei nostri docenti universitari non fa altro che sfruttare le menti più brillanti dei vari studenti, non disdegnando al tempo stesso di occuparsi delle loro varie, molteplici e lucrose attività extradidattiche, che nulla hanno a che fare con la professione per la quale lo stato li paga, e alla quale dedicano pochissimo del loro tempo, in media circa 350 ore all'anno.

Per questo all'interno delle nostre università troviamo un'allegra e spensierata combricola di figure che si dividono in maniera del tutto vantaggiosa il duro lavoro della ricerca e della docenza; abbiamo così i professori ordinari, i professori associati, i ricercatori, i tecnici laureati, i professori a contratto e chi più ne ha più ne metta e naturalmente molte volte accade che tutti questi mediocri personaggi cercano avidamente di conservare i loro atavici privilegi, senza dare al tempo stesso troppa importanza o troppo impegno a quello che dovrebbe invece essere il loro vero lavoro creativo, che del resto in pochi possono controllare e senza considerare con la dovuta attenzione il lavoro degli altri, molte volte più originale e brillante del loro. Per questo motivo assistiamo in Italia alla "fuga dei cervelli" e sempre per questo motivo in Italia non abbiamo grandi realtà di eccellenza nel settore universitario, il quale sfrutta la ricchezza del settore industriale per restare a mala pena a galla, e ne approfitta della mediocrità del settore editoriale per continuare indisturbatamente a divulgare stupidità, vanità, e tanta banale incapacità.

Come già sosteneva Giulio Preti abbiamo poi una grande divisione tra le due culture ed così che nella realtà quotidiana dei nostri atenei, per non parlare ovviamente delle nostre scuole superiori, ci troviamo difronte ad una vera e pericolosa massa di ignoranti. Ma a questo proposito sentiamo appunto il Preti cosa scriveva: " Certo tutti conosciamo la stupida ignoranza scientifica di molti letterati - e dico "stupida", perché quasi quasi se ne gloriano, ne fanno una civetteria, come se l'asinaggine potesse mai essere un pregio. Ma qui è ancora più deplorevole l'ignoranza scientifica... degli scienziati. La scienza moderna richiede, e quindi alleva, molti "proletari della ricerca" o savants bétes (come li chiama A. Huxléy sulla scia di V. Hugo): piccoli ricercatori senza cultura e senza luce, manovali della ricerca scientifica in laboratorio, le cui micro-ricerche si compongono poi nei grandi quadri scientifici che trascendono la loro intelligenza e la loro cultura. Molti di loro riescono poi a salire in cattedra - ahimè: e, se pure possono educare qualcuno, educano soltanto degli altri manovali, che quando verrà il loro turno saliranno in cattedra. Fuori del loro "Istituto", smettono di pensare, e ricadono immediatamente al livello di mentalità pre-logica delle loro mogli, madri e nonne. Per questo, proprio per mancanza di intelligenza, cultura e fantasia, sono spesso degli ottusi conservatori..... ". In effetti la realtà negli ultimi decenni non è cambiata e così ci troviamo a mantenere una classe privilegiata di "ottusi conservatori" (Ribadisco il concetto) i quali contribuiscono spesso al mantenimento dell'imbecillità sociale e al consolidamento elettorale di una classe politica e imprenditoriale sempre più fessa ed ignorante che ci conduce a grandi passi verso il baratro più oscuro.

La cosa malsana è che questo stato di cose riguarda purtroppo anche la nostra salute, che non viene per niente tutelata dall'organizzazione viziosa delle nostre facoltà. Si dice infatti che i medici sono troppi, ed è vero, ma solo perché il servizio sanitario disegnato dagli intellettuali, e realizzato dalla politica, è una struttura oligarchica, autoreferenziale, iperburocratica, iperconsumistica, accentrata nelle università e negli ospedali. E così viviamo un'altro paradosso, infatti proprio grazie alla stupidità delle nostre organizzazioni, nel paese che vanta più medici per numero di abitanti d'Europa, per fare certi esami si deve aspettare talvolta anche un anno. Ma qui il discorso si dilungherebbe troppo. Per fortuna non sono l'unico a considerare inadeguati i nostri pensatori ed i nostri docenti, infatti Alberto Arbasino giudica gli intellettuali dei "conformisti a 360 gradi" piuttosto che dei conservatori "illuminati", Angelo Panebianco li considera conformisti e corporativi, mentre Guido Calogero li invita a convincersi che "la cattedra non è per i profeti e nemmeno per i demagoghi". Ma purtroppo siamo in Italia e questo è quello che ci passa il convento !!!!! Ah dimenticavo, ammesso e non concesso che questi "manovali della cultura" siano degli intellettuali, compito assai gravoso che dividono comicamente con l'altra grande casta di intellettuali che abbiamo in Italia, vale a dire i "sicofanti del potere", come li chiamava Russel, ovvero i nostri amati e divertenti giornalisti.

A questo punto però qualcuno si potrebbe chiedere almeno un paio di cose, e cioè come mai il sottoscritto abbia il dente così avvelenato nei confronti dei docenti universitari e secondo, come mai non ci sia alcun riferimento alla casta dei filosofi. Bene, cerchiamo subito di sciogliere qualsiasi forma di ragionevole dubbio e passiamo a soddisfare le richieste dei più curiosi. Alcuni anni fa scrissi una lettera ad un famoso accademico della mia città, nonché stimato professore di filosofia di un'università del nord, in cui gli chiedevo gentilmente di poter avere un breve colloquio durante il quale gli avrei presentato brevemente la mia vasta opera di aforismi ed i miei progetti. La risposta non si fece attendere troppo e con un certo stupore appresi che il gurù non aveva tempo e che poi non sarebbe stato nemmeno in grado di esprimere un giudizio su questo tipo di letteratura aforismatica; come a dire che per lui in pratica anche Wittgenstein o Nietzsche non erano altro che dei perfetti autori ma, ahimè, incomprensibili per il suo limitato genio. Nacque così la mia celebre e breve risposta che in sintesi suonava praticamente così: "Se Dante nel duecento ha persino messo dei Papi all'inferno, nel 2000 Carl William Brown può agevolmente mettere dei filosofi nel cesso." E così dopo aver dato delle eloquenti delucidazioni sui filosofi, passiamo quindi al successivo ed enigmatico quesito del dente avvelenato. Il tutto risale in parte alla mia carriera di studente universitario di varie facoltà umanistiche che mi ha lasciato moltissimi dubbi e moltissime certezze sulla reale e presunta incapacità di tanti docenti ed in parte alla mia esperienza di docente di scuola media superiore. Così per cercare di capirci qualcosa di più circa un anno fa su Internet ho aperto un forum sulla Teoria della Letteratura con l'intento di stimolare la collaborazione tra le due culture e la divulgazione di una visione olistica della realtà, nonché di fare anche un po' di pubblicità alla mia vasta produzione letteraria. Non privo di un certo entusiasmo ho dunque scritto a vari docenti universitari, a vari scrittori e ad alcuni giornalisti. Il risultato non è stato molto soddisfacente e comunque nessun docente mi ha risposto o ha inviato messaggi sul forum. A questo punto la mia delusione è stata abbastanza evidente ed il mio disappunto si è ulteriormente inasprito quando mi sono ricordato che un po' di anni prima nessun editore aveva accettato di pubblicare i miei libri di aforismi, (In tutto più di 8.000 aforismi originali) e si sa, anche le case editrici non sono del tutto esenti dal fascino ambiguo del potere e dei professori universitari. Così è nata, un po' per scherzo e un po' per serietà, la vicenda del dente avvelenato e di conseguenza i forum sulla Teoria della letteratura e sulla stupidità si sono via via arricchiti di nuovi articoli e di nuove informazioni.

In ogni caso l'ambiente universitario soffre anche di molti altri malanni. E vediamo brevemente di quali. Nelle facoltà scientifiche si assiste da vent'anni ad un calo inesorabile delle immatricolazioni, fatto dovuto evidentemente ad un'incapacità diffusa del sistema educativo, politico e sociale. Di questo passo infatti se non facciamo qualcosa, tra dieci anni diventeremo, ancora di più, utilizzatori di tecnologie sviluppate da altri. Il problema è dovuto anche al fatto che nelle scuole elementari, medie e e superiori non si da un giusto riconoscimento alle materie scientifiche, né tanto meno una giusta retribuzione alla professionalità dei docenti, che abbandonati a sé stessi, non investono nella ricerca, nell'aggiornamento, nell'ampliamento delle loro capacità. Un'altro grave problema della nostra condizione di santi, poeti e navigatori è che non solo la cultura scientifica non è diffusa tra la popolazione, ormai quasi completamente rimbecillita dai mass media, ma non lo è neanche tra chi occupa posti di potere e decide sulle sorti del nostro destino, sempre più nefasto ovviamente. La prova concreta di questo stato di cose la possiamo trovare se analizziamo le immatricolazioni all'università nell'anno accademico 2001-2002, che sono state 331.228 così suddivise: 37.178 Ingegneria; 16.097 Geo-biologia; 9.796 Chimica; 12.611 Scienze; 255.606 altre. La composizione per iscritti ai corsi di laurea risulta così suddivisa: 12,1% ingegneria; 4,7% Architettura; 4,6% Medicina; 4,4% Geo-biologico; 3,4% Chimico-farmaceutico; 2,6% scientifico; 2,5% agrario; 14,2 Economico-statistico; 9,3 Politico-sociale; 17,5 Giuridico; 10,5 Letterario; 5,5% Linguistico; 5,0% Insegnamento; 3,4% psicologico; 0,3% Educazione fisica. Questa condizione si ripercuote anche sulla nostra vita sociale e sulla nostra salute, infatti per esempio in Italia è molto scarsa la "caccia" alle cause della malattia tumorale e vi è anche un impegno insufficiente alla prevenzione, inoltre nella ricerca sul cancro siamo gli ultimi in Europa e lavoriamo solo su cure scoperte all'estero. Così negli ultimi cinque anni in Italia si sono svolte 228 ricerche cliniche in Oncologia, contro le 1474 del Regno Unito, le 508 della Francia e le 453 della Germania. Leggermente meglio le ricerche cliniche sull'Aids che in Italia, sempre negli ultimi 5 anni, sono state 35, contro le 135 del regno Unito, le 23 della Germania e le 36 della Francia. Certamente tutto questo è dovuto anche al fatto che in Italia gli investimenti per la ricerca sono molto limitati e bisogna aggiungere che in questi ultimi anni il sistema universitario è riuscito a non affondare solo grazie all'autonomia degli atenei e così malgrado la perenne carenza di risorse molte facoltà hanno visto crescere la loro competenza e la qualificazione del loro personale. In ogni caso c'è da specificare che per coprire il gap con il resto d'Europa, cioè far salire gli stanziamenti dallo 0,8 all'uno e due per cento del Pil servono 10 miliardi di euro, vale a dire un miliardo all'anno per dieci anni. In pratica siamo il fanalino di coda dell'Europa, dove solo la Grecia spende complessivamente meno di noi per la ricerca e la didattica.

Bene, arrivati a questo punto dobbiamo anche precisare che forse un po' di colpa della non florida situazione Italiana sarà anche da imputare al personale di ruolo delle università che è di circa 108.000 persone, se consideriamo i docenti, i ricercatori e il personale tecnico amministrativo, senza contare tutti i vari professori a contratto. Per dovere di cronaca dobbiamo anche dire che gli stipendi al netto degli oneri dei professori ordinari dell'Università Italiana sono di 45.725 euro per i neonominati, destinati a diventare 91.095 euro dopo i trent'anni; per i professori associati sono invece di 34.610 euro per i neonominati, destinati a diventare 66.759 euro dopo i trent'anni; per i ricercatori neonominati sono di 19.416 euro che diventano 49.660 dopo i trent'anni. Vi è ancora da rilevare che dal 1994 al 2002 gli organici sono aumentati dell'11% mentre il costo del personale è aumentato del 74%. Dunque dobbiamo ammettere che non siamo in presenza di personale sottopagato, se pensiamo poi a tutte le altre fonti di reddito che questi professionisti della cultura, della ricerca e dell'educazione si possono procacciare. Evidentemente allora ne dobbiamo dedurre che il sistema non gode di ottima salute e quindi dobbiamo anche ammettere che un po' di critica non fa poi così male, soprattutto se è una critica che inviata al dialogo dialettico, persone che invece pensano solo a divulgare i propri pensieri, i propri scritti, le proprie teorie, senza ascoltare troppo i loro potenziali interlocutori. Ma terminiamo in bellezza e diamo a cesare quello che è di Cesare infatti sempre rispetto al 1994 il numero dei laureati è cresciuto del 60%, e poi, unico dato a favore dei docenti italiani, ricordiamo che il rapporto tra docenti e studenti è di 1 a 32 in Italia, mentre in Inghilterra è di 1 a 17, in Francia è di 1 a 18, in Germania è di 1 a 11 e in Spagna è di 1 a 17. Ed infine, come ciliegina sulla torta, lasciate che vi auguri "Buon Lavoro a Tutti", come dice il nostro caro presidente, che tra le tante cose, purtroppo, a differenza di Costanzo, non è un Professore Universitario.   Indice Pagina    Indice Forum

Carl William Brown

Da Bouvard et Pécuchet di Gustave Flaubert

Les six millions de voix refroidirent Pécuchet à l'encontre du peuple ; -- et Bouvard et lui étudièrent la question du suffrage universel.

Appartenant à tout le monde, il ne peut avoir d'intelligence. Un ambitieux le mènera toujours, les autres obéiront comme un troupeau, les électeurs n'étant pas même contraints de savoir lire ; -- c'est pourquoi, suivant Pécuchet, il y avait eu tant de fraudes dans l'élection présidentielle.

- "Aucune", reprit Bouvard, "je crois plutôt à la sottise du peuple. Pense à tous ceux qui achètent la Revalescière, la pommade Dupuytren, l'eau des châtelaines, etc.! Ces nigauds forment la masse électorale, et nous subissons leur volonté. Pourquoi ne peut-on se faire avec des lapins trois mille livres de rentes ? C'est qu'une agglomération trop nombreuse est une cause de mort. - De même, par le fait seul de la foule, les germes de bêtise qu'elle contient se développent et il en résulte des effets incalculables."

- "Ton scepticisme m'épouvante !" dit Pécuchet.



EVARISTO GALOIS IL RIMBAUD DELLA MATEMATICA.

Da sempre, l'attenzione degli psicologi, e dei sociologi, è stata rivolta ai minus / varianti, agli handicappati, ai disadattati « dal basso », a quegli esseri umani, cioè, che risultano emarginati, o difficilmente integrabili socialmente, in forza di un limite, motorio, o mentale, che ne fa, in qualche modo, degli approssimati « per difetto » alle capacità medie degli uomini, al feticcio, così sfumato e imprendibile, della normalità. Solo di recente, ad opera soprattutto dei ricercatori americani, si è fatta strada, faticosamente, la consapevolezza che esiste un'altra forma, opposta, di disadattamento, egualmente grave, una distonia « per eccesso », che fa dell'uomo cosiddetto di genio, del bambino prodigio, degli esseri incapaci di collocarsi nel mondo, consegnandoli ad una esistenza solitaria e spesso rovinosa. Con una circolarità esemplare la tragedia del minus / variante si rispecchia sovente in quella del plus / variante, e l'handicappato e il genio sono le facce di una stessa moneta che non serve, a quanto sembra, per acquistare un certificato di piena cittadinanza tra gli uomini.

« Il genio è una lunga pazienza », qualcuno ha scritto. Ma il bambino prodigio, questo impaziente per definizione, questo prevaricatore delle norme e delle aspettative, mette in crisi la verità sostanziale dell'aforisma; per lui, si direbbe, il talento non è affatto, come si vuole solitamente suggerire, una forma privilegiata di apprendimento, è l'espressione di un corto circuito tra mente e mondo, un fenomeno di impossessamento del reale attraverso una transazione fulminea e totalizzante.

La teoria di un rapporto di reciproca, e stretta, causazione e adattamento tra società e pensiero si disintegra sottilmente, costringedoci a chiamare in causa una « via altra" alla conoscenza, che non procede per accumulo, ma per salti quantici, una "comprensione per intuizione" di cui hanno parlato, da sempre i poeti, i mistici, e talora gli stessi scienziati, per lo meno quelli epistemologicamente più uavvertiti.

O i filosofi, quando affermano che, in certo modo, l'uomo capisce il mondo perché lo fa: il cosmo è, in fondo, una immensa proiezione/ fantasma, una allucinazione, su scala galattica, del nostro cervello. Gli esempi più strabilianti di « genialità precoce » ce li offrono, e certo non a caso, i matematici. Perché gli algoritmi sono, nell'essenza, creazioni mentali e si direbbe che la struttura dell'universo matematico risulti espressione speculare di una necessità, di una logica implicita nei meccanismi funzionali del cervello. La matematica è pensiero nel suo punto di massima congruenza e astrazione; un punto dove la ragione, partita per il mondo, ritorna, figliol prodigo della conoscenza, a se stessa.

Come spiegare, se non rifacendosi a questa segreta consonanza, a questo echeggiamento pitagorico, tra i numeri e la mente, il fatto che Gauss sapesse far di calcolo ancor prima di parlare e che, a due anni, potesse correggere il padre che aveva sbagliato a conteggiare il salario dei suoi operai? A dieci anni, lo stesso Gauss, strabiliò il maestro risolvendo, in maniera a un tempo geniale ed economica, il problema di scrivere i numeri da 1 a 100 e di sommarli. Gauss inventò questa scorciatoia:

100 + 1 = 101
99 + 2 = 101
98 + 3 = 101

per cui moltiplicando 50 X 101 ottenne 5.050, il risultato desiderato.

A 19 anni, questo ragazzo figlio di un padre ignorante e un poco brutale, che gli contestava la vocazione, era considerato universalmente uno dei più grandi matematici viventi. Esemplare, per il nostro discorso, è il caso di Evaristo Galois, esemplare non solo per la precoce manifestazione del suo genio, ma anche per la sua vita breve, tormentata e piena di contraddizioni che fanno di lui un autentico « Rimbad della matematica ».

Jean-Arthur Rimbaud, come si sa, è stato uno dei massimi archetipi e fondatori della poesia moderna. Ragazzo prodigio, scrisse, in un vero e proprio delirio creativo, i suoi lucidi, fosforici poemi tra i 15 e i 20 anni, per mettere in atto, al culmine di questa sua prodigiosa avventura intellettuale, una sorta di « suicidio differito ». Smise, infatti, di occuparsi di letteratura, si imbarcò per l'Africa, e diventò, come lui stesso ha scritto, uno dei tanti « feroci viaggiatori dei paesi caldi ». Malato, mentre le sue opere erano lette ed esaltate da tutta Parigi, morì, non ancora quarantenne, in un tetro ospedale, disperato e sconosciuto, paradigma di quel « disadattamento per eccesso », di cui abbiamo parlato all'inizio. Galois scoprì la matematica a 16 anni leggendo, per caso, un libro di testo, quello di Legendre. Come Rimbaud, Galois non ebbe maestri.

La poesia e la matematica si scoprono e si vivono, non sì imparano. Tutto quello che vale la pena di apprendere, purtroppo, ed è la disperazione della didattica, non lo si può insegnare. Dal momento in cui Evaristo trova se stesso, e il suo vero mondo, la sua vita è segnata. Il più grande matematico di tutti i tempi, come lo definisce Infeld, nel suo romanzo / biografia, così appassionato e tendenzioso, viene bocciato per due volte agli esami di matematica che era necessario superare per essere ammessi al Politecnico. Ouesti scacchi sono un sintomo delle difficoltà dell'« handicappato da genio ». Galois, che percorre, solitaria meteora, i cieli estremi della speculazione matematica, si sente offeso dalle banali domande dell'esaminatore, e rifiuta, nella coscienza dei suoi segreti poteri, di prestarsi al gioco, risibile, di quella prova, troppo ingiuriosamente al « disotto » delle sue capacità. Ma il calvario del disadattato per eccesso è solo agli esordi. Per ben tre volte, Galois invia il resoconto delle sue scoperte matematiche all'Accademia, ma, cecità e stolidità di chi si ritiene ormai un padrone della sapienza, il responso ufficiale è, come nelle regole, deludente. Chauchy, criminalmente, smarrisce e forse cestina due manoscritti dell'oscuro e perentorio studente, Poisson ne esamina un terzo, e crede di scoprirvi un errore, mentre, al contrario, la storia farà giustizia, è lui, il maturo matematico applicato, e non l'introverso postulante, a prendere una grossolana cantonata! Al contrario di Rimbaud, che partecipò, forse, alla Comune di Parigi, ma sicuramente con scarso entusiasmo, Galois fu uno scienziato ansioso di intervenire nelle vicende del proprio tempo, fu un uomo, come si direbbe oggi, politicamente impegnato. Repubblicano, nemico dei preti, nel crogiuolo rovente degli anni attorno al 1830, che videro la ascesa e la caduta    delle ultime, esangui, monarchie francesi, prima dell'avvento di « Napoleone il Piccolo », partecipò, studente sessantottardo ante-litteram, alle agitazioni sociali che travagliavano la nazione e venne arrestato e processato due volte, la prima per istigazione al regicidio, per, come si direbbe oggi, apologia di reato, la seconda per detenzione d'armi. A 2l anni non ancora compiuti, questo giovane asceta consacrato alla rivoluzione e agli algoritmi, così ansioso di migliorare il mondo, ma cosi poco esperto dei suoi labirinti e delle sue trappole, venne coinvolto in una « storia di donne ». Un amore, un rivale, un duello: si compie, così, il suo destino.
Forse, come suppone Infeld, è tutta una trama della polizia per liquidare lo studente contestatore e libertario. Una faccenda da « servizio segreto ». Ci imbattiamo, qui, in una
delle più brucianti, e sconsolanti, contraddizioni del genio. Evaristo Galois, questo atleta del pensiero, che anticipa i decenni, che vive progettando l'avvenire, è miserevolmente
schiavo, come l'ultimo dei bellimbusti, delle convenzioni del suo tempo. Non può sottrarsi al dovere di accettare una sfida a duello. Uomo del futuro, muore in nome degli ideali del passato. La notte prima di recarsi al luogo del suo suicidio - Galois era completamente, o quasi, inesperto di armi, mentre il suo rivale era noto come un tiratore formidabile - egli decide di scrivere il proprio testamento scientifico. Ha una notte per guadagnarsi l'immortalità, per continuare a vivere in quel domani, che lo presente, finirà per capirlo. Scrive, per esteso quanto gli è possibile, le sue intuizioni matematiche.

Questa lotta, di Galois contro il tempo, che gli sfugge, e contro l'oblio, per dare un senso alla sua vita in articulo mortis, è una delle imprese più epiche, e patetiche, che ci siano mai state raccontate. All'alba, la fatica di Sisifo è compiuta. Le sue disposizioni testamentarie chiamano in causa tutti noi: ci ha lasciato in eredità la teoria dei gruppi, universo incantato in cui si smarriranno, affascinati, i matematici del Novecento e delle cognizioni così avanzate sugli integrali ellittici, che, come scrive Colerus, « solo Riemann e Weirstrass riusciranno a interpretare ».

Handicappato da genio, prigioniero dell'etica esausta dì una società che non l'aveva amato, e che non amava, Galois si incamminò verso quel luogo che era, per lui, l'equivalente, come fuga da se stesso, dell'Africa arroventata dal sole di Rimbaud.

Un colpo di pistola gli risolse per sempre l'equazione algebrica di grado infinito della vita.
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AFORISMI SULLA E CONTRO LA STUPIDITA' di Carl William Brown

La stupidità è un nemico del bene più pericoloso che la malvagità. Contro il male si può protestare, si può smascherarlo, se necessario ci si può opporre con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell'autodissoluzione, mentre lascia perlomeno un senso di malessere nell'uomo.

Ma contro la stupidità siamo disarmati. Qui non c'è nulla da fare, né con proteste né con la forza; le ragioni non contano nulla; ai fatti che contraddicono il proprio pregiudizio basta non credere (in casi come questi lo stupido diventa perfino un essere critico), e se i fatti sono ineliminabili, basta semplicemente metterli da parte come episodi isolati privi di significato. In questo, lo stupido, a differenza del malvagio, è completamente in pace con sé stesso; anzi, diventa perfino pericoloso nella misura in cui, appena provocato, passa all'attacco.

Perciò va usata maggior prudenza verso lo stupido che verso il malvagio. Non tenteremo mai più di convincere lo stupido con argomenti motivati; è assurdo e pericoloso.

Dietrich Bonhoeffer

Lo sostiene James Watson lo scienziato che assieme a Francis Crick mezzo secolo fa scoprì il Dna. La stupidità è una malattia da curare con l’eugenetica. La stupidità è una malattia e va curata. Non è causata né da bassi livelli di istruzione, né dall'assenza di stimoli nell'infanzia: si nasconde nel profilo genetico dell'uomo. Si può e si deve sconfiggerla rimuovendo il gene responsabile. Ad auspicare l'uso dell'ingegneria genetica per la creazione di una razza umana dove tutti sono intelligenti è niente meno che James Watson, l'uomo che assieme al collega di Cambridge Francis Crick 50 anni fa scoprì il Dna...

I siriani immaginarono che l'uomo e la donna , creati nel quarto cielo, si azzardarono a mangiare una focaccia, invece dell'ambrosia, che era il loro cibo naturale. L'ambrosia si esalava attraverso i pori; mentre, dopo aver mangiato la focaccia, bisognava andare al cesso. L'uomo e la donna pregarono un angelo d'insegnar loro dove si trovasse detto luogo. Vedete, disse l'angelo, quel piccolissimo pianeta laggiù, a circa sessanta milioni di leghe da qui? E' il gabinetto dell'universo; andateci subito. essi ci andarono, e ci restaronoi. E da allora il nostro mondo è quel che è.
Voltaire

ASSIOMA
E' ciò che non ha bisogno di essere dimostrato perché troppo evidente. L'imbecillità dei nove decimi degli uomini viventi non ha bisogno di essere dimostrata , dunque è un assioma. da questo assioma si possono trarre parecchi corollari:
1) Che le idee degli uomini d'oggi sono imbecilli e per conseguenza da risputarsi; 2) Che le azioni dei suddetti uomini sono inficiate d'imbecillità e per conseguenza contrarie alla giustizia, alla verità, alla carità; 3) Che i figli di questi imbecilli, essendo allevati e istruiti da padri imbecilli, diventeranno sempre più raffinatamente imbecilli; 4) Infine che i pochi intelligenti rimasti, essendo un'infima minoranza sono, secondo le leggi della democrazia, nel torto, dunque sospetti, per conseguenza colpevoli e in quanto sospetti e colpevoli degni della pena capitale.
Giovanni Papini D. Giuliotti
Dizionario dell'Omo Salvatico 1923

"Il cabacello senza cervello anteriore, vede, mangia e nuota come uno normale, l'unico particolare aberrante nel comportamento è che non gliene importa niente se esce dal branco e nessuno dei compagni lo segue. Gli manca quindi l'esitante riguardo del pesce normale che, anche se desidera nuotare con tutta l'intensità in una determinata direzione, già dopo i primi movimenti si volta verso i compagni e si lascia influenzare dal fatto che alcuni lo seguano e quanti. Di tutto questo al compagno senza il cervello anteriore non gliene importa assolutamente niente; quando vedeva qualcosa da mangiare o se per qualsiasi altra ragione voleva andare da qualche parte, nuotava via con decisione, ed ecco, l'intero branco lo seguiva. L'animale senza testa era diventato appunto, per via del suo difetto, il capo indiscutibile."
Konrad Lorenz

La cosa più infernale di queste infernali imprese è che ciascuno di questi capi di assassini fa benedire le proprie bandiere e invoca solennemente iddio prima di andare a sterminare il suo prossimo.
Voltaire

Se si scorre la storia del mondo si vedono punite le debolezze, fortunati invece i grandi criminali: e l'universo non è che una vasta scena di brigantaggio abbandonata alla fortuna.
Voltaire

"Ci vogliono notai," diceva, "e preti, testimoni, contratti e dispense." L'ingenuo gli rispose con la riflessione che i selvaggi hanno sempre fatto: " Siete dunque gente parecchio disonesta se vi ci vogliono tante precauzioni."
Voltaire

"Sezioniamo mosche", disse lo scienziato, "misuriamo meridiani, accumuliamo cifre; e siamo d'accordo su due o tre argomenti che comprendiamo, ma discutiamo su due o tre mila che non comprendiamo per nulla".
Voltaire

Tutti furono dalla sua parte, non perchè era sulla strada giusta, non perchè era ragionevole, non perchè era amabile, ma perchè era il primo visir.
Voltaire

Il brav'uomo aveva qualcuno di quei libretti di critica, di quei fogli periodici in cui uomini incapaci di produrre alcunché denigrano le produzioni altrui..."Mi sembrano," diceva, "come quei mosconi che vanno a deporre le uova nel sedere dei più bei cavalli: questo non impedisce ai cavalli di correre."
Voltaire

Che cosa deve un cane a un cane, e un cavallo a un cavallo? Niente, nessun animale dipende dal suo simile....La miseria connessa alla nostra specie subordina un uomo a un altro uomo; la vera sciagura non è l'ineguaglianza, è la dipendenza.
Voltaire

La carestia, la peste e la guerra sono i tre più famosi ingredienti di questo basso mondo...Ma la guerra, che riunisce tutti questi doni, ci viene dall'inventiva di tre o quattrocento persone sparse sulla superficie del globo sotto il nome di principi o di governanti.
Voltaire

La nostra miserabile specie è fatta in modo tale che quelli che camminano sulle vie battute gettano sempre pietre contro quelli che insegnano vie nuove.
Voltaire

Gli sciocchi ammirano ogni parola d'un autore famoso, io leggo per me solo, e mi piace soltanto quello che fa per me.
Voltaire

Un milione di assassini irregimentati scorre l'Europa da un capo all'altro, praticando con disciplina l'omicidio e il brigantaggio per campar la vita, questo essendo il più onorevole mestiere che ci sia.
Voltaire

Si paga caro l'acquisto della potenza; la potenza instupidisce.
F.W. Nietzsche

In ogni luogo i deboli odiano i potenti dinanzi ai quali strisciano, e i potenti li trattano come un gregge buono da lana e da carne.
Voltaire

L'oca è l'animale ritenuto simbolo della stupidità, a causa delle sciocchezze che gli uomini hanno scritto con le sue penne. (Anonimo)

La musica è la miglior consolazione, già per il fatto che non mette in circolazione altre parole. (E. Canetti)

Il potere di un'organizzazione sociale umana è tanto più forte, quanto maggiore è la quantità di intelligenza che riesce a distruggere.
Pino Aprile

Non c'è nulla di così umiliante come vedere gli sciocchi riuscire nelle imprese in cui noi siamo falliti.
Gustave Flaubert

Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio.
William Shakespeare

Uno sciocco trova sempre uno più sciocco che lo ammira.
Nicolas Boileau

Ci sono scemenze ben presentate come ci sono scemi ben vestiti.
Nicolas de Chamfort

Il mio direttore, quando andavo a proporgli un'idea che mi pareva brillante, mi ammoniva: "Regola numero uno: ricorrere alle cose intelligenti, solo dopo aver esplorato le infinite possibilità dell'ovvio". E quando decisi di prenderlo sul serio, capii che aveva ragione.
Pino Aprile

Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo.
Voltaire

Feyerabend diceva che è lo scherzo, il divertimento, l'illusione a renderci liberi, non la "verità"; anche perchè forse la "verità" non esiste, escludendo ovviamente quella della stupidità.
Carl William Brown

La stampa si rasserenerà per forza: il nulla bisogna farlo, facendolo. La stupidità è tutto ciò che c'è. Basta con l'ammicco: evviva la divina stupidità che è vicina alla grazia.
Carmelo Bene

Si paga caro l'acquisto della potenza; la potenza instupidisce.
F.W. Nietzsche

La sicurezza del potere si fonda sull' insicurezza dei cittadini.
L. Sciascia

Il mondo purtroppo e' in mano agli stolti.
Talmud, testo ebraico.

Anche l'individuo piu' debole si consola con l'illusoria idea di essere, comunque, sempre superiore a qulchedun'altro, e questo per il genere umano e' un grosso guaio.
Carl William Brown

L'essere umano sarebbe felice se tutto l'ingegno che gli uomini pongono nel riparare le loro idiozie, lo impiegassero nel non farle.
G.B. Shaw

Niente è più difficile da vedere con i propri occhi di quello che si ha sotto il naso.
J.W. Goethe

Pensare di vincere attraverso la sconfitta, ecco il masochismo della specie umana, ecco l'apoteosi della religione, ecco il trionfo della stupidità.
Carl William Brown

Non esiste una sola idea importante di cui la stupidità non abbia saputo servirsi, essa è pronta e versatile e può indossare tutti i vestiti della verità. la verità invece ha un abito solo e una sola strada, ed è sempre in svantaggio.
R. Musil

Ogni minuto nascono più imbecilli che gente capace e si sa, il tempo fugge inesorabilmente e non s'arresta un'ora e le passate cure e le future......
Carl William Brown

C'è una bella differenza fra la battuta umoristica e la stupidità, ma i nostri comici di regime non la notano.
Carl William Brown

Il tiro peggiore che la fortuna possa giocare ad un uomo di spirito è metterlo alle dipendenze di uno sciocco.
Giovanni Giacomo Casanova

Per perdere la testa, bisogna averne una!
Albert Einstein

Ci sono due specie di sciocchi: quelli che non dubitano di niente e quelli che dubitano di tutto.
Charles-Joseph Ligne

Nelle persone di capacità limitate la modestia è semplice onestà, ma in chi possiede un grande talento è ipocrisia.
Arthur Schopenhauer

E' difficile acchiappare un gatto nero in una stanza buia soprattutto quando non c'è. Proverbio Cinese

Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l'imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile.
Woody Allen

I ricchi fanno la beneficenza e la beneficenza fa i ricchi.
Carl William Brown

Quando alcune modelle non si lamenteranno più per il fatto di non riuscire a spendere i soldi che prendono, forse la società diventerà più onesta.
Carl William Brown

Il Paradiso è sempre più pieno di Santi e la terra è sempre più piena di Pirla.
Carl William Brown

Alcuni grandi di grande hanno solo la presunzione.
Carl William Brown

La madre degli ignoranti è sempre in cinta e per di più non abortisce mai.
Carl William Brown

Se gli Atei non hanno il diritto di distruggere le illusioni, i religiosi non hanno il diritto di crearle.
Carl William Brown

Forse le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki non sono state sufficienti....
Carl William Brown

Nel cammino dell'umanità, la maturità è pura e semplice vanità.
Carl William Brown

Una volta i medici non avevano bisogno di usare una grafia incomprensibile, la gente infatti non sapeva leggere, poi....
Carl William Brown

La passione fa sovente un pazzo dell'uomo più abile e rende spesso abili i più sciocchi. François de la Rochefoucauld

Le gerarchie si comportano in modo stupido, non perché siano tutti cretini coloro che ne fanno parte, ma perché non possono, per questioni di funzionalità, agire diversamente. In una burocrazia non è possibile "mettersi a fare gli intelligenti". Tutti i sistemi gerarchici funzionano tendenzialmente allo stesso modo; i loro comportamenti collettivi sono dettati da semplici regole generali. La più importante è questa: le norme e le consuetudini vanno rispettate. Esiste un modo, e uno solo, di fare le cose; e a quello bisogna attenersi.
Pino Aprile

Chiunque può sbagliare; ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell'errore.
Cicerone

Secolo dopo secolo molte cose cambiano, ma la stupidità resta sempre uguale.
Carl William Brown

La letteratura rosa si nutre di se stessa e la trivialità è il suo escremento.
Carl William Brown

L'ignoranza con gli anni che ha dovrebbe essere moribonda e invece è sempre più arzilla, questi miracoli !
Carl William Brown

I ricchi fanno l'egoismo e l'egoismo fa i ricchi, entrambi fanno la stupidità.
Carl William Brown

Il problema di certa gente è che pensa troppo e per di più pensa male.
Carl William Brown

Il regno dei cieli sarà vostro ! ma quando ? Gli ultimi saranno i primi ! ma quando ? Dio vi ricompenserà ! ma quando ?
Dopo la fine del tempo ! No, dicevo, ma quando, quando la smettete di dire stupidaggini !
Carl William Brown

La mia massima aspirazione è quella di occuparmi degli handicappati ! Beh, allora avrai molto da fare.
Carl William Brown

La Rochefoucault diceva che un uomo di spirito si troverebbe molto a disagio senza la compagnia degli sciocchi. Se dunque vi trovate a disagio significa che non siete un uomo di spirito, perché gli sciocchi sono ovunque.
Carl William Brown

La letteratura si nutre di se stessa, per questo talvolta capita che alcuni scrittori fanno indigestione e vomitano un mare di scemenze.
Carl William Brown

Dagli storici, tutte le epoche sono chiamate di transizione. Bella forza !
Carl William Brown

Ritengo che l'intero globo sia sotto il dominio malefico dell'ignoranza, scrivo con il preciso scopo di combatterla.
Carl William Brown

Un uomo intelligente si troverebbe spesso in imbarazzo senza la compagnia di qualche sciocco.
François de La Rochefoucauld

Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente.
Bertolt Brecht

"Non c'è pensiero importante che la stupidità non sappia utilizzare. La stupidità è mobile in tutte le direzioni, e può indossare tutte le vesti della verità. La verità, invece, ha una sola veste e una sola via, ed è sempre in svantaggio"
Robert Musil

Agli stupidi non capita mai di pensare che il merito e la buona sorte sono strettamente correlati.
Johann Wolfgang von Goethe

Rispondere a stupide domande è più facile che correggere stupidi errori.
Anonimo

L'avarizia in età avanzata è insensata: cosa c'è di più assurdo che accumulare provviste per il viaggio quando siamo prossimi alla meta?
Cicerone

Ci sono molti tipi di battute, almeno quanti sono i tipi di imbecilli.
Carl William Brown

Se i burocrati non ammettono l'ignoranza della legge, io non ammetto l'ignoranza dei burocrati.
Carl William Brown

Dubitate dell'autorità dei leaders carismatici, quasi sempre infatti conduce allo sfacelo.
Carl William Brown

Chi afferma che i ricchi che si dedicano alla politica ruberanno di meno proprio perché già benestanti è come se affermasse che i drogati consumeranno meno stupefacenti proprio perché già drogati.
Carl William Brown

Decise di non sposarsi e di non avere figli perché non voleva contribuire alla banale riproduzione della specie. Alcuni dissero che non era una sua libera scelta, ma che vi era stato costretto, al che rispose : " Per fortuna ".
Carl William Brown

La gente legge sempre meno e questo è l'evidente segnale che ha capito che per prenderlo nel culo non serve essere colti.
Carl William Brown

Più che subordinato acriticamente alla produzione per la produzione l'uomo è subordinato all'imbecillità per l'imbecillità, il che equivale forse all'arte per l'arte.
Carl William Brown

Così come i beni costituiscono la domanda di altri beni, l'ignoranza costituisce la domanda, ovvero lo sviluppo, di altra ignoranza.
Carl William Brown

Benché il mondo non sia stato creato da scienziati, ingegneri, avvocati o burocrati vari, da questi sarà certamente distrutto.
Carl William Brown

I consumatori ricercano la massima soddisfazione, i produttori il massimo profitto e i lavoratori devono lottare contro il massimo sfruttamento.
Carl William Brown

L'adulazione è il cibo degli sciocchi; tuttavia, di tanto in tanto, gli uomini d'ingegno condiscendono ad assaggiarne un po'.
Jonathan Swift

La vita è una favola narrata da uno sciocco, piena di strepito e di furore ma senza significato alcuno.
William Shakespeare

Si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio, e io vivo nel terrore di non essere frainteso.
Oscar Wilde

Si può essere saggio solo alla condizione di vivere in un mondo di stolti.
Arthur Schopenhauer

Un’idea innaffiata dal sangue dei martiri non è detto che sia meno stupida di un’altra. Gesualdo Bufalino

Meglio tacere e passare per idiota che parlare e dissipare ogni dubbio.
Abraham Lincoln

L'uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido. Elias Canetti

I saggi non hanno bisogno di suggerimenti. Gli sciocchi, non ne tengono conto.
Benjamin Franklin

Molte discipline sociali sono intrinsecamente viziate proprio perché partono dal presupposto che l'uomo sia un essere razionale.
Carl William Brown

Gli altri ci sono fondamentalmente ostili e noi li odiamo, ma anche noi siamo gli altri per gli altri.
Carl William Brown

Sin da quando il popolo ha conquistato il diritto di voto i burocrati si sono impegnati per rendere i sistemi di governo sempre più stupidi e caotici e purtroppo ci sono riusciti.
Carl William Brown

La libera concorrenza dovrebbe far abbassare i prezzi, ma evidentemente nel nostro sistema televisivo questa teoria è stata ampiamente smentita visto che negli ultimi anni i compensi degli imbecilli di turno hanno raggiunto cifre da capogiro.
Carl William Brown

Ricardo fu il primo che abituò la Camera all'analisi economica ed io spero di essere il primo che l'abituerà all'analisi della stupidità. Spes ultima Dea.
Carl William Brown

Il re è senz'altro meno stupido di quelli che lo considerano un re.
L'impresa che continua a investire contro la morte alla ricerca del profitto è destinata a fallire.
Carl William Brown

La televisione se da una parte aiuta senz'altro gli studiosi dell'ignoranza e della stupidità, dall'altra contribuisce anche alla loro estinzione.
Carl William Brown

Quando avrete abbattuto l'ultimo albero, quando avrete pescato l'ultimo pesce, quando avrete inquinato l'ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.
Proverbio Indiano

Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui.
Jonathan Swift

Più l'uomo è stupido e meglio capisce il suo cavallo.
Anton Cechov

Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana, ma riguardo l'universo ho ancora dei dubbi.
Albert Einstein

Quando Dio ha fatto l'uomo e la donna, non li ha brevettati. Così da allora qualsiasi imbecille può fare altrettanto.
George Bernard Shaw

Cavolo: ortaggio familiare ai nostri orti e alle nostre cucine, grosso e saggio all'incirca quanto la testa di un uomo.
Ambrose Bierce

L'ignoranza è temporanea, la stupidità è per sempre.
Anonimo

Dovetti scegliere tra morte e stupidità. Sopravvissi.
Gesualdo Bufalino

Oggi il cretino è pieno di idee.
Ennio Flaiano

Il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.
Bertrand Russell

Così maldestro mi aggiro tra gli uomini che rischio di apparire sospetto.
Gesualdo Bufalino

La differenza tra un genio e uno stupido è che il genio ha dei limiti.
Carl William Brown

In politica la stupidità non è un handicap.
Napoleone I

Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa.
Albert Einstein

La stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia.
Ennio Flaiano

Non sono stupido, solo mentalmente libero.
Anonimo

L'imbecille cade sulla schiena e si sbuccia il naso.
Proverbio Yiddish

Erano in tre e si doveva eseguire un lavoro; il più forte decise che avrebbe diretto le varie fasi dell'esecuzione, il più furbo disse che avrebbe controllato il buon esito dell'operazione e al più debole non rimase altro che iniziare.
Carl William Brown

Certi fenomeni non si possono spiegare se non facendo riferimento alla metafisica, all'irrazionale, al caso, alla stupidità.
Carl William Brown

La memoria storica è fondamentale per l'uomo, serve a ricordargli che il suo cammino nel tempo è pieno di fesserie.
Carl William Brown

Non esistono uomini di destra, di sinistra o di centro, ma esistono invece uomini stupidi ed egoisti e veri filantropi i primi sono ovviamente la maggioranza.
Carl William Brown

La stupidità è senz'altro un virus molto contagioso e altamente infettivo, ma ahimè non è mortale, anzi!
Carl William Brown

Studiare la stupidità significa studiare il passato, il presente ed il futuro; la stupidità infatti non ha età, purtroppo è eterna.
Carl William Brown

L'amore è la saggezza dello sciocco e la follia del saggio.
Samuel Johnson

Al mondo non ci sono che due modi per fare carriera: o grazie alla propria ingegnosità o grazie all'imbecillità altrui.
Jean de La Bruyère

C'è un'ignoranza da analfabeti e un'ignoranza da dottori.
Michel Eyquem de Montaigne

La somma dell'intelligenza sulla Terra è costante; la popolazione è in aumento.
Anonimo

Se hai il padre povero, sei sfortunato. Se hai il suocero povero, sei scemo.
Anonimo    Indice Pagina    Indice Forum


VIVERE PER RINCRETINIRE di Pino Aprile


Presentazione di Sergio Zavoli al libro di Pino Aprile Elogio dell'imbecille.

La persona scontenta, incattivita, aggressiva la si può placare con un po' di attenzione, di tolleranza, di simpatia; ma provate a rabbonire l'imbecille, a trarlo dalle sue ferme, persino inflessibili convinzioni, a insinuargli, mica tanto, un dubbio: solo in apparenza spaesato, prenderà tempo per ricominciare a tessere, si fa per dire, il suo ragionamento nell'ostinata idea che a non capire siate voi, pervicacemente protesi a scaricare su di lui la vostra stessa imbecillità.
Lo avete mai visto all'opera? Quando non si sa - ed è questo il momento, secondo me, più gravido di pericoli - che cosa stia pensando? "Non pensa niente!", si consolano gli ingenui. Ma non è proprio ciò che più va temuto? L'idea, intendo dire, che un pensiero già debole possa come svignarsela, bighellonare chissà dove, perdere il filo - seppure un'inezia - di se stesso. Da un pensiero così ridotto quali danni dovremo aspettarci quando il titolare lo richiamerà, diciamo, per rimetterlo in moto?

Sto riflettendo: forse il bietolone andrebbe accudito e persino coccolato, forse dovremmo addirittura consentirgli di mettersi la testa sotto i piedi, se proprio intendesse dimostrarci di poterne fare a meno. Credo che non lo si debba contrastare, insomma, se si vogliono sfuggire conseguenze ancora più inquietanti; anche se nel frattempo, che so, mette al mondo dei figli, li fa crescere, spiega loro la vita, decide di che cosa e come parlare, magari della libertà, dell'amore, della morte, ma anche della malinconia o della gioia, della paura o del sogno. O quando fissa il modo di pensare e di giudicare: da Bossi a Dio, dall'infinito all'ora di pranzo, dalla gara spaziale alla partita a bocce; oppure va a votare, e istruisce la moglie, i parenti, gli amici, in attesa di farlo anche con i figli.
Per la statistica egli rappresenta la maggioranza, ma non è vero: interpreta l'umanità. La quale, l'abbiamo appena appreso da alcuni scienziati americani, non nasce intelligente. O, meglio, il tasso di intelligenza di una persona sarebbe ereditato solo per un terzo, tutto il resto si acquisisce. Come? Confrontandosi con la vita; perché si cresce, in fondo, grazie ai problemi che siamo costretti a risolvere. Primo fra tutti quello dell'intelligenza o, se preferite, dell'imbecillità. Non è, badate, una cattiva notizia; l'idea che Michelangelo possa avere avuto, in tenera età, la testa di Esposito Gennaro, o di Brambilla Ambrogio, produce grandi consolazioni e alimenta enormi speranze. Ma soprattutto induce a doverose prudenze: il primo imbecille che incontri, infatti, un giorno potrebbe affrescare il Giudizio Universale della Cappella Sistina o scolpire la Pietà. Se tutto questo fosse vero, se cioè la scienza riuscisse a provarci che l'imbecillaggine ha abitato in ciascuno di noi fino a quando non l'abbiamo più o meno sgominata mettendole contro, pian piano, l'intelligenza, dovremmo accettare per buona una ipotesi di fronte alla quale, già adesso, nessuno si ritrae: tutti, a veder bene, siamo migliori della nostra fama. E forse, proprio per questo, un po' più uguali: Fino ad accogliere, nella media, anche l'ignaro protagonista del libro.   
Sergio Zavoli


"La nostra specie" sostiene lo scrittore tedesco Ernst Jonger, "soffre di ipertrofia delle funzioni intellettive, ha perduto ogni armonia con le forze naturali." La stupidità ristabilisce l'equilibrio. Ecco allora che il numero degli esseri umani aumenta, mentre la massa cerebrale degli individui resta stabile, o addirittura diminuisce (c'è qualcosa di serio nella legge di Murphy che dice: "L'intelligenza è una costante, la popolazione in aumento"). In questa tendenza al ribasso è ancora riconoscibile la Prima legge, attraverso il suo corollario. Meglio scemi che morti. Se, quindi, la nostra specie tende alla stupidità, il giudizio sull'imbecille va rivisto: piuttosto che tardo, è un anticipatore; non capisce niente, ma è già pronto per il futuro. Il genio che comprende tutto, invece, non si è, paradossalmente, accorto che la sua stessa intelligenza è un vecchio arnese, ormai sorpassato. E pericoloso.
Pino Aprile


Vivere per rincretinire

" Per avvalorare la sua tesi, lei ricorda un momento drammatico nella storia della nostra evoluzione. Non me ne sfugge l'importanza. Ma non ritengo che sia sufficiente a provare quel che lei dice, il fatto che la selezione naturale, in una fase del percorso evolutivo dell'homo sapiens, abbia avuto come risultato una riduzione della capacità cerebrale; se questo non fosse avvenuto, l'essere umano sarebbe stato condannato all'estinzione! La mortalità infantile altissima avrebbe ridotto paurosamente, e forse addirittura compromesso in modo definitivo, le possibilità di sopravvivenza dei nostri progenítori.
Su questo posso essere d'accordo con lei. Ma non per le sue stesse ragioni. Al contrario, dal punto di vista della selezione naturale (e della continuità della specie) la riduzione sensibile della capacità cerebrale è stata un vantaggio. Una scelta vincente.
Ma anche per lo sviluppo delle nostre doti intellettuali è stata utile. Perché alla indubbia (e notevole, sia in percentuale sia in termini assoluti) contrazione quantitativa, si è accompagnato un costante incremento qualitativo. Anzi, la progressione stessa di questa crescita è andata aumentando. E lo sviluppo dell'intelligenza umana ci ha condotto alle impressionanti innovazioni tecnologiche degli ultimi due secoli (un periodo estremamente breve, nei tempi dilatati dell'evoluzione). Le nostre doti intellettuali sono lievitate, nonostante l'immutato peso del cervello.
È certamente vero che la differenza tra l'essere umano e le scimmie antropoidi si misura prima di tutto in termini di volume cerebrale; perché questo è il solo parametro davvero oggettivo. Ma non è l'unico; ve ne sono altri basati su approfonditi studi del comportamento, delle capacità mentali e del loro uso; e tutti confermano la distanza che ci separa dalle specie biologicamente a noi prossime.
E non si tratta solo di biologia, natura; nella sostanza, l'abisso tra noi e le scimmie antropoidi, come il gorilla e lo scimpanzé, è culturale. Ancora una volta, il punto non è la quantità di cervello, ma il modo in cui lo si adopera.
Rimane, nella sua apparente banalità, un punto indiscutibile: l'uomo è tale, perché è dotato di intelligenza. E l'intelligenza umana è del tutto particolare. Nessun animale ha le nostre facoltà.

Gli argomenti del professore erano sensati. È vero che non si può ridurre la differenza tra l'essere umano e le scimmie antropoidi a un problema di cubatura cranica; resta comunque il fatto che questo parametro è più importante di quanto solitamente si sia disposti a riconoscere. E che la selezione naturale, riducendo drasticamente la nostra capacità cerebrale, ci abbia salvati dall'estinzione, è esattamente quanto sostenevo.
Ma il professore, nella sua replica, non aveva discusso il punto centrale del mio ragionamento. La salvezza della nostra specie, fino all'uomo di Neanderthal, si era identificata con l'aumento delle capacità intellettuali; in seguito aveva invertito bruscamente la tendenza. Il volume cerebrale aveva smesso di crescere e, anzi, si era ridotto di molto. Concesso che l'intelligenza non coincida con la capacità cranica, questa ne è pur sempre, e inconfutabilmente, l'indicatore più importante, l'unico oggettivo, da cui dovremmo partire. Solo cosi potremo scoprire i meccanismi attraverso i quali il nostro genio viene potato.
Per rincretinirci, salvarci e impedire che ci estinguessimo, lo spirito di conservazione, tramite la selezione naturale, ha infatti disseminato, sul cammino della nostra specie, valvole riduttrici dell'intelligenza. Esse governano la corsa al ribasso della nostra capacità cerebrale.

Valvola numero 1, o del massimo.

È la più gravida di conseguenze, quella rivelatasi determinante nel corso del nostro lungo processo evolutivo; ha stabilizzato, contraendola, la quantità massima di materia grigia che può essere ospitata nel nostro cranio. Questa valvola si identifica, in sostanza, con la strettoia pelvica (se fosse più ampia, si disarticolerebbe l'anca e le donne non potrebbero più camminare); un nascituro dal cranio troppo sviluppato non riuscirà a passare attraverso l'apertura pelvica materna, se non mettendo a repentaglio le sue possibilità di sopravvivenza e la vita stessa della madre. Si impedisce, in questo modo, che l'ampliamento del nostro cervello prosegua senza limiti, rivelandosi distruttivo (come nel caso dell'uomo di Neanderthal).
La nostra capacità cranica è pertanto ferma, ormai da decine di migliaia di anni, a una media di 1.350 centimetri cubici, più o meno. E anche se l'intelligenza non si misura a grammi, quello quantitativo rimane il criterio in base al quale abbiamo costruito le scale dell'evoluzione, con in cima le specie più dotate di cervello. Allo stesso modo,
abbiamo tracciato la linea di demarcazione tra noi e le grandi scimmie. Sotto una certa capacità cranica non si è più uomini, ma scimpanzé, gorilla; si è Cita e non più Tarzan. E dobbiamo ammettere che noi siamo molto più vicini a quel limite, di quanto non lo fosse l'uomo di Neanderthal. Proprio perché a lui il riduttore, la valvola del massimo, mancava; e ne morì. La nostra salvezza è dipesa, con tutta probabilità, dalla conquista di quel limite. L'incapacità di dire "basta", di porsi un freno, è tipica dell'infanzia. In tal senso, noi rappresentiamo la "maturità" della specie.

Valvola numero 2, o del minimo.

Tende a rimpicciolire sempre di più la dote relativa di cervello posseduta al momento della nascita. I nostri progenitori, come oggi le scimmie antropoidi, venivano alla luce con una quantità di materia grigia pari circa alla metà dello sviluppo massimo da adulti. Negli uomini moderni invece il cervello del neonato è, in proporzione, circa un quarto di quello dell'adulto. Questa drastica riduzione dovette verificarsi attorno alla fine del periodo neanderthaliano, sostiene il professor Collins. La ragione è evidente: i nascituri con la testa più piccola permettevano un parto meno traumatico, avevano maggiori possibilità di sopravvivenza e non ponevano in pericolo la vita della madre; avevano, insomma, più chances di farcela.
Da un certo punto di vista, questo significa che l'uomo moderno, rispetto ai suoi progenitori, ha uno sviluppo cerebrale maggiore, dalla nascita all'età adulta. Che il suo cervello, in proporzione, cresce di più; che il bambino, per diventare un esemplare maturo della sua specie, deve subire più cambiamenti rispetto al piccolo scimpanzé, al piccolo gorilla e agli ominídi pre-neanderthaliani.
Ma moltissime malattie, o semplici disgrazie, possono bloccare, del tutto o in parte, la crescita del cervello nel neonato e nell'infante; un piccolo di Neanderthal in un caso del genere avrebbe comunque conservato, da adulto, più materia grigia di un bambino di oggi.
Ma un nascituro con la testa più piccola ha maggiori possibilità di sopravvivenza; e per garantire il futuro della specie conta solo questo. Da qui derivano due potenti conferme della Prima legge: l) l'evoluzione preferisce un cretino vivo a un genio morto; 2) per darci vita, chiede in cambio cervello.

Valvola numero 3, o sommatoria del massimo e del minimo

La combinazione delle prime due valvole produce un effetto che va addirittura al di là della loro semplice somma, racchiudendo in un percorso obbligato il destino della nostra specie. L'evoluzione dei nostri progenitori, nella corsa all'intelligenza, aveva conquistato una dotazione cerebrale ragguardevole per i soggetti adulti, metà della quale era già disponibile alla nascita. In questo modo, era assicurata subito una buona quantità
minima di materia grigia, mentre quella massima sembrava destinata solo a crescere. La regola (se una vogliamo trarne) era: "Il minimo non può diminuire; il massimo può aumentare".
Ma l'uomo di Neanderthal scoprì, a sue spese, che esisteva un limite non superabile, oltre al quale l'intelligenza (la capacità cerebrale) non era più d'aiuto e, anzi, diventava un fattore decisamente negativo. A quel punto del nostro cammino evolutivo, si definì la valvola del massimo. Quella del minimo perfezionò il processo, con la progressiva
riduzione del volume cranico alla nascita. Oggi, per la combinazione di queste due valvole, la regola che guida la nostra evoluzione risulta essere stata capovolta; la nuova è: "Il minimo può diminuire; il massimo non può aumentare". Giusto il contrario di prima.
È evidente come ciò tenda a spingere verso il basso il nostro sviluppo cerebrale.
Altri potenti fattori fisiologici capaci di ridimensionare le nostre facoltà mentali divengono particolarmente attivi soprattutto negli ultimi decenni della vita umana. E hanno, ormai, tale rilevanza da aver acquisito un peso notevole anche nelle statistiche sociali, per via dell'innalzarsi della vita media e dell'aspettativa di vita, specie nei paesi più ricchi.
Il primo di questi riduttori (primo, se non altro, in ordine cronologico) è l'insulto ipossico, a causa del quale, il fatto stesso di nascere comporta una potatura del cervello. La prima cosa che facciamo, nel venire alla luce, è rincretinire (qualcuno direbbe: "Chi ben comincia..."). L'insulto ipossico non è altro che una temporanea mancanza d'aria: dal momento in cui il cordone ombelicale viene reciso a quello in cui emette il primo vagito, il neonato non riceve più ossigeno tramite la madre e non è ancora in grado di procurarsene da solo, con il proprio apparato respiratorio. Tra gli altri effetti, questo brevissimo, ma fatale, intervallo asfittico provoca lo sterminio di una certa quantità di cellule neuronali: non meno di 200 o 300 milioni. La cifra non è, in percentuale, molto alta su un totale di parecchi miliardi; ma si tratta pur sempre di un trauma che raccorcia le capacità intellettive del neonato. Nel caso di parti difficoltosi, la temporanea mancanza d'aria può durare troppo, sino a compromettere senza rimedio il cervello del bimbo, che resta demente. Otto handicappati su dieci sono tali proprio per le conseguenze dell'insulto ipossico. Soltanto la nostra dote cerebrale viene tosata alla nascita. Nessun altro organo subisce amputazioni. E la nostra prima esperienza: non abbiamo ancora cominciato a gonfiare i polmoni, che già ci viene svuotata un po' la testa.
I tessuti che formano il cervello sono i più deperibili di tutto il corpo. Si sviluppano molto rapidamente nei primi cinque anni di vita; poi continuano a crescere, ma a un ritmo sempre più lento, fino ai vent'anni. Una volta raggiunti i livelli massimi, inizia il deperimento, prima quasi impercettibile (dai vent'anni in poi muoiono da 50 a 100 mila cellule cerebrali al giorno: circa 2 mila-4 mila all'ora); poi sempre più veloce, inarrestabile, verso la demenza senile. Non tantissimi millenni fa, la durata media della vita era compresa fra i venti e i trent'anni, ed è aumentata molto lentamente. All'età a cui oggi ci si scopre "giovanilisti", nell'antichità classica (e tuttora nelle società arcaiche) si era considerati vegliardi, circondati da un alone di rispetto, di sacralità. Il vaneggiamento del demente senile era venerato come un oracolo: "Un dio lo possiede", mormoravano compunti gli antichi del vecchietto (appena oltre gli "anta"), ormai rimbambito. La demenza senile non era un morbo, ma un trofeo di cui gloriarsi; riuscire a invecchiare, tanto da finire rincitrulliti, voleva dire sfidare il destino, approssimarsi agli dei, e i nomi di chi ne era capace venivano conservati come una speranza per tutta l'umanità.
Oggi, invece, nei paesi più industrializzati l'aspettativa di vita si aggira attorno agli ottant'anni (e tende ad aumentare); l'età media si alza sempre di più e i dementi senili si contano a decine di milioni. Sono soprattutto i paesi ricchi i più interessati al fenomeno, perché i bassi indici di natalità e la pronunciata longevità concentrano una percentuale rilevante della popolazione nelle fasce di età (sopra i 70-75 anni), in cui la stupidità indotta dall'invecchiamento non è più un rischio, ma una certezza statistica. La proporzione fra reddito pro-capite, aspettativa di vita e decadimento cerebrale è così stretta, che il tasso di demenza senile di un paese potrebbe essere derivato dai dati sulla ricchezza media.
In questo modo, la longevità, che sembrerebbe una meta ambita, una buona "scelta" dell'evoluzione, si rivela un'arma per diminuire l'intelligenza: una valvola genio-riducente.
La stessa funzione viene esercitata dalla vera peste del nostro tempo, che non è l'AIDS, ma il morbo di Alzheimer, un male che intacca e distrugge le cellule cerebrali. Le infermità sono fra gli strumenti principali di cui la selezione naturale dispone, per determinare il processo evolutivo e indirizzare il cammino delle specie animali (e vegetali). L'esempio più eclatante è quello delle epidemie: quando una popolazione è in eccesso rispetto all'ambiente, tanto da rischiare di non avere più un futuro, interviene spesso una forma epidemica, per sfoltire sensibilmente il numero degli individui e dare, così, un avvenire ai sopravvissuti e alla loro progenie.
La funzione dell'Alzheimer è quella di contenere il potere intellettuale complessivo della specie umana, provocando il rimbambimento di un numero crescente di individui. Colpisce i neuroni e non a caso, ma in particolare quelli dove si localizzano la memoria, le funzioni del linguaggio e del pensiero astratto. Cioè, proprio le attività che più ci caratterizzano come uomini, distinguendoci dagli altri animali. Con il morbo di Alzheímer, la natura pota l'intelligenza umana e ne mortifica la specificità, il suo essere tanta e unica. Questo male venne individuato nel secolo scorso, quando sia l'età media che l'aspettativa di vita alla nascita erano ancora tanto basse, perfino nei paesi più avanzati, da farne poco più di una curiosità medica. Oggi, appena un secolo dopo, il morbo di Alzheímer è responsabile di un caso di demenza senile su due; ne sono vittime il 3-4 per cento degli anziani dai 60 ai 74 anni, il 20 per cento di quelli fino agli 84, e addirittura il 47 per cento di quelli con oltre 85 anni. Il che vuol dire che almeno un vegliardo su due è rimbambito dall'Alzheimer. E, ancora una volta, si conferma la regola secondo cui, persino a livello di singoli individui e non di specie, più vita comporta un prezzo: meno cervello.
Chi evita queste malattie, rischia di rincitrullire per altre cause: per problemi neurologici di diversa natura, per la conseguenza di piccoli infarti, di traumi, del morbo di Parkinson e di numerose condizioni patologiche tipiche dell'età senile. Già alla fine degli anni Settanta, da un convegno a Stresa, cui parteciparono tutti i migliori geriatri del mondo, venne questo allarme: "La società di domani sarà ad alto rischio demenziale". Quel domani è oggi.
Tanti anziani meravigliosi onorano il genere umano con l'acume delle loro menti e la grandezza del loro cuore; ma è indubbio che, dopo una certa età, rimbecillirsi è molto più facile. E sono proprio queste fasce d'età, oggi, a far registrare la più forte crescita percentuale. Con l'eccezione dei paesi dove il problema della fame e le condizioni igienico-sanitarie sono più drammatiche, il numero degli anziani aumenta con tassi di incremento sempre maggiori. Nei paesi più ricchi questo è ormai un problema sociale. Si dice, così, che "il mondo invecchia". "E diventa più stupido", bisogna aggiungere.
Solo negli Stati Uniti, vi sono quasi quattro milioni di persone affette dal morbo di Alzheimer. E come se non bastasse, l'età in cui la malattia si manifesta tende ad abbassarsi.
Ritengo ce ne sia abbastanza per poter riassumere quanto fin qui detto, in un enunciato, la Seconda legge sulla fine dell'intelligenza: L'uomo moderno vive per rincretinire. Tratto dal libro Elogio dell'Imbecille di Pino Aprile  - EDIZIONI PIEMME 1997 Indice Pagina    Indice Forum


PERCHE' IL CAPO E' UN IMBECILLE di Pino Aprile

" Le sue considerazioni sono interessanti; cercherò di esaminarle una per una, in modo da poter dedicare loro la dovuta attenzione.
Non voglio soffermarmi a lungo sulla immorale idea di violentare la natura in quanto questa ha di più sacro e meraviglioso: il processo di generazione. Io sono profondamente convinto che taluni procedimenti naturali non siano altro che la concretizzazione di una legge
morale, di un principio etico tanto alto, che forse ci sfugge nella sua interezza.
Siamo ora arrivati a quello che fu il punto centrale della sua conversazione col caro Konrad Lorenz, secondo quanto lui stesso mi raccontò. Lo straordinario sviluppo dell'intelligenza umana avrebbe avuto, come conseguenza estrema, quella di deprimere se stessa, di rendersi superflua. Questo era il senso di tutto il discorso, che non riassumerò, dato che è ormai sufficientemente chiaro, tanto a me quanto a lei.
Ma insisto: tutto ciò mi sembra quantomeno discutibile. È senza dubbio vero che le conquiste dell'intelligenza umana, messe a disposizione di tutti dalla vita sociale e dalla cultura elaborata nel tempo dalla comunità, danno già la soluzione di molti problemi, concreti
o astratti. Ma le difficoltà, gli interrogativi non costituiscono un insieme finito; al contrario, non si esauriscono mai, sono un universo senza limite. Affrontato e risolto un quesito, se ne presenterà un altro, e così via.
In sostanza, all'intelligenza umana non mancheranno mai occasioni di esercitarsi, perché si troverà sempre di fronte a nuove sfide, ad altre domande. Di più, gli enigmi già superati saranno lo stimolo a cercarne altri.
Sono convinto che l'intima nostra natura stia nella sua razionalità; in parole povere, l'essere umano è tale, perché si serve in continuazione, in tutta la sua vita,
della propria intelligenza. Molto semplicemente, non può farne a meno; è la sua essenza.
Per questo io sono persuaso che il nostro genio non finirà; nel momento in cui non fosse più la nostra caratteristica fondamentale, cesseremmo di essere quello che siamo e torneremmo a essere delle bestie.
Lei ha appena sfiorato una questione vitale: il problema dell'anima. Generalizzando un poco, è evidente che in tutti i sistemi di pensiero, in ogni religione, in tutte le filosofie, domina una concezione dualistica dell'uomo. L'essere umano sarebbe composto di una parte materiale e di una spirituale. Quella materiale è la sede degli impulsi che più ci avvicinano agi animali (o agli altri animali, come direbbe, giustamente, lei); la parte spirituale governa le attività che sono caratteristiche, se non esclusive, dell'essere umano, come la riflessione. Questa duplicità è stata vista come il confronto tra l'anima e il corpo, o tra parti diverse dell'anima.
Non mi sembra che costituisca una buona prova di quanto da lei sostenuto; e, anzi, dimostra che l'uomo è sempre stato consapevole di essere un animale molto particolare, e di avere qualcosa di unico: appunto, l'intelligenza.
Certo, non posso che convenire con lei almeno su un punto: nel mondo c'è un numero di imbecilli che non cessa di sorprendermi. Questa situazione è resa ancor più interessante dal fatto che molti, tra questi, occupano posizioni di prestigio e di notevole potere, per cui esercitano una grande influenza sulla vita dei loro simili. Anch'io ho cercato di spiegarmi non solo perché ci siano tanti stupidi, ma perché riescano a fare delle eccellenti carriere.
La risposta, a mio parere, sta nella debolezza umana, e nell'uso insufficiente dell'intelligenza. Riprenderò l'esempio da lei avanzato. Il successo di un uomo politico
imbecille si spiega col fatto che, in un modo o nell'altro, ha saputo lusingare i lati deboli dei potenti e delle masse. E che, proprio per la sua stupidità, viene ritenuto non pericoloso e più adatto a ricoprire incarichi che una persona di genio gestirebbe con ben altra autorità. Non c'è bisogno di invocare la fine dell'intelligenza!"
Il vero problema, nel mio dialogo epistolare con il professore, era che, come molte persone di grande talento e profondità, mi sembrava stentasse a rendersi davvero conto delle proporzioni immani assunte dall'imbecillità umana.
Non che la negasse, o che volesse a tutti i costi sottostimarla; uomo esperto del mondo, si rendeva perfettamente conto di come il pianeta fosse popolato da idioti.
Ma continuava a voler spiegare la stupidità e i suoi effetti come un incidente di percorso, magari macroscopico, ma pur sempre, solo un intoppo lungo il felice cammino dell'intelligenza.
Questa logica, in sostanza, rifiuta di affrontare il cuore del problema; e così faceva anche il professore, che alle mie considerazioni sulle cause strutturali, rispondeva cercando di spiegare i meccanismi grazie ai quali l'imbecillità riesce a propagarsi. Per di più, il professore era così onesto, che non potevo accusarlo dell'errore comune a tanti saggi che, secondo quanto ne dice Robert Musil nel suo Discorso sulla stupidità, "evitano di studiarla, nel timore di essere confusi con l'argomento".
In effetti, se nessuno, almeno credo, aveva mai analizzato davvero il problema dell'imbecillità, chiedendosi da dove questa derivi, molti si sono dedicati allo studio dei meccanismi che ne assicurano la diffusione, facendo sì che gli stupidi riescano a influenzare profondamente la vita di tutto il genere umano (compresi gli intelligenti).
Uno dei più noti moltiplicatori di imbecillità è il cosiddetto principio di Peter (da colui che a suo tempo lo individuò, Lawrence Peter), che recita: "In qualsiasi gerarchia, ognuno tende a essere promosso, finché non raggiunge il suo livello di incompetenza; pertanto, ogni incarico è destinato a finire nelle mani di un incapace".
Si tratti di strutture aziendali, culturali, politiche, religiose o altro, la regola non cambia.
Il principio di Peter opera secondo un meccanismo logico abbastanza semplice. Chi entra in un sistema gerarchico e svolge bene il proprio lavoro, di solito "fa carriera": sale sul gradino superiore nella scala. Se anche in quella posizione si dimostra efficiente, è ragionevole pensare che sarà ancora promosso. E così via. A questo modo, occupa livelli sempre più elevati, di maggiore responsabilità; ma le complicazioni crescono di pari passo e aumentano la qualità e la quantità dell'impegno e delle doti richieste. Fino a quando il nostro uomo ottiene un incarico con un grado di difficoltà superiore alle sue capacità.
A quel punto, si rivela inefficiente, e la sua carriera si arresta. Attenzione: non verrà degradato, retrocesso a una posizione adeguata alle sue doti. Continuerà a occupare il posto che ha fatto emergere la sua natura di incapace e per il quale si è dimostrato inadatto.
Questo principio ebbe un grande successo. Ma ha un difetto: è fondato sul presupposto della razionalità. Voglio dire: parte dall'idea che, in una gerarchia, i comportamenti umani, almeno fino a un certo punto, siano ispirati a criteri ragionevoli. È in base a un principio intelligente (secondo Peter) che viene promosso il migliore, anche se verrà il momento in cui si rivelerà un imbecille. Ma fino ad allora, il meccanismo obbedisce a regole logiche. Non sei scemo, operi bene, e vai avanti; quando ti scopri incapace, la tua corsa finisce.
Ma le cose non stanno così. Gli sforzi per spiegare il diffondersi dell'imbecillità non riescono a cogliere il vero interrogativo, che è questo: come mai, nonostante il dilagare della stupidità il mondo va a gonfie vele? Se le organizzazioni umane si reggessero davvero sull'operato dei migliori, ma fossero regolate dal principio di Peter (quindi dominate, sia pure a causa di un sistema perverso, dagli incompetenti) tutto dovrebbe andare a rotoli. Al contrario, il mondo funziona, non siamo alla catastrofe, né con tutta probabilità ci arriveremo prossimamente.
Allora: come è possibile che la società continui il suo cammino nonostante l'aumento della stupidità? C'è una sola risposta possibile: l'intelligenza non è (più) necessaria per far marciare il mondo: l'imbecillità sa farlo altrettanto bene. E persino meglio.
Questo è esattamente quanto cercavo di chiarire al professore. Il cretino non solo non ha una funzione negativa, ma anzi ha assunto un ruolo salvifico: la sopravvivenza della nostra specie di pende ormai dall'imbecillità, come un tempo dal l'intelligenza.
Le persone di genio si rifiutano di concepire e di accettare questa verità. Per loro è semplicemente impossibile pensare che l'essere umano debba diventare stupido per poter avere un futuro. Vedono l'essenza della nostra specie nelle sue doti intellettuali; e anche quando si rendono finalmente conto delle proporzioni assunte dall'imbecillità, si ostinano a considerarla un fatto deleterio e accidentale.
L'errore è dare, sulla stupidità, un giudizio etico o estetico. Essa va considerava "tecnicamente", alla pari dell'intelligenza, come uno degli strumenti di cui l'evoluzione può disporre. Se l'imbecillità avesse un valore negativo per la nostra specie, i casi sarebbero due: o ci saremmo estinti da un pezzo, o non ci sarebbero più cretini. Una caratteristica nociva così diffusa, infatti, porta alla sicura estinzione, oppure viene corretta dalla natura. La specie umana, al contrario, è lungi dallo scomparire e la stupidità continua a espandersi. Non c'è altra conclusione che questa: l'imbecillità è necessaria alla sopravvivenza della nostra specie, per quanto possa dar fastidio agli intelligenti rimasti.
Le nostre comunità sono strutturate in base a principi gerarchici: più o meno vistosi, più o meno brutali, comunque presenti. E le burocrazie tendono a diffondere stupidità (lo abbiamo sempre sospettato; ora sappiamo perché; fra poco vedremo come). Se davvero l'imbecillità avesse una funzione distruttiva, le società umane sarebbero al collasso: invece godono ottima salute e si moltiplicano.
Evidentemente, è proprio la stupidità che sostiene le strutture sociali e ne garantisce il futuro. Le burocrazie, dunque, contrariamente a quanto male si pensa di loro, hanno una funzione positiva, non malgrado, ma proprio perché accrescono il numero e il potere dei cretini.
La gerarchia è lo strumento che l'evoluzione ha inventato per raggruppare i sapiens sapiens e costringerli alla demenza. Se la guerra, espressione dell'aggressività umana, raduna i migliori della specie per sterminarli, il sistema burocratico, espressione del nostro istinto sociale, mette assieme i cervelli e li spegne: è la continuazione della lotta all'intelligenza, condotta con altri mezzi.
Lavoro in un gruppo editoriale. Anni fa, cominciarono a verificarsi dei furti nelle redazioni dei periodici di proprietà dell'azienda. I derubati non la presero bene, e si lamentarono dell'insicurezza della nostra sede: un palazzotto d'epoca nel centro di Roma. Il sindacato ritenne utile far osservare che, in uffici in cui i ladri entravano impunemente, anche altri avrebbero potuto presentarsi senza invito. Ed eravamo nella stagione più calda
del terrorismo.
L'editore fece finta di non sentire. Ma la protesta, per abitudine, continuò ad apparire nei comunicati sindacali, soprattutto quando scarseggiavano altre possibili lamentele.
Anni dopo, quando la minaccia del terrorismo era ormai solo un ricordo, fu annunciato, "per
motivi di sicurezza", il trasferimento delle redazioni in ambienti più sicuri. La nuova sede si trovava in una delle zone più malfamate di Roma, infestata da ladri, barboni, spacciatori di droga, prostitute e loro irascibili protettori.
Non si era trovato niente di meglio, ci dissero.
Ma ci venne garantito che i nostri uffici sarebbero stati una vera fortezza: porte blindate ad apertura elettronica, telecamere da ispezione in ogni locale (sperammo che almeno i bagni fossero esclusi), vigilantes in portineria.
Per poter penetrare nel maniero era necessaria una tesserina magnetica, con la nostra foto. A chi la dimenticava, veniva impedito l'ingresso. Questo generò una serie di liti e proteste che portarono a un correttivo. Chi si fosse trovato sprovvisto della tesserina magnetica doveva depositare un documento in portineria e gli sarebbe stato dato un lasciapassare, previa identificazione da parte della guardia giurata.
Che ci conosceva tutti benissimo; ma la prassi doveva essere quella. Con un problema. Di solito, i documenti vengono custoditi insieme alle carte di credito e alle tesserine magnetiche, nel portafogli o nell'agendina. Così, a molti capitava ancora di non riuscire a entrare in ufficio.
L'accesso era stato reso difficile, e in certi casi impossibile, a noi, che eravamo le persone da proteggere. Le cose andarono diversamente con gli ospiti indesiderati. In pochi giorni, una collega fu aggredita da uno scippatore, un fotoreporter derubato della costosa attrezzatura, il mio ufficio venne svaligiato, la cassaforte aperta. L'allarme non funzionò.
Nel frattempo, un barbone elesse a propria residenza la tettoia all'ingresso del palazzo; poco male, se non fosse stato per l'angolo accanto al portone, destinato a servizi igienici. Ma la circostanza sembrava non dare fastidio ai drogati che ci si rifugiavano, per contrattare o iniettarsi la dose.
Qualcuno si decise, dopo lunghe discussioni, a inviare una lettera aperta all'azienda, suggerendo una proposta che cercava di conciliare libertà e prudenza: le guardie all'ingresso avrebbero lasciato entrare i dipendenti (anche sprovvisti di tesserina di riconoscimento) e agli estranei avrebbero dovuto chiedere chi erano e cosa volevano.
L'idea apparve sospetta. I top manager disposero discrete indagini sull'agitatore, per arrivare a stabilire che era uno che "dava fastidio". L'incauto venne avvisato che si metteva in cattiva luce.
Alla fine egli, vile o saggio, decise di ignorare le stupidaggini che gli accadevano attorno. Lo fece sapere in giro, e si prese atto con soddisfazione che aveva messo la testa a posto.
Mesi dopo, l'allora grande capo della nostra azienda annunciò di aver risolto definitivamente il problema. Le guardie armate avrebbero concesso ai dipendenti di entrare anche senza documenti; gli estranei sarebbero stati ammessi solo previa identificazione.
L'azienda in cui lavoro non è peggiore di altre: né quel dirigente un cretino, anzi era stimato uno dei più abili. E allora?
Questo episodio mi sembra un ottimo esempio di come funziona la società umana, con le sue strutture gerarchiche. Tutti possono riferire di esperienze che hanno visto trionfare l'imbecillità, persino dove e quando si trattava di questioni molto serie.
Il mio direttore, quando andavo a proporgli un'idea che mi pareva brillante, mi ammoniva: "Regola numero uno: ricorrere alle cose intelligenti, solo dopo aver esplorato le infinite possibilità dell'ovvio". E quando decisi di prenderlo sul serio, capii che aveva ragione.
Perché i comportamenti dei sistemi gerarchici sono così immancabilmente stupidi? È mai possibile che tutti gli imbecilli si siano concentrati nei ruoli di responsabilità? E che tutti gli intelligenti, nessuno escluso, ne siano stati eliminati? In realtà, nei posti chiave delle gerarchie non ci sono più stupidi che in qualsiasi altro gruppo umano; il tasso di imbecillità è lo stesso tra i manager, i politici, e i parrucchieri.
Le gerarchie si comportano in modo stupido, non perché siano tutti cretini coloro che ne fanno parte, ma perché non possono, per questioni di funzionalità, agire diversamente. In una burocrazia non è possibile "mettersi a fare gli intelligenti". Tutti i sistemi gerarchici funzionano tendenzialmente allo stesso modo; i loro comportamenti col
lettivi sono dettati da semplici regole generali. La più importante è questa: le norme e le consuetudini vanno rispettate. Esiste un modo, e uno solo, di fare le cose; e a quello bisogna attenersi.
Al contrario, la mente umana è portata al dubbio, alla critica, all'innovazione. Chi è abituato a mettere a frutto le proprie doti intellettuali si chiederà sempre cosa sta facendo, perché lo fa, e se non ci sia un altro modo (magari migliore) di farlo.

La struttura gerarchica della società prevede, invece, che in ogni determinato caso, ci si comporti secondo la regola prefissata. Qualcuno, dotato di mente sveglia e curiosa, potrebbe cominciare a obiettare: "Perché?". "Non c'è un sistema meno sciocco di fare la tal cosa...?" (sì, di solito c'è). "Possibile che nessuno si sia reso conto che..." (possibilissimo. E anche quando se ne rende conto, se è furbo, sta zitto).
Ma le ragioni della gerarchia sono profonde. E le sue norme più sono stupide, più vanno considerate indiscutíbili. (Le regole intelligenti si difendono da sole).
La ragione principale è questa: se tutti cominciassero a sollevare dubbi, a mettere in discussio ne i comportamenti e le soluzioni date, l'attività della struttura ne resterebbe paralizzata. Nelle gerarchie conta chi fa qualcosa, non chi cerca il modo migliore di farla.
L'intelligenza, per le società umane, è sabbia negli ingranaggi; rischia di farne inceppare i meccanismi. Il genio è sovversivo non soltanto perché, invece di applicare la norma, la discute; ma perché, così facendo, blocca il cammino regolare dell'intero sistema burocratico. L'intelligenza, mentre valuta con spirito critico il funzionamento delle strutture sociali, di fatto lo rallenta o lo interrompe. L'acume, o semplicemente il buon senso, portano confusione. Se il sistema reagisce, riaffermando la supremazia della propria imbecillità, fa bene: si difende, come un organismo qualsiasi contro un agente esterno che ne metta in pericolo la sicurezza, l'esistenza.
Ecco perché la stupidità è necessaria: è la vera linfa vitale della società umana. È la regola, il motore che la fa marciare.
È tempo di trarre una prima conclusione e commentare l'errore più grosso commesso da
Peter, nel concepire il suo famoso principio. Peter vede le gerarchie come strumenti che mirano a cumulare intelligenza e che, per errore, portano a un aumento della stupidità. Se questo è vero (e, anche senza la felice sintesi di Peter, era già intuitivamente noto a tutti), perché non si cambia sistema?
Una contraddizione da cui non si esce, senza improponibili contorcimenti. Ma che non esiste più se cambiamo l'assunto. Così: il compito delle gerarchie è aumentare il tasso di imbecillità. E dal momento che ci riescono benissimo, non c'è alcuna ragione di modificarle. E si capisce, ora, perché si viene promossi: non per le prove di intelligenza che si forniscono, ma per la garanzia che si dà, di agire in modo stupido, nel posto assegnato.
La struttura sociale, dunque, impone ai singoli individui di conformarsi a comportamenti prestabiliti. In questo modo, attraverso un potente condizionamento sociale, si ha una massiccia opera livellatrice verso il basso. Lo spirito critico e l'esercizio in genere delle doti intellettuali vengono depressi, o addirittura spenti.
ll genio, costretto nelle maglie delle strutture gerarchiche, viene reso inoffensivo.
L'unica cosa non stupida che può fare l'intelligenza, in questo caso, è adattarsi alla stupidità: osservare le regole, accettare la condotta imposta dalla struttura. In definitiva, si chiede poco: solo di attenersi alle soluzioni già stabilite. E se, per agire così, non è necessario essere geniali, non è nemmeno indispensabile essere imbecilli. Un intelligente può benissimo farlo. Mentre un cretino non può decidere, se cambia idea, di comportarsi da genio.
Molte persone intelligenti, una volta compresa l'irrimediabile stupidità delle strutture sociali in cui sono inserite, commettono un errore: cercano di porvi rimedio. Si rovinano così la vita, nel tentativo di rendere le società umane meno sceme.
Altri, invece (e sono loro i veri geni), capiscono che un tale progetto è destinato a fallire, perché nasce da un grave equivoco: il desiderio che diventino meno stupidi degli organismi che funzionano soltanto se stupidi.
Non è difficile individuare e distinguere questi due tipi umani. l primi sono animati da uno spirito di crociata, che li spinge a impegnarsi nel vano sforzo di cambiare in meglio la società. Gli altri invece hanno capito che questa lotta, prima che perdente, è inutile, perché sbagliata. E si adeguano all'imbecillità delle strutture in cui operano. Non per questo rinunciano alla loro intelligenza. Talvolta la coltivano nel tempo libero, e quelli che vengono etichettati come innocui passatempi sono, in realtà, le cose in cui spendono il loro ingegno, che li appassionano davvero, che danno senso alla loro vita. Altre volte, riescono a utilizzare l'intelligenza anche all'interno delle strutture sociali. Sono quelli che cambiano veramente le cose; ottengono risultati che sfuggono spesso agli aspiranti riformatori, con tutto il loro spirito di crociata. Ma questo ramo del discorso ci porterebbe troppo lontano e, dopo un lungo giro, esattamente al punto da cui siamo partiti.
Le strutture sociali possono anche tollerare una limitata dose di intelligenza, di spirito critico, di innovazione. Ma la norma generale, i comportamenti cui tutti sono obbligati a rifarsi, devono restare stupidi, cioè stupidi, cioè stupidi. Se così non fosse, molti di quelli chiamati a compiere una determinata funzione verrebbero meno al proprio compito, perché lo troverebbero troppo difficile. Se la regola fosse l'improvvisazione, lo sprazzo di genialità, pochi sarebbero in grado di fare la cosa giusta al momento opportuno. E la gerarchia crollerebbe. Tratto dal libro Elogio dell'Imbecille di Pino Aprile  - EDIZIONI PIEMME 1997 Indice Pagina    Indice Forum

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