TEORIA DELLA LETTERATURA

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Cervello, creatività, disturbi e sregolatezza. Autori Vari

Non sempre chi arriva primo può godere dei benefici della vittoria. E' questo il caso che vede come protagonisti John Nash premio Nobel per l'economia nel '94 e Ennio de Giorgi un matematico italiano. Secondo la leggenda, infatti, Alfred Nobel, tradito dalla moglie con un algebrista, rifiutò di dedicare un premio alla matematica. Così accadde che De Giorgi non vinse mai il Nobel, a lui però oggi è dedicato un centro di ricerca di livello mondiale istituito alla Scuola normale dì Pisa (dove insegnò fino al '96). E a suo modo l'iniziativa, a cui è affidata la formazione delle nuove leve internazionali di questa disciplina, realizza una giustizia poetica, perché lavora proprio al superamento della concezione della matematica come una gara: "L'intento", spiega Mariano Giacquinta che ne è fondatore e direttore, "è mettere in comunicazione le idee nuove, aprire direzioni alla ricerca promuovendo l'incontro fra studiosi: si tratta dì mettere i nostri giovani in competizione con l'ambiente internazionale, ma anche di portare ricercatori di tutto il mondo a collaborare coi nostri".

John Nash invece il nobel lo vinse. Questo studioso celebre per i suoi studi sulla teoria dei giochi non cooperativi, affidava la speranza di passare alla storia alla soluzione dei famoso XIX Problema di Hilbert (una questione riguardante il calcolo delle Variazioni), uno dei 23 quesiti che il grande matematico tedesco presentò al convegno mondiale di Parigi nel 1900 come sfide cruciali per il futuro. Nel 1958 quando Nash giunse alla "sua" soluzione, la notizia che questa era stata pubblicata già l'anno prima dal professore italiano fu per lui un grosso trauma che degenerò poi in una forma di schizofrenia paranoide. Alla vicenda è stato persino dedicato un libro scritto da Sylvia Nasar e poi pure un film portato al cinema da Ron Howard dal titolo A Beautiful Mind.

De Giorgi dal canto suo non fu solo un matematico ma si interessò molto anche di questioni sociali. Fu il fondatore della sezione italiana di Amnesty International e non smise mai di battersi per cause come la lotta al pregiudizio antiislamico, il disarmo, i diritti: temi presenti nei suoi scritti al pari delle questioni di Analisi matematica per cui è celebre". A rendere giustizia a De Giorgi è il prestigio che la sua opera ha presso la comunità scientifica internazionale. "Ci sono matematici importanti che dicono di aver studiato l'italiano proprio per poter leggere i suoi lavori", ricorda Ambrosio. Ma restano oggi altre barriere, ancora più importanti da abbattere di quelle linguistiche, a ostacolare i contatti diretti tra gli studiosi. E il Centro De Giorgi è nato proprio per demolirle.

"La matematica è la disciplina in cui ha forse più rilievo l'incontro diretto, il dialogo. I massimi risultati nascono dalla conversazione", spiega Ambrosio, "la ricerca nel nostro campo vive di un principio dialogico affine a quello che animava la filosofia classica. II fattore umano è fondamentale: le ricerche nascono dal fatto che qualcuno parte, va a vedere altre persone e con loro si mette davanti a una lavagna a chiacchierare. La cosa quindi farebbe pensare ad una situazione agevole per ottenere dei finanziamenti ma in realtà qualunque istituto straniero gode di bilanci 3 o 4 volte superiori al nostro", spiega Giacquinta, "ma noi non riceviamo risposta da nessuna delle istituzioni a cui ci siamo rivolti. I finanziamenti sono tutti per ricerche di tipo tecnologico, applicativo". Eppure è assai raro che una scoperta matematica nasca da un problema pratico. "Ancora oggi", sostiene Ambrosio, "la maggior parte dei risultati significativi si ottiene in situazioni di ricerca pura. Ad esempio la "teoria delle ondine" (Wavelets), su cui si basa la tecnologia per la trasmissione di immagini via satellite, è nata nella fantasia di qualche matematico ben prima che la tecnologia dei satelliti ne richiedesse l'uso. Lo stesso vale per la matematica che diede avvio alla scienza dei computer, per il calcolo delle probabilità, per le analisi finanziarie".

"E assurdo vincolare i fondi per la ricerca a progetti di carattere applicativo", dice Giuseppe Tomassini, ordinario di Geometria superiore. "Per far vivere il Centro basterebbero 750 mila euro, un centocinquantesimo del costo di un esperimento di fisica. C'è un problema di cultura scientifica in questo Paese". Anche sul mecenatismo Giacquinta non si fa illusioni: "La privatizzazione elimina la maggior parte dei fondi per la ricerca. II privato non ha interesse a investire sul lungo periodo e la matematica non da benefici a breve. Ci dovrebbe pensare lo Stato, ma questa è una parola che oggi si pronuncia con qualche timore". L'incomprensione delle istituzioni è un caso dell'eterna difficoltà di comunicare da parte di una disciplina che si tende a guardare da lontano, con timore. Difficoltà ampiamente dimostrata in Italia dall'insegnamento matematico nelle scuole. Uno che ha cercato di elaborare i linguaggi per parlare di matematica con chi sta al di fuori delle mura dell'Accademia è Gabriele Lolli, logico di fama internazionale che alla ricerca attiva affianca un'attività divulgativa di altissimo livello, rivolta soprattutto ai docenti: "Con l'eccezione costituita da certi ottimi insegnanti, la situazione della scuola superiore è un disastro, aggravato dalle riforme avviate ogni due anni e mai realizzate. Al classico, per esempio, si perde un intero anno con la trigonometria. E spesso si fanno arrivare i ragazzi a 18 anni senza insegnar loro granché, ma soprattutto facendogli dimenticare il piacere di studiare". E il piacere è fondamentale per una disciplina in cui "un oggetto esiste", sono parole di Luigi Ambrosio, "se è bello che esista", e in cui l'estetica è insieme un motore della ricerca e un criterio per la valutazione dei risultati.

"Nei licei", dice Mariano Giacquinta, "la matematica quasi sempre è spiegata come un ricettario per fare esercizi, una questione di enigmistica". Col risultato di selezionare abili solutori di sciarade e di alimentare quel mito della "stranezza" dei matematici che tanto irrita i ricercatori e affascina narratori come Sylvia Nasar. Perdendo tempo prezioso in un settore dove i risultati migliori si ottengono in età giovanile: la medaglia Fields, l'equivalente del Nobel per i matematici, non viene assegnata sopra i 40 anni. La scuola ha forti responsabilità: ma basta una riforma? "Sogno una riforma", dice Lolli, "che chieda poche cose e insista invece sullo sviluppo della creatività, che insegni ai ragazzi a scoprire da soli i concetti, ad avere fiducia nelle proprie capacità e a muovere la fantasia. Se poi non sanno fare le equazioni di secondo grado, pazienza: non servono a niente".

La storia è piena di menti eccelse che hanno dovuto fare i conti con piccole stranezze o grandi ossessioni. Si pensi alle crisi depressive di Beethoven, alle nevrosi di Kafka, alle manie di persecuzione di Schopenhauer, alle bizzarrie di Einstein che - e forse questo era il suo segreto - anche da adulto continuava a porsi domande che avrebbe fatto un bambino. "L'esaltazione creatrice si ritrova spesso affiancata alla melanconia, alla depressione, agli stati maniacali. Biografie e autobiografie lo confermano ampiamente", ha scritto lo psichiatra e antropologo francese Philippe Brenot in Geni da legare (Piemme). Ma che cos'è il genio? E perché talvolta si manifesta insieme alla follia? Le risposte, ammesso che esistano, vanno cercate in quell'ammasso di cento miliardi di cellule nervose chiamato cervello. Una struttura complessa, forse la più complessa dell'universo, e il cui funzionamento è ben lontano dall'essere compreso. Gli scienziati non sanno ancora dire con esattezza come nasce l'intelligenza, né che differenze ci sono tra il cervello di un genio e quello di un comune mortale. Le ipotesi tuttavia non mancano. Secondo alcuni neurologi, i grandi geni, da Newton a Einstein a Nash, userebbero molto l'emisfero sinistro del cervello, quello che sovraintende al linguaggio, che si accosta alla realtà in modo più globale e fornisce risposte intuitive e immediate. Altre teorie cercano di spiegare la coesistenza di genialità e malattia: alcuni deficit mentali sarebbero compensati dallo sviluppo di altre doti intellettuali, un po' come accade per i non vedenti che spesso possono contare sulla particolare acutezza degli altri sensi.

Va in questa direzione il risultato di una ricerca di scienziati americani e australiani. L'équipe, guidata da Bruce Miller, dell'Università di San Francisco, e Allan Snyder, dell'Università di Sydney, avrebbe scoperto che "spegnendo" una certa area del cervello anche le persone normali possono acquisire doti geniali in campo artistico o matematico. L'idea è nata studiando le vicende di alcuni malati di mente con capacità eccezionali. I ricercatori hanno scoperto che in molti geni-folli risulta danneggiato il lobo temporale sinistro. Proprio questo handicap sarebbe alla base di particolari abilità: "È come se il malfunzionamento di una parte liberasse le capacità di altre aree del cervello". Il passo successivo è stato quello di provare a spegnere, con una tecnica usata per curare la depressione (la stimolazione magnetica transcraniale) il lobo temporale sinistro in persone normali: su 17 volontari 5 hanno acquisito capacità matematiche e artistiche prima assenti.

Esiste, dunque, un legame tra alcune zone del cervello e il binomio genio-follia? Non tutti la pensano così. "Localizzare la follia, la genialità o la semplice intelligenza in aree precise del cervello ci fa solo fare passi indietro", dice Valentino Braitenberg, professore di scienza e teoria del cervello al Max Planck Institute di Tubinga, in Germania. "Già cento anni fa alla domanda: dove risiede l'intelligenza?, gli studiosi rispondevano: nei lobi frontali. Invece negli ultimi decenni abbiamo imparato che per svelare i misteri della mente dobbiamo soffermarci non tanto sulle strutture macroscopiche quanto sulla colossale rete di neuroni del cervello". Insomma, l'intelligenza, più che essere concentrata in un punto, sarebbe frutto dell'attivazione contemporanea di miliardi di cellule (e dei loro collegamenti) in tutto il cervello. E il genio? "È colui che, per qualche motivo ancora misterioso, riesce a usare in modo più efficiente i suoi neuroni", dice Braitenberg. "E se qualcuno chiedesse che differenza c'è tra la struttura cerebrale di un genio e quella di uno stupido direi: nessuna. Come dimostrano gli studi fatti: sulla materia grigia di Albert Einstein, che hanno evidenziato pochissime variazioni rispetto alla media".

C'è poi la questione dell'ambiente. Geni (o intelligenti): si nasce o si diventa? "Dipende dalle mode", risponde Valentino Braitenberg. "Negli Anni 50, in America, per reazione al razzismo nazista, si escludeva che l'intelligenza potesse essere ereditaria. Poi, mentre noi cercavamo di adeguarci, sempre negli Usa ha preso piede una nuova forma di "innatismo" che ha avuto nel linguista Noam Chomsky il suo profeta". Probabilmente la verità sta nel mezzo,  come sostiene Robert Clarke, giornalista e autore di Supercervelli, un libro presto edito da Bollati Boringhieri. "L'intelligenza", scrive Clarke, "non è solo una funzione del cervello pensante. Nel suo sviluppo intervengono tutti gli elementi della cultura del gruppo e della famiglia di appartenenza. Mozart sarebbe stato Mozart se fosse nato in una famiglia del tutto ignorante in fatto di musica.

DOVE SI NASCONDE l'intelligenza? Una risposta, ancora da verificare, l'hanno data nel luglio del 2000 due gruppi di ricercatori delle Università di Cambridge, Inghilterra, e dell'Università di Dusseldorf, Germania. In uno studio pubblicato dalla rivista Science le due équipe annunciavano di aver finalmente localizzato l'area del cervello umano responsabile delle attività intelligenti: la corteccia frontale laterale. Per ottenere questo risultato gli scienziati hanno monitorato l'attività cerebrale di un gran numero di volontari con una macchina capace di misurare il flusso sanguigno all'interno delle singole zone del cervello. Sottoponendo alle "cavie" rompicapi basati su successioni di lettere e simboli (proprio come i test utilizzati per determinare il quoziente di intelligenza) i ricercatori hanno notato un aumento nell'afflusso di sangue solo nella corteccia frontale laterale. Non sono mancate le obiezioni, a cominciare proprio da Science, che nello stesso numero ha pubblicato un articolo per contestare l'approccio dagli autori della scoperta: troppo semplicistico definire l'intelligenza umana come la capacità di risolvere un quiz. Per non parlare di chi ritiene che il cervello non possa essere diviso in compartimenti stagni e che l'intelligenza sia il risultato di un'attività che lo coinvolge nel suo complesso. Una controversia che dura da più di cent'anni.

All'inizio del 900 furono avanzate le prime ipotesi sulle funzioni da attribuire alle diverse aree dei cervello. Ma fu subito dopo la Prima guerra mondiale che gli scienziati poterono contare su casi clinici particolarmente interessanti: erano i feriti di ritorno dal fronte che avevano perso facoltà mentali diverse a seconda del punto della testa in cui erano stati colpiti. Ancora oggi chi studia i traumi cerebrali sa bene che una lesione del lobo frontale può innescare difficoltà di linguaggio mentre una lesione al lobo occipitale (quello posteriore) può provocare un degrado della vista. Rimane il dubbio però che l'intelligenza sia qualcosa in più che una semplice funzione biologica. Forse, come hanno dimostrato i ricercatori di Cambridge e Berlino, davvero la corteccia frontale laterale e particolarmente attiva quando siamo alle prese con un problema. Ma non e detto che sia la sola a funzionare in quel momento.


Creatività e sregolatezza. Alcuni esempi.

Albert Einstein il fisico tedesco padre della relatività, è il genio moderno per antonomasia. Eppure da piccolo fu considerato un bambino ritardato.

Arthur Rimbaud Poeta maledetto, soffriva spesso di allucinazioni. Tra avventure libertine e grande creatività, la sua geniale produzione si concentrò in soli quattro anni.

Ludvig Boltzmann Fisico austriaco, ha rivoluzionato la termodinamica. Soffrì a lungo di depressione e si suicidò in vacanza con moglie e figlia a Trieste.

Arthur Schopenhauer Il filosofo del Mondo come volontà e rappresentazione soffrì di manie di persecuzione alternate a periodi di autoesaltazione.

Ettore Majorana Solitario e depresso, il giovane fisico siciliano era il più brillante tra gli allievi di Enrico Fermi. Scomparve senza lasciare traccia a 31 anni.

August Strindberg Uno dei più grandi drammaturghi dell'800, in fuga da se stesso, ossessionato dalla gelosia e dalle manie di persecuzione.

Franz Kafka L'autore delle Metamorfosi soffrì di anoressia e di nevrosi ossessive: si privava di certi alimenti e si sottoponeva a bagni di acqua gelata.

Rainer Maria Rilke Tra i più grandi poeti europei del Novecento. Sull'orlo della schizofrenia fu accompagnato per tutta la vita da un senso di profonda angoscia.

Robert Schumann A 9 anni scrisse la prima opera. Da adulto affermò di comporre sotto dettatura degli angeli. Morì pazzo ossessionato da una sola nota: il "la".

Vincent Van Gogh L'impressionista olandese passava specie in estate fasi maniaco depressive alternate a periodi di esaltazioni. In un momento di crisi si taglio persino un orecchio.

P.S. Da notare che in Germania lo Stato offre una soluzione sperimentale con il Centro di Psicologia Scolastica per la promozione del talento. Finalmente dunque anche una struttura pubblica si affianca alla famosa scuola privata scozzese Cademuir International School che da tempo segue i bambini particolarmente dotati.

Il Cervello Umano

Il cervello umano è composto da due emisferi, quello destro e quello sinistro, ciascuno dei quali presenta una parte centrale bianca e una esterna fatta di materia grigia e ricca di pieghe, che viene chiamata corteccia. La corteccia è a sua volta suddivisa in lobi: il lobo frontale (sede dell'attività psichica), quello occipitale (che è responsabile della vista), il temporale (che elabora il linguaggio) e il parietale (sede della sensibilità tattile).

Recentemente, su Science, ricercatori dell'Università Ruhr a Bochum in Germania, ha pubblicato un rapporto che irrobustisce le (scarse) conoscenze sul rapporto tra attività cerebrale e assetto del cervello e cioè sull'affascinante quesito se la sua attività sia in grado di modificarne struttura e funzioni. Finora gli studi erano stati realizzati essenzialmente su animali: topi, scimmie, invertebrati. I ricercatori tedeschi hanno invece studiato umani ai quali, per alcune ore, è stato stimolato il polpastrello dell'indice destro. L'uso del dito ha prodotto una maggiore sensibilità, misurata come abilità di discriminazione tattile, e, al tempo stesso, un allargamento della sua rappresentazione nella corteccia sensoriale.
In proposito, occorre sapere che il nostro cervello contiene, in aree diverse, mappe che rappresentano il corpo nella sua interezza. Molto studiata da decenni, la mappa, collocata nella corteccia sensoriale, che rappresenta i confini del nostro corpo delineati dalla sensibilità cutanea. E si sa che in questa mappa la bocca, l'indice della mano dominante, i piedi, gli organi genitali occupano porzioni corticali più ampie del tronco o di altre parti del corpo ben più estese. La rappresentazione quindi non tiene conto della topografia della superficie corporea, ma delle sue funzioni; si sviluppa nel primo periodo della vita, quando il cervello struttura i suoi circuiti in funzione dei compiti dell'organismo, presenti e futuri, tra cui, innanzitutto, evitare i pericoli, mangiare, riprodursi.

Ma nel cervello adulto, è ancora possibile questa duttilità, questa malleabilità delle strutture nervose in rapporto alle funzioni? Lo studio citato risponde affermativamente al quesito in modo alquanto impressionante, data la semplicità dell'esperimento e l'uso di soggetti normali in buona salute. In precedenza, infatti, gli studi si erano concentrati su situazioni patologiche, come nel caso dell'amputazione di un dito o in quello di persone cieche dalla nascita che hanno imparato a leggere tramite le dita, con il Braille. Nella corteccia somatosensoriale della persona con il dito tagliato, si era riscontrata un'invasione di campo da parte dei neuroni rappresentativi delle dita vicine, nel caso invece delle persone cieche, addestrate nella lettura Braille, si è avuto un effetto opposto, un notevole allargamento della rappresentazione corticale delle dita (taluni leggono con tre dita contemporaneamente) o del dito usato per decifrare i caratteri. Si realizza dunque una riorganizzazione della corteccia, nel primo caso per carenza di input sensoriale, nel secondo per un aumento dell'input. Questa plasticità dei circuiti cerebrali inizia ad essere dimostrabile anche in altre aree legate all'apprendimento, non solo di tipo sensitivo, ma anche cognitivo. L'ippocampo destro dei tassisti londinesi più anziani è più ampio di quello dei colleghi più giovani, a dimostrazione che la maggiore abilità nel localizzare le strade della metropoli si riflette nella struttura dei circuiti cerebrali deputati alle abilità spaziali. Per dirla con Joseph LeDoux, famoso neurobiologo statunitense, di cui è in libreria "II Sé sinaptico", nel cervello umano "ci sono sempre nuove connessioni in attesa di essere realizzate"
Scuola di medicina integrata www.simaiss.it

Per comprendere le basi biochimiche dell'aumento della rappresentazione corticale del dito stimolato, di cui si parla nell'articolo sopra, Hubert R. Dinse e colleghi, su Science, raccontano di aver somministrato ai volontari un farmaco che blocca un particolare recettore per il glutammato (il più diffuso neurotrasmettitore eccitatorio dei cervello), chiamato NMDA (n-metil-d-aspartato). Una singola dose del farmaco ha bloccato le maggiori capacità di discriminazione tattile acquisite con l'esercizio. Al contrario, la somministrazione di amfetamine ha prodotto un potenziamento dell'abilità. L'importanza del recettore NMDA per la formazione della memoria è stata dimostrata per la prima volta quasi venti anni fa: bloccando questo recettore non si interrompe il normale scambio tra neuroni all'interno della connessione (detta sinapsi), ma si impedisce che si realizzi un meccanismo chiamato potenziamento a lungo termine (LTP in sigla) che si pensa sia alla base della formazione dei ricordi. Invece, l'attivazione del recettore NMDA causa una serie di cambiamenti neineuroni connessi (detti pre e post-sinaptici, a seconda che inviino o ricevano l'input) con aumento della sintesi delle proteine, allargamento dei dendriti (la struttura neuronale ricevente), potenziamento del rilascio di glutammato da parte degli assoni (la struttura neuronale trasmittente). Le anfetamine hanno la capacità di potenziare la memoria poiché stimolano l'incremento di alcuni neuro-trasmettitori come la serotonina e la dopamina che sono in grado di attivare il recettore NMDA. La ricerca farmacologia è concentrata sui numerosi passaggi molecolari (su cui non è il caso di approfondire) che portano al potenziamento della memoria, tra cui' l'individuazione del gene che comanda la sintesi del recettore NMDA. L'obiettivo è la terapia genica dei sempre più diffusi disturbi della memoria e della cognizione. In attesa della pillola della memoria, (sarebbe utile ricordarsi di aprire la nostra farmacia interna, che è in grado di produrre serotonina e dopamina alla bisogna. Serve però la ricetta: buon umore, buona alimentazione e attività fisica e mentale ad ogni età.    Indice


Il Genio e il Lavoro di Gruppo

Creare è dare una forma al proprio destino.
Albert Camus

Le conseguenze all'atteggiamento creativo: indispensabile essere perplessi.
Erich Fromm

La compenetrazione di lavoro e felicità è in grado di consentire una vera esperienza.
Theodor W. Adorno

Genialità e Gruppo. La squadra ideale

E' una combinazione di persone in parte fantasiose e in parte concrete: così nasce la sintesi ideale.

Sono tolleranti e aperti a stimoli contrastanti.

Non hanno alcuna preclusione per le novità, soprattutto quelle tecnologiche.

Amano l'estetica.

C'è un obiettivo comune da condividere con entusiamo.

Un capo carismatico guida il team.


Bisogna lavorare in modo giocoso, condividendo anche momenti di svago che servano a ricaricarsi (saune, sport, musica, natura, giochi, ecc.)

E' importante rinnovarsi: ogni quattro anni il gruppo perde tensione e creatività.

La burocrazia è una nemica della creatività.

Un gruppo che funziona è un genio con tante teste e tante braccia.

Un allenamento colletivo continuo, questo è un altro segreto.

Il colpo di genio non basta più la vittoria è nel gioco di squadra

Lavoro di squadra. È questa la parola d'ordine per la riuscita di qualsiasi avventura. II genio, da solo, non basta più. In qualsiasi campo dell'ingegno ormai è assodato: la riuscita dell'opera è legata all'allenamento collettivo, all'incrocio delle idee, ai confronti continui. Solo così esce fuori dal team la formula del successo: fantasia più concretezza. Esce oggi "La fantasia e la concretezza" di Domenico De Masi (Rizzoli). "Dietro ogni vittoria, ogni successo ci sono i team - spiega De Masi che insegna sociologia del lavoro all'Università di Roma La Sapienza - ho studiato più di quattrocento gruppi creativi europei che vanno dall'istituto Pasteur al gruppo di Enrico Fermi, dalla Bauhaus al circolo letterario di Bloombsbury, dal Cavendish - il laboratorio in cui è stata scoperta la struttura del dna - fino all'industria del cinema. Bisogna applicare le regole del successo ai gruppi che hanno le caratteristiche per poter diventare creativi".
Già, perché non tutti i team hanno le carte in regola per riuscire nell' avventura. Secondo le statistiche, uno su tre in Italia e in Europa e il 38 % negli Usa - come è documentato in The rise of the creative class di Richard Florida (ed. Basic Books) ora in uscita da Mondadori. "La creatività è una sintesi tra fantasia e concretezza - aggiunge De Masi - ma  non bisogna commettere errori. Se il gruppo è soltanto fantasioso diventa velleitario, se è troppo concreto soffre di mal di burocrazia. La soluzione è mettere insieme personalità  diverse che possa riunire le due caratteristiche nello stesso nucleo. Fantasiosi non concreti e concreti poco fantasiosi. Come ad esempio nel binomio italiano vincente moda-design. "L'union sacré mode-de-seign" secondo L'Express, la strategia combinata tra stilisti e designer che segnalano all'estero il grande successo del made in Italy. "Un obiettivo vincente - commenta Giannino Malossi, docente di storia del design al Politecnico milanese Bovisa - oggi per dare l'idea di una creatività compatibile con il futuro dobbiamo fare un passo in più verso l'economia della conoscenza. La coscenza non è strettamente legata a un sapere geniale, ma alla capacità di elaborare un valore che viene incorporato nei servizi, nei prodotti, nelle merci. La conoscenza cresce con il contributo degli esperti. Nuclei interdisciplinari in cui informatici si integrano con umanisti, economisti, designer, artisti, architetti. Sono queste le squadre del futuro". E c'è anche un richiamo agli anni Sessanta in questo ritorno al gruppo. Scrive il New York Times: "Viviamo un nuovo momento collettivo. Si sta riaffacciando l'impulso anni `60. Sono i gruppi, proprio come le rockband, a produrre contemporaneamente pittura, scultura, arte digitale, video, performance musicali e design".

LE INTERVISTE

L'architetto Vittorio Gregotti: "Siamo in cinquanta" Uno scambio continuo e tanti piccoli passi. Non mi impongo mai"

"I nostri progetti nascono sempre in team". L'architetto Vittorio Gregotti ha, un gruppo di riferimento di dieci persone a cui se ne aggiungono altre sparse per il mondo.
Lavora da sempre in questo modo? "Sì da quando studiavo. Mi riconosco nel lavoro di squadra: non saprei farne a meno. All'inizio lavoravo nello studio Belgioioso Peressutti e Rogers. Eravamo tutti convinti che il lavoro in team fosse un modo di essere all'interno della pratica artistica, non una posizione manageriale". Come si diventa creativi in un gruppo?
"Facendo piccoli passi, piccoli gruppi tra Milano Venezia Parigi e Shangai. In tutto siamo una cinquantina. Discutiamo intorno al problema, ad esempio un edificio da risistemare in Cina o un teatro ad Aix-en-Provence. Bisogna vedere com'è fatto il posto quali sono gli stili di vita". Un sistema che funziona? "Sì. Perché esiste uno scambio continuo nei ruoli e nelle gerarchie del gruppo. È come fare un tessuto. Si va avanti, si torna indietro, si aggiunge un filo, se ne toglie un altro". E alla fine il progetto è pronto.
"Mi viene in mente il centro culturale di Belem a Lisbona con un museo e due saloni per le riunioni. Dovevamo collegare il gruppo milanese con gli specialisti spagnoli. Ci siamo riusciti". Ha mai ricevuto accuse per il suo carisma eccessivo? "Non credo di impormi troppo: uno dei difetti delle architetture è l'idea di voler esprimere la propria personalità a tutti i costi". Claudio Bisio, comico di Zelig:" Un gruppo di trenta" "Siamo tanti solisti ma lavoriamo insieme con grande armonia" "Ho sempre creduto nel team. Fin da quando facevo politica al liceo. Preparavo gli esami di gruppo. Adesso faccio ridere. Ma sempre in gruppo". Claudio Bisio, comico, è'sulla cresta dell'onda per il successo di Zelig in tv. Il team funziona anche per Zelig2 "Certo. Ci succhiamo reciprocamente il sangue".  Cosa succede durante le prove?
"Io, Gino, Michele e gli altri ci conosciamo tanto che andiamo avanti con i numeri delle gag. Sono sei anni di lavoro di gruppo". È questa la ricetta del successo? "Anche. Zelig non è un fuoco di paglia. Sotto c'è una brace forte: è il collante del nostro nucleo che fa venire le idee". Quanti siete? "Trenta persone. Ognuno con gusti diversi. La forza di Zelig è la varietà degli stili. Comicità demenziale, teatrale, intellettuale, surreale. Ciascuno rispetta il lavoro degli altri. Facciamo poche riunioni, usiamo molto fax e mail". Un gruppo vincente? "A quanto pare sì. Ognuno di noi è un solista che non rinuncia al suo assolo. Non c'è un direttore d'orchestra. Facciamo scalette di massima sulle puntate successive. Così tutti sanno cosa possono fare mentre i gruppi dei comici lavorano". E le idee come vengono? "Di sabato quando riposiamo o la domenica sera. Ci ritroviamo al vecchio Zelig di viale Monza 140. E proviamo, con il pubblico. Siamo senza trucco, senza telecamere. Nasce qui la nostra creatività".

Ambra Somaschini Repubblica 20 febbraio 2003


Genialità e Matrimonio

Una volta si diceva che il matrimonio è la tomba dell'amore. Secondo una nuova teoria il matrimonio è anche la tomba di ogni forma di genialità creativa, una gabbia, una trappola, una scelta che tarpa le ali a ogni uomo d'ingegno, lo mette in pantofole, lo intorpidisce, lo frena. Vero? Falso? A sostenere questa teoria è uno studio condotto su centinaia di uomini illustri: scienziati, pittori, musicisti, scrittori e, curiosamente, anche criminali, per i quali scatterebbe lo stesso identico meccanismo.
Gli uomini raggiungono i loro maggiori successi, hanno le loro intuizioni di genio in età giovanile, fra i 20 e i 30 anni, nei primissimi anni matrimonio e ancora di più se restano (o tornano) single. Alla radice di questo sensibile calo di produttività vi sarebbe un calo nel livello di testosterone, che coincide con il matrimonio e che invece torna a risollevarsi in caso di divorzio. Le donne, al contrario, mostrano un andamento costante nella propria realizzazione, del tutto indifferente alla curva ormonale.
I risultati di questa ricerca, dal titolo "Perché la produttività diminuisce con l'età, la
connessione crimine-genio", sono stati pubblicati dal journal of research in personality e recano la firma dello psicologo Satoshi Kanazawa (40 anni, sposato), ricercatore all'Università di Canterbury, Nuova Zelanda, e alla London School of Economics. "Una persona che non ha dato il suo grande contributo alla scienza prima di aver compiuto trent'anni
non lo darà mai": partendo da questa affermazione di Albert Einstein (che elaborò la teoria della relatività a 26 anni), Satoshi Kanazawa ha esaminato e comparato le biografie di 280 scienziati, molti premiati con il Nobel, 719 musicisti, 739 pittori, 229 scrittori più un numero imprecisato di criminali.
In tutte le categorie si ripetono le stesse dinamiche. Sposarsi significa dire addio, più che alla carriera, all'illuminazione del genio, affinato e tenuto in esercizio per conquistare una compagna e assicurarsi la migliore progenie possibile: dopo, il nulla, o quasi. La vecchia storia della lotta per la sopravvivenza. I matematici in particolare, superati i 25 anni, sembrano refrattari a qualunque lampo di genio, specie se sposati. L'età che rappresenta il picco della creatività attorno ai trent'anni - è la stessa sia per gli scienziati che per gli artisti. Una creatività che sembra bloccarsi e segnare il passo in caso di matrimonio, tragicamente addomesticata.
Uno scienziato su quattro, se sposato, non fa più nessuna scoperta di rilievo dopo i primi cinque anni di matrimonio, anzi, tende a fermarsi del tutto. Invece uno scienziato su due, fra quelli che non sono sposati, cominua a utilizzare e ad aguzzarezare il proprio ingegno con risultati più che lusinghieri fino ai 50 e anche ai 60 anni. Soltanto un magrissimo quattro per cento degli scienziati coniugati ha una qualche intuizione di rilievo in età matura. Sposarsi e anche mettere al mondo dei figli sembrerebbe dunque un
grave impedimento al genio.    
La categoria più colpita, secondo questa ricerca, sarebbe quella dei chimici. Quanto ad
Einstein, è vero che pubblicò la teoria della relatività quando aveva appena 26 anni, ma è anche vero che al suo fianco, a fornirgli un aiuto anche di rilievo scientifico, c'era la moglie Mileva Marcovic sua ex compagna di corso al Politecnico di Zurigo, dalla quale si affretterà però a divorziare non appena baciato dal successo.
Così fluttua il testosterone. Criminalità e genio hanno un elemento in comune, conclude la ricerca: entrambi vengono depressi dal matrimonio. "Mettere la testa a posto" per
un rapinatore ha probabilmente un significato diverso di quello che ha per un fisico nucleare. I risultati tuttavia sono gli stessi: il matrimonio redime e insieme ottunde, il genio si appanna in una categoria, quella dei delinquenti, che vede la massima esplosione di iniziativa in età estremamente giovanile, se non addirittura nell'adolescenza.

Davvero il matrimonio tarpa le ali all'uomo di genio, lo spinge a tirare i remi in barca, fa sì che si sieda? Avere moglie e figli dunque diventa un handicap nella corsa verso la gloria? Lo abbiamo chiesto allo psicoanalista Claudio, Risé, autore di numersi saggi sulla crisi del maschio e del suo ruolo di amante, marito, genitore. L'ultimo è "Il padre, l'assente inaccettabile". Matrimonio uguale tomba del genio. Concorda?
"Non mi sembra poi così infondata. Sicuramente il matrimonio, portando un maggiore equilibrio nella Vita dell'uomo, sposta una considerevole quantità di libido - intesa come energia psichica complessiva - su oggetti d'amore stabili come la moglie e i figli".
E quindi? "E quindi sottrae il monopolio di questa libido dalla ricerca intellettuale che l'uomo ha in corso. È molto possibile che tutto questo comporti una diminuzione sia
in termini di produttività, sia in termini di illuminazioni, consentite spesso da un esclusivo investimento dell'intelligenza nella propria ricerca. Questo comporterà anche una maggiore umanità, assieme a minori lampi di genialità, e a minore attenzione e concentrazione. Lo ha già teorizzato Thomas Mann in un suo celebre saggio sul matrimonio, che spesso va a discapito di una, diciamo così, unilateralità di tipo estetico nell'artista".
Ritiene possibile fare un parallelismo fra uomini di genio da una parte e criminali dall'altra?
"Certo. Possiamo fare lo stesso discorso. Anche il criminale, paradossalmente, può essere considerato un artista nel suo campo. E dunque scattano gli stessi meccanismi. Uno dei più grandi avvocati penalisti italiani, Alberto Dall'Ora, mi ha raccontato di essere spesso affascinato dalla personalità dei suoi assistiti, considerandoli dei veri e propri artisti nella loro specialità, in particolare i ladri e i truffatori. Se un criminale si innamora e si sposa, sarà meno interessato a svaligiare una banca o a mettere in atto la truffa del secolo".

ALBERT EINSTEIN
Scopre la relatività a 26 anni, fa eccezione perché è sposato da due. E la moglie avrà un ruolo nella scoperta
ORSON WELLES
A 26 anni aveva già diretto "Quarto potere", acclamato per i procedimenti narrativi innovativi
J.D. SALINGER
Ha 31 anni quando scrive il suo romanzo più importante, "II giovane Holden", con cui si afferma
PAUL MCCARTNEY
Dopo i 25 anni non scrive più successi. Nel '69 sposa Linda: qualche mese dopo i Beatles "muoiono".
PIERRE CURIE
Ha 39 anni quando, con la moglie Marie, annuncia la scoperta del radio e del polonio. Sposati da 3 anni.

Laura Laurenzi Repubblica 26 ottobre 2003

Genialità e Idee. L'ideoma

Dopo il genoma, nascerà l'ideoma, una mappa delle idee.

Dopo la mappa del geoma umano, già realizzata; e quella del cervello, che fa ottimi progressi, forse è in arrivo anche una mappa delle idee. La propone Darryl R. J. Macer, un ricercatore dell'Istituto di Scienze Biologiche dell'università di Tsukuba, in Giappone, secondo il quale i tempi sono ormai maturi per applicare gli strumenti della scienza alla materia più sfuggente e complessa di tutte: le idee generate dalla mente umana. Con l'obiettivo finale di costruire "una mappa che descriva la diversità delle idee prodotte da un essere umano in qualunque situazione o dilemma".
Dopo il genoma, è quindi l'ora dell'ideoma, come la stampa ha già battezzato la proposta di Macer, che darà ufficialmente il via all'ambizioso progetto il prossimo 15 febbraio, in un convegno internazionale dal promettente titolo: "Proposta per una mappa integrativa delle idee umane". Le quali idee, secondo il ricercatore possono anche sembrare infinite, e così diverse da un individuo all'altro che non siamo mai certi di quel che passa nella mente di chi ci sta di fronte. Ma gli studi scientifici in campi come la psicologia, la sociologia e l'etica, obbietta Macer in una lettera che la rivista Nature pubblica nel suo ultimo numero, oggi indicano invece che questa incertezza potrebbe essere superabile. O comunque che oggi abbiamo gli strumenti scientifici per provarci. Il numero delle idee, ragiona Macer, è finito perché malgrado le molteplici influenze (genetica, storia personale, famiglia, cultura e apprendimento) che contribuiscono alla loro formazione, il numero delle possibili opzioni di cui dispone un essere umano quando è alle prese con un dilemma è limitato. Se definiamo un'idea come la "concettualizzazione mentale di qualcosa, inclusi oggetti fisici, azioni e comportamenti avuti o che si potrebbero avere in futuro, oppure esperienze sensoriali passate, presenti o future, ecco che per avere l'ideoma basterà "mappare tutte le idee legate ad ogni possibile scelta di ogni relazione possibile, insieme a tutte le reazioni effettivamente avute in ciascun caso". Operazione evidentemente non banale. Ma tanto per cominciare, si può provare a raggruppare le idee in alcune grandi categorie. Di queste "classi di idee", Macer ne elenca nove, da quelle catalogabili come "concettualizzazioni di oggetti fisici; alle "memorie"; alle "intenzioni di modifica del proprio comportamento" e via dicendo. Sciaguratamente, il ricercatore non fornisce esempi di cosa metterebbe nelle varie classi, ma lascia intendere: che la loro lista potrebbe allungarsi, arricchendosi di gruppi e sottogruppi. Lo scopo dell'ideoma invece è più chiaro, certamente anche nobile. La mappatura delle idee umane, spiega Macer, è importante per lo sviluppo della società globale, e servirà a superare differenze ed equivoci quando si tratta, ad esempio, di decidere su temi scottanti come la clonazione. Sarà una mappa per aiutare gli umani a capirsi di più tra di loro.

GLI OGGETTI
Le prime due categorie di idee riguardano le concettualizzazioni di oggetti e i significati psicologici delle immagini ad essi associate

LE MEMORIE
La terza categoria presa in considerazione riguarda la vasta gamma delle memorie che ciascuno accumula nel tempo.

I PROGETTI
Altre tre categorie sono quelle dei piani per il futuro, delle intenzioni di modificare il proprio comportamento e di modificare quello degli altri.

LE SENSAZIONI
L'elenco si completa con gli stati sensoriali (dolore e piacere), le inibizioni e le concettualizzazioni interattive dì idee sviluppate da una comunità.

Claudia Di Giorgio Repubblica venerdi 15 novembre 2002     Indice


Cervelli e Ricerca. Il penoso stato dell'Italia.

Cervelli in fuga, tornare si può, solo gli Italiani restano in Usa.

L'identikid dei cervelli fuggiti.  fino a 30 anni parte il 13,5, dai 31 ai 35 parte il 32,8, dai 36 ai 40 parte il 26,0, dai 41 ai 46 parte il 13,5.

Dove Sono

Stati Uniti il 37,4, Regno Unito il 21,5, Francia il 10,8, Altri Paesi Ue il 15,1, Altri Paesi il 14,3.

Cosa pensano della fuga dei cervelli

Il fatto che molti ricercatori italiani svolgano la propria attività all'estero è: patologico perché denota una deficienza strutturale degli Istituti di Ricerca e delle Università Italiani per l'85,7 per cento. Mentre è assolutamente fisiologico e rientra nel processo di globalizzazione del mondo scientifico per il 14,3 per cento.

Alla domanda tornerebbe in Italia il 7,3 per cento degli intervistati ha risposto certamente si, il 20,5 ha detto certamente no, mentre il 43,2 per cento sarebbe disposto a tornare a condizione che.......

Le condizioni per Tornare

Le risorse disponibili per le attività di ricerca 59,6, Condizioni Economiche migliori 56,0, Prospettive di un più rapido sviluppo di carriera 50,9, Per svolgere attività di ricerca non coltivate in Italia 24,9, Certezza nei tempi di sviluppo della carriera 24,1

Con la Spagna siamo l'unico paese europeo ad avere più partenze di giovani talenti che rientri. La Microsoft da sola investe in ricerca il 60 per cento di quello che spende l'Italia, privati compresi.

Personaggi famosi che non sono mai rientrati: Luca Cavalli Sforza, il famoso genetista, pioniere della biogenetica; Mario Mazzola, Vicepresidente della Cisco, che produce hardware e software per Internet; federico Faggin, il professore, padre del microprocessore di Intel. E' negli Usa dagli anni sessanta; Guerrino de Luca, è uno dei top manager della Logitech, colosso dell'hardware della Silicon Valley californiana.

Eccome se è possibile, il "ritorno a casa" dei cervelli emigrati all'estero. Ne sa qualcosa la Silicon Valley californiana, il centro mondiale delle tecnologie avanzate, alle prese con un problema nuovo: gli ingegneri indiani, i matematici cinesi che hanno fatto la sua fortuna, stanno davvero tornando a casa. Attirati dal boom delle due potenze emergenti - la Cina con un Pil che cresce dell'8% all'anno, l'India del 7% - migliaia di imprenditori, scienziati e manager di origine asiatica subiscono il fascino di Shanghai e di Bangalore, le Silicon Valley d'oltre Pacifico. E poi, anche se la capacità di attrazione degli Stati Uniti resta comunque forte, l'll settembre ha avuto una conseguenza pesante. Le nuove leggi antiterrorismo hanno imposto controlli minuziosi sul rilascio dei visti agli stranieri. La rete dei consolati americani all'estero è ingolfata dalle procedure di sicurezza. Il rilascio dei famosi H1-B - i permessi di lavoro su chiamata nominativa concessi su richiesta dell'industria per consentirle di reclutare tecnici e ricercatori dal resto del mondo - ora procede col contagocce. Lo stesso per docenti e studenti. E' un problema serio per l'America, visto che il 40% dei suoi scienziati di elettronica sono stranieri, un terzo dei premi Nobel che fanno ricerca nelle sue università hanno passaporto estero, e nella Silicon Valley il 30% delle imprese tecnologiche sono state fondate da immigrati asiatici.
E' un problema per l'America, dovrebbe trasformarsi in un'opportunità per noi. La lentezza nel concedere visti per motivi di studio potrebbe arginare la fuga dei cervelli italiani. Purtroppo non è così. In Cina e in India il flusso nonè più a senso unico, alcuni talenti scientifici cominciano anche a ritornare a casa, in Italia invece la direzione di marcia è una sola: continuano a scappare. Come il celebre professor Ignazio Marino che ha abbandonato il centro trapianti Ismett di Palermo, afflitto da troppi problemi burocratici e di finanziamento, ed è tornato negli Stati Uniti.
Perché l'Italia non riesce a creare un flusso di ritorni - anche solo parziale - lo, spiegano in una lettera aperta settanta giovani ricercatori italiani che lavorano qui per la Microsoft di Redmond-Seattle. Questi settanta sono "stati cercati". Li ha reclutati uno per uno la Microsoft, se li è andati a selezionare tra l'élite dei migliori laureati delle nostre università. In visita al quartier generale di Bill Gates (che si chiama campus, come un college universitario), il ministro italiano dell'Innovazione Lucio Stanca se li è trovati tutti davanti, quei settanta giovani connazionali.
Gli hanno messo nero su bianco i motivi per cui se ne sono andati. Eccone uno: perché la Microsoft da sola "investe 6 miliardi di dollari in ricerca ogni anno", cioè il 60% di quel che spende (male) l'Italia intera, lo Stato più le università più tutte le nostre imprese messe assieme. Quindi la soddisfazione di lavorare per creare "innovazioni che hanno un impatto su un enorme numero di utenti": E poi il vantaggio di "un ambiente di lavoro multi-culturale, dove l'interazione con persone provenienti da culture differenti obbliga a ragionare in termini globali e costituisce territorio fertile per la creazione di nuove idee. "Alcuni di loro tornerebbero anche volentieri in Italia - ha ammesso Stanca - ma dove? A fare che cosa? " Grande industria tecnologica non ne abbiamo più.
I settori, tradizionali del made in Italy sono avari di investimenti in ricerca. In quanto all'università, assomiglia sempre di più a un buco-nero, che inghiotte e distrugge ogni speranza di richiamo dei cervelli italiani fuggiti all'estero. La nostra è infatti una politica avara di finanziamenti ed in più il blocco delle assunzioni è quanto di più lontano ci possa essere dal vigoroso dinamismo delle università americane. L'Italia sta producendo un' università di vecchi, dove per il mancato ricambio generazionale l'età media dei docenti sfiora ormai i 60 anni. E chi mai dovrebbe abbandonare i centri di ricerca della Microsoft, i laboratori di Berkeley o Stanford o del Mit per rientrare in un'università presidiata da cariatidi avvinghiate alle loro poltrone. In quanto agli investimenti del sistema paese per la ricerca, con l'1,07 del Pil l'Italia è molto staccata dall'Europa (dove la media è dell'1,9%), essa stessa in grave ritardo sugli Stati Uniti che dedicano alla scienza il 2,8 % del loro reddito nazionale. Il privato è colpevole quanto il pubblico, infatti il nostro capitalismo è il più arretrato e miope di tutta l'area del G7: Le imprese italiane non credono alla ricerca, il loro contributo è appena il 43% dell'investimento nazionale - già basso-contro il 56% nell'Ue e il 66% negli Usa. l nostri settanta giovani alla Microsoft nella loro lettera aperta invocano "maggiore integrazione tra università, e mondo del lavoro". Se questo rapporto da noi non funziona, le responsabilità sono equamente ripartite. Stanca ricorda che perfino alla Bocconi - che si vorrebbe la - più cosmopolita delle università italiane - solo l'1% dei finanziamentì viene dall'industria, contro il 30 % di fondi privati che affluiscono alla sua concorrente francese, l'Insead di Paris-Fontainebleau.
E' sconcertante che una nazione di antica industrializzazione perda colpi anche in questo campo rispetto a Cina e India. Loro già riescono a far tornare una parte dei loro cervelli che hanno studiato in America, l'Italia al contrario vede aggravarsi la sua patologia: l'emigrazione dei talenti è quadruplicata negli ultimi dieci anni, si è passati dall'1% al 4% dei laureati (possono sembrare pochi, ma non lo sono perché è l'élite, il vertice della piramide che sparisce all'estero). Con, la Spagna, siamo l'unico paese europea ad avere più partenze che arrivi di stranieri. E i nostri trovano un ambiente talmente più ricco di opportunità oltre il confine, che se ne vanno davvero per sempre. La prova: il Censis ha calcolato che il 76% di tutti i cervelli italiani emigrati vive all'estero da più di dieci anni. Le cause dell'esodo? Al primo posto la burocrazia della ricerca, poi la mancanza di laboratori adeguati, gli stipendi troppo bassi. Tutti mali che difficilmente saranno curati con iniziative d'immagine come la creazione dell'Lit, prima ancora di nascere battezzato pomposamente "il Mit italiano".
Senza sapere, forse, che il miliardo di euro di stanziamento previsto dal governo italiano per questa super facoltà, è la ventesima parte del fondo di dotazione di una grande   università come Harvard o Stanford. Scimmiottare l'America nelle sigle, fare il contrario dell'America nella sostanza: sembra la regola taliana.
Prima di Stanca, decine di delegazioni governative sono venute in pellegrinaggio a studiare il "miracolo" della Silicon Valley. Incontrano Federico Faggin, padre dei microprocessori Intel; i top manager della Cisco Mario Mazzola e della Logitech Guerrino De Luca; i venture capitalist Enzo Torresi, Pierluigi Zappacosta, Giacomo Marini, Gianluca Rattazzi; il pioniere della biogenetica Cavalli Sforza, il co-fondatore della Genentech Roberto Crea. Non uno di
questi talenti è stato mai convinto a fare i bagagli e tornare in Italia.

Federico Rampini Repubblica 23 Novembre 2003   Indice


La ricerca nel mondo e in Italia. Un parere illustre

Dedicato a tutti quei politici, industriali, burocrati e stupidi intellettuali o artisti da strapazzo che non sostengono la ricerca scientifica e nemmeno hanno tanto riguardo o rispetto per chi gli fa notare la loro vanitosa e insulsa ignoranza. Dedicato a tutti quei personaggi che alimentano lo sfruttamento, le connivenze, i privilegi e le diseguaglianze nel mondo.

Investimenti in ricerca scientifica in percentuale del PIL

Giappone 2,12 Stati Uniti 1,97 Germania 1,66 Francia 1,38 Regno Unito 1,22 Media Unione Europea 1,19 Canada 1,06 Russia 0,72 Italia 0,53

Numero di Ricercatori

Giappone 644.208 Stati Uniti 1.148.271 Germania 238.944 Francia 156.004 Regno Unito 147.035 Media Unione Europea 784.006 Canada 90.245 Russia Italia 69.621

Pubblicazioni Scientifiche periodo 1997-2002

Stati Uniti 34,86 Citazioni 49,43 Unione Europea 37,12 Citazioni 39,30 Regno Unito 9,43 Citazioni 11,39 Germania 8,76 Citazioni 10,02 Giappone 9,28 Citazioni 8,44 Francia 6,39 Citazioni 6,89 Canada 4,58 Citazioni 5,30

La produzione scientifica mondiale proviene da soli 31 paesi su 193. Sono 200.000 i visti Usa concessi a medici, scienziati e ricercatori nel 2003.
Nel mondo il sapere scientifico è concentrato al 98% in 31 paesi e all'84,5% nelle mani delle nazioni del G7 (Più la Svizzera). Quanto ai finanziamenti il nostro paese è ultimo tra quelli del G8. Per quanto riguarda il rapporto tra il PIL e ricerca scientifica - più questo rapporto è alto più è efficiente il paese nel campo della ricerca - il primato mondiale spetta alla Svizzera, seguita da Svezia ed Israele, con gli Stati Uniti all'11esimo posto e l'Italia al 16esimo. Se analizziamo i paesi del G8 sui finanziamenti dell'industria nella ricerca e nello sviluppo scientifico il primato spetta al Giappone, al secondo posto troviamo gli Stati Uniti, seguiti da Germania, Francia, Gran Bretagna e Unione Europea. L'italia è ultima dietro il Canada e la Russia. La nostra industria spende lo 0,53% del PIL contro il 2,12 del Giappone, l'1,79 degli Usa e l'1,19 della media europea. Dieci anni fa l'Italia spendeva il 3,4 per cento. In dieci anni i soldi per la ricerca si sono ridotti a un quinto.

L'Europa è al secondo posto dopo gli Stati Uniti per produzione di ricerca scientifica ma il distacco è tale che non ha senso parlare di competizione.Il 62% degli articoli scientifici più significativi, pubblicati tra il 1997 e il 2001, è targato Usa mentre tutti insieme i quindici paesi della vecchia Unione Europea sono arrivati al 37%. La seconda nazione più produttiva è stata la Gran Bretagna cori ìl 12,78% mentre l'Italia si è posizionata solo al settimo posto con il 4,31%. Un tale distacco è il frutto di una precisa strategia, vincente, perseguita da cinquant'anni: negli Stati Uniti i cosiddetti "cervelli" vengono considerati unarisorsaperlacrescita del paese, una condizione sine qua non per garantire progresso, tecnologia e sviluppo economico. Per questo hanno intrapreso una politica volta ad attrarre medici, scienziati e ricercatori da tutti i continenti (nel 2003 i visti concessi a stranieri altamente qualificati sono stati quasi duecentomila) e così si
sono arricchiti, e continuano a farlo, mentre gli altri paesi perdono risorse preziose per di più dopo averle formate. L'Italia è uno dei paesi che subisce l'esodo dei suoi ricercatori e riduce, in modo lento ma inesorabile, la propria capacità di sviluppo. Gli investimenti negli ultimi dieci anni sono diminuiti di cinque volte portando l'Italia all'ultimo posto fra i paesi del G8, allo stesso livello della Polonia. Paradossalmente, la qualità del lavoro degli scienziati è molto buona, soprattutto se analizzata in rapporto agli scarsi investimenti. Vale a dire: i cervelli in Italia ci sono ma lavorano in condizioni precarie, è facile così dedurre che se fossero finanziati adeguatamente potrebbero eccellere. Eppure, a favore della ricerca si leva un coro di voci unanime, dal governo ai centri di ricerca, alle università, fino ai rappresentanti degli industriali sono tutti d'accordo servono maggiori investimenti per rendere l'Italia più competitiva e per la modernizzazione del paese. A me sembra che per aspirare a questi ambiziosi risultati bisognerebbe prima avere le idee chiare e una strategia in mente. Il Giappone, per esempio, ha scelto la strada della fidelizzazione: si assumono ricercatori anche senza una formazione di alto livello ma il posto di lavoro rimane lo stesso per tutta la vita, così la formazione avviene internamente e il ritorno sull'investimento è assicurato sul lungo periodo. Gli Usa hanno invece adottato l'atteggiamento opposto: si assume solo personale altamente specializzato pronto a produrre, meglio se straniero e quindi già formato nel paese d'origine, e in questo modo non si spende nemmeno un dollaro per i corsi di formazione. In Italia, per il momento, l'unica strada che si segue è quella della generosità: formare i ricercatori e poi lasciarli andare all'estero a tutto beneficio del paese di destinazione. Per invertire questa tendenza sarebbe necessario aggioranre la formazione universitaria e post-universitaria e modificare percorsi professionali e salari dei ricercatori di maggior talento. Inoltre, sarebbe auspicabile suddividere la responsabilità: le istituzioni dovrebbero occuparsi di stabilire le linee guida, in accordo a quelle fissate a livello europeo, ma anche di porre fine agli inutili quanto intoccabili feudi personali, refrattari al cambiamento e responsabili di tanta stagnazione. Il settore produttivo, legato ai grandi gruppi industriali, dovrebbe contribuire in modo consistente a finanziare la ricerca, come è accaduto in Gran Bretagna dove, grazie alla partecipazione dei privati a favore della ricerca pubblica, negli anni'90 il paese ha registrato il più elevato tasso diinvestimenti in ricerca del mondo.
L'Italia, a mio avviso, ha bisogno di un cambio di rotta radicale, di una cultura nuova, da inventare. Non è un processo impossibile piuttosto è inevitabile dal momento che facciamo parte di quel ristretto gruppo di nazioni ricche che vuole avere l'autorità di guidare le scelte del mondo. Non si può appartenere al G8 e non mettere i nostri scienziati nelle condizioni di studiare e proporre strategie per le sempre più urgenti problematiche globali. La ricetta è semplice: delineare le aree strategiche, aumentare la percentuale di investimenti pubblici ma anche incentivare i privati, sollecitare proposte dai ricercatori e poi distribuire i finanziamenti sulla base di un processo di selezione pubblico e trasparente.
Forse si dovrebbe rinunciare anche ad opere faraoniche di dubbia utilità come il ponte di Messina ma certo si farebbe fare un bel saltò di qualità al paese.

Iganzio Marino Direttore del Dipartimento Trapianti d'Organo, Jefferson Medical College, Philadelphia, Usa Da Repubblica del 24 luglio 2004  Indice

 

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