TEORIA DELLA LETTERATURA

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Il dolce sapore della vendetta di Beniamino Placido

La "giustizia selvaggia" tra cinema, letteratura e privati sentimenti.

Gli argomenti "contro" di Francis Bacon, di Shakespeare, di Gandhi e degli storici del diritto sono eloquenti ma non convincenti. Noi li approviamo ma poi palpitiamo per un film dove il giustiziere della notte ha la faccia grintosa di Charles Bronson o per storie avventurose come il Conte di Montecristo o il Cavaliere di Lagardere di Paul Feval. (aggiungo io)

E se ci fossimo trovati noi al posto - e nella situazione di Rigoletto (proprio quello di Giuseppe Verdi, Atto II, Scena VIII) che cosa avremmo fatto? È molto probabile che avremmo esclamato (cantato) con lui: "Sì, vendetta, tremenda vendetta, di quest'anima è solo desìo". Quindi avremmo precisato il nostro fermo proposito, all'indirizzo del Duca di Mantova (quel mascalzone): "Di punirti già l'ora s'affretta, Che fatale per te suonerà, Come fulmine scagliato da Dio ( te colpire il buffone saprà"
Pare proprio che la vendetta abbia (e conservi nel tempo) le sue attrattive, inutile negarlo. Riassunte tutte con perfida lucidità da Alfred Hitchcock, il regista di Notorius, quella volta che presentando uno dei suoi spregiudicati telefilm si chiese, il suo pancione, il suo faccione occupavano tutto lo schermo: "Sapete perché la vendetta è così buona? Perché è dolce e non fa ingrassare".
Difficile trovare una definizione migliore, anche se non del tutto condivisa dai virtuosi. Dicono costoro: quanto al dolce sapore, d'accordo. Ma che non faccia ingrassare mostruosamente, che non faccia del male, la vendetta, a chi la pratica oltre che naturalmente a chi la subisce, questo non è vero. Sapeste come si sta male, dopo essersi vendicati. Non si dorme la notte.
    Quindi non è vero che ci comporteremmo, cantando, come Rigoletto. Da buffoni consumati diremmo invece con voce pudicamente sommessa: per carità, non è mica la vendetta che vogliamo, noi vogliamo soltanto la giustizia.
Quante volte non l'abbiamo letta, ascoltata o ripetuta questa frase virtuosa.
frase virtuosa. E pensare che l'aveva smascherata già Friedrich Nietzsche, in Così Parlò Zarathustra, giocando anche sull'assonanza fra le due parole tedesche Reckt (diritto) e Racke (vendetta). Zarathustra parte seconda: "Und wenn sie sagen: ich bin gerecht, so klingt es immer gleich wie: ich bin gerächt. Che vuol dire: e quando loro (loro, i signori virtuosi) dicono: io sono giusto, suona sempre come se dicessero: mi sono vendicato".
    Complicato problema, quello della vendetta. E della sua sorellastra - o cugina, o figlia, o lontana parente - la giustizia.
In poco più di dieci anni, nel l'area culturale anglosassone sono apparsi due libri con lo stesso titolo: Wild Justice. Cioè: Giustizia selvaggia.
Per essere precisi: una forma di giustizia selvaggia è la vendetta per Susan Jacoby, autrice di un saggio - con quel titolo pubblicato in America nel 1983 dalla Harper & Row. Una forma di giustizia selvaggia è la vendetta per Judith Mossman, una studiosa a cui si deve uno studio - sempre con quel titolo - sull'Ecuba di Euripide, tragedia di efferate vendette, pubblicato in Inghilterra dalla Clarendon Press nel 1995. Nessuna delle due donne porterà in tribunale l'altra solo per questo anche se le donne sarebbero particolarmente inclini alle ripicche, alle ritorsioni, alle vendette. Stando almeno a quanto diceva il poeta latino Giovenale: "Vindicta nemo magis gaudet quam femina" (Nessuno più di una donna se la gode a vendicarsi).
Perché tutt'e due sanno bene di aver preso a prestito quel titolo da Francis Bacon, il filosofo inglese del Cinquecento. Fu lui a definire la vendetta come una forma di giustizia primitiva, selvaggia (appunto: Wilde Justice). E a deplorarla, spiegandone i perché. Perché chi cede all'impulso del tutto umano ma del tutto riprovevole della vendetta è uno ostinatamente, viziosamente legato al passato. A ciò che gli è accaduto. Al torto, vero o presunto, che ha ricevuto. E del quale deve assolutamente vendicarsi.
Non avrà mai la forza di guardare al futuro. Non avrà mai la capacità di camminare in avanti. Avesse potuto incontrare il suo connazionale Alfred Hitchcock, il filosofo Francis Bacon gli avrebbe detto che la vendetta può essere sì, dolce. Ma fa ingrassare troppo e in modo malsano, chi la pratica.
Perché Amleto non si vendica: come il suo ruolo gli impone, come i suoi spettatori elisabettiani si aspettano? Eppure ha sotto gli occhi quotidianamente lo spettacolo - indecente - di, questo zio traditore, usurpatore che gli ha ammazzato il padre e sedotto la madre. Eppure suo padre in persona è tornato dall'aldilà per raccomandarglielo: che cosa aspetti? E invece eccolo lì sul palcoscenico il principe di Danimarca che tentenna, tracheggia: essere o non essere, fare o non fare, eccetera. Perché?
Perché, dice qualche studioso di oggi che non si accontenta più della vecchia spiegazione psicanalitica (Amleto sarebbe vittima di un pesante complesso edipico che lo renderebbe irresoluto) perché, dicono, Shakespeare non vuole.
Non vuole che il suo diletto Amleto, per vendicarsi - e sia pure "giustamente" - di suo zio Claudio, l'usurpatore (che mascalzone) diventi un mascalzone assassino anche lui. Il circolo della vendetta è un circolo vizioso, da qualsiasi parte lo si cominci a disegnare. Diceva Gandhi: la tentazione della vendetta c'è, eccome. Però se ci mettessimo tutti a praticare il precetto dell'"occhio per occhio", in capo a poco tempo la terra sarebbe popolata solo di ciechi.
Vengono infine i giuristi, gli storici del diritto, e ci rammentano con quanta fatica, con quanto travaglio l'umanità è passata dalla vendetta alla giustizia. Ci raccomandano di tornare a leggere Le Eumenidi di Eschilo.
Gli argomenti anti-vendetta di Francis Bacon, di Shakespeare, di Gandhi e degli storici del diritto sono di certo eloquenti, ma non del tutto convincenti. Perché mentre noi li ascoltiamo e virtuosamente li approviamo, poi palpitiamo al cinema con il primo giustiziere della notte che capita, specie se ha la faccia grintosa di Charles Bronson. E palpitiamo per le belle storie di vendetta: si tratti della più bella storia di vendetta riuscita. Il Conte di Montecristo di Alessandro Dumas, o della più bella storia di vendetta mal riuscita: il Michele Kohlhass del romantico tedesco Heinrich von Kleist.
Si può deplorare la voglia di vendetta. Si deve, anzi, ovviamente. Ma non la si può ignorare, nemmeno sottovalutare. Di più: tutte queste argomentazioni si risolvono, se sommate, in una condanna assoluta, perentoria di ogni tipo di vendetta.
Passi, per "l'occhio per occhio, dente per dente". Ma vi sono - e sono frequentissime, nonché sacrosante - delle forme di vendetta incruente, oblique, indirette. Ecco, tu mi dicevi da bambino che non avevo nessuna speranza, non avrei mai fatto nulla di buono su un campo di calcio 8° di tennis o di sci). Sarei sempre rimasto una schiappa. E invece ecco che per vendicarmi di te - brutto zio brontolone, non meno mascalzone dello zio di Amleto - a furia di impegnarmi sono diventato un campione: di calcio di tennis e di sci.
Tu professore stizzoso e impaziente mi hai fatto piangere sul banco di scuola, dicendomi che non avrei mai potuto padroneggiare la lingua italiana o la matematica. Ed ecco che io leggendo e studiando alla disperata sono diventato uno scrittore, o uno scienziato. Adesso prendi e porta a casa. Mi sono vendicato.
Un libro inglese, sorprendente, che mi era sfuggito quando uscì, nel 1954, e che ho recuperato da poche settimane, mostra quanto sia frequente - e feconda - negli scrittori e nelle scrittrici la motivazione della vendetta. Contro la moglie che ha tradito, contro il marito che ha abbandonato, contro il critico letterario che non ha apprezzato. E come queste motivazioni, di per sé non nobilissime, si convertano più spesso di quanto non si creda, in buoni romanzi, i pregevoli poesie.
Questo libro l'ha scritto Louise De Salvo. L'ha pubblicato la Dutton di New York. Si intitola Concepito con Malizia (Conceived with malice). Sottotitolo: "La letteratura come vendetta nella vita e nelle opere di Virginia e Leonard Woolf, D.H. Lawrence, Djuna Barnes e Henry Miller".
Immaginiamoci quanto avremmo perduto se gli scrittori di cui sopra e gli altri, innumerevoli, utilizzati nel libro avessero detto: noi virtuosi, non cerchiamo la vendetta ma la giustizia. Quindi non scriviamo niente. Proviamo ad immaginarci, rabbrividendo, quanta parte della Divina Commedia avremmo perduto se Dante Alighieri si fosse comportato nello stesso modo. Se avesse rinunciato a vendicarsi - come invece fa, ficcandoli nell'Inferno perché arrostiscano - di tutti gli amici, i conoscenti, i vicini di casa che gli avevano mancato di rispetto per le strade fiorentine, trascurando di salutarlo per primi.
I piaceri della vita sono pochi. Lasciatevi almeno quello della vendetta: incruenta, simbolica, indiretta. Ma non giustizia, questa volta: proprio vendetta. Tremenda vendetta. Indice


Un pamphlet di Luigi Malerba sui vizi antichi e nuovi della categoria.

ROMA . Malerba, lei ha scritto un libro intitolato Che vergogna scrivere. Non è più vergognoso non leggere? Nel suo libro c'è il ritratto del non lettore. Il guaio è che non lo leggerà...
La specialità del Non Lettore, di cui ho fatto l'elogio nel mio libro, è proprio quella di comprare libri che non legge. In questo non c'è mente di vergognoso, anzi è il primo passo verso la cultura e in molte occasioni siamo tutti dei Non Lettori. Se non esistessero i Non Lettori gli editori andrebbero al fallimento e ne soffrirebbero anche gli scrittori.
Scrive che ll pensiero si forma in bocca come lo sputo: lo scrittore deve essere aggressivo? Che il pensiero si formi in bocca, vale a dire che esista solo quando viene espresso con le parole, è soltanto una innocua metafora. L'aggressività invece è un modo improprio di riscatto da una secolare tradizione servile. Ma se l'atteggiamento servile è deplorevole, lo scrittore aggressivo per principio è una figura patetica, uno spaventapasseri.
Nel libro ci sono due parole sulla neoavanguardia allegramente liquidatorie......È una vocazione propria delle avanguardie mettersi in liquidazione da se stesse. Le avanguardie sono un passaggio obbligato della modernità come il morbillo e la scarlattina per gli umani.
Lo scrittore è un fantasma, lei scrive, ma chi era quando era vivo? Avrei potuto intitolare questo libro "Esame di coscienza di uno scrittore proprio perché cerco di spiegare i disagi e qualche rimedio per chi non si rassegna ad essere ridotto a fantasma. La mia ambizione è che questo piccolo libro possa essere un utile passepartout per i giovani che si apprestano a intraprendere la fantasmatica attività della scrittura.

La storia della società degli scrittori è la storia di una lunga servitù che attraversa i secoli. Tutti hanno avuto sotto gli occhi le dediche spropositate con le quali lo scrittore di un tempo chiedeva protezione, aiuto, conforto o perdono, al re, al principe al papa, allo zar e magari all'abate o al signore che lo ospitava in quel momento e che gli offriva un posto alla sua mensa.

Molto spesso laprotezione consisteva nella pura e semplice ospitalità e non era nemmeno infrequente il caso di un protettore avaro e fornito di un pessimo cuoco. Tuttavia gli attributi che per consuetudine gli dedicava loscrittore erano sempre superlativi e altisonanti: "nobilissimo, illustrissimo, eccellentissimo, virtuosissimo, onestissimo, ossequiossimo".
C'è da arrossire di secolare vergogna retrospettiva pensando a quante opere del genio umano sono dedicate con tanta umiltà e piaggeria a più o meno illustrissimi imbecilli che avevano il solo merito di possedere i mezzi per mantenere i loro buffoni e, insieme a questi, i loro scrittori e poeti.
Le dediche erano molto ricercate dagli uomini del potere. Perfino operette di veloci erotismi come Le dame Galanti di Brantôme trovavano un destinatario più o meno illustre, nel caso particolare un certo duca d'Alenson il cui nome non ha lasciato traccia nella storia di Francia se non ci fosse a ricordarlo questo gioiello letterario. Per un piatto di lenticchie lo scrittore associava alla propria opera e alla propria "immortalità" mediocri personaggi degni soprattutto di venire dimenticati. Poteva succedere in rari casi, come per esempio nel Principe di Machiavelli, che la dedica fosse indirizzata a un signore degno come Lorenzo de' Medici, egli stesso poeta oltre che      principe magnanimo e illuminato. Un "rivoluzionario" come Voltaire doveva adattarsi a vivere al servizio dell'uno o dell'altro sovrano, e dovette darsi alla fuga quando venne accusato di aver scritto versi satirici contro ilreggente di Francia, e subì più tardi, per colpa degli stessi versi, la reclusione nella Bastglia e poi l'esilio. Vita non facile per quegli scrittori che tentavano di conquistarsi un sia pur modesto margine di libertà.
Il povero Voltaire per scontare la propria indipendenza arrivò al punto di progettare, per conto di Caterina II in guerra contro i Turchi, dei carri "babilonesi" che se fossero stati impiegati in quella guerra avrebbero portato alla catastrofe l'augusta sovrana e il suo esercito.

La sequenza dei servilismi, delle umiliazioni, delle miserie cui devono soggiacere gli scrittori nel corso dei secoli viene interrotta soltanto da rare eccezioni: François Rabelais dedica il suo "Gargantua e Pantagruel ai "bevitori illustrissimi" e agli "impestati pregiatissimi" suoi "amici lettori", ma bisogna aggiungere che la beffa era anonima come i volumetti a dispense del suo capolavoro, venduti nei mercati e nelle fiere di Francia, e che la prima edizione dell'opera stampata a Lione nel 1542 venne ampiamente censurata dall'autore stesso per sfuggire alle persecuzioni della terribile Facoltà di Teologia di Parigi che aveva già espulso a suo tempo il ribelle Sigieri di Brabante per ordine di Tommaso d'Acquino. Per essere accettato ufficialmente come artista, lo scrittore doveva essere servo e conformista, oppure cieco come Omero, o fuggiasco come Dante, o nel migliore dei casi doveva nascondersi volontariamente nell'anonimato.

Una rivoluzione silenziosa e incruenta è iniziata nel mondo delle lettere a partire dal luglio 1793 quando venne emanata in Francia, su proposta di Pierre Augustin Caron de Beaumarchais, la prima legge sul diritto d'autore che riconosceva ufficialmente e per la prima volta il "diritto esclusivo dell'autore per tutte le opere dell'ingegno".
Come si vede dalla data, questa legge seguiva, come diretta conseguenza , quell'altra Rivoluzione accompagnata invece dal fragore delle armi e da abbondanti spargimenti di sangue. La legge sul diritto d'autore mirava semplicemente a stabilire un diritto economico, ma la sua portata in realtà coivolgeva altri diritti non compresi nella definizione legale. In termini sindacali si può dire che lo scrittore era stato per secoli un "lavoratore dipendente" se non un parassita sociale. Dopo l'istituzione del diritto d'autore è diventato un "lavoratore indipendente" ha conquistato uno strumento legale che quantifica il suo lavoro e gli consente di vendere i propri "prodotti" invece di offrire i propri "servizi".
La società tuttavia non era ancora pronta ad accettare il commercio del lavoro intellettuale e ha considerato un corpo estraneo questo tipo di "produttore" che aveva conquistato improvvisamente la propria indipendenza secondo la legge, ma per il quale non si trovava ancora una collocazione verosimile, né un mercato per i suoi prodotti. Questa svolta storica della condizione di scrittore segnava in realtà l'inizio paradossale della sua carriera di "fantasma".
Lo scrittore come fantasma nasce dunque, per estremo paradosso, da un atto legale, da una disposizione economica, da una legge concreta, sonante e lampante come gli zecchini di Pinocchio. Dove si capisce che una legge giusta in una società sbagliata, o comunque impegnata in tutt'altre imprese, può produrre effetti contrari a quelli che si propone. Il diritto di vendere una merce che non trovava una definizione commerciale e che in ogni caso veniva giudicata inutile, aveva sancito la maledizione sociale dello scrittore. Dopo aver perso i suoi protettori, lo scrittore era uscito dal suo status servile ma non ne aveva in compenso acquistato uno nuovo che ne certificasse l'esistenza: dal punto di vista sociale lo scrittore era diventato un fantasma. Gli scrittori di romanzi che conobbero finalmente la popolarità non riuscirono quasi mai a emanciparsi da un secondo mestiere o dalla catena di montaggio imposta dagli editori. Se scorriamo le biografie dei maggiori scrittori dell'Ottocento, da Balzac a Flaubert a Dickens a Dostoevskij, ci accorgeremo che il leitmotiv ricorrente è quello dei debiti. Finché non si stabilì che i diritti d'autore erano rigorosamente inalienabili (come i beni dei minorenni), la nuova legge non fu sufficiente a riscattare, nemmeno economicamente, il mestiere delle lettere.

Il passaggio dallo stato di scrittore-servo a quello di scrittore-fantasma ha prodotto alla fine dell'Ottocento e agli inizi del Novecento alcuni fenomeni degni di attenzione. Anzitutto la famosa bohème, una marginalità inevitabile trasformata in esibizione, autolesionismo, vocazione, disperazione, contestazione. Furono gli stessi scrittori ad accettare e a esibire questa marginalità e lo conferma il fatto che si autodefinirono "maudits", maledetti. Il fantasma portava in giro i propri pallori e tentava di spaventare la società borghese che lo rifiutava, voleva creare disordine nella Repubblica platonica. I fantasmi, si sa, sono più vendicativi degli uomini. È ancora nei primi decenni del Novecento che si manifesta per la prima volta nella storia della letteratura il fenomeno delle avanguardie. Le avanguardie storiche, Futurismo, Dadaismo, Surrealismo, erano movimenti rivoluzionari senza spargimenti di sangue, un nuovo tipo di rivoluzione che avveniva non tanto per conquistare dei diritti ma per irridere una società nella quale ai diritti nominali non corrispondevano mai diritti effettivi. Ancora una volta gli scrittori proponevano come modello il caos nel quale la società li aveva costretti. Gli avanguardisti storici furono degli autentici "fantasmi storici".

Dal libro Che vergogna scrivere di Luigi Malerba Mondadori  Indice


I creativi non fanno carriera

Un sociologo studia i «Labirinti morali» dei manager: successo e fallimento sembrano avere scarsa attinenza con ciò che un individuo realizza effettivamente; contano di più l’acquiescenza ai capi, la flessibilità nell’adattarsi alle gerarchie del potere, l’abilità di non decidere.

MAX Weber ci ha insegnato ad associare il capitalismo con l'etica protestante, fondata sulla fiducia nelle proprie forze, sul lavoro indefesso, sulla frugalità e sulla pianificazione razionale, e tesa al conseguimento di un successo che è anche prova indiscutibile della grazia divina. Forse una volta le cose andavano davvero così; forse è davvero su questa morale austera, limpida ed esigente che industriali e mercanti hanno costruito le loro fortune. Ma oggi la situazione è ben diversa. Ce lo spiega Robert Jackall nel suo Labirinti morali. Il mondo ambiguo dei manager , dove arriva in proposito a conclusioni sconfortanti. Elenco le principali. La pianificazione aziendale è un rito ozioso, che produce "congetture più o meno campate in aria". Quello della razionalità è un lessico di comodo, che stende un velo di rispettabilità su atteggiamenti spesso impulsivi e arbitrari. Il duro lavoro non serve: se un manager trascorre ore e ore in ufficio è soprattutto per "avere un po' di sollievo dall'ansia di essere responsabile di qualcosa che non può controllare", e comunque in ufficio fa tutt'altro che lavorare in modo proficuo. Le sue ore sono passate in "rapide consultazioni sul da farsi e interminabili riunioni, nella stesura e nella dettatura di note stringate e piuttosto schematiche, nella costante attenzione alle oscillazioni dei mercati, nel brainstorming alla ricerca di nuove idee" e via dicendo - le strategie per perdere tempo sono infinite. Non c'è infatti bisogno di preoccuparsi dei risultati: "una volta superati certi passaggi cruciali della carriera, successo e fallimento sembrano avere scarsa attinenza con ciò che l'individuo realizza effettivamente". Né sembrano contare le doti più ovviamente legate a una simile capacità di realizzazione: "le persone creative non fanno carriera" e "una delle cose più dannose che si possano dire di un manager è che sia brillante". Contano invece la totale acquiescenza ai capi, la "flessibilità" nell'adattarsi a qualsiasi sommovimento nelle gerarchie di potere, l'omertà nel proteggere gli interessi dei colleghi. Quanto alle decisioni, meglio non prenderle affatto, perché se si rivelano giuste il merito se lo assumono i vertici dell'azienda e se si rivelano sbagliate le si paga care: meglio dunque aspettare che le circostanze impongano una certa scelta, che a quel punto non è più una scelta e non comporta più alcuna responsabilità.
Come si è arrivati a un simile stravolgimento degli ideali di partenza, sui quali comunque si insiste nella retorica di facciata? La risposta è implicita in un paio di parole che ho usato qui sopra: "sommovimento" e "ansia". "Le gerarchie aziendali vivono pressoché in continuazione in acque agitate"; la vita di queste organizzazioni "non ha soltanto carattere di contingenza ma è dominata dal capriccio", dalla casualità, dall'imprevisto. Pervase da incessanti, complesse lotte di potere, le corporation sono teatro di repentine ascese e bruschi crolli, e i manager sanno che chi ascende o crolla porta con sé i propri amici, dunque la loro preoccupazione principale è quella di scrutare l'ambiente sociale che li circonda e le sue rapide evoluzioni. Nel frattempo, conviene non esporsi e mettere tutti a proprio agio, il che comporta non prendere posizioni nette, parlare un linguaggio vago ed eufemistico, non mettere mai in rilievo gli errori altrui. Quanto ai propri, l'importante è scappare in tempo: cambiando frequentemente ufficio è assai probabile che siano altri a ereditare le conseguenze dei nostri passi falsi. Che così facendo si finisca per produrre meno non importa a nessuno: "l'intero processo produttivo è una scocciatura" che non aiuta a ottenere privilegi e promozioni.
A Dio questi calvinisti d'accatto hanno sostituito presidenti e amministratori delegati, ed è il loro favore che conta: il fatto di averli amici. Non c'è dunque da stupirsi che "la corporation sembri a molti una struttura costruita con mezzi di fortuna, che ricorda le passerelle appoggiate su impalcature di diversa altezza, che quando le si osserva da una certa distanza nella calura estiva sembrano rilucere e traballare su strisce di sabbia".
Il problema qui è metafisico: chiusi nel loro universo aziendale, i manager si costruiscono una realtà fittizia e "sono spesso scarsamente interessati ai fatti quali normalmente concettualizzati". Tra i fatti normalmente intesi ci sono anche i criteri morali applicati nella vita comune, cui i manager sostituiscono giudizi "tecnici" che hanno come unico orizzonte quello dell'azienda. (Esempio: occorre ristrutturare la produzione del cotone per evitare che la polvere faccia ammalare gli operai di bissinosi? Risposta: solo là dove la spesa della ristrutturazione è compensata dai risparmi che essa rende possibili).
Quale può essere il rimedio per tanta cecità? "L'opinione pubblica rappresenta uno dei controlli più efficaci dell'impulso burocratico a trasformare qualsiasi questione morale in preoccupazioni esclusivamente pratiche". Quindi anche il libro di Jackall svolge un'importante funzione, mostrandoci il re in tutta la sua scandalosa nudità; l'esistenza stessa di un libro simile è un fatto politico. I manager, che non sono stupidi, lo sanno benissimo, e questo ha influito pesantemente sulla preparazione del libro e sulla sua struttura.
Trentasei corporation hanno dato risposta negativa alla richiesta di Jackall (professore di sociologia al Williams College, nel Massachusetts) di studiarle. Solo tre hanno accettato, determinando un campione molto ridotto e (direbbero i critici) assai poco rappresentativo. Jackall ne è consapevole, e infatti "non può dire di aver seguito dei procedimenti strettamente scientifici". Ai numeri ha sostituito la profondità di analisi: il suo libro è ricco di descrizioni dettagliate di casi e individui particolari, dei loro problemi specifici e di come in concreto li hanno affrontati. Siccome manager e corporation vi compaiono sotto pseudonimi di fantasia, il risultato somiglia curiosamente più a un'opera di narrativa che a una ricerca scientifica. O forse no: forse dovremmo smetterla di contrapporre queste due forme di ricerca della verità, e renderci conto che chi passa lungo tempo a osservare con attenzione il comportamento dei suoi simili, e distilla la sua esperienza in un racconto articolato e illuminante, contribuisce alla nostra conoscenza tanto quanto chi snocciola cifre.
Robert Jackall Labirinti morali trad. di Piero Arlorio, premessa di F. Ferrarotti, Comunità  
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Cultura e Scienza

Può anche accadere che il rigore logico assoluto porti a conclusioni dinanzi alle quali non è possibile decidere, come ha scoperto il grande Godel. Ciò nulla toglie al fascino del pensiero matematico e delle sue frontiere.

E infatti che altro è la cultura se non l'insieme delle conoscenze da noi acquisite nel corso della nostra vita? Esse vengono da noi composte, articolate, meditate e sviluppate in nuove frontiere creative. Quando una conquista intellettuale - sia di natura rigorosamente scientifica, sia di origine esclusivamente non scientifica - rimane nel mondo delle cose sconosciute ai più, essa, pur essendo nota a un gruppo di specialisti, non entra a far parte di ciò che si chiama cultura.
L'uomo dell'era cosiddetta moderna ha una cultura che è quasi
pre-aristotelica. Né la Logica né la Scienza fanno parte del patrimonio culturale dell'uomo contemporaneo, detto moderno. Infatti c'è un dettaglio che vorrei ricordare e che riguarda direttamente noi scienziati: la Scienza ha fatto tanta Scienza ma pochissima cultura. Non solo. C'è di più. Essa ha quasi sempre lasciato parlare altri, a suo nome. Ed è così che l'immagine culturale della Scienza è stata totalmente deformata. Al punto che la cultura contemporanea dà per scontato che Scienza e Fede siano in antitesi. Che Scienza sia sinonimo di Tecnica. E che il pericolo di olocausto ambientale sia conseguenza ineluttabile del progresso scientifico. Per non citare che pochi esempi. Se gli scienziati avessero dedicato una parte, anche minima, del loro tempo a fare cultura, queste místificazioni culturali non avrebbero avuto alcuna possibilità di entrare a far parte della nostra cultura contemporanea.

Una società civile non può avere a fondamento della sua cultura le menzogne. E quindi necessario che l'uomo, cosiddetto moderno, si preoccupi di analizzare a fondo quali verità e quali menzogne sono contenute nel bagaglio delle sue conoscenze.

E' però dovere di coloro che fanno Scienza aprire al grande pubblico le torri d'avorio, affinché la Scienza entri, a pieno titolo e con tutti i suoi valori, a far parte integrante del patrimonio culturale di ciascun uomo desideroso di sapere come effettivamente stanno le cose, in questa attività che permette a noi miseri mortali di distinguerci nettamente da tutte le altre forme di materia vivente.

La caratteristica straordinaria di questa attività intellettuale, scoperta dall'uomo appena quattrocento anni fa - grazie a Galileo Galilei - è di affondare le sue radici nell'Immanente. In modo rigoroso.

Fare Scienza vuol dire infatti cercare di capire la logica del mondo che ci circonda. Logica che risulta rigorosa, universale, immutabile nello Spazio e nel Tempo.

La cultura dominante non ha soltanto stravolto l'immagine della Scienza negandone i valori. Essa ha snaturalizzato le sue stesse radici. Vediamo come.

La scienza, studiando l'immanente nel modo più rigoroso che l'intelletto umano abbia mai saputo concepire, scopre una serie di verità, i cui valori sono in perfetta sintonia con quelli che la stessa forma di materia vivente, detta uomo, apprende dalla verità rivelata... La Bibbia, diceva Galilei, è la parola di Dio. La Natura è invece la sua scrittura.... Il libro della natura ci rivela come è stato costruito il mondo: l'opera della Creazione. Quest'opera non poteva che essere scritta in modo rigoroso, con caratteri matematici. Ecco perché spetta agli scienziati, in prima persona, adoperarsi affinché tutti possano sapere leggere quel libro stupendo e affascinante. In esso c'è scritto com'è fatto il mondo. Trattandosi di una cosruzione, il suo linguaggio deve essere rigoroso. Saperlo leggere vuol dire mettere a beneficio dell'uomo le leggi che reggono il Cosmo, in comunione, non in antitesi, con la parola di Dio, che è la Bibbia. Se vivessimo l'era della Scienza, queste verità sarebbero patrimonio di tutti....l'uomo ha scoperto che l'uso del linguaggio portava a contraddizioni logiche ben tremila anni fa...Eppure il linguaggio doveva essere - nell'Immanente - il primo passo verso il grande traguardo della cultura scientifica...Il nostro cervello si apre al linguaggio nelle prime fasi della sua esistenza.....La seconda fase, nello sviluppo del nostro cervello, riguarda il bisogno di apprendere qualcosa che abbia legami e strutture logiche......La terza fase è quando esso si apre alla scienza...Su un punto si è tutti d'accordo. Il linguaggio precede le altre due fasi. E' però probabile che l'apertura alla Logica e quella alla Scienza avvengano quasi contemporaneamente....Ecco perché, esattamente come si fa con il linguaggio, che si insegna subito, con la Logica e con la Scienza dovremmo fare lo stesso. iniziare già dalle scuole elementari l'insegnamento di queste straordinarie conquiste dell'intelletto umano. Logica e scienza dovrebbero far parte del patrimonio culturale di tutti. la scuola invece educa quasi esclusivamente al Linguaggio. E in tutto ciò che è stimolo intellettuale - stampa, radio, tv, libri - predomina il linguaggio. Se Linguaggio, logica e Scienza venissero insengate con pari impegno, tutti gli uomini, nel giro di una sola generazione, sarebbero in grado di distinguere tra queste conquiste dell'umano intelletto. Essi saprebbero cosa vuol dire raccontare una favola, elaborare una teoria matematica e scoprire una verità scientifica. Allora sì che potremmo dire di vivere l'era della scienza. In questa era non ci sarebbe più posto per le mistificazioni culturali.

Come è possibile sapere qualcosa se non si fa uno sforzo anche minimo, di interagire con chi ci sta accanto? Ma non basta. Cosa ne sapremmo di musica se Vivaldi, Bach, Beethoven, Mahler e tutti i grandi musicisti avessero deciso di mettere sotto chiave le loro opere?
E cosa ne sapremmo di scultura se Michelangelo avesse sepolto la sua Pietà, il suo Mosè? E se la stessa cosa avessero fatto gli scultori di tutti i tempi? Cosa sarebbe per noi la pittura se Raffaello, Botticelli, Picasso e i Maestri di tutte le Scuole, di ogni epoca, avessero nascosto in soffitta i loro capolavori?
E come faremmo noi a sapere cos'è la poesia se Omero, Virgilio, Dante, Leopardi, Quasimodo, Borges e i grandi poeti d'ogni civiltà avessero deciso che le loro opere dovessero essere lette soltanto da poeti, tra poeti?
Con la scienza è andata proprio così. E' rimasta muta...le torri d'avorio dei nostri laboratori scientifici sono stracolme di affascinanti opere: capolavori straordinari di incredibile potenza intellettuale. le conquiste della scienza sono però rimaste, quasi sempre, privilegio esclusivo di una cerchia ristrettissima di specialisti.
 

A proposito di censura.

I censori tedeschi................ ..... ...... ..... ... H. Heine

Jerry Yang nel 1994 con David Filo lancia su internet la guida di Jerry ai siti mondiali, che si trasformerà nel mitico Yahoo e consentirà ai due giovani di diventare in soli pochi anni due dei più ricchi imprenditori del mondo. Il motore di ricerca Yahoo non elenca solo siti porno, ma anche siti di neonazisti o siti del Ku-Klux-Klan. Così alla domanda di un giornalista che chiedeva a Yang se non si sentisse irresponsabile per questo, il brillante giovane ha risposto che la filosofia di Yahoo era quella di voler cambiare il mondo in senso positivo e fare questo significava anche favorire la libertà di parola. Ostacolare questa libertà ha continuato Yang significherebbe a mio avviso fare più danni che non l'elencazione di tutti i siti contenuti nel famoso motore di ricerca.
Questo modo di pensare tiene perfettamente in considerazione l'alto concetto espresso da Voltaire, un maestro della divulgazione della tolleranza del pensiero, nella famosa frase: "Non sono d'accordo con quello che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo." Ma questo approccio alla realtà e alla cultura evidentemente non è così chiaramente condiviso e accettato da tutti.
In realtà su tutta la rete tira una brutta aria di repressione che tende ovviamente a limitare la libera circolazione delle idee e di tante altre lodevoli iniziative. E così che vengono sopressi o censurati gruppi di discussione o addirittura interi siti, è quanto è accaduto appunto al sito dei centri sociali Isole nella rete e ai newsgroups dell'area romana, paurosa di diffondere messaggi contrari al giubileo del 2000. A tale riguardo è utile ricordare che la chiesa ne sa qualcosa a proposito di censura, inquisizione, libri all'indice, processi, abiure e naturalmente roghi di fuoco.
Contemporaneamente è all'attenzione del Senato americano un documento che governerà gli accessi ai siti contenenti materiale a luci rosse, il CDA II (Communications Decency Act), ma questo naturalmente non è tutto, infatti un forte vento di censura soffia anche sulle biblioteche e le scuole degli stati uniti. L'obiettivo è dunque quello di mettere al bando tutti quei libri che sono ritenuti inadeguati all'educazione di migliaia di giovani lettori. Si vuole creare insomma un nuovo indice dei libri scomodi, e irriverenti, per il potere soprattutto. E' così che già da alcuni anni alcuni testi considerati non "politically correct" vengono radiati dalle biblioteche americane. A tutto ciò ovviamente si oppone la grande rete e varie iniziative organizzate da diversi siti, tra i quali ricordiamo appunto quello della Blue Ribbon Campaign. Anche la Cina del resto non scherza come ci insegna la triste vicenda di Lin Hai, che ha dovuto subire un processo per avere fornito agli autori di pubblicazioni del dissenso alcune centinaia di migliaia di indirizzi internet di cittadini del suo paese. Questo è naturalmente un atto intollerabile per il potere che da sempre vuole ovviamente tenere tutto sotto controllo e non ama per niente il dissenso, soprattutto se questo può anche essere divulgato via internet.
Ormai la Cina costituisce in effetti la Intranet più grande del mondo, infatti se un cinese si collega a Internet, visto le limitazioni imposte dal suo governo non fa altro che entrare in una rete interna alla sua nazione, una colossale "intranet" appunto controllata sempre e comunque dallo stato.
L'accesso a molti siti della dissidenza cinese è bloccato e gli stessi provider cinesi sono costretti ad un'attività di autocensura e se questa viene infranta sono obbligati a chiudere all'istante. A causa di questa stupida censura i cinesi sono di fatto isolati dal resto del mondo anche se non da un punto di vista commerciale, infatti i grandi siti americani hanno adottato dei filtri speciali per non perdere l'occasione di lavorare con il grande mercato cinese, e garantire comunque alle autorità di quel paese che le informazioni scomode per il governo vengano bloccate. La censura in rete non è attiva solo in Cina, ma anche in molti altri paesi dove non esistono appunto dei sistemi democratici e la libera cirocalazione delle informazioni e delle idee è considerata un serio pericolo per il potere dominante.
E di fronte a tutto ciò i nostri intellettuali o i nostri insegnanti cosa fanno, naturalmente nulla, però in compenso lo fanno bene. Questo piccolo articolo dunque è da considerarsi come un atto di accusa nei confronti di chi appunto non fa nulla o in realtà fa ancora troppo poco per permettere a tutti di poter esprimersi liberamente e per permettere a tutti di poter leggere le cose che in effetti vorrebbero leggere.

Per avere altre informazioni e conoscere come la censura operi non solo in oriente ma anche in occidente, consiglio pertanto a tutti il sito della Electronic Frontier Foundation, www.eff.org , organizzazione che merita l'attenzione di tutti quelli che amano sostenere la libertà di espressione.
Carl William Brown  
Indice


La letteratura e i Potenti.

    In un capitolo di Guerra e pace, Nikolaj Rostov passeggia in una piazza di Tilsit, confuso nella folla che attende l'incontro tra Napoleone ed Alessandro di Russia. L'attesa non dura a lungo. Napoleone giunge al galoppo, montando un cavallo arabo grigio che non sa cavalcare, con l'uniforme turchina aperta sul panciotto bianco. Scende da cavallo. È piccolo, ha le cosce grasse e le gambe corte, il ventre e il petto sporgenti: un sorriso antipatico e finto disegnato sul volto; e la sua voce tagliente scandisce odiosamente ogni sillaba. Ad un tratto, comincia a togliersi un guanto, lo lacera, lo getta a terra: allunga la piccola e bianca mano grassoccia, prende una decorazione dal nastro rosso, la stringe tra le dita e la attacca senza guardare «sul petto del soldato Làzarev, come se Napoleone sapesse che bastava, perché quel soldato fosse sempre felice, ricompensato e segnalato tra tutti gli altri uomini, che la mano di Napoleone si degnasse di toccare il suo petto».
    Nikolaj Rostov, e noi che insieme a lui stiamo assistendo da migliaia di anni a questa scena, ci domandiamo se quel l'uomo grassoccio e vanitoso fosse veramente il signore del mondo, il padrone della storia, il simbolo sognato da tre generazioni di giovani. Così poca, così misera cosa è, dunque, un potente? Qualche capitolo dopo abbiamo la risposta. Centinaia di ulani polacchi si gettano a cavallo in
un fiume, per dimostrare il loro amore a Napoleone. La corrente del fiume è rapida, profonda e tumultuosa; e «decine di ulani affogano insieme ai loro cavalli, fieri di nuotare ed affogare» sotto gli sguardi dell'uomo che, seduto sopra un tronco d'albero, li guarda con aria distratta e malcontenta. Ecco, ci diciamo senza capire, la cosa misteriosa che quest'uomo porta con sé, nascosta in ogni molecola della sua persona, è veramente il Potere.
    Da Tacito a Shakespeare, da Plutarco a Tolstoj, la letteratura si è rivolta le stesse domande, che a Tilsit agitarono la giovane mente di Nikolaj Rostov. Chi è un potente? E cosa è il potere? Perché, in nome di questa forza, gli uomini sono stati uccisi a milioni sui campi di battaglia, trucidati nei letti dallo «smunto Assassinio», avvelenati, sgozzati, accecati? E quale desiderio ci spinge a morire come gli ulani di Napoleone? Il sentimento più naturale che uno scrittore nutra verso i potenti è l'avversione. Abituato alla resistenza tenace delle parole, egli pensa che l'onnipotenza sovrana sia un orribile privilegio. Un grande della terra non è mai sé stesso, perché la sua persona domina altre persone, foggia le cose, si continua nello spazio. Non può mai dire: questo sono io; questa è l'opera delle mie mani e della mia mente. Non è amato, odiato, considerato per quanto egli è o scrive, ma per l'immensa appendice, per il gigantesco corpo che lo avvolge: il Potere... Tuttavia, malgrado questa avversione, uno scrittore ha sempre oscuramente riconosciuto nei potenti qualcosa di immenso; e li, ha scrutati, come se soltanto essi gli rivelassero i segreti dell'uomo, i simboli del mondo e, forse, sé stesso.

Nell'immagine del potente, gli storici e i poeti tragici, hanno continuato a scorgere per secoli l'immagine di Dio. Come Dio, il potente sta lontano: irraggiungibile, invisibile, ignoto agli altri esseri umani. Nessuno può varcare questa distanza, e giungere sino all'imperatore di Bisanzio seduto sul suo alto trono, al Figlio del Cielo che ascolta la musica dei suoi perfetti orologi, all'imperatore di Persia nella sua reggia, al trono vuoto di Alessandro; o a Stalin che dorme nel suo lettuccio, chiuso in una stanza del Cremlino. Anche se vi giungesse, non potrebbe conoscerli. Il sovrano nasconde il vero volto dietro il velo fittissimo della finzione: imita, come scrisse uno spagnolo del Seicento, «il misterioso procedere divino, per tenere le persone in ansiosa attesa». Come Dio, egli è solo: senza veri amici, senza vera famiglia, senza eredi, senza passato, senza futuro, senza eserciti. Nulla assomiglia al suo sogno più di quanto osò un sultano di Delhi. Comprò tutte le case della città, ordinando agli abitanti di andare in un altro luogo. Nei palazzi e nelle catapecchie della capitale non rimase nemmeno un essere umano. Una notte il sultano salì sopra il tetto della sua reggia: volse lo sguardo su Delhi dalla quale non saliva né fuoco, né fumo, né luce; e soltanto in quel momento, davanti alla città deserta, solo nella sua reggia come Dio nel cielo, si senti completamente felice. Il potente riesce ad abitare in questa solitudine semidivina, perché è sorretto da una forza che noi ignoriamo. «Io non sono come voi» dice Giulio Cesare nella tragedia di Shakespeare «io sono fermo e immutabile, come la Stella Polare, che per la sua fissità e immobilità non ha rivali nel firmamento. I cieli sono dipinti da innumerevoli scintille; e tutte sono fuoco, e ognuna splende: ma ce n'è una sola che conserva in eterno il suo luogo. Così accade nel mondo, che è popolato da uomini... Eppure, di tutto il loro numero, ne conosco uno soltanto che se ne sta saldo, inespugnabile al suo posto, né movimento alcuno può scuoterlo. Quegli sono io...» Mentre l'impulso di dominare dà ai suoi gesti qualcosa di demoniaco, nel profondo dello spirito egli è calmo, freddo, distaccato, contemplativo. Domina le proprie passioni, impedisce al suo io di esibirsi: rinvia, pazienta, attende; preciso e oggettivo come lo sguardo che Dio e la Stella Polare gettano sul mondo. Se conserva questa calma nella tempesta, questa freddezza nello scatenamento, se dorme senza sogni la vigilia della battaglia che deciderà il suo destino, egli non ha bisogno di combattere. Il suo potere è già saldo nelle sue mani.
    Quando agisce, ha di fronte migliaia di possibilità, che si contraddicono a vicenda. Se egli fosse uno scrittore, dedicherebbe la propria vita ad una sola di queste possibilità. Sul campo di battaglia, si perderebbe a contemplare la linea e i colori del paesaggio, le penne di un uccello che vola e si ferma arditamente sopra il suo capo, quale sia l'erba che i suoi cavalli calpestano, quali i destini degli uomini che combattono per lui, quali pensieri attraversano la mente del nemico, cosa significhi la caligine - nebbia o fumo di incendio - che cela il lontano orizzonte. Il potente non vede questi particolari, non scorge queste possibilità. Egli alza il braccio, dà inizio alla battaglia, lancia una parola d'ordine semplicissima, inventa una formula elementare, che coglie una minima parte della realtà. Noi ci chiediamo: «Come farà a vincere, se non capisce le cose?». Ma proprio perché non capisce, sa aprire con la violenza le porte, per noi ostinatamente chiuse, della realtà. Vi entra, la possiede, e si insedia come un sovrano in questo luogo che non comprende.
    La meta ultima alla quale aspira è l'onnipresenza di Dio. Tutto il mondo conosciuto - pianure e montagne, mari, fiumi, deserti, gente d'ogni lingua e d'ogni colore, erbe, animali, pensieri - deve riposare nella curva delle sue braccia. Quando il mondo è suo, egli muta volto. Come il sole allo zenit, lascia cadere sui milioni di sudditi che si agitano ai suoi piedi, sui nemici che ha ucciso, sugli uomini ancora da nascere che continueranno ad adorarlo un sorriso stranamente amoroso. Nessun sorriso umano così dolce, come questo sorriso nutrito di sangue. In quel momento, egli scende dal trono rivolgendosi al più umile dei suoi soldati e dei suoi cittadini, quasi fosse anche lui un soldato; e questa affabilità e amabilità improvvise non fanno che accrescere la sua lontananza da noi.

    L'onnipresenza dei grandi ha anche un volto segreto, che i poeti tragici ci rivelano volentieri. Giunto al culmine della propria forza, qualche sovrano si accorge che proprio lui, che ha nelle mani tutto il potere, è Colui che non può. Egli dà ordini: gli ordini vengono eseguiti; ed ecco che le «unità infinitamente piccole», come Tolstoj le chima - il caso, la fantasia e i pensieri degli altri uomini, la natura, quella che noi diciamo «resistenza della realtà» stravolgono completamente il suo piano. Quanto ha realizzato è appena l'ombra contraffatta di quanto desiderava. L'ultimo artigiano è più potente di lui: giacché il vaso, il tessuto o il carro portano l'impronta di chi li ha costruiti. Molto di rado, un sovrano è così forte da comprendere questa semplice verità. Ha il potere, e gli basta. Ma chi ha davvero tutto il potere? Egli può raggiungere con i suoi eserciti la Russia e l'India, abbracciare con le sue flotte gli oceani: nulla lo contiene o lo limita; eppure non possiede un bosco di tigli secolari, che allungano la loro ombra presso il suo palazzo. Appena il vento porta fino a lui il profumo dei tigli che non possiede, gli sembra che il suo immenso dominio sia vano.
    Così il potente è il più infelice tra gli uomini. La sete di dominio uccide nella sua anima «il sonno innocente, ... il
sonno che pettina e ravvia il filaticcio di seta arruffato delle cose di quaggiù, balsamo della dolente anima stanca». Se le palpebre sono arrossate dall'insonnia, se l'occhio è ferito dalla spina del possesso, non riesce a contemplare la bellezza del mondo, che continua a rivelarsi ai suoi sudditi. Mentre dovrebbe emanare luce come il sole, diffonde intorno a sé solo grigiore e desolazione. Invecchia, circondato dal ricordo dei propri delitti, timoroso dei propri sudditi, abbandonato perfino dai desideri. Congiure lo insidiano nel suo palazzo, nella sua famiglia, nel suo harem: egli le reprime sempre più stancamente; e si accorge che le prime crepe stanno corrodendo le mura dell'impero. Presto si allargheranno, si estenderanno, come rughe gigantesche che nessuna mano può contenere, e tutto il regno crollerà nella polvere da cui era nato.
    Quante volte, ai tempi della giovinezza, egli aveva pensato che sarebbe riuscito a vincere con l'astuzia questo ridicolo incidente umano che è la morte. Ora ogni illusione l'ha lasciato. Se ha comandato a tutti, non può comandare alla propria vita; e non avrà in dono dalla sorte nemmeno un istante più di quelli che essa ha stabilito. Così la morte si avvicina anche ai potenti. Qualcuno viene soffocato o avvelenato dagli eredi. Qualcuno - non sappiamo se il più grande o il più atroce - continua a recitare la propria parte, mentre il corpo e le forze lo abbandonano. La sua volontà resta rigida: con la stessa attenzione di un tempo, controlla il volto e le parole, perché nulla di segreto gli sfugga; e cerca di essere amabile, per nascondere sino alla fine agli occhi di tutti - vicini e lontani, vivi e ancora da nascere - chi veramente egli è stato.

    Oggi i grandi della Terra non esistono più. Sono scomparsi da non molti anni, come una famiglia di animali travolta da una glaciazione o dalla temperatura troppo alta. Lo storico del futuro possiede una data precisa. L'ultimo degli antichi potenti fu Stalin, l'uomo che amava Shakespeare e il balletto; e quando Malenkov, Berija, Molotov, Kaganovic lo trasportarono a spalla verso la tomba - era un freddissimo e grigio giorno d'inverno del 1953 - non sapevano di seppellire l'unico rappresentante di una razza ormai estinta. Pochi si accorsero di cos'era accaduto, e intonarono inni di liberazione e di gratitudine. L'epitaffio venne scritto qualche anno più tardi: lo pronunciò Kruscev; e fu grottesco, irriverente, blasfemo, come accade quando gli schiavi liberati - noi tutti - prendiamo il potere.

    Tra coloro che ci governano, molti guidano nazioni immense, vere «monarchie universali»: hanno poteri incontrollabili, come talvolta non possedevano i sovrani di Roma e Persepoli. Eppure nessuno di loro è davvero un potente. Nessuno ha quelle qualità profonde che trasformano un uomo politico in un personaggio simbolico, che gli consentono di raccogliere attorno a sé i pensieri e le fantasie degli uomini, e invitano all'imitazione. Quando li incontriamo o li contempliamo alla televisione, abbiamo la strana impressione che non esistano affatto. Agiscono, ma non hanno un corpo: parlano, ma non hanno voce; sorridono o sono preoccupati, e non sappiamo veramente di cosa e perché. Più spesso, ci sembrano dei fantasmi - ora infelici, delicati e patetici, ora stupidi e grossolani - che cercano di imitare senza riuscirci i gesti dei potenti scomparsi.

    Sapendo di agire sotto milioni di occhi, gli antichi sovrani possedevano uno spontaneo temperamento teatrale, capace di indovinare ogni vibrazione del loro pubblico; e perfino chi si nascondeva alla folla nel segreto della sua reggia, recitava sopra una scena spalancata davanti al mondo. Coloro che, nei nostri giorni, hanno in mano il a potere vorrebbero recitare come i sovrani di una volta. Quale disastro! I volti, che essi ci presentano con l'aiuto di esperti pubblicitari, truccatori, massaggiatori, sono delle maschere scolorite e lievemente sinistre, le quali non suscitano nessuna complicità nella folla. Come vorremmo strappare dal loro volto quei lineamenti nervosi, protesi nell'ansia di piacere: quei sorrisi meccanici, quelle false cordialità; la «collezione mimica» che portano nella memoria e da cui scelgono ora un gesto ora l'altro, come una signora sceglie questo o quel vestito da una collezione di mode. In una delle sue pagine più geniali, Nietzsche descrisse la qualità sostanzialmente teatrale del mondo moderno - vestiti raccolti in un armadio, in attesa di venire indossati a modo di travestimenti. Non poteva immaginare che, mentre ogni cosa sarebbe diventata teatro, l'Occidente stava perdendo ogni più modesta qualità teatrale.
    I nuovi potenti conservano i desideri di quelli antichi, ma sminuiti e indeboliti nella loro forza. L'orgoglio e la cupidigia del dominio diventano nevrosi: lo slancio, che spingeva ad uscire perdutamente dal proprio paese e dal proprio io verso gli estremi del mondo, si ripiega su sé stesso, come se il potere fosse un cappotto da indossare gelosamente, per proteggersi da qualcosa o qualcuno. Le mete politiche vengono abbandonate o lasciate da parte. Così essi stanno nel cuore del dominio: ma temono che un soffio di vento possa lacerarlo e dissolverlo ogni mattina, e condividono l'incertezza, l'insicurezza, la labilità, che una volta distinguevano le vittime. Pochi tra loro potrebbero ripetere, le parole di Cesare: «Io sono fermo e immutabile come la Stella Polare, né movimento alcuno può scuotermi». Perché essi hanno smarrito la terribile calma della forza: il dominio sulle proprie passioni: la pazienza temporeggiatrice, che sa dove vuol giungere e vi giunge, più rapida del più rapido impeto; la dura freddezza contemplativa, che guarda le cose dall'alto, non le comprende ma le conquista.

    Qualcuno può immaginare che, con la morte dei grandi della Terra, sia scomparso dal mondo anche il potere, questo incomprensibile vampiro. Sappiamo che non è vero. Il potere continua ad estendere ogni giorno il proprio spazio, mentre ogni giorno si allarga tra gli uomini il desiderio di conquistarlo. Se, una volta, esso mostrava soprattutto l'aspetto della forza - l'impeto degli eserciti, il veleno che uccide, il sangue versato in segreto ed in pubblico - ora si esprime in moltissime forme. E' immagine televisiva, parola detta o stampata, libro che finge di non avere scopo, musica ripetuta fino all'ossessione, vestito innocentemente indossato dal ragazzo di quindici anni. Tutti ne abbiamo ormai una piccola parte: i politici e i giornalisti, i giudici e i prigionieri, i banchieri e i ladri, gli industriali e i letterati, i professori e gli studenti, i padri e i figli, le migliaia di categorie sociali organizzate, le migliaia di corpi e di istituzioni nelle quali si suddivide sempre più il tessuto della società moderna. Per nostra fortuna, questi corpi si detestano ferocemente tra loro. Tra il dominio conquistato da un corpo sociale e quello di un altro, che gli sta di fronte o vicino, esistono ancora dei larghi spazi vuoti, delle brughiere abbandonate, dove possono sopravvivere e passeggiare quasi liberamente coloro che non amano comandare.

    Così diffuso e molteplice, il potere ha cambiato forma. Non ha un volto riconoscibile, come era quello dei grandi della Terra: è anonimo, vuoto, indifferenziato. Per quanto ci sforziamo, non riusciamo a disegnarlo con un'immagine o una definizione. Come l'atmosfera che ci avvolge da ogni parte, esso si insinua, striscia, ci abbraccia, occupa i nostri atti, i nostri gesti, i nostri pensieri, le nostre fantasticherie. È la sostanza onnipresente dove si imbeve ogni attimo della nostra vita: qualcosa di gelatinoso e di vischioso, che si attacca a coloro che lo desiderano e anche a coloro che si trovano a camminare, per caso, presso i luoghi dove soggiorna più volentieri. Se tutti hanno o possono avere il potere, nessuno riesce veramente ad afferrarlo. Così è proprio lui a possederci, senza che noi lo sappiamo. Poche epoche come la nostra, la quale ha sepolto i grandi per liberarci dalla morsa del dominio, sono state così schiave della soggezione e del fascino del potere.

    Durante i tempi più atroci della storia, vi era sempre qualcuno uno storico, un poeta, un viaggiatore, uno scriba ignoto, un testimone indifferente, spesso un servo del sovrano o lo stesso sovrano -che scriveva una pagina dove l'essenza del potere veniva fedelmente rispecchiata. Oggi, temo che non esistano più questi specchi veritieri, ma soltanto degli specchi superficiali, parziali e deformati, nei quali un gruppo sociale ne critica un altro. II potere amorfo, vischioso ed anonimo, senza protezione di simboli, non interessa la letteratura: Nixon è meno attraente di Cesare, Breznev di Alessandro Magno, Perón di Montezuma. O, forse, la ragione è diversa. Anche la letteratura - questa alta rocca, dalla quale si guarda con limpido terrore il mondo - è stata sedotta dalle insinuazioni del potere. Anch'essa ha dimenticato che l'unico, vero potere lo hanno gli inermi, gli inutili, i disarmati: coloro che non desiderano né influenza né forza, e conoscono soltanto poche grandi immagini, pochi grandi pensieri, un ritmo che fugge, melodico, capriccioso o spezzato, dietro ogni parola.

1973 Da L'armonia del Mondo di Pietro Citati Rizzoli, 1998, Milano. Indice

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