SILVANO AGOSTI

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BIOGRAFIA di SILVANO AGOSTI

Data e luogo di nascita: 23 Marzo 1938, Brescia, Italia
Si diploma all’Istituto Magistrale e parte giovanissimo per Londra. Vuole vedere la casa dove nato Charlie Chaplin e in seguito scoprire il mondo. Vive in Inghilterra, in Francia, in Germania svolgendo i lavori più umili e infine parte a piedi, come un pellegrino medioevale per visitare tutto il Medio Oriente e l’Africa del nord.

Si iscrive nel 1960 al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove si diploma nel 1962, vincendo con il cortometraggio La veglia il ciack d’oro che gli viene consegnato dal Presidente della Repubblica. A Mosca, nel 1963, si specializza sull’opera di Ejzenstejn.

Dopo aver lavorato con Marco Bellocchio alla sceneggiatura, i dialoghi, il montaggio de "I pugni in tasca", nel 1967 esordisce col lungometraggio con "Il giardino delle delizie". Fortemente censurato in Italia e invitato all’esposizione universale di Montreal. Nel 1975 dirige "Matti da slegare" con Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Stefano Rulli.

Dal 1976 al 1978 è docente di montaggio al Centro Sperimentale di Cinematografia. Il suo cinema Azzurro Scipioni, nel quartiere Prati, diviene un punto di riferimento per i film d’arte e per quello impegnato. Nel 1983 termina "D’amore si vive", personalissima ricerca sulla sensualità e i sentimenti in una Parma tutta speciale.

Intorno agli anni 80 inizia la sua attività letteraria che produrrà romanzi come "l’UOMO PROIETTILE" (candidato al Premio Strega) "UOVA DI GAROFANO", "LA RAGION PURA", "IL SEMPLICE OBLIO" , "LETTERE DALLA KIRGHISIA.

Vive, gioca e lavora a Roma.  www.silvanoagosti.com


DIARIO AZZURRO n.145 del 04.07.2006  di SILVANO AGOSTI

L’arroccamento delle persone dietro le pareti domestiche nasce forse da una sorta di pudore nel non voler mostrare agli altri le tracce di una vita non vissuta, o mal vissuta o, nel migliore dei casi, solo “poco vissuta”.
Così a solitudini di libertà si sostituiscono solitudini di reclusione e, tra le pareti domestiche, i percorsi dello sconforto si moltiplicano fino a creare un’intricata sensazione di impotenza.
Ricordo nelle mie visite ai villaggi del Caucaso, l’incredibile emozione di vedere le porte delle case spalancate, come braccia aperte ad accogliere chiunque. E le stanze, all’interno, adorne solo dell’essenziale. Una madia per il pane, un tavolo, un divano e qualche sedia.
E un delizioso profumo di serenità e di conforto. I vecchi seduti sulla soglia di casa, i bambini in eterni percorsi di gioco.
Da qualsiasi evento e da ogni atto emergeva l’assenza del dato economico. Quella beatitudine non aveva insomma alcuna relazione con il denaro. Ma perché ne parlo? Forse per proporre a chi abita qui da noi di seguire lo stesso percorso? Certo che no.
Sento invece l’urgenza di descrivere la soavità del “vivere” contrapposta alle infinite complicazioni dell’”esistere”. Mi piace pensare che le parole della semplicità possano posarsi come un balsamo ristoratore su chiunque si senta oppresso dall’attuale organizzazione della società.
Certo dovrei riuscire a ridisegnare quei volti che ho ammirato sulle montagne del Caucaso e portare i loro sguardi nell’anima di chi legge, per riuscire a comunicare il beneficio di una serenità semplice. L’uomo è per natura produttivo se non è dilaniato dalla sottomissione e dallo sfruttamento. Nessun abitante di quei luoghi ha caratteristiche di estraneità. Chiunque incontriate vi offre da subito la sensazione di conoscerlo da sempre. Proprio come dovrebbe essere, dato che ognuno di noi ha circa sei miliardi di parenti, nella naturale famiglia dell’umanità.
Credo che ogni giorno l’incontro con nuovi ed altri esseri umani possa nutrire in modo definitivo il comune bisogno di serenità. Sono certo che se tutti avessero a disposizione almeno metà della loro giornata e la potessero vivere nella libertà, potrebbero finalmente abbandonarsi al fluire degli incontri, avere un numero quasi illimitato di conoscenti, moltissimi amici e, certamente, non pochi legittimi amori.
Nel finale del film di Federico Fellini “8e1/2” il protagonista offre questa conclusione  “La vita è una festa, viviamola insieme.”
E’ vero, la vita, liberata dalle imposizioni, non è che una delicata e amorevole festa.

Immaginiamo alcune persone riunite in una stanza. Entra d’improvviso un Marziano, che, come si sa, è fatto a palla. Il Marziano chiede gentilmente se qualcuno può dirgli che cos’è una mano. Chiunque dei presenti mostri una mano offre una risposta esatta.
Ciò significa che tutti gli esseri presenti in quella stanza sono simili, anzi “strutturalmente” identici. Quindi ciò sta a significare che gli esseri umani sono tra loro profondamente simili, ovvero strutturamente identici. Il che significa che di uno sconosciuto noi sappiamo almeno quanto  Conosciamo di noi stessi, e cioè circa un 80%. Ci manca il restante 20% che non possiamo conoscere in anticipo perché rappresenta il mistero dell’individualità, ovvero l’assoluta diversità dell’altro da chiunque altro.Detto questo possiamo avvicinare qualsiasi sconosciuto con grande intimità, dato che già consciamo tanto di lui.Forse la paura che si ha degli sconosciuti e tanta quanta è la sfiducia in se stessi.

Mastro Pirolli, falegname del cinema, una vita trascorsa a inventare e a essere sottovalutato. Un artigiano di rara maestria è venuto a mancare nella giornata di ieri.
E’ il padre del mio carissimo amico Mario, che spesso si riferisce a lui per chiarire i misteri del vivere. Io credo che quando qualcuno muore il modo migliore per rispondere all’evento è di migliorare la qualità della propria vita. Così farò, caro Mario, anzi, così faremo.


Massimiliano, l’ex magazziniere di Cremona che, dopo aver letto LETTERE DALLA KIRGHISIA, si è licenziato ed è coraggiosamente partito per l’Irlanda dove da quasi un anno sta assaporando un modo nuovo di vivere, è rimasto colpito dall’ultimo diario, dove ho descritto la faccenda dei due millimetri e mezzo di sconfinamento di una rete e delle lotte conseguenti. Mi manda questa mail

Dublino 02 luglio 2006

a proposito di tavolata.

ricordo che dopo vent'anni di gelo condominiale e di bisbigli furtivi sulle scale, la nuova inquilina del secondo piano, Nicoletta, aveva organizzato una cena nel giardino del condominio. il foglio delle conferme d'adesione, attaccato sul portoncino d'ingresso, rimase per parecchio tempo quasi vuoto con le sole firme di mia madre e di un'altra vicina. ricordo che uno dei vecchi senatori della casa, che abita all'interno 8, chiese a mia mamma con aria preoccupata parlando sottovoce come se avesse appena rubato la marmellata dalla dispensa "ha sentito della cena? ma lei andra'?" comunque dopo un po' di incertezza la cena ando' in porto e in una calda sera d'estate i condomini si riunirono per la prima volta dopo vent'anni di completo anonimato. la serata scivolo' via leggera e, grazie a una Nicoletta molto Kirghisa, tutti i partecipanti persero rapidamente quel velo di gelo che li ricopriva da anni e si persero in accese discussioni. Dopo quella volta la cena di fine estate e' diventata tradizione al numero 26 di via olimpia. E anzi i condomini hanno ben presto trovato il pretesto per organizzarne un'altra in corrispondenza del carnevale. Gnocchi fatti in casa e pomodoro.
Che dire... Nicoletta, cittadina onoraria Kirghisa Un abbraccio forte, Massimiliano.

Ecco

IL GRILLO PARLANTE

LA CERIMONIA DELL’ADDIO

“Remigio, fotografo di quartiere” Accanto alla targa sbiadita, una piccola insegna al neon ha avvertito per anni che in quel laboratorio si potevano prenotare “Riprese nuziali”.
Stimato fotografo, Remigio aveva fotografato per anni tutti o quasi gli abitanti del quartiere, soprattutto per uso passaporto, licenze di caccia, carte d’identità.
Poi la città era stata invasa dalle macchinette fotografiche automatiche e Remigio aveva visto diminuire sempre più le richieste, fino a svanire.
Allora, tramontata la fotografia, si era inventato di filmare prime comunioni e matrimoni con una piccola videocamera. Era stato il primo a realizzare brevi filmati matrimoniali a Roma e la sua piccola azienda si era irrobustita.
Poi, poco a poco, la concorrenza nel settore era divenuta spietata e quasi nessuno si rivolgeva più a lui, preferendo ditte specializzate, in grado di realizzare veri e propri film, con tanto di sposa sull’altalena fiorita, spinta dal giovane marito, cerimonia in chiesa vista da più punti, anche dall’alto e pranzo nuziale con tanto di ballo finale.
Aveva pianto di umiliazione, Remigio, assistendo a uno di quei piccoli colossal. Intuiva che il destino ancora una volta lo avrebbe abbandonato.
Si era presto consolato perché gli era venuta d’improvviso l’idea che avrebbe consentito di vivere una serena vecchiaia.
Il referendum sul divorzio era stato vinto dai Sì e questa vittoria clamorosa sarebbe stata anche la sua fortuna.
Una nuova targa, questa volta definitiva, era apparsa all’ingresso del suo laboratorio “Riprese di cerimonie d’addio.”
Era un modo delicato ed elegante di riferirsi allo scioglimento del matrimonio attraverso il divorzio.
Suo cognato, usciere del tribunale, gli avrebbe passato l’elenco di quelli che chiedevano il divorzio e lui li avrebbe avvicinati proponendo di filmare la cerimonia di addio.
“Così ognuno di voi potrà dire in libertà le sue ragioni, senza essere interrotto o inteso male.” Concludeva Remigio, lusingando il senso di difesa dei propri diritti usurpati che albergava sempre o quasi nel cuore di ambedue i coniugi offesi.
Quasi tutti i divorzianti erano provvisti di un film sul loro matrimonio, risultava quindi logico e per certi versi rasserenante entrare in possesso di un film sul loro divorzio.
Ieri Remigio, mi ha fatto la sua rivelazione.
“Son più quelli che divorziano ormai di quelli che si sposano, ma vuoi sapere la cosa più strana? Molti, dopo aver visto il film sul loro divorzio si rimettono insieme.Un po’ perché si vergognano e un po’ perché tornano a vedersi per la prima volta.”


DIARIO AZZURRO n.144 del 27.06.2006  di SILVANO AGOSTI

Sono stato ospite di un amico in un piccolo centro nella provincia di Brescia.Tutte case villette recenti, costruite alcune dagli stessi proprietari. Tutte nascoste dietro muri o siepi.
Sono venuto a conoscenza di vicende incredibili, quasi l’energia di tutti gli abitanti del borgo venisse impiegata con scrupolo per combattere i vicini e procurare ai propri simili il maggior danno possibile.
Fiumi di maldicenza, dispetti e dispettucci, inspiegabili se portati alla luce del buon senso.
Faccio un esempio. Qui ogni piccola proprietà è circondata da reti o da muri e un vicino ha costretto l’altro a rifare completamente il lavoro di recinzione volete sapere perché?
Perché il piccolo anello di cemento che sosteneva i ferri cui era assicurata la rete “invadeva” la sua proprietà di alcuni millimetri.
Alcuni millimetri di invasione del confine hanno determinato la modifica strutturale di tutto il recinto.
Certo viene spontaneo chiedersi “Ma cosa significa un evento del genere?”
Ho detto all’amico che mi ospitava “Dopo le storie che mi hai raccontato credo che Dante non abbia avuto bisogno di scendere nei gironi dell’inferno, forse si è limitato a fare un giretto in un borgo come il tuo…”
Ho proposto al mio amico di organizzare una festa nel borgo, di allestire una lunga tavolata e invitare tutti a un grande pranzo, il pranzo della riconciliazione e della concordia.
L’amico mi ha guardato con un sorriso che non dimenticherò e ha mormorato: “La tavola rimarrebbe vuota.”
D’improvviso vediamo due bambini di forse quattro o cinque anni che sono riusciti ad attraversare una siepe di confine e stanno raccogliendo le margherite in un prato antistante una della case.
Indico la scena poetica e vitale dei due piccolini intenti a raccogliere i fiori, come per convincere il mio amico che dove si vedono immagini del genere è impossibile che ci sia malvagità e che una tavola della concordia rimanga vuota.
D’improvviso esce dalla porta della casa un vecchio con un bastone in mano e si avvicina minaccioso ai due bambini gridando: “Fuori di qui, via via.”
I due bambini impauriti riattraversano la siepe e, superata la strada di corsa si rifugiano nella loro casa.
“Hai visto quel vecchio che ha cacciato i bimbi. Lui è uno dei migliori del borgo. Immagina un po’ gli altri.”
“Ma cos’è che incattivisce così la gente?”
“Mah, forse un benessere precario, privo di certezze.”
Sono riuscito a fargli promettere che prima o poi si lascerà aiutare ad allestire nel mezzo della via una lunga tavola per organizzare nel borgo “il pranzo della riconciliazione e della concordia”.


Venerdì scorso ho partecipato negli studi di Cinecittà riservati alla rete televisiva La 7, alla trasmissione NDP, Niente Di Personale, che andrà in onda giovedì 29 alle ore 20.45, credo.
Mi è stato chiesto di parlare della Kirghisia, riferendosi alla descrizione che faccio di quel Paese, nel mio romanzo LETTERE DALLA KIRGHISIA.
Avevo appena finito di comunicare che in quel paese nessuno lavora più di tre ore al giorno perché il resto del tempo viene dedicato alla vita, e che, sempre in Kirghisia, quando qualsiasi cittadino compie 18 anni gli viene regalata una casa, e i politici non vengono pagati ma fanno del volontariato etc, etc.
Dopo queste mie rivelazioni un mormorio apparentemente di sdegno si è sollevato dal numerosissimo pubblico.
A questo punto il presentatore con mossa brillante ha proposto un test: “Vediamo tra i presenti chi è d’accordo con quello che si fa in Kirghisia.”
Con mia grande sorpresa praticamente tutti i presenti hanno alzato la mano.
C’era dunque una differenza incolmabile tra il mormorio quasi di raccapriccio che si era levato tra il pubblico quando descrivevo la bellezza di un Paese che consente ai suoi abitanti di vivere serenamente, senza il ricatto della casa e del lavoro, e questa curiosa unanimità della braccia tutte levate a dare autorevolezza alla proposta di una società diversa, capace di elaborare ogni progetto sul benessere di ogni cittadino e non su un astratto concetto di produttività o ancor peggio sul PIL…

Sabato sono stato ospite della libreria Kaosmosi di Padova. La saletta della libreria era colma di persone dall’aria molto attenta e interessata. L’incontro si è protratto per circa tre ore, finchè ho avuto la sensazione che avremmo potuto rimanere lì per sempre e allora ho immediatamente concluso l’incontro.
Abbiamo parlato di tematiche che urgono nel fondo dell’animo umano e della possibilità di alimentare il proprio bisogno di libertà anche nelle peggiori condizioni esistenziali.
Mi commuove non poco, ogni volta che incontro un insieme di persone, ritrovare un desiderio intatto di esplorare zone misteriose dell’animo umano. E’ come se ci fosse in ognuno dei presenti una sete inestinguibile di veder affiorare significati nuovi da temi e pensieri eternamente affrontati. Esempio di affascinante dilemma: Domanda di un partecipante “Ma come ci si deve comportare quando si decide di amare una donna per non commettere errori?”
Risposta “Decidere di amare una sola donna può corrispondere più al desiderio di possederla che di amarla.
L’amore è simile alla luce del sole, che cade su ogni cosa e non mai su una sola. Naturalmente, così come ogni cosa riflette o assorbe la luce del sole in modo diverso da qualsiasi altra, anche l’amore verrà recepito in ogni persona con modalità e intensità diverse. E’ indispensabile amare tutti, se si vuole veramente amare qualcuno. Lo so che una tale affermazione può disorientare chi associa all’amore il possesso, ma di ciò io sono profondamente convinto. Allora qualcuno subito afferma “ Ma amando tutti si può rischiare di non amare nessuno.” E’ un rischio che vale la pena di correre, se si vuol capire la vera essenza dell’amore cioè la “gentilezza”.

La mail della settimana è quella che mi ha inviato Arianna

Caro Silvano,

a proposito di verità, leggo questa frase di Werner Heisenberg da Il principio di indeterminazione:

“Nella misurazione delle particelle elementari l’intervento dell’osservatore modifica il quadro, rendendo impossibile ogni esatto accertamento”.

Non solo mi torna in mente Rashomon ma penso anche a quanto sarebbe fantastico il mondo se ognuno conservasse il suo personale punto di vista sulla realtà. Allora tornerebbe ad avere senso il dialogo come incontro di pianeti, che generano ad ogni contatto nuove galassie. E sarebbe anche possibile quell’espansione esponenziale della creatività di ogni essere umano, di cui tu scrivi spesso. Invece sembra che la società sia organizzata nella dotazione di un paio d’occhiali omologati (tipo quelli con cui guardare i film in 3D) da indossare poco più che bambini, in modo che tutti possano guardare lo stesso triste spettacolo! …. Allora a chi ancora usa i propri occhi capita, spesso, di ferirsi con la luce artificiale in cui siamo immersi, o di percepire come una “diversità” faticosa la ricerca di quella luce naturale che scalda la pelle e l’anima.
Vivendo queste sensazioni penso a te, caro Silvano… all’amore verso gli esseri umani disteso in ogni tua fibra, come un arco teso sempre a ricordare a chi non si è accorto di averli sul naso, che quegli occhiali non gli appartengono e di incoraggiare tutti a riscoprire i colori della libertà. C’è in te un desiderio gioioso di chiamare tutti a partecipare alla festa della vita, che accende il tuo viso d’una luce rara: quella della purezza. Che è eterna infanzia, come ritorno consapevole e quotidiano, dopo il cammino del giorno nella penombra, al candore di una luna distesa tra le pieghe della notte. Mi piace abbandonarmi alla delicatezza di questa luce, come ad un sonno che accende sogni infiniti, perchè sospesi da sempre nel cielo.

Arianna.

E ora ecco

IL GRILLO PARLANTE

Un anonimo illustre

Mi è arrivata una lettera, strana. Non tanto per il contenuto, quanto per la firma.
Al termine delle due paginette scritte in bella calligrafia, infatti, c’erano un nome e cognome che mi hanno procurato un brivido di stupore.
Insomma, la misteriosa lettera, scritta a mano e in russo, è firmata Fiodor Dostoevskij. A meno che non si tratti di un anonimo o di uno scherzo di dubbio gusto, la lettera si rivolge a me con esplicito affetto e con generosa stima e chi scrive mi parla come se avessimo condiviso gran parte della nostra vita. Tra l’altro mi incarica di ricordare ai miei simili una sua profonda convinzione e cioè che ogni istante della vita vada vissuto come se, su ognuno, pesasse una condanna a morte, riuscendo a creare un’espansione infinita del presente, tipica di chi, essendo a breve e ineluttabile distanza dalla morte, vuole ritrovare in un istante l’immensità del tempo perduto. Si direbbe che abbia letto le mie cose e questo mi procura una soddisfazione rara. Ma forse è più corretto trascrivere alcuni tra i più importanti passaggi della misteriosa lettera. “Caro e stimato amico, non mi dilungherò a elencare le ragioni che mi spingono a scriverti, superando qualsiasi logica temporale e perfino di buon senso, dato che nella condizione in cui mi trovo non è prevista alcuna forma di comunicazione. Tuttavia notando la tua passione verso personaggi generalmente trascurati e sepolti nei loro destini secondari, ho avvertito una tua vicinanza ai miei intenti e alle mie predilezioni che mi ha “costretto” a entrare in contatto con te. Tutto ciò che è stato scritto e viene scritto con la passione della verità, raggiunge, prima o poi, nel passato, nel presente e nel futuro, le massime profondità del cuore umano. I personaggi che un Autore crea, non lo abbandonano mai più.
Fa in modo che i tuoi scritti siano un canto alla vita. Gli esseri umani, purtroppo, sono incapaci di organizzare la vita a favore di se stessi e la perdono al servizio di poteri che negano qualsiasi progetto di autentica libertà e benessere. Vuoi sapere se ti leggo? Sì, prima ancora che tu scriva. Un abbraccio, Tuo Fiodor.
P.S. Non mostrare a nessuno questa mio scritto, potrebbe turbare con pensieri impossibili chiunque lo legga.” Passerò il resto della mia vita a cercare di scoprire chi può avermi inviato questa lettera facendomi credere che sia stato Dostoevskij a scriverla.
Anche se, per un attimo, mi sono lasciato travolgere dall’idea che fosse proprio lui, il grande Fijodor, a occuparsi di me.


 DIARIO AZZURRO n.143 del 20.06.2006 di SILVANO AGOSTI

Quando scoppia lo scandalo di turno di cui tutti parlano, (il re prigioniero) mi viene subito in mente lo scandalo permanente di cui nessuno parla e cioè del fatto che ogni giorno su questo pianeta muoiono di fame circa 30.000 bambini.
Mi limito ai bambini perché nei loro confronti il termine scandalo aderisce meglio.
Credo che tutti i giornali e i Tg, come mi capita ogni giorno di desiderare, dovrebbero aprire articoli e comunicati con questa notizia “Signori e signore, anche oggi moriranno 30.000 bambini di fame” e la sera “Gentili amici, anche oggi nel mondo in cui viviamo sono morti 30.000 bambini di fame, domani, come ben sapete da oltre cinquant’anni, ne moriranno altrettanti.”
Mi pare che se ciò accadesse, ben presto qualcuno si chiederebbe
Se ciò sia fatale o necessario a qualche gruppo egemonico.
Di fatto nessuna Autorità mondiale, per ora, persegue questo obbiettivo. Forse dopo questo diario…

La sera a volte si presenta come un’alba notturna e la luce del giorno lentamente svanisce lasciando affiorare alla memoria l’intero corso della vita.
E’ una sorta di piccolo “giudizio universale” durante il quale la mente passa in rassegna eventi e progetti talvolta favorevoli e riusciti, e che in altre occasioni sono naufragati nell’oceano dell’inspiegabile.
Si tratta di lasciarsi affiancare dall’ironia per non soccombere a revisioni di coscienza così globali e rigorose.
Spesso accade che immagini e ricordi, frammenti di speranze e di certezze in parte sgretolate, si uniscano a formare un affresco di fatti e accadimenti la cui estensione supera i confini della coscienza. Uno stato d’animo di questo tipo rende difficile perdersi nel sonno.
Poi, col trascorrere delle ore, l’aroma della vita che ci attende fa calare anche sullo sguardo interno un velo di dolcezza e finalmente il sonno ci avvolge.
Al risveglio, l’indomani, lo sguardo sulla realtà è terso e trasparente, come l’aria intrisa di ozono dopo i temporali.

Se chiudessero il bar accanto al cinema mi mancherebbe una delle principali fonti di conoscenza del mondo.
Ieri Gino, il vecchio e simpatico imbianchino in pensione, minacciava l’aria a pugni chiusi e imprecava contro i tedeschi.
“I tedeschi hanno detto che ci sono troppi vecchi, ha detto che siamo troppi, hai capito. Io ho lavorato tutta la vita e ho versato
ogni anno i soldi dei contributi e adesso mi rinfacciano che sono vecchio. Allora, che volemo fà? Riaprire i campi di Sterminio e questa volta eliminare i vecchi invece che gli ebrei?”
Non c’era verso di calmarlo. Aveva seguito una trasmissione sull’Unione Europea e un deputato tedesco aveva denunciato allarmato il numero crescente di anziani che popolano i vari paesi dell’Europa.
Allora ho trovato la frase giusta.
“Gino, ma guarda che tu non sei vecchio, sembri ancora un giovanotto. Forse il deputato tedesco si riferiva al nuovo Presidente della Repubblica, che ha quasi novant’anni.”
Gino si è finalmente perso in una delle sue risate afone, rare ma capaci di farlo lacrimare di godimento.

Ho dedicato questa Poesia a Barbara, l’impiegata dell’ufficio postale da dove spedisco le mie LETTERE DALLA KIRGHISIA.

A Barbara.

Ti ho vista intatta,
Con qualche perla
Di sudore sulle ciglia,
Dietro il bancone
Dell’ufficio postale,
dove scorre nel nulla
il tuo tempo migliore.
Ma una beatitudine
Infantile splende
nei tuoi sguardi,
quasi tu fossi
intenta a restaurare
il mondo, col tuo sorriso.
Ti ho vista sola
Camminare verso casa
dove il presente
diverrà, nel silenzio,
il tuo vuoto passato.


Ed ora,

IL GRILLO PARLANTE
Cerco in me la donna.

“Percorro incredula il territorio dell’inspiegabile, chiedendomi ogni giorno: questa è dunque la mia vita? E’ tutto qui in queste giornate terribilmente simili una all’altra, il grande mistero dell’essere?
L’occasione della vita è unica, una e sola nell’intero percorso dell’eternità, come posso identificarla con questa mia prigionia, in un piccolo appartamento della grande città, dove trascorro quasi tutto il mio tempo, in un vero e proprio ergastolo, privo di carcerieri?
Da bambina mi hanno detto che dovevo andare a scuola e io sono andata a scuola, mi hanno spiegato che senza l’università la scuola significava ben poco, e sono andata all’università. Poi mi hanno fatto intendere che se non trovavo un uomo “adatto a me” sarei rimasta sola e senza alcun appoggio e ho fatto il possibile per convincermi che l’uomo che per primo mi ha corteggiata era proprio “l’uomo della mia vita”. Del resto qualsiasi convivenza al di fuori del matrimonio era sconsigliata e allora mi sono sposata. Da subito mi sono trovata richiusa nel ruolo di moglie e cercavo di capire perché l’uomo che avevo conosciuto era subito sparito lasciando posto al “marito”. Era poi sottinteso che ambedue ci sforzassimo di mettere al mondo al più presto il primo figlio e così abbiamo fatto. Anzi, per rendere socialmente perfetta la nostra unione siamo riusciti a dare vita anche a una bambina.
Da allora ho trascorso il mio tempo al servizio dell’”uomo della mia vita” e dei due figli, che sono cresciuti non senza gli stessi problemi che avevo vissuto io stessa durante la mia infanzia, la mia adolescenza e la mia giovinezza.
Ho tentato invano di far sì che il loro destino, fosse almeno un po,’ diverso dal mio, ma tutto sembrava predeterminato.
Inoltre poiché la sofferenza, la noia matrimoniale, lo sconcerto per essere costretta a vivere un destino che non sentivo mio giacevano nel segreto dell’intimità, non mi è mai stato possibile esprimere apertamente il mio disaccordo.
Così io e “l’uomo della mia vita”, non potendoci dire alcuna verità abbiamo cominciato a litigare e il litigio è stata la sola variazione apprezzabile della convivenza matrimoniale…” Una mano femminile, tremante mi toglie garbatamente il foglio di mano. “Scusi, questo foglio è mio, l’ho perso nel prendere la posta”. Nell’atrio deserto del caseggiato la signora del quarto piano e io ci guardiamo imbarazzati. “L’ho trovato per terra.” Mormoro in tono di scusa. Le guance della donna sono coperte di un intenso rossore, mentre guarda il solo uomo al mondo che conosce i suoi segreti.


DIARIO AZZURRO n.142 del 13.06.2006 di SILVANO AGOSTI

Ci sono vari modi, anche semplici, di verificare la sottomissione delle persone a regole costumi che non corrispondono alle loro reali necessità.
Un modo semplicissimo è di lasciare socchiusa la porta di casa.
Subito alcuni condomini suonano allarmati al vostro campanello e vi avvertono che la porta della vostra casa è aperta.
Quando poi voi date prova di saperlo e anzi, che la porta aperta fa parte di una scelta, cosciente e voluta, allora l’espressione dei loro volti diviene impenetrabile, come se volessero chiudere nel fondo di se stessi la decisa esecrazione per una simile imprudenza.
In realtà ai più disinvolti capita anche di poter aggiungere senza gravi conseguenze, che “Una gabbia aperta non è più una gabbia, ma solo una parte protetta del mondo, dell’intero mondo circostante.”
Anche i migliori sussurrano perplessi “Ma e i ladri?”
I ladri in questi ultimi venti anni hanno visitato tutti gli altri 29 appartamenti del condominio e la sola casa nella quale non sono entrati è quella con la porta aperta, la mia. Ho già raccontato altrove che un giorno sono sceso in fretta nel quartiere per un rapido acquisto e ho lasciato la porta di casa socchiusa. Al mio ritorno ho trovato nel salone un sacerdote, comodamente seduto sul divano.
“Buon giorno padre.”
“Ma che padre e padre, io sono un ladro, ma non mi va di rubare in una casa aperta.” Un ladro gentiluomo, tanto che, nel corso di una serena e intensa conversazione, sorseggiando il caffè che gli ho offerto, mi ha spiegato che ogni volta che ruba del denaro si limita a prelevare metà della somma, perché vuole condividere con la vittima un certo sollievo relativo all’evento. L’altro aspetto interessante del piccolo esperimento relativo alla porta aperta è dato dal fatto che chiunque venga a visitarvi, anche se vi conosce,
anche se sa benissimo che è un risultato di una vostra precisa volontà, quando entra nella vostra casa chiude la porta, rivelando la propria sottomissione totale alla tradizione. Solo in Canada ho vissuto il sollievo e lo stupore di una sorta di solidarietà e di adesione sociale al mio esperimento. Là le porte delle case sono quasi tutte aperte, naturalmente quando gli abitanti sono in casa e spesso offrono a chiunque un sorriso di buona accoglienza.
Un amico burlone, esperto in statistiche, mi ha dimostrato che sommando  il costo del lavoro necessario per chiudere e aprire ogni volta la porta di milioni di case, la somma che ne deriva è di gran lunga superiore all’insieme dei valori asportati durante l’anno nelle varie case profanate dai furti. Inoltre in una casa con la porta chiusa non accade mai nulla.

Abbiamo trascorso due magnifiche serate al cinema Azzurro Scipioni. La prima, sabato 10 giugno, era la Festa della poesia. Ospite il delicato poeta Elio Pecora, amico intimo di Sandro Penna, che ci ha incantato con il fluire delicato dei suoi componimenti fiabeschi. La serata, anche con il contributo fondamentale dei partecipanti (peraltro numerosi), si è protratta nel tempo finchè un partecipante ha espresso a voce alta quello che tutti pensavano “Si è creata qui questa sera, un’atmosfera veramente delicata e umana e ognuno di noi è felice di essere qui, ma adesso usciremo e fuori c’è il mondo…”
Elio pecora ha soggiunto ”Eh va bene, vorrà dire che porteremo nel mondo la traccia di questo nostro stare insieme.”
Invece quando siamo usciti la città era deserta, le moltitudini si stavano estinguendo nella visione dei Mondiali di Calcio alla Televisione.

Anche ieri sera ci siamo ritrovati in molti per assistere al film RASHOMON e dopo la proiezione siamo rimasti a lungo a scambiarci pareri sulla verità, dato che il film propone un evento narrato dai cinque protagonisti in modi assolutamente diversi, suggerendo appunto che la verità, in genere, è forse l’insieme delle infinite interpretazioni che si possono dare di essa, quindi qualsiasi verità è inevitabilmente relativa.

Un’amica mi ha chiesto una frase da inserire all’inizio di un libro in difesa degli animali, ecco cosa ho scritto: “Per salvare gli animali non si tratta di includerli nella sfera umana, ma di onorare l’uomo includendolo nella sfera animale.”


Giovedì 22 giugno sarò a Brescia a presentare TORO SCATENATO, lo straordinario film di Scorzese con Robert De Niro al Piccolo Cinema Paradiso a Brescia, in via francesco LANA 15 (ultima traversa di Corso Garibaldi.) A tutti gli intervenuti offrirò in omaggio il mio BREVIARIO DI CINEMA)

E cco una mia curiosa poesia tratta da INCANTI

L’essenza del poeta

Io sono una pioggia
Che cade dalla terra al cielo.

Ed ora

IL GRILLO PARLANTE

La visione segreta

Le passeggiate serali mi conducono inesorabilmente verso Borgo Pio, uno dei quartieri più antichi e intatti di Roma.
A poche diecine di metri dalla Basilica di San Pietro, il Borgo si schiude in vie e viuzze che sembrano custodire segreti inaccessibili.
Alcune trattorie, qualche ristorante.
Le vetrine spente dei negozi custodiscono nella penombra miriadi di immagini sacre, rosari, croci piccole e grandi d’ogni genere.
Qualche sera fa, un guasto elettrico mi ha trattenuto al cinema fino a notte fonda e, uscendo nelle vie ormai deserte, ho provato il desiderio di spingermi fino a Borgo Pio. Non l’avevo mai visto a un’ora così tarda della notte, questo piccolo quartiere con le case dai muri coperti di secoli, dove col sonno degli abitanti sembra possibile avvertire anche il sonno delle case. Nessuno.
L’acqua di una fontanella con un sommesso gorgoglio taglia il silenzio della notte. Un’ambulanza passa veloce, con la luce blu rotante, ma a sirene spente, forse per non disturbare il sonno del Papa.
Sul fondo, al di là dei vicoli, si intravedono le guardie svizzere, immobili oltre il cancello delle porte vaticane. Sto per decidere di tornare a casa quando vedo un uomo dal portamento elegante, la cui camminata appare familiare e al tempo stesso estranea. Tra me e lui la siepe di un giardinetto che consente di osservarlo senza essere visto. L’uomo è fermo di fronte a un manifesto elettorale strappato a metà e fissa l’immagine del candidato con aria divertita. Dalla parte lacerata del manifesto spunta l’immagine di una donna, sicché il candidato si trova ad avere il volto completato per metà dal mezzo viso della donna. Poi lo sconosciuto si china elegantemente sulla fontanella e beve dalla propria mano, chiusa a cucchiaio per trattenere l’acqua. Avverto verso quest’uomo un’attrazione di intensità quasi intollerabile. Mi propongo di seguirlo, cercando di rimanere il più possibile nascosto al suo sguardo.
Di portone in portone riesco a percorrere con lui quasi tutto il Borgo deserto, poi il distinto personaggio, col viso seminascosto da un ampio cappello, si guarda intorno, come per riconoscere la strada da percorrere. Costeggiamo il colonnato del Bernini e lì, di colonna in colonna mi è facile avvicinarlo. D’improvviso, prima ancora di vederlo in volto, entra in me una clamorosa certezza.
Ecco spiegata l’andatura particolare, l’abito impeccabile e il grande cappello, si tratta del Papa. Il Papa a passeggio, da solo nella notte, che visita segretamente il quartiere dove per tanti anni ha abitato.
I fari di una macchina mi danno la prova. Poi l’uomo scompare in una porticina oltre la fine del colonnato.


DIARIO AZZURRO n.141 del 06.06.2006  di SILVANO AGOSTI

Non sono pochi i ragazzi e le ragazze che confessano il loro disorientamento, alla fine del diploma o della laurea.
Poco o nulla corrisponde alle loro aspirazioni e se non subentrasse un inevitabile prolungamento della loro esistenza all’interno della famiglia, non saprebbero proprio cosa fare.
Le opportunità di inserimento nel mondo del lavoro sono scarse e ostili, si tratta nel migliore dei casi di passare dalle sette ore scolastiche alle nove ore lavorative.
Forse l’onda silenziosa delle nuove tecnologie sta erodendo poco a poco la vecchia concezione del lavoro ed è finalmente vicina l’ora di liberare gli esseri umani dal peso obbligatorio di un’intera giornata dedicata all’attività lavorativa.
E’ ora di realizzare quello che tutti i giovani di allora scandivano nelle strade dell’Europa dal 1968 al 1978 “lavorare meno, lavorare tutti”, che oggi è vicino ad una possibilità concreta di realizzazione, consentendo finalmente agli esseri umani di conquistare il tempo per vivere, per stare con i propri figli, con i propri desideri e dare vita alla propria creatività.
Che il meccanismo dello sfruttamento sia entrato nella propria agonia storica.
La mia bisnonna a 13 anni si alzava alle 3 del mattino per andare a lavorare alla filanda e tornava a casa la sera alle sette. Non c’era scampo, bisognava filare lana per sedici ore col breve intervallo di un quarto d’ora per il cibo.
La ragazza aveva meritato lo stigma di “ingorda” perché alla fine del primo giorno di lavoro aveva osato ingoiare la castagna secca che le era stata data al mattino “per far saliva”. L’aveva masticata e ingoiata invece di riporla nella carta stagnola per l’indomani. “Le altre” non l’avevano avvisata che la castagna secca doveva durare l’intera settimana.
Così, col nomignolo di “ingorda”, aveva vissuto la sua adolescenza a capo chino, ospitando sul viso un delicato rossore di vergogna, per via della castagna secca che si era permessa di mangiare.
E quella sua azione scriteriata aveva influito pesantemente anche sul suo destino matrimoniale, perché, nonostante la sua bellezza fosse intensa e particolare, il nomignolo di “Ingorda” aveva diradato via via ogni ipotesi matrimoniale, fino a costringerla a sposare un anziano vedovo al quale aveva dato una figlia, la mia cara nonna Cecilia.
E quando qualcuno nella piazza del paese la nominava, c’era sempre qualcun altro che chiedeva “Cecilia chi?”
E la risposta poteva solo essere “Cecilia, la figlia dell’ingorda.”

Ieri sera abbiamo vissuto una serata piuttosto rara al Cinema Azzurro Scipioni. Ospite d’onore Franco Nero col suo film opera prima Forever Blues, in sala era presente Lino Patruno, autore delle musiche e col suo trio ha eseguito i temi principali del film.
Lunghi intensi applausi e, la serata è entrata nel cuore di tutti. Anche il film è piaciuto per la sua sorprendente semplicità.
Così Franco Nero è riuscito ad affacciarsi anche come autore sugli schermi cinematografici che l’hanno visto per tanti anni protagonista di innumerevoli film, alcuni con la regia di grandi autori come Luis Bunuel che, poiché avversava il dittatore spagnolo Franco, evitava di chiamarlo per nome e lo chiamava Nero.

Voglio offrire una poesia che ho scritto per il 3° compleanno di Lorenzo:

Chi verrà dopo di me
A esplorare sentieri sconosciuti?
Chi spierà
Le foglie degli alberi
Nel vento della notte?

Hai gesti e parole
Certo che somigliano ai miei.
Lo sguardo è intenso
E i tuoi silenzi attenti.
Darò a te dunque l’incarico
Di vegliare sulle stagioni
Che fioriscano, diano frutti
E si spengano
In tempi naturali.
E fa che gli uomini,
con le loro liti,
non turbino
il candore della luna.

Ora voglio proporre agli amici la più bella e mail della settimana:

Gentilissimo Sig. Agosti,

mia sorella l'ha vista in tv circa una settimana fa da Maurizio Costanzo che parlava del suo stupendo libro "Lettere dalla Kirghisia". Da allora abbiamo fatto a gara, prima per trovarlo in libreria, e poi per leggerlo. L'ha trovato per primo il suo ragazzo e cosi' come dal salumiere abbiamo staccato ipotetici bigliettini per prenotare la lettura. Io sono stata la terza. Da quando l'abbiamo letto non facciamo che parlare di lei e della Kirghisia. Inutile dirle che la prima lettura fa sprofondare nella depressione per la consapevolezza del triste mondo nel quale viviamo. Ho paragonato il suo libro a Matrix, il famoso film. Non so se sarà contento del paragone ma il succo del discorso mi pare lo stesso: qualcuno ci ha deprivato della nostra vita. Subito dopo la nostra nascita veniamo sottoposti a innumerevoli condizionamenti di tutti i generi e a quelle meravigliose e incontaminate creature che eravamo alla nascita vengono tarpate le ali della creatività e della felicità. Ho cercato nel web informazioni sulla Kirghisia ma quello che ho trovato non è esattamente quello che ho letto nel suo libro. Quindi vorrei sapere da lei se ciò che ho letto corrisponde al frutto della sua fantasia oppure se è tutto vero. Se è frutto della fantasia vorrei che lei fosse come quegli utopisti francesi descritti nel suo libri a proposito di un pasto caldo per tutti. La ringrazio per aver scritto questo libro. Mi perdoni se troverà la mia mail banale, questo è quanto di meglio riesco a fare adesso. Comunque parlerò a tutti quelli che conosco del suo libro e lo regalerò ai miei amici più cari nella speranza che prima o poi ci si svegli da queste vuote esistenze e riinizi un'esistenza vera, piena e soprattutto libera! Grazie di cuore

Con affetto

Tatiana Michelotti

LA MIA RISPOSTA

La tua mail, cara Tatiana, non è affatto banale.

La Kirghisia è in ognuno di noi, visto che ogni essere umano aspira alla serenità e alla libertà. Ho scritto questo libro per far vergognare i governanti di come organizzano la società e per far vergognare i governati per come si fanno governare. Spero di riuscirci, ammesso che i governanti "sappiano leggere" (voglio dire abbiano ancora abbastanza buon senso per capire la semplicità). Ti ringrazio per i tuoi propositi di diffondere il libro, è una notizia che mi produce emozioni vive. Non chiederti se la serenità della Kirghisia esiste o nasce dalla mia immaginazione, niente è più reale di ciò che sappiamo desiderare.

Un saluto affettuoso.

Silvano Agosti

ED ORA

IL GRILLO PARLANTE

LUI E LUI

Impossibile non notarli, visto che, da sempre, ogni mattina escono di casa alle 9 in punto, lui con un abito grigio, perennemente nuovo, lei con un golfino rosa, d’angora, che pare appena uscito dal negozio.
E’ chiaro che devono avere una serie di abiti grigi e di golfini rosa, altrimenti lo spettacolo della loro impeccabilità non sarebbe possibile.
Dicono che lui abbia superato i novant’anni ma sostiene, per chi lo chiede, di averne ottantadue.
Lei, probabilmente, dice il barista, ne ha proprio ottantadue.
Vivono della loro pensione, ma a livello di massima dignità.
Non soltanto i loro abiti borghesi hanno la stessa limpidezza delle divise, ma ambedue esprimono grande perizia nella cura dei capelli.
Lui ha i baffi proporzionati all’ovale del viso, lei alla sommità del capo ha una lunga treccia arrotolata, che le dà il portamento di una regina.
Mi fermo spesso a parlare con loro, dopo che lui, come ogni mattina, si libera del sacco di plastica azionando con disinvoltura l’apertura a pedale del cassonetto.
Lei intanto si ferma all’angolo del bar e osserva, con sguardi di orgogliosa appartenenza, il compagno della sua vita.
E’ stato ferroviere, lui e guidava i convogli internazionali.
Pare che la Gestapo una volta gli abbia intimato di guidare un convoglio di carri bestiame colmi di ebrei e lui se ne sia andato in montagna a fare il partigiano.
Dopo la guerra lo avevano promosso Capotreno. Aveva rifiutato perché la sua passione erano le locomotive a vapore.
Non amava “Le elettriche”, come le chiamava lui, che “non avevano anima”.
Lei era stata una delle cameriere di Corte e quando era venuta la Repubblica aveva asciugato per una notte intera le lacrime della regina, con fazzoletti di seta pura.
“Centotrentadue fazzoletti di seta orientale, ho consumato quella notte, figlio mio” dice, certa del mio stupore.
Non hanno figli e la perfezione della loro solitudine amorosa fa sì che chiunque, nel corso del tempo, abbia trovato il fatto assolutamente naturale.
Dopo averli osservati a lungo, ho avvertito che c’era qualcosa di inconsueto nell’aura di mistero che li avvolge, mentre vagano per il quartiere, offrendo agli sguardi un’armonìa amorosa senza precedenti.
L’incanto lo ha spezzato questa mattina il vigile urbano, quello che ha dato la multa perfino a se stesso, non riconoscendo la targa della propria auto.
“Lui e lei sembrano proprio felici.” Dico.
Vedendomi osservare con rinnovato stupore la coppia degli impeccabili ha sibilato: “Ma che sei ciecato lui e lui devi dì. La sua “lei” è un uomo, diventato donna durante la guerra per non far scoprire che era ebreo.”


DIARIO AZZURRO n.15 del 06.01.2004  di SILVANO AGOSTI

Sabato 10 Gennaio alle ore 10.30 del mattino, in onore di Nico D’Alessandria, il nostro amico regista a margine, autore de L’IMPERATORE DI ROMA, L’AMICO IMMAGINARIO, REGINA COELI, faremo un incontro presso la sala Chaplin del cinema Azzurro Scipioni.
Proietteremo una parte de l’“Imperatore di Roma” poi gli amici testimonieranno con qualche loro ricordo di e su Nico.

******************

Franco Nero mi ha chiesto di scrivergli un monologo. Il testo deve riguardare un barbone.
Ecco dunque il monologo del barbone.

Un barbone nell’angolo di un giardinetto urbano è intento a fasciare la zampetta ferita di un piccione.
“Ecco qua, ora devi guarire. Non mi va di cucinare una bestia ferita.
E non cercare di commuovermi con quei tuoi occhi che girano come trottole.
Mors tua vita mea. Muori tu ma vivo io.
Certo se quel bastardo di mio fratello non avesse rubato tutto, io ti terrei, mi fai compagnia, ormai sono tre giorni che viviamo insieme.
La ferita all’ala si è chiusa.”
Il barbone beve a canna da una bottiglia d’acqua, poi prende la testa del piccione e mette in bocca il becco, in modo che l’uccello possa bere.
Poi ripone il piccione in grembo.
“Te la voglio raccontare la storia di mio fratello, così magari mi dici cosa ho fatto di male per ridurmi così.”
Il barbone prende con cautela il piccione e se lo mette sul petto, sotto la giacca.
“Scaldati un po’.
Quando nostro padre è morto, vent’anni fa, ha lasciato metà di tutto quello che aveva a ciascuno di noi due figli.
Io, un po' perché volevo molto bene a mio padre, un po’ perché non ci capivo ancora un gran chè della vita, ho cominciato a bere e lui, mio fratello, mi ha fatto rinchiudere in manicomio e ha messo la firma.
Una volta in manicomio hai voglia a spiegare che non sei matto, che qualcuno ti vuol del male.
Ti fanno un elettroshock dietro l’altro, ti legano al letto giorno e notte.
Ci sarei rimasto tutta la vita in quel lager se non fosse venuta la legge che ha aperto i manicomi.
Sette anni sono rimasto legato al letto, giorno e notte.
Sapessi quanti ne morivano là dentro.
Soprattutto le donne.
La Gasola è morta sotto la scuffia.
La scuffia, sì, un lenzuolo intriso di orina che ti mettevano in testa e lo giravano fino a soffocarti e mentre eri svenuto ti chiudevano nella camicia di forza e ti risvegliavi che eri un uccello impagliato. Io gli sputavo in faccia e loro giù botte.
Beh, come va la tua gambetta? Che ti è successo, qualche ragazzino ti ha ferito con la fionda?
Vuoi sapere cosa è successo a quel ladrone di mio fratello?
Dopo dieci anni che stavo rinchiuso in manicomio ha comprato il medico con qualche milione e allora mi hanno dato il perpetuo. Vuol dire che non dovevo uscira mai più dal manicomio.
Poi ha venduto tutto e se n’è andato in Australia e a me è rimasta solo la vecchia bicicletta di mio padre. L’ho trovata arrugginita nel cortile. Eccola lì.”
Il barbone indica una bicicletta scintillante nell’oscurità.
“E’ come nuova, l’ho tutta ripulita. Ehi, sento il tuo cuore che batte contro il mio. Ma che hai paura?
Ho scherzato, non ti mangerò, non sono mica mio fratello. Quello, ferito o non ferito ti avrebbe già tirato il collo, arrostito, mangiato e digerito.”
Il barbone accarezza il piccione e si distende.
“E adesso facciamoci una dormita, farà bene a tutti e due.”

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Ieri era il compleanno di un’amica. Mi ha chiesto in regalo di scriverle una poesia.
Eccola:

Ti ho vista affacciata
all’orizzonte.
Le tue mani bianche
Sostenevano il sole.
I ciechi mormoravano:
“Ecco l’Aurora”


SIAMO ESSERI UMANI, NON ARTISTI

Niente di più goffo e ridicolo: un uccello che, invece di volare, passeggia....I passerotti, per pudore, saltellano e sono meno patetici. Così ogni volta che l'essere umano si piega a murarsi vivo in un ruolo, appare anche lui goffo e spesso ridicolo, non ha importanza quanto potente il ruolo sia: operaio, artista, impiegato, presidente, attore, moglie, insegnante, netturbino, studente, dentista, geometra etc. Immaginate ad esempio un Papa ricoperto di ori trapunti, che attraversa un bosco o arriva su una spiaggia. Ma provate anche a immaginare se gli esseri umani potessero crescere nello stesso splendore che esprimono all'età di quattro anni.
Pensate se venissero lasciate in pace, queste straordinarie creature, i bambini. Ma in una società di esseri che coincidono con se stessi e non con un ruolo fallirebbero una ad una tutte le industrie che attualmente la infestano, prima tra tutte l'industria farmaceutica, l'industria del petrolio, l'industria dell'inebetimento televisivo, poi l'industria del consumismo e infine le cosiddette industrie sommerse, quelle che, con ambigua tolleranza, sfuggono sistematicamente a qualsiasi forma di tassazione e cioè l'industria della prostituzione, delle droghe (fumo incluso) e delle armi. Che fare? Provate, invece di "ti presento mia moglie" a dire "ti presento Adriana": "Dio mio passo il mio tempo a lavorare e quando mai avrò il tempo per vivere?", invece di "ho lavorato tanto". E "il mio bambino di sette anni invece di poter giocare in qualche parco per crescere sano e forte, viene costretto a star seduto ore e ore a memorizzare nozioni che dimenticherà subito e intanto il suo corpo cresce fragile e incerto" invece di "Mio figlio è a scuola". Sostituire con l'immaginazione non ha costi e allora immaginate che a ogni angolo di strada, siano esposte gigantografie dei più importanti capolavori della pittura e che invece di questa oscena e inutile processione di automobili che strazia le città, la gente si possa muovere su marciapiedi mobili immaginate di avere il coraggio della solidarietà e magari oggi stesso, suonate a tutti i campanelli del vostro caseggiato e a chi viene ad aprire dite sorridendo: "Volevo dire che io abito al terzo piano e se ha bisogno di qualcosa mi può chiamare, ecco questo è il mio numero di telefono".
Silvano Agosti Regista e scrittore

I Testi sopra riportati sono tratti dal sito di Silvano Agosti  www.silvanoagosti.com 


 

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