GIULIO  RANZANICI

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FERMATI OTTOBONO

Bentornato a casa, Ottobono.

Hai viaggiato, Dio solo sa quanto hai viaggiato. E ora lo sai: ciò che distingue l'Occidente dall'Oriente non sta nella spiritualità, ma nelle fogne. In Asia i liquami scorrono in fossi scavati ai lati delle strade. Le fogne sono solchi a cielo aperto pieni di robaccia puzzolente che ci galleggia dentro. L'hai visto con i tuoi occhi, Otto. E che cosa ne ha cavato il tuo cervellino di poeta? Ne ha cavato che stando sempre a contatto con gran parte dei suoi frutti, l'umanità non perde il senso della misura. Altro che Dei! ti sei detto una sera passeggiando per Delhi. Per sentirsi piccolo l'uomo non ha bisogno degli Dei, gli basta confrontarsi con quello che produce.
Da noi è diverso, hai pensato poi salendo sul risciò, da noi si copre la merda con l'asfalto o addirittura con gradevoli mosaici di sanpietrini bianchi e rossi. Conseguenza: la gente si crede chissachì, si rende conto di avere il buco del culo solo quando deve cacare e così finisce per usarlo anche al posto di altri organi, a cominciare dal cuore e dal cervello.
Arrivato in albergo hai preso appunti. (Se voglio fare lo scrittore devo annotarmi tutto, hai pensato.) Hai scritto chele fogne sono lo specchio dell'anima. Hai scritto che in Oriente all'apertura delle fogne corrisponde l'apertura della vita, perché in Oriente tutto si svolge per strada, si parla si contratta si vive si caca e si muore per strada. Hai scritto che in Occidente c'è un posto per ogni cosa e il posto (bar ufficio cesso obitorio, hai precisato) è sempre chiuso e tappato come le budella occluse degli stitici bresciani tra cui ti è dato vivere. Perché per conto mio - hai scritto testualmente - da San Francisco a Mosca, i bresciani sono i più chiusi occidentali dell'Occidente intero. Conseguenza logica - non l'hai scritto ma te lo sei detto - fogne chiuse significa anime chiuse. O sigillate, come a Brescia.

Ti sei chiesto perché.
Ti sei risposto che forse si usa così. Una specie di moda di provincia, l'animuccia costretta a sfilare in passerella intabarrata come un'anoressica in gita al Polo. Guai a mostrare i propri sentimenti (se sorridi la gente ti guarda fisso e pensa: ma chi vuoi prendere per il culo?). E soprattutto guai a apparire come sei. Corri il rischio di essere scambiato per te stesso, ossia - ai loro occhi - per qualcun altro. È così: se ti mostri come sei, ti prendono per l'altro.
A Brescia tutto deve restare coperto da una perenne espressione da pesce bollito. O da carciofo. Così è la gente di Brescia, pesci bolliti o carciofi più chiusi di un cesso intasato. Perciò guai a essere aperti e vivi e vitali e entusiasti. Se lo sei, sei un sovversivo. Se lo sei prima o poi ti schiacceranno con il peso del loro niente indifferente.
Ricordi Otto? Che pensieri quella notte a Delhi! Sfilavano via a meraviglia, rapidi e inarrestabili come una processione di formiche. Che insonnia fruttuosa tra le lenzuola fradice (brodino di sudore in cui sguazzavano le mosche). Quasi quasi a Brescia non ci torno più, ti sei detto inseguendo una tarantola con una scarpa in mano.
Fatale, sei tornato. Per confrontarti di nuovo con quel modo di fare dei bresciani. Ostentare il nulla, stupirsi, indispettirsi nel vederti ancora vivo: ma come? non eri andato in India? (Come se in India fosse obbligatorio morire.)
Chi te l'ha fatto fare di tornare, Otto?
Ma sei tornato. E più vivo di prima. Vivo e scoperto come un piccolo nervo in cura canalare. E allora diglielo perché sei andato in India, diglielo 8 a quegli stitici ipocriti cos'è la vita senza illusioni e affetti vivi e nervi scoperti e immaginazione e curiosità e entusiasmo. Gridaglielo 8: cos'è la vita senza vita? Gridaglielo in faccia: che me ne faccio io di una vita morta?
Chi te l'ha fatto fare di tornare, 8?
Tu dici che dev'esserci qualcosa nelle fogne di Brescia, un magnete che irradia il suo campo di energia su chi si è allontanato, una calamita sotterranea che gli aggancia le budella e gli impone di tornare.
L'eterno ritorno. L'eterno riposo. Amen.

E infatti rieccoti a casa, divano/letto, letto/divano, l'eterno ritorno, l'eterno riposo.
Scrittore fancazzista (sono parole tue), nei momenti (rari) in cui riesci a decollare dal letto o dal divano come la passi la tua vita? Accendere il computer, digitare il comando mappamondo, cliccare Bangkok o Kuala Lumpur, verificare la distanza tra Milano e Giacarta, vedere che ore sono a Delhi, chiudere il comando mappamondo, verificare la capacità di memoria residua a disposizione dei tuoi prossimi scritti, maledirti perché il modem è troppo debole per agganciarsi a Internet, spegnere il computer e accendere il televisore.
Ma non vedi 8 che non sei tu a guardare la televisione, non lo vedi che è la televisione a guardare te?
Eppure qualcosa da fare ci sarebbe. Te lo sei ripromesso mille volte, 8. E puntualmente non l'hai fatto.
Ma questo è il momento buono. Scrivigliela quella lettera al Giornale di Brescia. Scrivila adesso! Non servirà a niente. Non cambierà niente. Ma dirgli quello che pensi farà star meglio te. Diglielo che a Brescia l'amore e l'allegria con tutto il caos che si tirano dietro non sono valori sacrosanti e legittime aspirazioni. No, sono attentati all'ordine costituito, epidemie da debellare con partite di antivirali. Perché a Brescia la vita stessa è amata come una malattia.
Diglielo che quando qualcuno a Brescia cerca di esprimersi, di esprimere quello che non può non esprimere, si abbassa lo sguardo, si scuote la testa e si fa un passo indietro in segno di dissenso. Diglielo cosa dice la gente di te: ah, che villano! ah, come si permette? Che sottintende: ah, come si permette di essere se stesso? ah, come si permette di trasgredire le regole del gioco, le regole del nostro gioco?
Diglielo che il loro gioco non ti piace. Non ti piace nascondere la polvere sotto il tappeto. Non ti piace e è illogico. Insensatezza per insensatezza, preferisci soffiarci sulla polvere, anziché scoparla negli angoli. Soffiarci sopra e poi stare a guardare il casino che si crea.
Diglielo Ottobono che vorresti un mondo fatto di tutti se stessi. Costi quello che costi.
Diglielo che prima o poi quella che i bresciani chiamavano realtà si piegherà, si dovrà piegare al potere dell'immaginazione. Alla magia del sogno, che è la realtà ultima e suprema. Diglielo che il mondo appare magico ai bambini non perché i bambini sono bambini o perché sono deficienti, ma perché il mondo è davvero magico e i bambini inconsapevolmente lo sanno. E che agli adulti della magia del mondo non gliene frega niente, perché non gliene frega un cazzo niente neanche della propria di magia. E che così l'anima del mondo muore ogni giorno insieme all'anima di quelli che ogni giorno tagliano i ponti con l'infanzia e si autoproclamano adulti. Si incoronano grandi.
Diglielo 8, diglielo che il mondo ci appare meccanico e vuoto perché l'uomo è meccanico e vuoto. Perché grazie a famiglia, scuola, religione e società civile l'adulto non è un bambino realizzato ma un automa che mangia e caca, che caca e mangia; proprio così, l'adulto è lo scarto industriale del bambino che era e da cui è stato allontanato nel nome dell'educazione. Quel bambino la cui identità era esatta e precisa e individuata come quella di uno scoiattolo o di un piccolo lupo. Diglielo che se pensi ai tuoi compagni di gioco, li ricordi esattamente come erano, ciascuno fatto a modo suo. Pensi a Giampaolo e subito lo vedi, anzi lo senti come il Giampaolo con la pagaia tra le mani inginocchiato sul canotto che rema verso riva di buon mattino. È bello e fiero e libero come un piccolo sioux, avvolto in una nube magica e dorata. E se pensi a te, Ottobono, eccoti avvolto in una nube azzurra e leggermente elettrica, in attesa di Giampaolo che rema verso riva per caricarti sul canotto e andare a fare il bagno al largo. E il largo è una magia profonda e blu. E il mattino un'entità radiosa, energizzante. Tu sei tu, il cavaliere azzurro, e lui è lui, il pellirossa dorato, l'incontro fra voi due è l'unico possibile, perché è l'incontro fra esseri diversi e individuati che sotto la volta tesa dell'entità-mattino-luminoso scelgono di tuffarsi insieme nella diversa individualità della creatura-lago-al-largo. È il concerto panteista e polifonico tra essenze pure e genuine che suonano liberamente insieme.
Diglielo ai bresciani che lo spirito del mondo è avvelenato da quelli come loro. Loro che si dichiarano adulti sono solo degli ipocriti che hanno spento il coraggio che da bambini inconsapevolmente avevano, il coraggio sublime di essere quello che si è: tiratore scelto, mattacchione, disegnatore nato, più forte della banda, uccello grosso, fichetta per cui tutti i maschietti apertamente smaniano. Come Rosina, con tutti voi che le giravate attorno con una matita rosa in tasca a mo' di simbolo della vostra adorazione per il nome di Rosina. E per la sua personcina. Pensi a tutti voi che sbavavate senza avergliela mai vista la sua fichetta contesissima. Quella fessurina che doveva essere imborotalcata e liscia come un pesciolino infarinato. Diglielo che nella vostra testa di poeti con la matita rosa in tasca, profumava di rosa. Diglielo che nelle rose rosa ci schiacciavate dentro la faccia come bestie, prima e dopo averle sollevato la sottana, maledette mutandine. E che ciò che fa la differenza con gli adulti è che per i liberi bambini ogni matita rosa era diversa e ciascuno sbavava per Rosina a modo suo e ciascuno annusava le rose con il fiuto della bestia particolare che era.
Che ne è oggi dell'essenza di Rosina? casalinga? e del mattacchione, che ne è stato? notaio?
Pensi a ciascuno dei tuoi compagni d'infanzia e ciascuno era originale e autentico come un capolavoro. Anche a distanza di mille anni è impossibile confonderli, come è impossibile confondere Gita al Faro e Tonio Kroeger.
Se invece pensi a un qualunque adulto tra quelli che conosci, è come se pensassi a tutti perché sono tutti uguali e quindi pensare a uno è come non pensare a nessuno. Diglielo 8 che gli adulti hanno rinunciato all'identità individuale perché hanno accettato di farsi affibbiare un ruolo sociale. Gli adulti non sono più persone come lo erano da bambini quando si chiamavano per nome e il nome era tutto. Gli adulti hanno bisogno di cognomi e titoli per distinguersi, perché gli adulti sono gente, pedine intercambiabili, tutti uguali nell'essere lontani da se stessi. Distinguibili solo per cognome e titolo, per il resto omologati e tutti uguali come carciofi di serra o sogliole bollite. Vagolano così, animali senz'anima sbandati e confusi da far pena.
Diglielo, 8 quello che pensi. Massa paritetica di stronzi galleggianti nei liquami delle fogne, stronzi perplessi di cui non si riconosce più l'identità e la provenienza, cacche umane, uomini cacca, donne cacca, cacche viventi. Diglielo 8! Io vi amo, cacche! Amo la vita che scorre in voi! IO VI AMO, ma voi fatela finita con il percorso obbligato famiglia scuola la voro intruppamento generale e aprite il cuore alla magia, al l'infanzia, alla tribù. Vengano pure i sacrifici umani, venga il sangue a fiumi, sono pronto a versare il mio, vengano le notti allagate di sangue, purché trionfi il sogno, il primitivo, purché vinca l'infanzia che non è buona, no che non lo è, ma per
dio vinca l'infanzia perché è autentica. Perché è vera. O meglio ancora: è.
Diglielo 8: io voglio invertire il mio percorso esistenziale e diventare il bambino più vecchio del mondo. E voglio trovare un mondo di se stessi come me, ciascuno fatto a modo suo, con cui tuffarmi nelle creature-laghi-al-largo di quel che resta della Terra.
Digli tutto questo 8, tutto quello che pensi. E digli anche quello che non pensi visto che non appena le hai espresse non ti trovi mai d'accordo con le tue opinioni.
Diglielo anche se sai che alla gente non gliene frega niente di essere se stessa (probabilmente non gli frega niente neanche di non esserlo) e quindi li teme i se stessi. Li teme perché i se stessi non vogliono somigliarle (e non possono farlo, se vogliono restare se stessi). Li teme perché suscitano dubbi. Infondono incertezza. Per questo la gente fa un passo indietro e si allontana dai se stessi. Li esclude e li emargina, convinta di aver compiuto un'azione utile alla sanità pubblica. Perché lei, la gente, i più, sono come muli con i paraocchi instradati sulla loro bella mulattiera. Si trascinano sculando insieme agli altri muli, tutti schiacciati dalla soma del conformismo: se facciamo tutti le stesse cose e la pensiamo tutti allo stesso modo, prima o poi finiremo per crederci. E se anche non ci crederemo saremo forti perché siamo tanti.

Diglielo Ottobono. Faglielo il tuo bel discorsino: Maggioranza, maggioranza, quanto odio c'è in questa parola! Bisognerebbe provare, almeno una volta nella storia dell'uomo, a dare il potere alle minoranze. Per esempio a quelli che le elezioni le perdono. O a quelli che non hanno mai votato. Oppure a quelli che hanno smesso di farlo. Potere agli anarchici. Potere ai filosofi. Potere agli artisti. Potere ai poeti. Se l'immaginazione al potere non ha funzionato, proviamo a dare potere all'immaginazione. Proviamo almeno a vedere il casino che succede. Tanto, peggio di così...
Ma dovresti sapere, perché lo fai anche tu, che a questo mondo ciascuno sotto il culo ci cova le sue di uova d'oro. Che alla maggioranza non gli va di rinunciare a quello che, secondo le regole che (guarda caso) essa stessa si è data, ritiene di possedere legittimamente.
Legittimamente. Avanti dillo che legittimamente si è diviso il mondo a fettine. Dillo che legittimamente si fanno le guerre per conservarle, queste fettine. Che legittimamente il terzo mondo crepa di fame per ingrassare noialtri. Dillo che dovremmo smettere di cercare di vivere legittimamente, e provare a vivere sentimentalmente.
Dillo che il cuore dei bresciani è il cuore più chiuso del mondo. Chiuso come le fogne sotto la città, come i portoni dei loro palazzi, come le porte blindate dei loro forzieri.
Dillo che a Brescia l'amore, i sentimenti e l'arte non sono vita. Dillo che a Brescia, per essere riconosciuti, gli artisti devono essere morti.
Beninteso per essere riconosciuti, mica per andare al potere. E che diavolo, lo sai anche tu che gli artisti non ci andranno mai al potere! Né a Brescia, né altrove, né mai, né vivi, né morti. E non perché non se lo meritano, ma perché aborrono essere a capo di qualsiasi fottuta maggioranza.
Devono essere morti. E non nel senso di Thomas Mann quando dice che per creare occorre essere morti. No, a Brescia non sono così sofisticati, le metafore non le capiscono, a Brescia per morto si intende morto stecchito, cadavere. E cadavere da un pezzo anche, come si dice, putrefatto. Solo così un artista può sperare di venire preso in considerazione. Prima è uno svitato, un mezzo matto, uno scansafatiche, un tipo strano che non lavora come dovrebbe, come qui bisogna lavorare. Otto ore al giorno tutti i santi i giorni, terra terra, pane al pane e vino al vino. Diglielo che per vivere a Brescia, per essere accettato devi essere come loro, carciofo tra i carciofi. Devi essere morto.
Perché finché sei vivo, a Brescia, la soddisfazione non te la danno. Hanno paura. I ricercatori del sé fanno paura. Naturale che i carciofi si difendano tappandosi gli occhi e pettegolando. A Brescia l'autostima si regge sulla denigrazione degli altri. La gente pensa che se loda un artista, ci rimette del suo, ci perde la faccia, perché lei, la gente, che artista non è, se apprezzasse un artista, avrebbe paura di vergognarsi di quello che fa. E quasi sempre avrebbe ragione, ragionissima.
E allora diglielo Ottobono, scriviglielo al Giornale di Brescia. Scriviglielo, 8. Non servirà a niente. Non cambierà niente. Ma diglielo lo stesso. Diglielo che il lavoro è nient'altro che estorsione, che la democrazia non si fonda sul patto sociale, ma sul ricatto economico. Che se non hai il talento di guadagnare con quello che ami fare o la fortuna di poter vivere senza lavorare, ti costringono a fare cose di cui non te ne frega niente. Peggio: cose che odi. Per esempio armi. Operai costretti a fabbricare armi. Per ammazzare i bambini nemici. E se non lo fanno, nisba, gli operai non hanno di che vivere. Lui e la moglie e i figli e la casa e la macchina e tutto il resto. Così per le ragioni della pancia vanno a farsi fottere le ragioni dello spirito. Tanto il corpo va avanti anche con l'anima strappata. Che poi per zittire quella guarda caso c'è la televisione, ci sono gli psicofarmaci, c'è l'alcol, c'è la droga.
Digliela, scrivigliela, tirala fuori tutta, la tua rabbia, Ottobono.

Ma non ti bastava vivere a Brescia. No che non ti bastava, 8. Dovevi anche nascere a quel modo.
Nascere con il cordone ombelicale attorcigliato attorno al collo. Nascere asfittico. Nascere Blu. Di un bel blu oltremare.
Ovvio che non ti andasse di uscir fuori. Che preferissi restar dentro quel ventre protettivo. (È così per tutti.)
Perché abbandonare quel tepore? Perché lasciare quel firmamento magari buio e senza stelle, ma mille volte più sereno di un mattino di novembre crudamente rischiarato dai riflettori di una sala operatoria? Perché nascere? (E così, non è da tutti.)
Stavi bene lì dentro prima che i guanti dell'ostetrica si dessero da fare per stanarti. Tu ci provavi a spostare i piedi, a ritrarre le gambette. Ma come sfuggire? Sei una preda facile per le sue dita esperte, per i suoi artigli ingommati. Preso! L'ostetrica e il dottore ti tirano giù per una caviglia. Fate piano, no? E invece tirano come pesassi cento chili. Tirano e sbuffano rossi e sudati, piegati in due per lo sforzo. E finalmente trac, eccolo impiccato il piccolo podalico! E adesso guarda come corrono ai ripari. Presto, presto bisogna salvare l'impiccato! Liberarlo dal cordone, riempirlo di schiaffi sul sedere, calarlo a testa in giù in un catino d'acqua gelida. Per poi pesarlo in fretta e furia come fosse un pollo spennato.
Sei ancora vivo. Complimenti e grazie a tutti. Ma a volte, ti chiedi come potresti non pensare al fatto che se uno piomba sul pianeta col cordone ombelicale che lo impicca non occorre scomodare la psicologia per sostenere che il trauma dell'ingresso al mondo metterà in gioco anche la permanenza del piccolo miracolato. Ossia: precoci garbugli psicometafisici ne turberanno oscuramente il processo di integrazione umana e religiosa.

ALFABETO GAIO

(OVVERO 21 AZIONI CHE NON RISOLVONO LA VITA, MA NON LA SPIEGANO)


Ascoltare gli amici annuendo a annuire ai seccatori senza ascoltarli. Badare ai figli quando li guidi a alla strada quando guidi.
Carezzare la superficie dei rapporti che non si vogliono approfondire. Dondolarsi camminando. Ma camminare senza dondolarsi.
Entrare in casa e in crisi. E restarci.
Farsi beffe e farsi belli. Poi girarsi di scatto a scoprirsi felici. Godersi il panorama a occhi chiusi.
H Tacere!
Invitare un bambino a pranzo in una pasticceria.
Leggere per dimenticare. Di scrivere.
Mettersi nei panni propri e in quelli altrui. Spogliarsi di tutto nell' andare a letto.
Nascondere le proprie maschere dietro le espressioni del viso. Ossessionarsi origliando per ore alla porta di un pollaio.
Pazientare se le galline tacciono.
Quadrare bilanci esistenziali e circoli viziosi.
Ruminare l'erba dei prati anziché le insalate di pensieri.
Sperare nel presente. E non rimpiangere il futuro.
Tirarsi su chiedendo una mano alle proprie mani.
Urlare di indifferenza.
Vantarsi della propria umilta.
Zuccherare il miele.


PARADISO ILLUSTRATO

"Merluzzo d'argento sull'isola che non c'e. Eccole un bell'esemplare, signora, saldo a palpitante sulla punta dell'arpione! Ringraziamo gli dei prima di passarlo a friggitura."
L'acqua già bolle all'aperto, la insemino di tè arricchito di cardamomo. Le porgo la tazza e i nostri occhi scintillano sulla porcellana. Il calore del tè sulle labbra a sui denti ricalca il calore del sole che infiamma la pelle del viso. La bacio sul collo e lei non
mi teme, perché sa che se le parlo di zanne è per sublimarne l'assenza. Si fida di me piu che della sua paura. Io non temo l'abbandono: so che il mio amore per il suo caffè basta a trattenerla.
Non siamo che due su quest'isola d'assenza, due creature filiformi e azzurrine dalle gote rosate di sole. Ci amiamo di un amore atmosferico, l'amore affrancato di chi ama senza sapere d'amare.
Ma ecco, una serpe s'avvicina strisciando, una mela si stacca dall'albero: ci domandiamo con gli occhi se non abbiamo
già vissuto la scena. Lasciamo fare la serpe, stavolta: la lingua
dardeggia sulla buccia del frutto, le fauci si aprono come portali sui cardini, la bestia inghiotte la mela. E si strozza. Un'aquila cala in volteggi sulla serpe morente, l'artiglio trapassa le
squame e arpiona la mela dentro il serpente. L'uccello trascina
nel cielo il rosso pianeta infestato dal drago ciondolante.
Ora è tempo di lettura. Stasera leggiamo il tramonto. In coro scorriamo a gran voce polinesiani fonemi variopinti di vocali: "Aioejoa eujjjooioo aaaoaiiieoo ioouajauii ooaooee eeeeiiii."
All'imbrunire ci ritiriamo in silenzio, mentre Venere a la Luna annunciano in silenzio i fuochi naturali e pirotecnici delle stelle, delle mille comete di una notte che ci carezzerà i capelli senza metterci paura, grazie al cielo.


AFORISMI

L'umiltà del me persona sta nel riconoscermi presuntuoso quasi quanto chi si vanta della propria umiltà.

L'umiltà del me scrittore invece non ha limiti: pensate che si considera il grande scrittore meno famoso del mondo.

La mia unità stà nella consapevolezza delta mia molteplicità.

Tutto sommato scrivere mi annoia meno che divertirmi.

Scrivere per me non è un hobby o uno svago o una passione. Per me scrivere è un urgenza improcastinabile. Se non proprio come il bisogno di mangiare, almeno come quello di cacare.

I ricordi, per me scrittore, sono spirali inesauribili e taglienti: il passato non esiste net mio cervello sanguinolento.

La mia scrittura non è un atto di sublimazione, ma un rituale di esorcismo.

Io non so per chi scrivo: probabilmente scrivo per nessuno, forse nemmeno per me stesso. Ma so bene contro chi scrivo. Contro di me e contro di voi. Cantro l'ipocrisia e il perbenismo dei mille fantasmi interiori che animano il mio e vostro teatrino umano esteriore.

Io scrittore ho la mia visione del mondo ma non ho bisogno di parlarne perché traspare da quello che scrivo. Credetemi: i miei sotterranei la sanno lunga su di me, molto più lunga di me e delle mie congetture.

Soltanto le emozioni estreme sono all'origine della creatività spontanea. Che soltanto molti anni dopo sarà scrittura.

Vuoi fare to scrittore? Bene, datti da fare, vivi tutto, ama tutto, odia tutto finché tutto e tutti ti saranno estranei. Allora sarai morto. Allora sarai scrittore.

Non basta un taglio in coppa per fare di un chiodo una vite. Non basta scrivere bene per essere scrittore.

Io non sono un tipo pragmatico, i fatti non mi interessano. Io amo la teoria, l'astrazione, la metafisica. In questi campi eccello (come i preti), perché puoi dire tutto quello the ti passa per la testa dato che nessuno ne sa niente. Di dio e di me stesso, per esempio, posso dire tutto e il contrario di tutto e perché no? anche il contrario del contrario di tutto che ovviamente non è uguale al primo tutto. Tanto, chi ne sa qualcosa di preciso?

Lo stesso vale per l'arte. A pontificare son buoni tutti, perché nessuno ne sa un cazzo di niente. Soprattutto i critici.

Le Occidente
Oriente
Scrittore
lavoro
democrazia
Brescia
Onde Rosse
pettegolezzo
letteratura
donna
umanità
librerie sono piene di capolavori pallosissimi.

L'umanità si divide in due categorie: quelli che hanno letto la Recherche, e quelli che dicono di averla letta. Per vanità io dico di appartenere alla seconda, anche se naturalmente faccio parte della prima.

Lo spirito è forte, ma la carne è più forte.

Cosa dire di quest'anima? Che quando è quieta non la sopporto perche mi sembra imbalsamata e quando finalmente brucia di passione mi lamento che fa male.

Quella donna è molto di più della mia anima gemella: è il mio corpo gemello.

In amor vince chi fugge. Ma cosa vince?

E in questa storia d'amore, per cortesia, non suggerirmi di pensare alla mia dignità, visto che il mio piacere piu grande sta proprio nel perderla.

Non desidero altre relazioni che quelle di cui non ho bisogno.

Io capisco tutto delle donne, tranne naturalmente il loro cervello.

A una donna che non sia bellissima un atteggiamento troppo mascolino è imperdonabile, ma dobbiamo adorare qualunque donna lievemente androgina.

La femminilità di un uomo seduce più della femminilità di una donna, perché un uomo femminile è completo, mentre una donna femminile è caricaturale.

Le donne non sono mai state inferiori agli uomini. Anzi, li hanno sempre dominati da dietro le quinte con quello stesso potere che ora godono a esercitare smaccatamente. Se davvero si vuole la parità tra i sessi, è tempo che gli uomini si prendano la loro rivincita.

Molti, troppi uomini sbandierano la riuscita nel lavoro per nascondere il loro fallimento come esseri umani. E adesso ci si sono messe anche le donne.

Di regola il pettegolezzo è la letteratura dei superficiali, il letteratume delle menti povere: la solita telenovela dozzinale e ripetitiva.

Occorre essere profondi e originali per fare pettegolezzo d'autore.

Nota dell'editore: I testi sopra riportati sono tratti dal libro: Onde Rosse di Giulio Ranzanici  Roma Proposte editoriali 1998


 

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