MASSIMO MUCHETTI

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Da "Bresciaoggi" sabato 8 marzo 2003 pag. 40  Dai primi passi a «L’altra Brescia» e «Giorni - Vie Nuove», alla redazione economica di «Bresciaoggi» e infine a «L’Espresso», dove adesso è vicedirettore

Un gnaro con la passione per il giornalismo vero


Massimo Mucchetti, nato sotto il segno del Sagittario, ha 49 anni e non li dimostra, con la faccia da gnaro che si ritrova. Ricordo come fosse ieri la volta che, con Renato Rovetta, si presentò alla "Grafo" per collaborare a L’Altra Brescia , mensile d’opposizione e di barricata che durerà meno di quanto noi, che l’avevamo voluto e fatto nascere, sperassimo.
Massimo, chi più chi meno, lo conoscevamo tutti: era stato segretario della Federazione giovanile del Pci dopo una breve militanza («una malattia infantile, che era anche un momento di ribellione nei confronti dei genitori») nell’ultrasinistra, ma poi aveva lasciato la politica attiva, considerando chiusa l’esperienza,
Eravamo nell’autunno del ’73 e da qualche anno s’era chiusa l’esperienza de L’Eco di Brescia - che, dapprima quindicinale e poi settimanale, era stato portatore di un progetto ambizioso, ancorchè non definito con chiarezza: far nascere qui, all’ombra del Cidneo, una redazione alternativa - e l’informazione era monopolio di un unico quotidiano di proprietà delle due maggiori banche locali, una cattolica e paolotta e l’altra laico-confindustriale.
A noi, che venivamo da altre esperienze e da culture diverse, pesava parecchio questa situazione che escludeva ogni tipo di pluralismo: per questo avevamo deciso di dar vita a una pubblicazione, L’Altra Brescia appunto, chiamando a collaborare, ovviamente gratis, tutti coloro che avevano voglia di farlo. Tra questi c’era appunto Massimo Mucchetti, che lì, in quello stanzone pieno di libri della "Grafo", dove ci si trovava per discutere, programmare e fare la redazione, ebbe come si suol dire la prima investitura.
Che quel ragazzino, figlio del calzolaio di corso Cavour, fosse un tipo vivace e versatile, di cerebro vispo e di brillante scrittura, si vide subito: lo stanzone di via Bassi fu in sostanza il Giordano nel quale ricevette il battesimo e il vedemecum per il mestiere di giornalista. D’altra parte, lui possedeva anche un solido bagaglio culturale e adeguati strumenti: aveva frequentato con ottimo profitto il classico all’"Arnaldo" - il liceo delle "saponette", i figli della Brescia borghese e professionale che allora più di adesso contava -, s’era laureato alla Statale di Milano in storia e filosofia, con una tesi sul movimento sindacale all’Om negli anni Cinquanta, era un gnaro di buone e assidue letture, con in corpo la curiosità che serve e stimola, la voglia di esplorare, andare sotto la crosta, approfondire e capire.
Massimo si era scoperto la vocazione ma, se volevi fare il giornalista come mestiere e non per hobby in quei primi anni ’70, dovevi cambiare aria: nell’unico giornale su piazza entravi solo con l’avallo delle banche che, passato il primo dopoguerra, ne erano ritornate padrone.
La prassi era di due cattolici assunti per un laico e dopo un accuratissimo esame del sangue, e guai se ti scoprivano anche una lieve parvenza di rosso, che le saracinesche calavano giù implacabili, a... escludere il contagio.
Fu così che il Mucchetti - dopo aver fatto il correttore di bozze a Madre , da don Mario Pasini che per essere un prete era più laico e aperto di molti - divenne un pendolare della Brescia-Milano e ritorno.
Già collaborava a Giorni - Vie Nuove , diretto da Davide Lajolo, l’"Ulisse" partigiano autore dell’autobiografico "Voltagabbana", e faceva anche qualche pezzo qua e là, finchè trovò un posto all’Ufficio stampa della Regione Lombardia.
Nel frattempo, "una bella mattina d’aprile del ’74" - era questa la scritta che campeggiava sui manifesti che lo annunciavano - era nato il secondo quotidiano bresciano, che avrebbe consentito a noi, che l’avevamo sognato e atteso come il Messia, di intraprendere - pur con qualche globulo rosso nelle vene - il lavoro di giornalisti, fino a quel momento off-limits.
Come siano andate le cose a Bresciaoggi è noto: mollato dopo 15 mesi dalla proprietà, divenne cooperativa e, con mille sacrifici, è andato avanti, mangiando pane agro, fino a trovare una sua operosa normalità, povera, sottopagata ma nutrita di orgoglio e dignità.
E qui, il primo gennaio dell’81, lasciando un posto sicuro e ben remunerato, approdò il Massimo Mucchetti, per lavorare alle pagine economiche con Odoardo Rizzotti ("il tarlo"), che gli trasmetterà in fretta la curiosità per i conti delle aziende e, con finta scontrosità, sarà ben lieto di farsi rubare le regole del mestiere.
Credo siano stati anni professionalmente felici, quelli, per la capacità di Massimo di fare giornalismo serio e informato, in un contesto uso da sempre a tenere per sè notizie, cambiamenti, movimenti e linee. Ricordo alcuni casi, che costituirono a mio parere punti di svolta per il giornale: la prima cronaca sulle contrapposizioni e i dissidi all’interno dei metalmeccanici della Flm, che guai a parlarne, specie sulle pagine di un giornale di "sinistra" (ci fu chi venne a chiedere a muso duro la testa del "reprobo": Sergio Milani, il direttore, oppose un secco e gelido no, che servì a chiarire una volta per tutti i rapporti). Ricordo inoltre un’intervista a Cesare Trebeschi, che denunciava la caduta del gusto del rischio nelle imprese bresciane: si aprì un dibattito al quale parteciparono numerosi industriali di casa nostra. Su quell’inchiesta i giovani dell’Aib organizzarono un convegno, con Deaglio, Marco Vitale e Giampaolo Pansa. Fu lui a dire a Massimo che gli sarebbe piaciuto chiamarlo a Repubblica . Al quotidiano, di cui Pansa era condirettore con il "principe" Eugenio Scalfari, Mucchetti non è mai andato: in compenso, si sono ritrovati a L’Espresso nell’86 dove - dopo aver lavorato un anno a Mondo Economico - lui entrò da redattore e dove adesso è vicedirettore.
Quello che viene presentato in questi giorni è il primo libro di Massimo perchè - dice - è faticoso scrivere libri mentre si fa il lavoro quotidiano. Già, dove lo trovi altrimenti il tempo per vivere con la famiglia (lui è sposato con Rossana Scarsato, architetto e responsabile dell’Urbanistica in Loggia, e ha una figlia, Marta, che studia all’"Arnaldo"), per stare con gli amici (molti, tra cui "i fratelli di latte di Bresciaoggi"), andare in bici (è un "ciclista o giù di lì", per dirla con Jannacci), correre a piedi, girare il mondo, sedere a tavola da civili gaudenti, parlare e discutere, confrontarsi e fare polemica, pacchiare e trincare con i sodali di sempre?
Massimo lavora a Milano, non ha spostato i Lari e i Penati in metropoli, continua a stare a Brescia e a fare il pendolare, dividendosi tra l’abitazione in città e la bella casa della famiglia allargata a San Felice. Non esaurisce la vena creativa con lo scrivere: dipinge anche, seppure con molto pudore. Se glielo chiedi, cita un vecchio insegnamento del siòr Gino Lucchini: "non guardare agli utili - gli consigliò quand’era agli esordi -, ma agli oneri finanziari delle imprese". Ha saputo fare questo e altro.
Sono contento che abbia scritto il suo primo libro, un’opera matura, che ha già avuto recensioni lusinghiere. Gli auguro - sommessamento - di farne altri, ovviamente se ha voglia. Noi amici e "fratelli di latte" ne siamo debitamente orgogliosi. Aspettiamo solo di berci sopra.


Da "Licenziare i padroni?" ed. Feltrinelli (13 euro, 240 pagine) di Massimo Mucchetti. Pubblichiamo alcuni estratti dai capitoli "Il nuovo Centauro" (profilo di Silvio Berlusconi) e "Il mestiere dello stato", oltre che un' "Intervista" all'autore tratta dal sito della Feltrinelli.

CAPITOLO V

FININVEST, IL NUOVO CENTAURO


Nei primi mesi del 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino, alla City di Londra dicevano che al cancelliere Helmut Khol era riuscito il più grande take over della storia: la riunificazione delle due Germanie. Tredici anni dopo, il maestro Khol, un politico puro di pura razza democristiana, leader storico del Partito popolare europeo, è stato superato dall’allievo Silvio Berlusconi, un imprenditore, un padrone vero, di pura razza padana, capace di diversificare i propri investimenti aggredendo quello che lui stesso chiama il mercato della politica. Il ricorso l’immagine del take over, della scalata di Borsa, veniva giustificato dai banchieri d’affari perché la Repubblica federale tedesca si era annessa la Repubblica democratica senza sparare un colpo di fucile, ma pagando profumatamente i fratelli separati dell’Est proprio come fanno i raider di Wall Street o della City. Concedere il cambio alla pari, come se il marco ex comunista valesse davvero quanto la moneta più forte d’Europa, equivaleva a un colossale trasferimento di ricchezza al di là dell’Elba. Un premio che aveva la sua giustificazione nell’acquisizione di un mercato di 17 milioni di consumatori e di lavoratori istruiti.
Il “re” della televisione commerciale, che ha per simbolo il Biscione di Milano, si è dato un obiettivo ancora più grande: l’Italia. Anzi, per usare il linguaggio caro al singolare scalatore, l’Azienda Italia, la sesta potenza industriale del mondo, una conglomerata gigantesca con un fatturato (il prodotto interno lordo) di 1.216 miliardi di euro, 56 milioni di cittadini, tre volte e mezza l’ex Germania dell’Est. Questa volta, il compratore non è uno Stato sovrano, ma un cittadino, che ha costruito dal nulla, e pagato di tasca propria, l’impresa adatta alla bisogna: il partito politico Forza Italia (1). Attorno all’impresa-guida lo scalatore ha unito altri partiti di centro-destra in una coalizione detta la Casa delle Libertà. E questa coalizione, il 13 maggio 2002, ha ottenuto il consenso della maggioranza dei cittadini-azionisti dell’Azienda Italia in quella specie di assemblea per il rinnovo delle cariche sociali che sono le elezioni politiche.
L’eccezionale preda, naturalmente, non può essere a disposizione del raider come una qualsiasi Montedison. E nemmeno come lo sono i lander dell’Est per la nuova comunità tedesca. Benché la Casa delle Libertà sia presidiata da professionisti, manager e imprenditori che promettono di governare l’Italia proprio come un’azienda, lo scalatore Berlusconi trova un limite istituzionale alla sua intraprendenza nell’opposizione politica e nella Costituzione della Repubblica. La sua è l’acquisizione di un potere esecutivo, non di diritti patrimoniali sulle attività dell’Azienda Italia. Le leggi dello Stato – la corporate governance dell’Azienda Italia, direbbero i giuristi del pensiero unico neocapitalista – delimitano il diritto all’esercizio del governo nell’arco di una legislatura, salvo una nuova vittoria elettorale e la conseguente riconferma. Dunque, l’acquisizione di Berlusconi è assai più grande, ma anche assai meno radicale nelle sue conseguenze e di durata assai più incerta di quella di Khol.
Ci sono politici come il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, e politologi come Giuseppe Sartori che paventano l’inizio di un regime qualora non venga sciolto il conflitto d’interessi tra il Berlusconi capo del governo e il Berlusconi proprietario delle tv che influenzano in modo rilevante l’opinione pubblica (2). Avessero ragione loro il take over berlusconiano assumerebbe maggior stabilità. E ci sarebbe meno da sorriderne. Ma questo è un altro problema. Qui basti osservare che l’investimento dell’uomo d’affari nel business della politica ha già ottenuto un premio che lo ripaga ampiamente. Tanto ampiamente da fare del beneficato un nuovo animale nello zoo del capitalismo internazionale, mezzo padrone del vapore e mezzo politico.
Nel corso di un’audizione parlamentare, rispondendo al deputato comunista Napoleone Colajanni che lo interrogava sull’ambiguità degli assetti azionari di Mediobanca, Enrico Cuccia disse: <<Sono – per così dire – un centauro: metà uomo e metà cavallo. Scelga lei qual è il pubblico e qual è il privato>> (3). Questa immagine mitologica, che con una vena di orgogliosa autoironia il vecchio banchiere aveva scelto per sé stesso, ci sembra possa andar bene anche per Silvio Berlusconi. E’ lui il nuovo Centauro. E tocca a noi capire quando nelle sue parole e nelle sue azioni prevalga l’interesse personale e quando l’interesse dei pubblici uffici che è andato a ricoprire.

Diceva Balzac

Silvio Berlusconi decide questa sua mutazione genetica per risolvere in modo definitivo tre problemi: fermare, o comunque sterilizzare, le indagini della magistratura sulle origini e sulla costruzione della sua fortuna; proteggere le sue aziende; avere una regolamentazione del suo principale settore d’attività, la televisione, che non intacchi la sua posizione dominante con incisive disposizioni antitrust. Non sono problemi inediti nella storia del capitalismo italiano. A dire il vero, sono proprio i soliti problemi dei padroni del vapore di ieri e di oggi. Ma inedita è la loro soluzione.
Tra il 1908 e il 1912, per esempio, Giovanni Agnelli I subì un processo per aggiotaggio e truffa a seguito di un’indagine sollecitata dal quotidiano “La Stampa”, non ancora in suo potere, e condotta dalla Questura di Torino dopo la strana liquidazione della Fiat e la sua ricostituzione sotto il controllo dello stesso Agnelli, ma senza più la presenza degli altri soci fondatori. Lo storico Valerio Castronovo ricorda che l’accusato fu assolto dopo l’insolito intervento del ministro della Giustizia, Vittorio Emanuele Orlando, per sollecitare la rapida conclusione dell’inchiesta: lo stesso Orlando che presiederà il collegio difensivo della Fiat nell’ormai scontato processo d’appello (4). Dal 1994 Silvio Berlusconi è sottoposto a indagini e processi da parte della magistratura milanese e palermitana, che hanno fatto emergere, al di là dei giudizi non ancora pervenuti a una sentenza definitiva, una struttura societaria occulta parallela al gruppo Fininvest per la gestione di “fondi neri”, la cui costituzione esige la falsificazione dei bilanci ufficiali (5). Scriveva Honoré de Balzac in “Papà Goriot”: <<Il segreto delle grandi fortune senza causa apparente è un delitto dimenticato, perché fu fatto a puntino>>. I padroni del vapore non amano mai le inchieste sul loro primo miliardo. Meno che mai se a farle è la magistratura. Rendono difficile dimenticare far dimenticare.

Investire in politica

Con un investimento di 250 miliardi di lire, che rappresentano il debito consolidato di Forza Italia garantito da sue personali fideiussioni, il nuovo Centauro si è assicurato il potere di assegnare ai propri avvocati un seggio in Parlamento, di far eleggere il principale fra loro alla presidenza della commissione Giustizia, di avere come ministro della Giustizia un ingegnere di Lecco iscritto alla Lega, un partito in declino che chiede soldi in banca con la sua firma. Nel senso della firma di lui, del nuovo Centauro (6). E’ la potenza di fuoco necessaria a risolvere il problema, rallentando i processi fino alla prescrizione dei reati quando non direttamente depenalizzando le violazioni del codice come gli è riuscito, di fatto, con il falso in bilancio. Quanto vale un simile scudo quando l’opinione pubblica internazionale si solleva contro i bad boys della finanza e negli Stati Uniti si rischiano 25 anni di galera per le truffe sui bilanci?
Senza spendere una lira in aggiunta, il più ambizioso degli scalatori si è anche regalato il diritto di nominare il consiglio di amministrazione della Rai e il potere di riformare la legge Mammì sulle concentrazioni nell’editoria e nella televisione. La Rai è l’unico concorrente delle reti Mediaset, non potendosi considerare tale La 7, data la fatale debolezza del cosiddetto terzo polo televisivo. La nuova regolamentazione del mercato dell’informazione definisce il quadro normativo nel quale Mediaset opererà nei prossimi anni. Avere l’ultima parola nelle due materie rappresenta un vantaggio competitivo inestimabile. Quanto pagherebbe il presidente dell’Inter, Massimo Moratti, per essere lui a nominare il presidente e l’allenatore del Milan? E quanto sarebbe disposto a sborsare Marco Tronchetti Provera per far ridefinire a un amico fedele le regole della concorrenza nelle telecomunicazioni in modo tale da salvaguardare quel che resta del monopolio di Telecom Italia? La circostanza che il consiglio della Rai sia nominato dai presidenti della Camera e del Senato non cambia la sostanza del previlegio acquisito da Mediaset con l’ascesa al potere del suo padrone. Pierferdinando Casini e Marcello Pera sanno bene a chi devono le loro poltrone. E ancor più lo sa il ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, autore della riforma della riforma Mammì.
Nelle normali economie capitalistiche, il diritto di designare il capo dell’azienda concorrente si acquisisce comprando la concorrente medesima. E quasi sempre questo giochetto costa un sacco di soldi. Nelle normali economie capitalistiche, inoltre, un capitano d’industria riesce a dettare le regole di funzionamento del suo settore, se ne conquista il monopolio sbaragliando gli avversari e addomesticando poi le autorità Antitrust. Silvio Berlusconi è l’unico grande capitalista ad aver acquisito questi diritti pagando così poco: 250 miliardi, nemmeno sborsati, ma solo garantiti. D’altra parte, nessun altro suo simile ha avuto il coraggio – o la faccia tosta – di adattare la famosa sentenza di Carl von Klausewitz (<<La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi>>) alla più prosaica idea che l’azione politica diretta possa rappresentare la prosecuzione dell’attività economica personale con altri mezzi. (...)


CAPITOLO VI

IL MESTIERE DELLO STATO


Giovanni Agnelli II, il banchiere Vincenzo Maranghi, Marco Tronchetti Provera e Silvio Berlusconi, i quattro archetipi del padronato, non offrono un solo modello vincente alla grande impresa italiana all’alba del XXI secolo. I primi due, perché hanno distrutto ricchezza in misura assai rilevante nei gruppi industriali dei quali hanno avuto la responsabilità, per legge o de facto importa poco. Hanno distrutto ricchezza e, quel che è peggio, non hanno lasciato una speranza di futuro. Gli altri due perché, pur vantando prestazioni migliori, propongono un regime proprietario troppo debole, nel caso del nuovo signor Telecom, o troppo forte, nel caso del nuovo Centauro, padrone della Fininvest e di palazzo Chigi.
Il presidente d’onore della Fiat ha sempre privilegiato la finanza e la conservazione del potere nell’allocazione dei denari e nella scelta degli uomini, fedele in questo alla logica di Enrico Cuccia che usava dire: <<Gli ingegneri di produzione come Ghidella si trovano sempre, le persone come Romiti sono molto rare>>[i]. Ma il pensiero che può essere scusato in un banchiere è assai meno accettabile in chi ha la responsabilità del primo gruppo industriale italiano. I risultati sono lì a dimostrarlo. La Fiat chiude il suo primo secolo di storia, diretta secondo un toyotismo provinciale declinato in termini di mero e perdente risparmio di spesa, mentre le esperienze tedesca e francese insegnano che l’industria dell’auto può reggere i costi di produzione più alti d’Europa se l’azionariato sa investire sulla qualità del management e del prodotto.
L’altro archetipo padronale, il banchiere erede di Cuccia[ii], non ha saputo né vendere le diverse società della Montedison per tempo, quando la Borsa avrebbe pagato prezzi elevati, né tenere unito quello che era pur sempre il secondo gruppo industriale privato italiano. Dopo otto anni sotto la regia di Mediobanca, la Montedison passa di mano, viene smembrata e si riduce all’infimo rango del percettore di aiuti pubblici, quelli che un provvedimento del governo, il famigerato Cip 6, assegna alle centrali elettriche privilegiate dal principe.
Tronchetti Provera, personalmente, non ha distrutto ricchezza, benché la Pirelli come tale, misurata sullo stesso arco temporale adottato per gli altri grandi gruppi e comprendendo dunque anche l’ultima stagione sotto l’egida della famiglia fondatrice, abbia bruciato risorse per 3.800 miliardi di lire. Ma, come abbiamo visto, il nuovo padrone di Telecom Italia sta in piedi grazie a una piramide societaria senza eguali al mondo. Un sistema di controllo machiavellico che apre un conflitto oggettivo tra le esigenze di sviluppo dell’ex monopolio dei telefoni e la necessità del padrone-manager di conservare salda la sua presa sull’azienda. Telecom Italia o Tim potrebbero approfittare della situazione difficile della concorrenza per conquistare qualche rilevante compagnia estera e diventare così delle vere e proprie multinazionali. Tim ha già avuto Vodafone nel mirino e ha dovuto rinunciarvi per ordine del Tesoro. Volesse tornare alla carica - non più con il colosso inglese, che ormai possiede Omnitel, ma con altri - avrebbe bisogno di un massiccio aumento di capitale oppure, per non tirare fuori soldi, dovrebbe assorbire la preda attraverso una fusione. Nel primo caso, metterebbe alla frusta una proprietà assai indebitata, e rischierebbe di essere bloccata. Nel secondo caso, la fusione avrebbe l’effetto di diluire le partecipazioni di comando della Pirelli e dei suoi compagni di viaggio, e questo sarebbe inaccettabile avendo costoro pagato profumatamente a Gnutti e soci la maggioranza relativa di Olivetti, che assicura, al momento, il potere su Telecom. E’ ragionevole immaginare che Tronchetti anteponga l’interesse della Pirelli per la conservazione dello statu quo a quello del gruppo Telecom Italia per un’internazionalizzazione in grande stile. Nel mondo, le più importanti società di telecomunicazioni sono public company oppure dipendono dagli Stati. Telecom Italia è l’unica che ha, sia pure all’italiana, una proprietà privata con un titolare in carne e ossa: talmente preciso che nella prima versione dei suoi accordi parasociali con i Benetton, Marco Tronchetti Provera legava il futuro dell’alleanza alla sua personale permanenza ai vertici della Bicocca[iii].
Il quarto archetipo padronale, Silvio Berlusconi, ha i conti in regola. E non è poco. Ma la sua storia risulta inimitabile, perché nessuno riuscirà più a proteggere i propri affari con un triplice giro di mura come lui ha saputo fare grazie al rapporto con il potere politico, prima intermediato dagli amici, Bettino Craxi in testa, e poi giocato in prima persona. Tre muraglie che vanno ricordate. La prima è costituita dalla lingua, barriera naturale, quasi insuperabile: la tv in inglese non ha un futuro di massa imminente in Italia. Poi c’è la seconda muraglia, e cioè il regime di comodo duopolio con un concorrente, la Rai, a raggio d’azione limitato grazie a quella tassa impropria che si chiama canone e che, per par condicio, impone a chi ne beneficia di rinunciare a dispiegare tutta la propria forza nella raccolta della pubblicità. La terza cerchia di mura è quella messa in campo dal governo della Casa delle Libertà che non solo regola il settore della televisione e dell’editoria a palese beneficio del Biscione, ma anche regala al suo capo il potere di farsi togliere le castagne dal fuoco, com’è avvenuto con l’acquisto delle fallimentari guide telefoniche della Fininvest a opera del gruppo Telecom Italia targato Tronchetti.
Nemmeno la Fiat è mai stata capace di blindare a tal punto i propri affari. Ma proprio per questa ragione, Berlusconi, il nuovo Centauro, rimane un caso isolato. E’ davvero improbabile che si diano di nuovo le condizioni che consentano a un altro padrone del vapore di erigere una simile, triplice cerchia di protezione.
Benché abbia un capo del governo che si ritiene capace di tutto, anche di risanare la Fiat se solo non avesse tanti impegni[iv], la verità è che nell’ultimo decennio del secolo XX nel decennio della Grande Occasione - l’Italia ha perso la sua grande industria manifatturiera. Ed è arrivata a una svolta epocale dagli esiti così incerti che l’economista Mario Deaglio paragona le crisi della Fiat, della Ferruzzi, della Montedison e prima ancora di Olivetti alla decadenza delle Signorie nel Cinquecento[v].
E’ una sconfitta che ha molti padri. Al tempo del pensiero unico neocapitalista è facile gettare la croce addosso ai sindacati e alla classe politica. Ma cedendo a questa tentazione non si fa molta strada. Dopo il 1989 il capitalismo non ha più alternative di sistema. E il sindacato italiano garantisce da tempo pace sociale e salari inferiori a quelli di tanti paesi europei concorrenti[vi]. Le punte di massimalismo non mancano e tuttavia restano ben al di sotto dell’estremismo mostrato da altre associazioni di categoria come quelle degli allevatori, del trasporto aereo o dei camionisti. Continuare a pensare che la crisi dipenda dalla diffusione delle culture cattolica e comunista, riesumare polemiche di sapore neovallettiano contro i "distruttori", si sta rivelando sempre di più una manifestazione di pigrizia mentale che non aiuta a costruire un futuro migliore.
Nel mondo ormai si confrontano i diversi modelli di capitalismo, i differenti regimi proprietari, l’economia che si contamina con le religioni, e non è detto che lo shintoismo, il buddhismo e perfino l’Islam non possano riservare sorprese a chi crede nella definitiva superiorità della versione neoprotestante del capitalismo. Perfino la Cina comunista è un capitalismo. Parliamo dunque di capitalisti, e lasciamo stare per una volta gli uomini politici italiani, così deboli da delegare la loro funzione a banchieri centrali in quiescenza come Ciampi e Dini o a nuovi Centauri come Berlusconi. In questo libro ci abbiamo provato, osservando in particolare il ruolo giocato dalla proprietà. Resta da capire perché la proprietà dei grandi gruppi si sia organizzata secondo i quattro modelli che abbiamo illustrato, quali ulteriori effetti ne possano derivare e se esista una via d’uscita positiva. E’ la materia del capitolo conclusivo. Che trascurerà i politici ma non la politica. (...)


Intervista su Licenziare i padroni?  a cura della redazione di www.feltrinelli.it 

Com'è nato questo libro?
Carlo Feltrinelli mi ha chiesto per la prima volta di scrivere un libro sul capitalismo italiano sei o sette anni fa durante una colazione dai suoi amici della Vitale & Borghesi, una piccola banca d’affari milanese che oggi è diventata la filiale italiana della maison Lazard. Pensava che la testimonianza di un giornalista attento ai bilanci più che ai pettegolezzi, milanese più che romano, potesse essere interessante. Ma allora non accettai.
Rievoco l’origina remota, in un certo senso privata, di questo lavoro non per suggerire chissà quali interminabili pensamenti, ma solo per ricordare perché, pur avendo in mente l’idea, allora non ne feci nulla: a mio avviso, a metà degli anni novanta, scrivere un libro come questo sarebbe stata una manifestazione di estremismo.

Perché i padroni non erano già da licenziare?
In molti casi lo erano anche allora. Ma a metà degli anni novanta mi sembrava possibile non probabile, ma possibile che il capitalismo italiano cogliesse la Grande Occasione che si andava dispiegando. Mai come nel decennio appena trascorso sono affluiti capitali di rischio al sistema delle imprese. Dal 1993 al 2001 tra aumenti di capitale e collocamenti sono stati versati 274 mila miliardi di lire. Nel 2000, la Borsa di Milano valeva il 70 per cento del prodotto interno lordo italiano. C’erano tutte le premesse per uscire al capitalismo senza capitali che Angelo Costa illustrava alla Costituente nel 1946. Le privatizzazioni avrebbero potuto aprire la strada a nuovi soggetti dell’economia. per avviare la concorrenza, rompere le conventicole, archiviare il vecchio sistema delle scatole cinesi che assicura ai soliti noti il massimo del potere con il minimo dell’investimento. Nello stesso arco temporale, si andava esaurendo la Prima Repubblica. E le inchieste giudiziarie ponevano le premesse di un possibile rinnovamento dei codici. E invece......

E invece?
E invece la Grande Occasione è stata persa. Gli uomini nuovi, i Tronchetti, gli Gnutti, i Benetton hanno fatto uso degli stessi sistemi dei vecchi, degli Agnelli, dei Ferruzzi, di Mediobanca. Chi, come Colaninno, ha creduto all’emergere di una razza padana di piccoli investitori capaci di reggere un progetto industriale di ampio respiro sulle telecomunicazioni si è dovuto accorgere a sue spese - a sue spese si fa per dire, perché qualcosa ha guadagnato - che l’obiettivo era solo la speculazione.

Ma l’Italia, in realtà, è andata avanti.
L’Italia delle piccole e medie imprese è cresciuta. Ha creato nuova ricchezza. L’Italia dei grandi gruppi no. Dal 1986 al 2001 la Fiat ha bruciato 27 mila miliardi di vecchie lire, la Olivetti 14 mila, Montedison 9 mila, la Pirelli quasi 4 mila, Finmeccanica 6 mila, l’Italcementi oltre mille.....

Chi lo dice? Chi ha fatto questi conti?
Questi conti li ha fatti il sottoscritto e li ha verificati con alcuni addetti ai lavori. Ma si tratta di calcoli che potrebbe fare chiunque, basati come sono su dati ufficiali e non su soffiate particolari.

E perché non sono stati fatti prima?
Forse perché negli ultimi anni i giornalisti, e anche gli studiosi, hanno ritenuto che riconsiderare il passato, anche solo il passato prossimo, fosse una perdita di tempo. La Borsa guarda al futuro. E se la Borsa diviene l’idolo contemporaneo, se il suo modo di ragionare diventa il pensiero unico, si finisce con l’assumerne le logiche anche dove non si dovrebbe. In realtà, i grandi della finanza hanno memoria d’elefante, ma gli yuppies non sono grandi. Sanno tutto dello yield e del p-e, ma non sanno che c’è più verità nell’usuraio e sua moglie di Quentin Metsys che in un rapporto della Goldman Sachs.

Dunque certi silenzi derivano solo da mancanza di cultura.
Credo che questa sia la ragione principale. Ma forse c’è anche dell’altro. Perché chi ha creato ricchezza c’è. E può essere imbarazzante. Lo stato, per esempio, si è rivelato un imprenditore vincente.

Ma le aziende di Stato non erano il peggio?
Queste sono le balle messe in giro dai grandi gruppi privati che le volevano, e le vogliono, prendere per un tozzo di pane. Nello stesso periodo 1986-2001 nel quale i grandi privati distruggono tanta ricchezza, l’Eni genera 66 mila miliardi di nuova ricchezza, l’Enel 12 mila, Telecom Italia, nell’ultima fase della gestione pubblica 41 mila. Si dice: bella forza, godono di posizioni monopolistiche o quasi. E’ vero. Ma è anche vero che fino al 1994, queste società perdevano o guadagnavano pochissimo. E oggi i privati in fuga dalla grande industria le cercano a tutti i costi, e in tutti i modi ne vogliono preservare le posizioni dominanti sul mercato con i relativi privilegi. Nel libro racconto, sulla base di documenti inediti dell’Iri che erano conservati non nell’archivio di stato, ma nel cassetto della scrivania di Enrico Cuccia, il più grande banchiere italiano del Novecento, come la Sip - così si chiamava allora Telecom Italia - fosse stata offerta invano ai vari Agnelli, Pirelli, Motta, Cini e compagnia. Il senatore Giovanni Agnelli, il nonno dell’avvocato Agnelli appena scomparso, lasciò perdere osservando che il telefono era "roba da ricchi". Lo stato si è fatto imprenditore perché i privati, che avrebbero potuto gestire la grande impresa, si sono sottratti all’impegno. Le ragioni sono tante. Le responsabilità non toccano tutte ai capitalisti, ma i fatti restano quelli.

Ma non c’è nessun grande capitalista privato con le carte in regola?
Tra i molto grandi non ce ne sono molti. Ne cito due. Leonardo Del Vecchio e Silvio Berlusconi. Il primo mi pare, al momento, un esempio del tutto positivo: ha gestito con grande capacità la Luxottica reinvestendo nella sua vera attività tutte le risorse. Quando ha speculato - e l’ha fatto con i grandi magazzini GS - l’ha fatto con i soldi suoi e non con quelli dell’azienda. Tutto il contrario, insomma, di Fiat e Pirelli, di Ferruzzi e Montedison, che hanno diversificato con i risultati che ciascuno può constatare.

E Berlusconi?
Silvio Berlusconi ha creato, con la Fininvest, 11 mila miliardi di nuova ricchezza.

Davvero?
I numeri sono i numeri. Ma Berlusconi è un esempio assai meno positivo di Del Vecchio. Il patron di Luxottica sta sul mercato internazionale, compete ai massimi livelli. Non fa ricerca, perché il settore non ne esige. Del resto nemmeno Fininvest ne fa. E questo ci dovrebbe far riflettere tutti: un sistema che non fa ricerca non può avere un gran futuro. Ma l’imprenditore Berlusconi, dicevo, vince perché ha saputo costruire una posizione dominante per le sue televisioni. La Rai, beneficiando del canone, ha a disposizione per la pubblicità un tempo che equivale a poco più di un quarto di quello a disposizione di Mediaset. Per le tv del Biscione, dunque, non c’è di fatto concorrenza. Non a caso, la Rai non viene mai privatizzata. In altri settori, per esempio in quello della grande distribuzione o delle guide telefoniche, la Fininvest ha fallito.

Beh, allora nel complesso Berlusconi è stato bravo.
Come imprenditore non c’è dubbio. Certo, più bravo di Gianni Agnelli o di Raul Gardini, per citare due personaggi ormai consegnati alla storia. Ma questo genere di classifiche mi lasciano freddo.

Perché?
Perché tutti questi signori, queste aziende non sono come squadre di calcio, per le quali fare il tifo; né rappresentano ideali da sostenere, magari con qualche sacrificio. Questi signori perseguono soltanto il loro personale interesse, anche se spesso dicono il contrario. In fondo è la loro moralità professionale. Ma noi che cosa c’entriamo? Noi facciamo i giornalisti. E la nostra moralità è cercare di capire e raccontare il mondo, e commentare avendo come bussola il bene comune. In questo l’informazione è affine alla politica

Un bel pistolotto, ma per dire che cosa?
Per dire che la creazione di ricchezza va bene certamente quando avviene seguendo le buone regole come nel caso Luxottica. Può andare bene o male quando è protagonista un monopolio di stato: i cittadini, "azionisti" del monopolio, possono decidere, attraverso la mediazione della politica, se la ricchezza creata dall’Enel o dall’Eni debba andare, semplifico, in maggiori salari per i dipendenti dell’Enel e nell’Eni, in più cospicui dividendi per i soci o in minori tariffe per gli utenti. Non va bene invece, se la ricchezza viene generata da un monopolio privato. E le ragioni sono evidenti. Berlusconi, come gli altri, tende al monopolio. La politica, che dovrebbe avere per scopo il bene comune e non l’interesse personale, dovrebbe tagliare le unghie ai monopolisti. Dunque anche a Berlusconi. Ma la politica da 10 anni è Berlusconi. E Berlusconi non può tagliare le unghie a Silvio. Nel libro, per questo personaggio mezzo politico e mezzo imprenditore ho adottato la definizione che Cuccia dava di sé stesso: "Sono un Centauro", diceva il vecchio banchiere alludendo alla duplice natura dell’azionariato della sua Mediobanca, "mezzo pubblico e mezzo privato": Berlusconi è il Nuovo Centauro. Che ha scalato con minima spesa la politica e si è blindato come nessuno.

E’ un approccio molto pessimista. Non c’è speranza?
Non ragionerei in termini di pronostici, di pessimismo o di ottimismo. Vedrei se invece l’analisi è corretta. E se è vero che alla radice della crisi della grande industria italiana c’è l’eclisse di un padronato che trova più conveniente rifugiarsi nei monopoli, più meno ex, dei telefoni o della tv, dell’energia elettrica del gas, delle autostrade, allora il problema è come ricostruire un padronato degno di questo nome, perché unisce il potere alla responsabilità patrimoniale e al rischio assunto in prima persona. E’ questione di regole, di leggi e di politica industriale. Di togliere dalla costituzione materiale dell’economia quella specie di articolo 18 che rende inamovibili i grandi padroni – che si chiamino azionisti di maggioranza o di riferimento, che siano banche d’affari o manager travestiti e onnipotenti non importa. E questo costituisce la materia del capitolo finale del libro che, non a caso, si intitola "Il mestiere dello stato".


Tra le numerose recensioni al libro riportiamo questo passaggio di Giorgio Bocca da "la Repubblica" : "Massimo Mucchetti è un provinciale arrivato da Brescia con la ingenuità e la lucidità dei provinciali: scopre le cime abissali della nostra economia con uno stupore che non gli impedisce di descrivere il labirinto, di penetrare nelle sue combinazioni più riposte. Non è un moralista, non suggerisce soluzioni, non imposta processi, fa quel che i padroni del vapore hanno sempre cercato di non fare, spiegare ai concittadini come sono andate realmente le cose anche se il labirinto è tale che alla fine non si capisce come e perché lo abbiano così costruito".


 

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