ARUNDHATI  ROY

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Democrazia imperiale

L’impero è in marcia. “Democrazia” è il suo nuovo, astuto grido di battaglia. La ricetta è semplice: far bollire, aggiungere petrolio, poi bombardare. L’appello di Arundhati Roy alla società civile americana

Il 3 luglio 1988 l’incrociatore lanciamissili Vincennes, di stanza nel Golfo Persico, abbatté per errore un aereo di linea iraniano uccidendo 290 passeggeri civili. Quando gli chiesero di commentare l’incidente, George Bush primo, che all’epoca era impegnato nella campagna elettorale per la presidenza, dichiarò con sagacia: “Non chiederò scusa a nome degli Stati Uniti. Non mi importa come sono andati i fatti”. Non mi importa come sono andati i fatti. Una massima perfetta per il nuovo impero americano. Forse si può aggiungere una piccola variazione sul tema: i fatti possono andare come vogliamo noi.

Negli Stati Uniti il sostegno dell’opinione pubblica alla guerra contro l’Iraq si è basato su un cumulo di bugie e sotterfugi, coordinati dal governo e fedelmente amplificate dai media delle multinazionali. Oltre ai legami inventati fra Iraq e al Qaeda, c’è stato l’allarme preconfezionato sulle armi di distruzione di massa irachene. George Bush il piccolo è arrivato al punto di dire che sarebbe stato “suicida” per gli Usa non attaccare l’Iraq.

Era un allarme con uno scopo preciso. George W. Bush riproponeva una vecchia dottrina sotto una veste nuova: la dottrina del colpo preventivo, vale a dire gli Stati Uniti possono fare tutto quello che vogliono, e ormai questo è ufficiale.

La guerra contro l’Iraq è stata combattuta e vinta e non sono state trovate armi di distruzione di massa. Neanche la più piccola. Forse ce le dovranno mettere per scoprirle. E anche in questo caso, i più critici di noi vorranno sapere perché Saddam Hussein non le ha usate quando il suo paese è stato invaso. C’è chi chiede: cosa cambia se l’Iraq non aveva armi chimiche e nucleari? Cosa cambia se non ci sono collegamenti con al Qaeda? Cosa cambia se Osama bin Laden odia sia Saddam Hussein sia gli Stati Uniti? Bush il piccolo ha detto che Saddam Hussein era un “dittatore omicida”. Perciò – questo è il ragionamento – l’Iraq aveva bisogno di un “cambiamento di regime”.

Poco importa se quarant’anni fa la Cia, quando era presidente John F. Kennedy, contribuì a organizzare un cambiamento di regime a Baghdad. Nel 1963, con un colpo di stato, in Iraq arrivò al potere il partito Ba’ath. Usando elenchi forniti dalla Cia, il nuovo regime Ba’ath eliminò sistematicamente centinaia di medici, insegnanti, avvocati e personaggi politici noti per essere di sinistra.

Nel 1979, dopo una lotta interna al partito, Saddam Hussein diventò presidente dell’Iraq. Nell’aprile del 1980, mentre Saddam stava massacrando gli sciiti, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski dichiarò: “Non c’è una sostanziale incompatibilità tra gli interessi degli Stati Uniti e dell’Iraq”. Washington e Londra appoggiarono Saddam Hussein sia apertamente sia in segreto. Lo finanziarono, lo equipaggiarono, lo armarono e gli fornirono materiali che potevano essere usati per scopi civili ma anche per produrre armi di distruzione di massa.
Sostennero la guerra di otto anni contro l’Iran e il massacro del popolo curdo con il gas ad Halabja nel 1988. Crimini che quattordici anni dopo sono stati usati come ragioni per giustificare l’invasione dell’Iraq.

Tecnica efficace
Il punto è: se Saddam Hussein era tanto malvagio da meritare il tentativo di assassinio più complicato e annunciato della storia, allora sicuramente chi lo ha sostenuto dovrebbe almeno essere processato per crimini di guerra. Perché nell’infame mazzo di carte degli uomini e delle donne ricercate non figurano le facce dei funzionari di governo statunitensi e britannici? Perché quando è in gioco l’impero, i fatti non contano.

Sì, ma tutto questo fa parte del passato, ci dicono. Saddam Hussein è un mostro che deve essere fermato. E solo gli gli Stati Uniti possono fermarlo. È una tattica efficace: si usa l’urgenza morale del presente per oscurare i peccati diabolici del passato e i terribili piani per il futuro. Indonesia, Panama, Nicaragua, Iraq, Afghanistan – l’elenco si allunga sempre di più. Anche ora ci sono regimi brutali che sono finanziati – Egitto, Arabia Saudita, Pakistan, repubbliche dell’Asia centrale.

L’impero è in marcia, e Democrazia è il suo nuovo, astuto grido di guerra. Democrazia, consegnata a domicilio dalle bombe a grappolo. La morte è un prezzo modesto da pagare per assaggiare questo nuovo prodotto: democrazia imperiale precotta (far bollire, aggiungere petrolio, poi bombardare).
In questi ultimi mesi, mentre il mondo restava a guardare, l’invasione e l’occupazione americana dell’Iraq sono state trasmesse in diretta tv. Una civiltà di settemila anni è scivolata nell’anarchia. Prima che la guerra cominciasse, l’ufficio per la ricostruzione e l’assistenza umanitaria (Orha) ha inviato al Pentagono un elenco di sedici importantissimi siti da proteggere. Il museo nazionale era al secondo posto. Eppure il museo non è stato semplicemente saccheggiato, è stato profanato. Era il custode di un antico retaggio culturale. L’Iraq come lo conosciamo oggi faceva parte della Mesopotamia. La civiltà che fiorì sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate produsse la prima scrittura, il primo calendario, la prima biblioteca, la prima città del mondo e, proprio così, la prima democrazia. Il re di Babilonia, Hammurabi, fu il primo a codificare le leggi che regolavano la vita sociale dei cittadini. Era un codice in cui le donne abbandonate, le prostitute, gli schiavi e persino gli animali avevano dei diritti. Il codice di Hammurabi segna non solo la nascita della legalità, ma la prima intuizione del concetto di giustizia sociale. Il governo statunitense non avrebbe potuto scegliere una terra meno adatta per inscenare la sua guerra illegale ed esibire il suo grottesco disprezzo per la giustizia.

L’ultimo edificio nell’elenco dell’Ohra dei sedici siti da proteggere era il ministero del petrolio. È stato l’unico che ha ricevuto protezione. Forse l’esercito occupante pensava che nei paesi musulmani gli elenchi si leggessero al contrario? La sicurezza del popolo iracheno non era affare loro. La sicurezza dell’eredità culturale irachena o di quel che restava della sua infrastruttura non era affare loro. Ma la sicurezza dei giacimenti petroliferi iracheni sì. Certo che lo era. I giacimenti di petrolio sono stati “messi al sicuro” quasi prima che cominciasse l’invasione.

Tenuta fantasiosa
Il 2 maggio Bush il Piccolo ha aperto la sua campagna elettorale per il 2004 sperando di essere finalmente eletto presidente degli Stati Uniti. Con quello che probabilmente è stato il volo più breve della storia, un jet militare è atterrato su una portaerei, la Abraham Lincoln, attraccata vicinissima alla costa. Tanto vicina che stando all’Associated Press i funzionari dell’amministrazione hanno ammesso di aver “posizionato questa nave enorme in modo da fornire la migliore angolazione televisiva al discorso del presidente Bush, con lo sfondo del mare invece della costa di San Diego”.

Il presidente Bush, che non ha fatto il servizio militare, è emerso sul ponte con una tenuta fantasiosa – giubbotto militare, stivali da combattimento, occhialoni da pilota, casco. Salutando i soldati che lo acclamavano, ha ufficialmente proclamato la vittoria sull’Iraq. È stato attento a dire che si trattava “soltanto di una vittoria in una guerra al terrorismo… che continua ancora”.

Era importante evitare un esplicito annuncio di vittoria, perché in base alla convenzione di Ginevra un esercito vittorioso deve rispettare gli obblighi giuridici di una forza occupante, una responsabilità di cui l’amministrazione Bush non vuole farsi carico. E poi, quando le elezioni del 2004 saranno più vicine, per convincere gli elettori esitanti potrebbe essere necessaria un’altra vittoria nella “guerra al terrorismo”. La Siria è stata messa all’ingrasso in attesa di essere uccisa. La distinzione fra campagna elettorale e guerra, fra democrazia e oligarchia sembra scomparire rapidamente.

Un eufemismo
Secondo un sondaggio dell’istituto internazionale di ricerche Gallup, il consenso a una guerra condotta “unilateralmente dagli Stati Uniti e dai suoi alleati” non ha superato l’11 per cento in nessun paese europeo. Ma i governi di Gran Bretagna, Italia, Spagna, Ungheria e di altri paesi dell’Europa orientale sono stati elogiati per aver ignorato l’opinione della maggioranza dei loro cittadini e per aver sostenuto l’invasione illegale. Come si chiama questo? Nuova democrazia? Come il nuovo Labour della Gran Bretagna?

La democrazia, la vacca sacra del mondo moderno, è in crisi. Ed è una crisi profonda. In suo nome vengono commessi oltraggi di ogni genere. È diventata poco più di una parola senza valore, un guscio svuotato di contenuto e significato. Può essere tutto quello che volete. La democrazia è la puttana del mondo moderno, disposta a vestirsi, a spogliarsi, disposta a soddisfare tantissimi gusti, disponibile a farsi usare e abusare.

Le democrazie moderne esistono da abbastanza tempo perché i capitalisti neoliberali abbiano imparato come rovesciarle. Hanno perfezionato la tecnica di infiltrarsi negli organi democratici– la magistratura “indipendente”, la stampa “libera”, il parlamento – e piegarli ai loro scopi. Il progetto di globalizzazione delle multinazionali ha infranto le regole del sistema. Libere elezioni, una stampa libera e una magistratura indipendente significano ben poco dopo che il libero mercato le ha ridotte a merci in vendita al miglior offerente.

La democrazia è diventata l’eufemismo usato dall’impero per parlare del neocapitalismo liberale. La macchina della democrazia è stata efficacemente manomessa. Politici, baroni dei media, giudici, lobby aziendali e funzionari di governo si sovrappongono e si intrecciano in una complessa rete sotterranea che minaccia la struttura di controlli ed equilibri fra la costituzione, i tribunali, il parlamento, l’amministrazione e i mezzi di informazione indipendenti, che costituiscono la base di una democrazia parlamentare. In molti casi l’intreccio non né complesso né sottile.

Il capo del governo italiano Silvio Berlusconi, per esempio, ha una quota di controllo in importanti quotidiani, riviste, canali televisivi e case editrici. Negli Stati Uniti, Clear Channel Worldwide Incorporated è il più grande proprietario di emittenti radio del paese e controlla più di 1.200 canali. Il suo direttore generale ha versato centinaia di migliaia di dollari per la campagna elettorale di Bush. Ha organizzato comizi patriottici in favore della guerra in tutto il paese e poi ha spedito i suoi inviati a seguirli come se fossero notizie da prima pagina. L’era della creazione del consenso ha lasciato il passo all’era della creazione delle notizie.

Presto le redazioni rinunceranno alla finzione e cominceranno ad assumere direttori di teatro al posto dei giornalisti. Lo show business americano diventa sempre più violento e bellicoso e le guerre americane diventano sempre più simili allo show business, e sono già in corso alcuni incroci interessanti. Il progettista che ha costruito in Qatar il set da 250mila dollari usato dal generale Tommy Franks per allestire la sala stampa dell’operazione shock and awe ha costruito anche i set per la Disney, la Metro Goldwyn Meyer e lo show televisivo della Abc Good Morning America. È un’ironia crudele che gli Stati Uniti – il paese che vanta i difensori più appassionati della libertà di parola e (fino a qualche tempo fa) la legislazione più complessa per difenderla – abbiano ristretto così tanto lo spazio in cui tale libertà può esprimersi. In modo strano e complesso, le discussioni e il furore che accompagnano la difesa della libertà di parola in America mascherano la rapida scomparsa di questa libertà.

L’impero dei media americano è controllato da una minuscola cricca di persone. Il presidente della commissione federale per le comunicazioni Michael Powell, figlio del segretario di stato Colin Powell, ha proposto un’ulteriore deregolamentazione del settore che porterà a una concentrazione ancora maggiore.

E così eccola – la più grande democrazia del mondo, guidata da un uomo che non è stato eletto legittimamente. La corte suprema gli ha donato il suo incarico. Che prezzo ha pagato il popolo americano per questa presidenza illegittima?

Nei tre anni di mandato di George Bush il piccolo l’economia americana ha perso più di due milioni di posti di lavoro. Spese militari stravaganti, la privatizzazione dei servizi sociali e le riduzioni fiscali per i più ricchi hanno provocato la crisi finanziaria del sistema educativo degli Stati Uniti. Secondo un’indagine del consiglio nazionale sulle legislature statali, gli stati americani nel 2002 hanno tagliato 49 miliardi di dollari nei servizi pubblici – sanità, assistenza sociale, sussidi e istruzione. E quest’anno prevedono di tagliare altri 25,7 miliardi di dollari. Il totale è di 75 miliardi di dollari. La prima richiesta di bilancio di Bush per finanziare la guerra in Iraq è stata di 80 miliardi di dollari.

E allora chi paga per la guerra? I poveri dell’America. I suoi studenti, i suoi disoccupati, le sue ragazze madri, i pazienti dei suoi ospedali e della sua assistenza a domicilio, i suoi insegnanti e gli operatori sanitari. E chi sta veramente combattendo la guerra? Ancora una volta, i poveri dell’America.

I soldati che si arroventano sotto il sole del deserto iracheno non sono i figli dei ricchi. Solo uno fra tutti i membri della camera dei rappresentanti e del senato ha un figlio che combatte in Iraq. L’esercito di “volontari” degli Stati Uniti in realtà dipende dall’arruolamento di bianchi poveri, neri, latinoamericani e asiatici che cercano un modo per guadagnarsi da vivere e farsi un’istruzione. Le statistiche federali rivelano che gli afroamericani sono il 21 per cento del totale delle forze armate e il 29 per cento dell’esercito americano. Rappresentano solo il 12 per cento della popolazione. È paradossale la percentuale sproporzionata di afroamericani nell’esercito e nelle prigioni. Forse dovremmo giudicarla in modo diverso e considerarla un esempio di integrazione particolarmente efficace.

Quest’anno sarebbe stato il settantaquattresimo compleanno di Martin Luther King, e il presidente Bush ha denunciato il programma di affirmative action a favore dei neri e dei latinoamericani nell’università del Michigan. Lo ha accusato di essere un elemento di divisione e lo ha definito “ingiusto” e “incostituzionale”. Il tentativo riuscito di escludere i neri dalle liste di voto nello stato della Florida in modo che George W. Bush fosse eletto ovviamente non era né ingiusto né incostituzionale. Immagino che le leggi per l’integrazione a favore dei ragazzi bianchi di Yale siano sempre giuste e costituzionali.

I vantaggi della guerra
E così sappiamo chi paga per la guerra. Sappiamo chi la combatte. Ma chi ne beneficerà? Chi punta ai contratti per la ricostruzione, che secondo alcuni calcoli valgono fino a cento miliardi di dollari? Potrebbero essere i poveri, i disoccupati e i malati dell’America? Potrebbero essere le ragazze madri americane? Oppure le minoranze nere e latinoamericane? L’operazione Iraqi freedom, ci assicura George W. Bush, serve a restituire il petrolio dell’Iraq al popolo iracheno. Cioè a restituire il petrolio dell’Iraq al popolo iracheno attraverso le grandi multinazionali. Come Bechtel, Chevron, Halliburton.

Ancora una volta, c’è un legame stretto fra le leadership delle aziende, dei militari e del governo. La promiscuità, l’impollinazione incrociata è scandalosa. Pensate: l’ufficio per la politica della difesa è un gruppo di nomina governativa che fornisce consulenze al Pentagono. Il Center for public integrity di Washington ha scoperto che nove dei 30 membri di questo ufficio sono legati a società che fra il 2001 e il 2002 si sono aggiudicate contratti per la difesa del valore di 76 miliardi di dollari.

Uno di loro, Jack Sheehan, un generale dei marines in pensione, è vicepresidente della Bechtel, il gigante internazionale delle costruzioni. Riley Bechtel, presidente della società, è membro del consiglio per le esportazioni del presidente. L’ex segretario di stato George Shultz, anche lui membro del consiglio d’amministrazione del gruppo Bechtel, è presidente della commissione consultiva del comitato per la liberazione dell’Iraq. Quando il New York Times gli ha chiesto se era preoccupato per la possibilità di un conflitto di interessi, ha detto: “Non mi risulta che la Bechtel ne ricaverebbe vantaggi particolari. Ma se c’è del lavoro da fare, la Bechtel è il tipo di società che potrebbe farlo”. Secondo il Center for responsive policy, la Bechtel ha finanziato la campagna elettorale repubblicana con centinaia di migliaia di dollari.

Sorveglianza automatizzata
A corollario di questo sotterfugio c’è la legislazione antiterroristica americana. Il Patriot Act approvato nell’ottobre 2001 è diventato il modello per analoghe leggi antiterrorismo adottate in tutto il mondo. È stato approvato dalla camera con 337 voti contro 79. Il New York Times ha scritto che “molti deputati non hanno potuto discutere veramente e persino leggere il progetto di legge”.

Il Patriot Act apre un’era di sorveglianza automatizzata e sistematica. Cancella le distinzioni fra discorsi e attività criminali consentendo di giudicare gli atti di disobbedienza civile come altrettante violazioni della legge. Centinaia di persone vengono trattenute per un periodo di tempo indefinito in quanto “combattenti illegali” (in India sono migliaia. In Israele attualmente sono detenuti cinquemila palestinesi). I non-cittadini, ovviamente, non hanno nessun diritto. Si possono semplicemente far “sparire”, come i cileni ai tempi di un vecchio alleato di Washington, il generale Pinochet. Più di mille persone, in molti casi musulmani o di origini mediorientali, sono state arrestate, alcune non hanno neppure avuto diritto a un avvocato. Oltre a pagare i reali costi economici della guerra, il popolo americano sta pagando per queste guerre di “liberazione” con le sue stesse libertà. Per gli americani comuni, il prezzo della “nuova democrazia” in altri paesi è la morte della vera democrazia in patria.

Nel frattempo l’Iraq viene preparato alla “liberazione” (ma forse intendevano “liberalizzazione”?). Il Wall Street Journal ha scritto che “l’amministrazione Bush ha elaborato vasti progetti per ricostruire l’economia irachena sul modello degli Stati Uniti”. La costituzione dell’Iraq è in rifacimento. Le sue leggi commerciali, fiscali e le leggi sulla proprietà intellettuale vengono riscritte per trasformare il paese in un’economia capitalistica di stampo americano.
Ora che gli atti di proprietà vengono formalizzati, l’Iraq è pronto per la nuova democrazia.

Dunque, come si chiedeva Lenin: che fare? Potremmo anche accettare il fatto che non esistono forze militari convenzionali in grado di sfidare con successo la macchina da guerra americana. Gli attentati terroristici non fanno altro che offrire al governo statunitense l’opportunità che sta ansiosamente aspettando per stringere ulteriormente la sua morsa. A pochi giorni da un attacco potete scommettere che verrebbe approvato un secondo Patriot Act. Opporsi all’aggressione militare statunitense dicendo che farà aumentare le possibilità di attentati terroristici è del tutto inutile. Chi abbia letto i documenti sulla necessità di una guerra all’Iraq scritti nel 1998 dal gruppo ultraconservatore del Progetto per il nuovo secolo americano può confermarlo. Il fatto che Washington abbia messo a tacere il rapporto della commissione del congresso sull’11settembre, secondo cui erano state ignorate le segnalazioni dei servizi segreti su possibili attentati, conferma anche che, malgrado tutto, i terroristi e il regime di Bush potrebbero benissimo lavorare insieme. Entrambi ritengono che i popoli siano responsabili per le azioni dei loro governi. Entrambi credono nella dottrina della colpa collettiva e del castigo collettivo. Con le loro azioni si aiutano a vicenda.

Il governo degli Stati Uniti ha già dimostrato in termini inequivocabili la portata e la misura della sua capacità di aggressione paranoica. Nella psicologia umana, l’aggressione paranoica di solito è un indice di insicurezza nervosa. Si potrebbe sostenere lo stesso anche per la psicologia delle nazioni. L’Impero è paranoico perché ha un ventre molle.
Il suo territorio può essere difeso da pattuglie di frontiera e armi nucleari, ma la sua economia è ramificata in tutto il globo; e suoi avamposti economici sono esposti e vulnerabili.

La nostra strategia deve essere quella di isolare le parti funzionanti dell’impero e disattivarle una a una.
Un’altra sfida urgente è quella di denunciare i mezzi di informazione delle grandi multinazionali che sono realmente il bollettino padronale. Dobbiamo creare un universo di informazione alternativa.

La battaglia per riprendersi la democrazia sarà difficile. Le nostre libertà non ci sono state concesse da nessun governo. Gliele abbiamo strappate noi. E quando ci rinunciamo, la battaglia per riconquistarle si chiama rivoluzione. È una battaglia che deve investire continenti e paesi. Non deve avere confini nazionali ma, se vuole avere successo, deve cominciare qui, in America. L’unica istituzione più potente del governo statunitense è la società civile americana. Se vi unirete alla battaglia, non a centinaia di migliaia ma a milioni, sarete accolti con gioia dal resto del mondo. E vedrete quanto è bello essere gentili invece che brutali, sicuri invece che spaventati. Trattati con amicizia invece che isolati. Amati invece che odiati.

Detesto essere in disaccordo con il vostro presidente. Il vostro è sicuramente un grande paese. Ma voi potreste essere un grande popolo. La storia vi sta offrendo un’occasione. Coglietela.

Traduzione di Gigi Cavallo  da Internazionale n° 491 del 5 giugno 2003  www.internazionale.it 


L'Impero e il Vuoto Conversazione con David Barsamian

Parlami della situazione nella valle del Narmada. A quanto pare, nonostante gli sforzi e i sacrifici eroici dell'NBA e lo strenuo impegno dei suoi membri e sostenitori; le dighe vanno avanti. È effettivamente questo che sta succedendo?

Per il momento la costruzione della diga di Maheshwar è stata sospesa, ma i lavori continuano a quella del Sardar Sarovar. In quest'ultimo caso il movimento contro le dighe si è trovato di fronte a un muro, nel vero senso della parola. Viene da domandarsi: se la lotta non violenta non ottiene alcun risultato, a quali mezzi bisogna ricorrere?
Se non si rispetta un dissenso ragionato e non violento, allora vuol dire che si rispetta la violenza. Si rispetta il terrorismo. Perché non basta infilare questo sacchetto di plastica sul mondo e intimargli di non respirare. Da
un capo all'altro dell'India rivoltosi e militanti si sono impadroniti di grandi aree di territorio e impediscono al governo di accedervi. Non sta accadendo solo in Kashmir, ma ovunque. In Andhra Pradesh, in certe zone del Bihar, nel Madhya Pradesh e in quasi tutto il Nord-est, che non si considera parte della nazione.

Secondo te c'è la possibilità che l'NBA allarghi il proprio campo d'azione e si trasformi in un movimento di resistenza nazionale? Potrebbe diventare un modello cui ispirarsi per la gente dell'India?

Gli abitanti delle città sono convinti che il movimento abbia perduto. In un certo senso hanno ragione, perché la costruzione della diga del Sardar Sarovar non si è fermata. Ma basta recarsi nella valle per vedere le grandi vittorie dell'NBA: vittorie culturali, che restituiscono potere alla gente. Adesso chi vive laggiù sa di avere dei
diritti. Nella valle del Narmada la polizia non si può più permettere di trattare gli adivasi, e in particolare le loro
donne, come fa altrove. Queste sono grandi vittorie, vittorie importanti. Il settore dell'NBA impegnato a lottare contro la diga di Maheshwar è composto dagli attivisti più giovani della valle. I loro interventi vanno ben al di là dei confini della vallata, e mirano a combattere la privatizzazione dell'energia nell'intero stato del Madhya Pradesh. Costituiscono la testa di ponte del movimento antiprivatizzazione.

A tuo parere c'è qualche speranza di arrivare a una risoluzione del conflitto tra India e Pakistan per il controllo del Kasbmir? Il primo ministro indiano ha affermato: « Il Kasbmir è nostro. Quelli» - presumibilmente i pachistani o i kasbmiri - « non l'avranno mai. La decisione è presa »,16 I kasbmiri sono morti a decine di migliaia. La regione è governata da un regime militare. Le garanzie costituzionali sono sospese. Tu conosci meglio di me i crimini contro i diritti umani perpetrati laggiù.

Il Kashmir è l'asso nella manica che tanto il governo dell'India quanto quello del Pakistan tirano fuori nei momenti di crisi. Nessuno dei due paesi vuole risolvere il conflitto. Per i politici il Kashmir non è un problema, ma una soluzione. Non bisogna commettere l'errore di credere che India e Pakistan vadano in cerca di un accordo senza riuscire a trovarlo. Nemmeno ci provano, perché altrimenti non se ne verrebbero fuori con affermazioni inverosimili come la frase che mi hai appena citato, una dichiarazione davvero assurda.
Dopo gli esperimenti nucleari condotti da India e Pakistan, la questione del Kashmir ha acquisíto una certa risonanza internazionale. Potrebbe essere un bene, sempre che gli Stati Uniti non intervengano in veste di superpotenza unilaterale e si assumano il compito di imporre una « soluzione ». Prima dei test non si sarebbe parlato di violazione dei diritti umani in Kashmir. Allora esistevano solo guerriglieri uccisi nel corso di scontri a fuoco con l'esercito, terroristi pachistani e così via. Almeno questo è cambiato.
Adesso, in seguito alle elezioni, con la sconfitta di Farooq Abdullah e la nomina di Mufti Muhammad Sayeed, mi sembra che il rifiuto di riconoscere quanto sta davvero accadendo in Kashmir sia divenuto un po' meno ferreo." Sento la gente chiedere notizie della situazione. Sento dire più spesso che forse bisognerebbe ascoltare l'opinione dei kashmiri, anziché considerare il problema come una questione di pertinenza dell'India e del Pakistan.
Il primo passo verso una reale soluzione sarebbe aprire le frontiere tra India e Pakistan, permettere agli abitanti di andare e venire. Se si considera il mondo un villaggio globale, il dissidio tra India e Pakístan è come una faida tra le persone più indigenti del quartiere più povero: una disputa tra dalit e adivasi. E nel frattempo gli zamindar costruiscono oleodotti e vendono armi a entrambe le fazioni.

Tu vieni dall'India del Sud-ovest, dal Kerala, e ora vivi nel Nord. Lingua, musica, cibo: si respira un'atmosfera completamente diversa nelle due zone del paese. Si direbbe anche che le tensioni religiose siano assai meno acute nel Sud rispetto al Nord. O mi sbaglio?

Oggi la più alta concentrazione di cellule dell'RSS si trova proprio in Kerala. Ma fino a questo momento, quello che hai affermato è assolutamente vero. Il BJP non è riuscito a conquistarsi nessuno spazio elettorale sulla scena politica, anche se si sta dando molto da fare. Quest'anno, quando sono andata in Kerala per presentarmi in tribunale, ho assistito per la prima volta a una marcia dell'RSS, un lungo corteo di uomini in pantaloni corti color cachi. Sono rimasta sbigottita nel vederli avanzare nell'oscurità. Una visione raggelante.

Parlami della situazione della stampa.

La differenza tra i giornali indiani e quelli pubblicati in America, in Inghilterra o in Europa consiste nel numero di articoli dedicati alla politica e agli uomini politici. Quasi troppi, in India. I politici ci tengono occupati con i loro intrallazzi, e alla fine qualsiasi evento, si tratti di un massacro di casta in Bihar, di un episodio di violenza religiosa in Gujarat o del problema degli sfollati delle dighe, si trasforma in un chiassoso dibattito per decidere se il capo di quel governo debba dimettersi o no. La questione in se stessa non viene mai approfondita. Gli assassini restano impuniti.
Basta un minimo di preparazione su un certo argomento, basta conoscere un po' i dati e le cifre per rendersi conto di quanto siano sempre scandalosamente inesatte le notizie riportate sui giornali. È davvero triste la mancanza di disciplina, nel senso di precisione, di rigore. Il fatto incoraggiante è la presenza di tutta una tradizione di piccole riviste, quotidiani locali, opuscoli: una rete anarchica di pubblicazioni indipendenti che rende difficile tenere sotto controllo la stampa. Le grandi testate nazionali in inglese non raggiungono le masse dell'India. Hanno un'importanza molto minore di quella che si attribuiscono. Ma se ci fosse una guerra contro il Pakistan o un altro nemico esterno, i giornali si unirebbero tutti allo stesso coro di scíovinismo e nazionalismo, esattamente come accade negli Stati Uniti. Non c'è alcuna differenza.

Il leader del BJP, L.K. Advani, è uno dei membri più influenti del governo. Si è dichiarato in disaccordo con Amartya Sen, il vincitore del premio Nobel per l'economia, sull'interpretazione dell'economia indiana.

Secondo Advani per l'India è molto più importante comprare armi che investire nell'istruzione.

I settori chiave per promuovere lo sviluppo non sono l'istruzione e la sanità, ma la difesa.

Advani fa parte dello zoccolo duro del governo centrale, anche se oggi sono stata felice di leggere sulle prime pagine dei giornali che il Vishwa Hindu Parishad l'ha accusato di essere un falso laico. « Falso laico » è un'espressione coniata da Advani per liquidare chiunque non militi tra i fascisti che vogliono lo scontro tra le comunità, e trovo stupendo il fatto che il suo neologismo si rítorca contro di lui.
I componenti del Sangh Parivar - la « famiglia » di organizzazioni culturali e di partiti induisti di destra, il gruppo dell'Hindutva - battibeccano l'uno con l'altro in pubblico per far credere che sono ai ferri corti. E una volta concluse le scaramucce, Vajpayee fa contenti i moderati, Advani tiene buoni gli irriducibili, il VHP e il Bajrang Dal danno il contentino alle frange dei fanatici. Tutti li credono molto diversi tra loro, ma le divergenze
sono ben lungi dall'essere serie. È come un circo itinerante con la testa di un'idra. È come un film hindí. Non manca niente: sesso, violenza, pathos, umorismo, commedia, tragedia. Un buon investimento per il prezzo del biglietto. Si torna a casa soddisfatti.

« L'India è diventata la governante elettronica del mondo. » (N. d. T.)

«India Today» è un settimanale che può contare su una diffusione piuttosto ampia. Ultimamente ha pubblicato una cover story intitolata India Is Now the Electronic Housekeeper of the World.*20 La General Electric, l'American Express, la Citibank, la AT&T e altre grandi aziende americane stanno spostando in India le cosiddette « attività di supporto ». Questo fenomeno viene definito il settore dell'economia indiana a più rapida crescita, e la sua forza lavoro è costituita per la maggior parte da giovani donne. Molte di loro lavorano nei call center e rispondono alle telefonate dei clienti americani. Potrebbe esserci una di loro all'altro capo del filo quando chiedo informazioni sul saldo della mia carta di credito o quando la Avis mi propone una vacanza «tutto compreso» a San Diego. Queste ragazze prendono in prestito nomi e modi di fare americani, dicono spiritosaggini con l'accento degli Stati Uniti. Secondo i fautori della globalizzazione economica è un'ottima cosa. In condizioni normali quelle giovani donne non avrebbero trovato lavoro, mentre adesso hanno l'opportunità di guadagnarsi un po' di soldi. Trovi qualcosa di sbagliato in questo ragionamento?

L'industria dei call center si fonda sulla menzogna e sul razzismo. Chi telefona viene indotto a credere che sta parlando con un'americana di pelle bianca seduta da qualche parte negli Stati Uniti. Le impiegate si sentono dire che non sono abbastanza qualificate per il mercato, che i clienti americani protesterebbero se scoprissero di essere assistiti da un'indiana. Perciò le ragazze indiane sono costrette ad assumere una falsa identità, a fingersi statunitensi, a imparare l'accento « giusto ». Tutto ciò può portare alla psicosi.
Un modo di considerare la situazione è quello di chi afferma: « Almeno hanno un impiego ». Si potrebbe dire la stessa cosa per la prostituzione, il lavoro minoríle o qualsiasi genere di attività: « Almeno ricevono una paga per quello che fanno ». Questo significa presupporre che un impiego umiliante sia la sola alternativa alla disoccupazione. Ma si tratta davvero dell'unica scelta? Ecco la domanda che ci dobbiamo porre.
Si parla tanto di integrazione economica a livello mondiale, ma bisogna considerare almeno un argomento a sfavore di tale integrazione. Cos'è infatti la globalizzazione neoliberista? Non è un ínterscambio reciproco tra tutti i paesi del mondo. Non è la connessione tra l'India e la Thailandia, l'India e la Corea, l'India e la Turchia. È l'America a costituire il perno di questo immenso sistema di comunicazione economico e culturale. Ecco il punto cruciale. Dobbiamo essere tutti collegati attraverso l'America e in una certa misura attraverso l'Europa.
Quando il potere al centro dell'economia globale stabilisce che devi diventare X o Y, se fai parte del sistema sei costretto ad adeguarti. Non hai più la possibilità di agire in modo indipendente, di mantenerti non allineato in un modo o nell'altro, sul piano politico, culturale o economico. Se l'America entra in crisi, trascina con sé tutti gli altri. Se un domani gli Stati Uniti dovessero decidere di riprendersi i call center che hanno aperto in India, l'intera attività che ne deriva, con il suo giro d'affari da miliardi di dollari, crollerebbe da un giorno all'altro. È essenziale che ciascun paese sviluppi un certo grado di autosufficienza economica. Anche solo dal punto di vista teorico, non è bene rimanere sempre abbracciati o tenere in continuazione le mani l'uno intorno alla gola dell'altro, in tutti i sensi possibili.

Oggi si parla molto di terrorismo. In effetti questo argomento è diventato quasi un'ossessione per l 'media americani. Eppure la definizione che ne danno è alquanto restrittiva.

Sì. Ignora completamente il terrorismo economico scatenato dal neoliberismo, una forma di terrorismo che distrugge la vita a milioni di persone, privandole del cibo, dell'acqua, dell'elettricità. Negando loro la possibilità di curarsi. La possibilità di andare a scuola. Il terrorismo segue la stessa logica delle teorie sul libero mercato. Il terrorismo è la privatízzazione della guerra. E i terroristi non sono altro che sostenitori del liberismo in ambito bellico: persone convinte che le guerre non debbano rimanere appannaggio esclusivo dello stato, ma possano essere intraprese anche dai privati cittadini.
Se si confronta la logica degli atti terroristici con quella delle guerre di ritorsione contro il terrorismo si scopre che non c'è alcuna differenza. Sia i terroristi sia i governi fanno pagare ai comuni cittadini le conseguenze delle azioni compiute dai rispettivi governanti. Osama bin Laden fa scontare alla gente comune la condotta politica degli Stati Uniti, che questo accada in Arabia Saudita, in Palestina o in Afghanistan. Il governo degli Stati Uniti aggredisce gli iracheni per punire il comportamento di Saddam Hussein. Gli abitanti dell'Afghanistan pagano per i crimini dei talebani. È sempre la stessa logica.
Osama bin Laden e George Bush sono entrambi terroristi. Entrambi operano attraverso organizzazioni internazionalí che diffondono il terrore e distruggono la vita delle persone. Bush si serve del Pentagono, del WTO, del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Bin Laden ricorre ad Al Qaeda. L'unica differenza è che Bin Laden non l'ha eletto nessuno. Bush è stato scelto tramite una procedura elettorale (per modo di dire), e perciò i cittadini americani sono più responsabili delle sue azioni di quanto non lo siano gli iracheni della condotta di Saddam Hussein o gli afghani di quella dei talebani. Eppure iracheni e afghani sono morti a centinaia di migliaia, uccisi dalle sanzioni economiche o dai missili Cruise, e c'è chi ci vuole far credere che quegli eccidi siano la conseguenza di « guerre combattute in nome della giustizia ». Ammesso che possano esistere conflitti di questo genere, chi decide da che parte sta la giustizia? Sarà il dio di quale popolo a stabilirlo?

Negli Stati Uniti vive solo il tre o il quattro per cento della popolazione mondiale, eppure questa minoranza consuma circa un terzo delle risorse naturali della terra: per mantenere una simile disparità, un tale squilibrio, bisogna ricor
rere alla violenza.

La risposta degli Stati Uniti alla spirale di disuguaglianza che affligge il mondo non è la ricerca di una maggiore equità, il tentativo di adottare un sistema più egualitario, ma l'enunciazione della dottrina del « dominio a tutto campo ». Il governo americano si ripropone di sedare le rivolte dallo spazio." Siamo di fronte a uno stato terrorista, impegnato nella messa a punto di un piano che legittima il terrorismo sponsorizzato dallo stato.

Ti sembra che in Occidente continui a persistere l'immagine romantica dell'India, vista come un paese di suonato
ri di sitar, seguaci dello yoga e personaggi immersi in meditazione e persi in un universo siderale? Sono ancora
molto vivi e diffusi questi luoghi comuni?

Tutti i luoghi comuni si basano su un granello di verità, ma in questi ultimi tempi sono nati nuovi cliché. Penso che i pochi anni in cui il BJP è rimasto al potere abbiano aggiunto più di un risvolto negativo all'ímmagine internazionale dell'India. Quello che è successo - il pogrom contro la comunità musulmana - fa ormai parte del quadro generale del paese, un paese complesso, difficile da capire, pieno di anacronismi e di contraddizioni e così
via. Il popolo indiano è al centro di buona parte del dibattito intellettuale sulla direzione che il mondo si avvia a prendere. Credo che l'anarchia della società civile in India costituisca un esempio importante per il resto del
mondo odierno, anche se il paese si trova con le spalle al muro e deve subire le angherie e le prepotenze del WTO e del Fondo monetario internazionale, oltre a quelle dei nostri politici corrotti.
Un mese fa sono andata in Italia per assistere a una rassegna cinematografica: sono stati proiettati documentari sul Narmada e su altre questioni concernenti i diritti umani. Era presente la stampa italiana al completo. I giornalisti si aspettavano che parlassi delle condizioni spaventose del mio paese. L'ho fatto. Ma poi ho aggiunto: «Comunque, non siamo ancora così malridotti da avere un primo ministro che possiede sei canali televisivi, tre quotidiani, tutte le case editrici, varie librerie e grandi magazzini. E se mi mettono in prigione, per lo meno ne sono ben consapevole. So che il mio corpo viene fisicamente rinchiuso in una cella. Non sono stata indottrinata al punto da illudermi di essere libera quando non lo sono ».
In India stiamo lottando per mantenere il nostro lato selvaggio, gli ambiti non addomesticati dalla civiltà che ancora ci rimangono. In Occidente tutto ciò è sparito da un pezzo. Chiunque passi per strada non è altro che un codice a barre ambulante. Si può risalire alla provenienza dei vestiti, al loro prezzo, allo stilista delle calzature, ai singoli negozi dove è stato acquistato ciascun capo di abbigliamento. Ogni cosa è civilizzata, etichettata, valutata, numerata e sistemata al suo posto. In India invece il lato selvaggio continua a esistere: le profondità incontaminate della mente non indottrinata, piena di segreti non rivelati e di fantasie senza freni. E una realtà minacciata, ma lottiamo per conservarla. Non abbiamo bisogno di reinventarla. C'è già. È parte di noi. Non ci sono cartelli che indicano la strada da seguire. C'è uno spazio che i cartografi non hanno ancora rilevato, che non è ancora stato conquistato, etichettato e marchiato. Penso sia importante. Ed è importante che in India ci rendiamo conto di averlo, e lo apprezziamo nella giusta misura.

Ascoltandoti parlare e vedendo la tua espressione, che mi piacerebbe poter mostrare anche ai lettori; è facile capire quanto ci tieni a questo paese. Sei legata all'India da un affetto profondo.

Non sono una patriota. Non sono il tipo che se ne va in giro a dire « Amo l'India » pensando a una bandiera al vento. L'India è il posto dove vivo. Ci sono abituata. Quando la gente parla di riappropriarsi dei beni comuni, io continuo a dire: « No, dobbiamo riappropriarci del nostro lato selvaggio ». Riappropriarci non è la parola giusta: dobbiamo appropriarcene, tenercelo stretto. Per questo non riesco a immaginare di poter vivere lontano dall'India. Sono una scrittrice, ed è qui che vado in cerca di avventure. Ogni giorno c'è qualcosa che mi coglie di sorpresa.
Non so se riesco a spiegarmi. Qui esiste uno spazio per l'imponderabile, cioè per la vita come dovrebbe essere. Non che l'imponderabile sia sempre meraviglioso: la maggior parte delle volte non lo è affatto. Nella maggior parte dei casi è violento e terribile. Persino nell'ambito del mio lavoro, della mia vita personale, vengo aggredita con brutalità, qui. Mi ingiuriano. Mi insultano. Ma questo fa parte della vita. Gli argomenti sui quali scrivo suscitano queste grandi passioni. Ecco perché dico sempre: « Cos'è il dissenso senza qualche bella parolaccia? »zz Bisogna saper reagire a queste cose. Quando ci prendono a male parole dobbiamo limitarci a sorridere, consapevoli di aver toccato un punto sensibile.
Il fatto è che per salvare la democrazia è necessario
ribellarsi, porre domande, far sentire la propria voce. Solo così si possono conservare le proprie libertà. Anche quando si è sconfitti. Anche se 1'NBA perderà la sua battaglia contro la diga del Sardar Sarovar, avrà mostrato cosa significa trasferire forzatamente la popolazione, avrà messo in risalto le conseguenze della costruzione di una grande diga. Avrà fatto domande. Non se ne sarà andato in silenzio. È questo l'importante. È fondamentale non giudicare il movimento soltanto in termini di vittorie e sconfitte.
Se lo si considera da un altro punto di vista, ci si rende conto di quanti risultati siamo riusciti a ottenere. Abbíamo messo talmente sotto pressione i nostri avversari da costringerli a uscire allo scoperto. A mostrarsi in tutta la loro nuda brutalità. A togliersi maschere e travestimenti, e a rivelare la natura incivile, disumana e violenta che li caratterizza. Questa è una vittoria. Non nei termini di chi si impone e di chi viene sconfitto, perché io starò sempre dalla parte dei perdenti, per partito preso. Sono fatta così. Non posso comportarmi in modo diverso, perché mi trovo al di qua della linea di demarcazione tra vincitori e vinti. Non starò mai dall'altra parte.

Sono molti i giornalisti che ti hanno intervistata, inviati della BBC, della Deutsche Welle. Cosa hai trovato di interessante nei tuoi colloqui con loro? Devi esserti sentita porre spesso le stesse domande, come per esempio: « Quando scriverà un altro romanzo?

Sono il tipo di persona che si sente stimolata intellettualmente dal contatto con il pubblico. Mi succede durante le interviste o le conferenze. Mi piace parlare con la gente che non conosco. Mi piace parlare con i miei lettori. È un po' come pensare ad alta voce. E non sono solo i giornalisti a fare sempre le stesse domande. Nella vita, a prescindere dal fatto di essere un personaggio famoso o uno sconosciuto, sono molte le situazioni che si ripetono, e non è poi così terribile. Se in ogni nostro interlocutore vediamo un altro essere umano, non possiamo annoiarci durante la conversazione. È solo quando non siamo interessati all'altro e ci concentriamo esclusivamente su noi stessi che ci invade la noia. In quel caso ci mettiamo a parlare nello stile di chi rilascia un comunicato stampa, e questo è davvero orribile.
Non sono necessariamente una di quelle scrittrici che si rintanano da qualche parte per riemergere soltanto in un secondo tempo. L'ho fatto mentre scrivevo il mio romanzo. Quando mi dedico alla narrativa non parlo. Si tratta di un'attività molto privata. Ma in ambito politico, penso ad alta voce. Mi piace confrontare il mio modo di ragionare con quello di un'altra persona, e mi piace riflettere insieme agli altri. Non solo con i giornalisti o gli intervistatorí con i quali lavoro. È un processo stimolante.

Un grande personaggio della storia americana, l'abolizionista afroamericano Frederick Douglass, disse una volta che « il potere non concede nulla senza una precisa richíesta. Non l'ha mai fatto e non lo farà mai ».

In India si sente dire molto spesso (e non solo dai politici, anche dalla gente comune): « Oh, guarda, qui da noi si sta molto meglio che in Afghanistan, o in Nepal, o in Pakistan ». Stando a questi discorsi, il motivo sembra essere che il nostro governo è meno violento degli altri. Ma io credo dipenda dal fatto che gli indiani sono più anarchici: le cose stanno così perché siamo un popolo ribelle, un elettorato indocile. Per questo non è facile immaginare l'India sotto un regime militare. È impensabile per la società indiana mostrare la stessa deferenza dei pachistani nei confronti dell'esercito. Anche se alcuni movimenti di resistenza, come la protesta nella valle del Narmada, non hanno successo nel loro scopo ultimo di bloccare una determinata diga o un certo progetto di « sviluppo », riescono comunque a diffondere uno spirito battagliero tra gli oppressi: « Non potete farci questo. E se insisterete, ci ribelleremo ».
Un sacco di gente se l'è presa molto con me quando ho criticato la Corte suprema e mi sono rifiutata di chíe
dere scusa. Ma è necessario affrontare certe questioni pubbliche. Appena si comincia a cedere terreno, ci si trova su una china pericolosa.

Se oggi metti l'orecchio a terra in questa parte del mondo cosa senti?

Sento parlare di comunalismo. Sento discorsi sull'identítà religiosa, l'identità etnica, l'identità tribale. Mentre siamo costretti a mandar giù la globalizzazione economica, la gente viene frazionata in gruppi tribali e religiosi. Il mondo stesso è sempre più frazionato. Nazionalismo, armamenti nucleari, comunalismo, fascismo, sono questi i fenomeni emergenti.

Le tensioni tra la maggioranza indù e la nutrita minoranza musulmana sono sempre esistite. Ma è ebiaro che tu percepisci un incremento di questa ostilità latente.

Ci fu un terribile periodo di spargimenti di sangue, massacri e caos già ai tempi della Spartizione tra India e Pakistan. Vennero uccise quasi un milione di persone. Il Partito del Congresso ha sempre tenuto vive le ferite inferte dagli eventi di allora, allo scopo di imbrigliare questo odio e di usarlo per i suoi giochi elettorali. La democrazia elettorale così come viene applicata nel nostro paese sembra implicare necessariamente una serie di divisioni all'interno dell'elettorato. Ma quello che una volta il Congresso faceva di nascosto, nottetempo, oggi il TP e il suo Sangh Parivar lo fanno in pieno giorno, alla luce del sole. Lo fanno con orgoglio, sbandierandolo come la propria linea politica. Adesso che sono arrivati al potere, al governo, sono penetrati in ogni organo dello stato. Si tratti di riscrivere i libri di scuola o di piazzare i loro uomini nella burocrazia, nella polizia, nell'esercito. Certo, ai tempi in cui al potere c'era il Congresso, erano gli uomini di quel partito a occupare le stesse posizioni. Ma almeno non si trattava di faziosi dichiarati, di aperti sostenitori dello scontro tra comunità. I politici del Congresso sfruttavano i dissidi sottobanco, furtiva
mente.
Nel passato, gli storici, i politici e i burocrati non avrebbero definito l'India una nazione indù in termini
così espliciti. Adesso invece nessuno si fa scrupolo di lasciarsi andare a un'affermazione del genere. L'RSS ha
centinaia di sezioni in tutto il paese. Dispone di fondi, di mezzi e risorse per indottrinare i giovani. Una volta che
questo veleno è stato inoculato, è assai difficile eliminarlo dall'organismo. Perciò oggi la situazione è questa: che
il BJP vinca le prossime elezioni o no, il programma del partito è già in corso. L'India è stata militarizzata, divisa
in fazioni, dotata di armi nucleari. Il Congresso non può farci niente. Non è stato in grado di opporsi in alcuna
forma, né morale né politica.

Supponiamo che tu decida di scrivere su un certo argomento che ti interessa. Innanzitutto come fai la tua scelta, e poi come procedi nella ricerca?


Non bisognerebbe mai farmi queste domande sul metodo, perché non ho un metodo! Non è che io scelga a sangue freddo l'uno o l'altro argomento a fini accademici o di carriera. Nel caso degli esperimenti nucleari, rni trovavo negli Stati Uniti quando vennero messi in atto, La mia prima reazione fu di rabbia, di fronte all'ipocrisia americana, all'idea che « i neri non sono in grado di gestire la bomba». Poi tornai qui, e trovai un feroce sciovinismo. Perciò scrissi Un mondo senza immaginazione. Se si affronta il problema delle armi atomiche dal punto di vista della sicurezza nazionale, qualsiasi paese
può giustificare la necessità di possederle. Io penso sia fondamentale evitare di partecipare al dibattito nei loro-:
termini, nei termini che vorrebbero stabilire l'esercito, i politici e i burocrati. Perché ogni nazione può giustificare pragmaticamente il bisogno di armi nucleari appellandosi ai principi della Realpolitik.
Quella del fiume Narmada era una questione che in realtà volevo approfondire già da anni. Nel febbraio del 19991a Corte suprema revocò la sospensione dei lavori alla diga del Sardar Sarovar. A molte persone come me, che non partecipavano al movimento ma credevano che questa battaglia sarebbe stata vinta, fu improvvisamente chiaro che si trattava di un colpo fatale. Cominciai a documentarmi. Andai nella valle, incontrai gli attivisti, é mi convinsi che il movimento aveva bisogno di raccontare la propria storia in una forma accessibile ai lettori comuni. Ci volevano le capacità di un romanziere. È un argomento complesso, e il più delle volte il sistema conta sul fatto che la gente non capisce. Decisi di scrivere una storia in grado di sventare questa tattica, di controbattere i loro assunti, di rispondere ai fatti e alle cifre su cui si basavano, di rimetterli in discussione in un discorso comprensibile per la gente comune.
Una cosa tira l'altra. Leggendo tutti i miei saggi politici, si vede che ciascuno si aggancia al successivo. Visitando la valle del Narmada ci si rende conto che la lotta contro la diga del Sardar Sarovar, una diga di stato, è diversa da quella contro la diga di Maheshwar, frutto del primo progetto privato di questo genere in India. Allora viene spontaneo interrogarsi sulla privatizzazione delle infrastrutture, e questo porta ad affrontare il problema e le conseguenze della privatizzazione nel suo complesso. E così sono arrivata a scrivere La politica dell'enelZa.
E interessante osservare il modo in cui il sistema affronta il dissenso. Ti mostra il vero volto dell'establishment, perché ti permette di vedere chi esce allo scoperto per accettare la sfida. E molto spesso a farsi avanti è
un personaggio inaspettato. Non proviene dalle file dei nostri avversari dichiarati, quelli che occupano posizioni diametralmente opposte alle nostre. Fa invece parte di un gruppo di codardi che si autodefiniscono critici « equilibrati ». Persone incapaci di affrontare i veri problemi, perché sono antidemocratiche per istinto. Non c'è niente che condannino più appassionatamente della passione. Ma io insisto sul diritto all'emotività, ai sentimenti, alla passionalità. Se i trasferimenti e gli espropri forzati, i massacri e le ingiustizie su larga scala come quelle che si verificano in India non suscitano la nostra rabbia, cos'altro potrà mai suscitarla?
Il tentativo di liquidare coloro che affrontano le grandi questioni pubbliche tacciandoli di eccessiva emotività è solo una tattica per evitare di prendere posizione nel dibattito. Perché dovremmo aver paura di arrabbiarci? Perché dovremmo temere i nostri sentimenti, se sono basati sui fatti? Lo schema che oppone la ragionevolezza alla passione è assurdo, perché spesso un atteggiamento passionale è il risultato di un processo razíonale. La passione non è sempre irragionevole. L'ira
scaturisce dalla ragione. Non si tratta di due ambiti, completamente separati. Penso sia fondamentale battersi per questo. In difesa del diritto ai sentimenti, alle emozioni, alla passione. Mi accusano spesso del crimine di provare sentimenti. Ma io non mi spaccio per un'accademica « neutrale ». Sono una scrittrice. Ho il mio punto di vista. Provo sentimenti per i temi sui quali scrivo, e intendo esprimerli.
Questo mi ricorda un famoso distico in urdu di Mobam-; med Iqbal: «L'amore balzò senza esitare nel fuoco 4'
Nimrod./ E intanto la ragione se ne stava sul tetto a cot,
templare la scena ».24 Esprime la stessa giustapposizioti tra intelletto e sentimenti.
Io penso che sia vero il contrario. Penso che in me la passione nasca dall'intelletto. Gran parte del mio modo di amare deriva dal mio modo di pensare. Il pensiero produce grandi amori. Non accetto questo confine artificioso tra la mente e il cuore. Non sono due realtà così nettamente distinte come vorrebbero farci credere la letteratura e la poesia. È la loro fusione a produrre artisti e scrittori. Io credo nel diritto di arrendersi alla bellezza dei sentimenti, e credo anche nel rigore dell'intelletto. Non credo nella passione irrazionale. Ma sono convinta che non esista nulla di meraviglioso quanto un'ardente passione intellettuale.

Ti è mai capitato di avere un blocco creativo quando scriva; di trovare davvero difficile esprimerti? Hai messo a punto qualche tecnica per superare l'impasse? Fai esercizio fisico, esci per una passeggiata intorno all'isolato o mangi un'arancia?

No, non mi è mai successo. Non ancora. Non considero la scrittura una professione, un mestiere. Se non riesco a scrivere, non scrivo. Faccio altre cose. È importante rendersi conto del fatto che non siamo insostituibili. Non è così significativo quello che facciamo o quello che non facciamo. Se siamo in grado di dedicarci a una certa attività, benissimo, altrimenti non c'è problema.
Spesso mi dico: « Non farlo. Non scrivere ». Perché non voglio entrare in un'arena dove so che mi consumerò l'anima. Non voglio attaccare Narendra Modi 'o parlare degli scontri nel Gujarat. Ma è molto difficile starsene zitti. Ho un martello nella testa che batte e batte. I miei saggi mi vengono strappati con la forza. Sono scritti nei momenti in cui non voglio scrivere. Perciò quando la gente mi dice: « Sei molto coraggiosa » o «Non hai proprio paura di niente » mi sento un po' in imbarazzo. Perché non si tratta di coraggio né di dominare la paura. È una cosa che devo fare. Spesso vorrei guardare da un'altra parte, vorrei evitare di capire. Ma non ci riesco, perché la storia grida dentro di me e chiede di essere raccontata e in un certo senso io sono solo l'intermediaria che si siede a tavolino e le dà forma.

Cosa consiglieresti alla gente per aiutarla a uscire dagli schemi, a pensare in termini non convenzionali?

Non sono affatto brava a dare consigli!

Tu come fai a evitare gli stereotipi? Come hai sviluppato questa capacità, perché si tratta di una dote acquisita. Non è necessariamente innata, come l'olfatto.

Me lo domando anch'io. Non sono cresciuta in una famiglia tradizionale e ho trascorso l'infanzia lontano dalle città. Da bambina andavo in giro dappertutto e passavo ore e ore a pescare da sola nel fiume. Il più grande dono della mia infanzia è stata la mancanza di indottrinamenti. Perciò non mi si può definire una persona notevole perché ho imparato a pensare al di fuori degli schemi. Il fatto è che non mi è mai stato imposto uno schema. Non ho frequentato una scuola vera e propria
fino all'età di dieci anni. Sono cresciuta in un'incantevo le assenza di schemi.
Da un certo punto di vista il nostro ambiente era molto cosmopolita, e da un altro profondamente provinciale e rurale. Una bizzarra combinazione di fattori.
Ho sempre avuto problemi di fronte alle domande più normali, tipo: « Di dove sei, come ti chiami, qual è la tua lingua madre, cosa fa tuo padre? » Non sapevo rispondere perché non conoscevo mio padre, e non mi era facile spiegare le situazioni complicate della mia infanzia.
Ma se qualcuno mi poneva domande del tutto inconsuete riuscivo a trovare una risposta, perché potevo pensarci. Erano le realtà normali a costituire un argomento difficile per me.

Col passare degli anni hai avuto l'opportunità di conoscere tuo padre?

L'ho incontrato. Sì. Almeno so che faccia ha.

Sono stato all'università di Delhi qualche giorno fa, e uno studente mi ha domandato: «Lei che farebbe con un settore pubblico inefficiente, in perdita, appesantito da una burocrazia elefantiaca? » Cosa c'è di sbagliato nella privatizzazione in un caso del genere?

Soprattutto in India, ma nel Terzo Mondo in generale, veniamo indotti a credere che ci sia un'unica alternativa: la scelta tra la corruzione del settore pubblico e l'efficienza delle imprese private. Se le opzioni disponibili fossero davvero queste, chiunque direbbe: «Meglio un'azienda privata efficiente». In realtà, molte delle aziende pubbliche in via di privatizzazione erano in attivo. Per esempio la Bharat Heavy Electricals, che fabbrica turbine e apparecchiature elettriche pesanti, era uno dei principali produttori a livello mondiale. Appena il governo decise di privatizzarla, una decina d'anni fa, lasciò andare tutto in malora, e poi commentò: « Guardate, non è in condizioni terribili? » La contrapposizione tra un settore privato sano ed efficiente e delle imprese governative corrotte e fallimentari è solo propaganda. Certo, è vero che il settore dell'energia gestito dallo stato si è dimostrato corrotto e inefficiente all'inverosimile. Gli sprechi nella diffusione e nella distribuzione erano spaventosi. Ma cos'ha fatto il governo per rimediare? Ha firmato il contratto con la Enron. E qual è la situazione di oggi? Il governo paga la Enron per non produrre energia elettrica perché è troppo cara.

Perciò la Enron, nonostante negli Stati Uniti sia screditata e in bancarotta, continua a risucchiare denaro dall'economia indiana?

È in corso un'importante vertenza giudiziaria, però è cosi, è questo lo stato delle cose.

Bill Gates, il proprietario della Microsoft, uno dei plenipotenziari del sistema economico mondiale, è venuto a Delhi la settimana scorsa per fare acquisti. Ha incontrato i più autorevoli funzionari del governo egli amministratori delegati più influenti. Tu hai visto in televisione un programma molto interessante per capire come Gates viene considerato dagli indiani.

Stavo guardando un canale di musica, stamattina: non MTV, un altro canale musicale. Sullo schermo è comparsa la scritta: « Cosa vuole veramente Bill Gates? Poi sono state mandate in onda le interviste a una ventina di giovani studenti. Hanno tutti detto che Gates è venuto in India per aprire il mercato a Windows e sta cercando di farsi pubblicità offrendo donazioni per i malati di AIDS. Nessuno si faceva illusioni sul vero scopo della visita.

Trovi incoraggiante il fatto che la gente possieda questa consapevolezza?


Tre o quattro mesi fa ho partecipato a un seminario sul settore energetico, e ho pensato tra me: « Cosa ci faccio qui? Come posso starmene qui seduta a un seminario sulla privatizzazione dell'energia? » Se quattro anni fa mi avessero detto che avrei preso parte a dei convegni sull'energía elettrica mi sarei messa a ridere. Ma è stato confortante vedere con quale intelligenza viene portato avanti il lavoro qui in India. C'è un'ottima capacità di analisi e di critica. Le prime critiche al Power Purchase Agreement, l'accordo per l'acquisto di energia, con la Enron vennero mosse da una piccola ONG di Pune, la Prayas. Tutto ciò che i suoi esperti affermarono allora si è puntualmente verificato. Questa è una grande qualità dell'Indía. La sua notevolissima capacità di analisi intellettuale, una dote che apprezzo e ammiro molto.

In quale misura pensi che gli inglesi si siano aspirati al principio del divide et impera nella loro strategia per mantenere il controllo sull'India, un paese così vasto? L'impero britannico amministrava il territorio indiano con un numero di militari e burocrati assai ridotto.

Gli inglesi hanno senz'altro fatto ricorso a tattiche basate sul principio del divide et impera, ma la sopravvivenza dell'impero britannico era dovuta soprattutto alla sua alleanza con le classi dominanti del paese. È la stessa tecnica adottata oggi dall'impero per affermare il suo regime neoliberista.

Hai letto gli scritti di Martin Luther King? Il suo pensiero fu influenzato anche da Gandhi. Negli Stati Uniti è famoso soprattutto per al discorso lo ho un sogno, pronunciato durante la Marcia di Washington del 1963, ma solo pochi americani conoscono quello tenuto nella Riverside Church di New York nel 1967. Martin Luther King diventò semprepiù radicale con il passare degli anni; a New York disse: «La vera compassione non consiste solo nel gettare una monetina a un mendicante. Ci porta a capire che se un sistema produce mendicanti deve essere cambiato.

E questo il terribile dilemma di chi vive in India, non ti pare? In ogni momento di ogni giorno ci troviamo di fronte alle brutali disuguaglianze della società di cui facciamo parte. Non possiamo dimenticarle, neppure per un istante. Godersi i piaceri quotidiani della vita - gli abiti che ci mettiamo addosso, le attività divertenti cui ci dedichiamo, la musica, il fatto di avere un tetto sulla testa, il pasto della sera - comporta la consapevolezza che altri non godono degli stessi privilegi.
Ci hanno insegnato che la pace è il contrario della
guerra. Ma è davvero così? In India la pace è una battaglia quotidiana per il cibo, un riparo e un po' di dignità.

Martin Luther King, nella Lettera dal carcere di Birmingham, ha scritto che la pace non comporta soltanto « l'assenza di tensioni», ma « la presenza di giustizia ».

O per lo meno il tentativo di raggiungerla, lo sforzo di avvicinarsi a una certa visione di egualitarismo. A mio parere è proprio questo il difetto fondamentale insito nell'etica del capitalismo neoliberísta. 1 fatto che giustifica il diritto ad arraffare. Il diritto ad andare avanti appioppando un colpo in testa al proprio vicino. Il diritto ad accumulare capitale e profitti a spese di qualcun altro. In questo modo si distruggono i legami basati sulla sollecitudine e la solidarietà per il prossimo. Il mondo dispone di un capitale limitato, e chi se ne appropria lo sottrae a qualcun altro. Così non va bene.

Un altro personaggio influente che ha visitato da poco la città di Delhi è Paul O'Neill, il segretario di stato al Teso-' ro degli Stati Uniti. Ha parlato il 22 novembre davanti a un pubblico di dirigenti d'azienda e ha assunto posizioni molto critiche nei confronti dell'India, un paese, ha detto, dove « la corruzione e le tangenti sono così diffuse da scoraggiare e allontanare gli uomini d'affari e gli investitori onesti ».

Se scoraggia e allontana investitori quali la Enron e 1.4 Bechtel, non può essere che un bene.

È interessante il fatto che O'Neill abbia criticato la corruzione presente in India, quando gli Stati Uniti hanno appena attraversato la più straordinaria « ondata di reati societari» della loro storia, stando alla definizione che ne ha dato «Business Week».z1 Un'ondata che non ha coinvolto solo la Enron, ma anche la WorldCom, la Xerox, la Tyco, la Arthur Andersen: moltissime imprese si sono rese colpevoli di illeciti in borsa e altre manovre poco pulite.

E quando mai le proprie mancanze hanno impedito all'America di criticare gli altri paesi? È un atteggiamento tipico degli Stati Uniti.

Howard Zinn, il grande storico americano, sostiene che dopo l'età del bronzo e l'età del ferro, oggi viviamo nell'età dell'ironia.

Il termine ironia è troppo blando per i crimini commessi dall'impero americano.

Nel tuo saggio Settembre alle porte assumi posizioni molto critiche sulla politica statunitense a sostegno di Israele e delle sue azioni repressive nei confronti dei palestinesi: Saprai senz'altro che si tratta di un argomento scottante per gli americani. È alquanto difficile criticare Israele senza essere subito etichettati in termini assai poco lusinghieri: Perché hai deciso di affrontare la questione?

Stavo parlando dell' 11 settembre e mi è sembrato giusto ricordare al pubblico che nello stesso giorno del 1922 l'Inghilterra imperiale ottenne il mandato sulla Palestina, in seguito alla dichiarazione di Balfour. Ottant'anni dopo, i palestinesi continuano a trovarsi in stato di assedio. Com'è possibile venire negli Stati Uniti e non menzionare l'occupazione illegale del territorio palestinese da parte di Israele? Il governo degli Stati Uniti finanzia tale occupazione e la appoggia sul piano politico e morale. È un crimine.
Le comunità degli espatriati sono famose per le loro opinioni incendiarie. Molti degli indù più estremisti, irragionevoli e pronti a ingiuriare gli avversari vivono negli Stati Uniti. Le lettere al direttore piene di affermazioni quali « Bisogna far ricorso alle armi nucleari e distruggere il Pakistan » provengono quasi tutte da persone che vivono a Champaign-Urbana o in qualche altra cittadina dell'America. Non sono mai stata in Israele, ma mi hanno detto che laggiù i media rispecchiano uno spettro di opinioni più ampio di quanto avviene negli Stati Uniti.

Cosa pensi del rapporto appena pubblicato sulla comunità degli espatriati indiani negli Stati Uniti? A quanto pare alcuni settori di tale comunità mandano in India parecchi soldi destinati a finanziare le organizzazioni fondamentaliste indù.

I risultati del rapporto sembrano piuttosto credibili. È importante che qualcuno si assuma il compito di questo
tenace lavoro di indagine. È davvero una buona cosa. Certi gruppi fondamentalisti si fanno passare per organízzazioni assistenziali, ma la loro carità consiste soltanto nell'indottrinare i tribali all'induismo. In India nessu
no si preoccuperebbe mai di controllare.

Qual è la tua interpretazione delle elezioni presidenzialí del 2000 negli Stati Uniti, soprattutto alla luce della tendenza degli americani a mostrarsi assai critici rispetto al processo elettorale di altri paesi?

Devo dire che non le ho seguite da vicino: per chi non vive in America non sembra fare molta differenza se vince Bush, Clinton o Gore. Personalmente ritengo che se l'attacco dell' 11 settembre fosse stato sferrato quando era al potere Clinton, in un certo senso le cose sarebbero andate anche peggio per il resto del mondo, perché Clinton dà l'impressione di essere meno stupido di Bush. Bush è malvagio, ma anche ridicolo. È un bersaglio facile. Cliinton invece è molto più intelligente e calcolatore. È più uomo di spettacolo. Non credo ci sia un gran che da scegliere.

A proposito degli Stati Uniti e della loro politica hai usato al termine «prepotenza ». Io penso che per certi americani sia difficile attribuire al propraó paese una politica di prepotenza, data la scarsità di informazioni disponibili su quanto avviene fuori dai confini della nazione.

Chi vive nelle zone e nei paesi più poveri deve dar fondo a tutta la sua compassione per tenere a freno la rabbia nei confronti dei comuni cittadini americani. Questo è senza dubbio ciò che capita a me. Ogni volta che scrivo qualcosa, la rabbia affiora, e io la ricaccío indietro dicendomi: « Loro non lo sanno. Quella gente non sa cosa viene perpetrato in suo nome ». Eppure continuo a domandarmi se non sia così perché è più comodo non sapere. Devo ricordare a me stessa quanto sia intenso il lavaggio del cervello cui sono sottoposti. Ma penso che se gli americani sapessero quali azioni vengono commesse in loro nome ne sarebbero mortificati. Il problema è come farglielo sapere.

Ben Bagdikian e altri hanno dedicato molte pagine al funzionamento dei grandi media negli Stati Unita, e per estensione nel resto del mondo, data la loro immensa portata. 3z Credi che chi lavora in questo settore si a consapevole della realtà dei fatti, sia al corrente di quello che succede e rimanga in silenzio? O nemmeno i giornalisti ne sanno niente?

Sono sicura che chi occupa posizioni di responsabilità è ben consapevole di ciò che succede. Gli altri lavorano su argomenti specifici, vengono incaricati di occuparsi di una certa notizia e lo fanno. Perciò non penso che siano tutti a conoscenza del segreto fondamentale e che lo tengano nascosto. I giornalisti vivono nell'illusione di essere autonomi. Ma senza dubbio chi prende le decisioni sa bene come vanno le cose.

Quali sono gli spazi per l 'dissidenti nel contesto indiano? Hanno modo di far sentire la propria voce attraverso i circuiti televisivi?

Non abbiamo alcuna possibilità di arrivare in televisione. Neanche per trasmettere un documentario come quello di Sanjay Kak sul Narmada. Non ce lo sogniamo neppure di utilizzare il piccolo schermo.

Perché no? Perché non si può creare un canale o una rete?

Perché no? Senza il benestare della censura non si può nemmeno organizzare la proiezione privata di un documentario. Quando Anand Patwardhan girò il suo film sul nucleare, l'ufficio della censura gli intimò: « Non devono comparire uomini politici nella pellicola ». Niente uomini politici nella pellicola! Cosa si intendeva con questo? Che nel film non ci dovevano essere uomini politici che facessero discorsi politici!" È davvero kafkiano. D'altro canto non si può tenere tutto sotto controllo. È troppo complicato.
In un paese come gli Stati Uniti, dove libri quali 11 settembre di Chomsky stanno raggiungendo cerchi, sempre più vaste di lettori, la gente non si è ancora stufata di rimanere all'oscuro di quello che succede e di ciò che viene compiuto in suo nome? 14 Se continuano a censurare i fatti in questo modo vergognoso, i grandi media rischiano di essere trattati alla stregua di un'inutile incrostazione. Rischiano di diventare del tutto irrilevanti, di perdere ogni credibilità. Perché negli ultimi tempi è della propria incolumità che si preoccupa la gente.
La politica seguita dal governo americano è pericolosa per i cittadini degli Stati Uniti. L'America potrà anche bombardare o comprare quello che vuole, ma non riuscirà a controllare la rabbia che si sta accumulando nel mondo. È semplicemente impossibile. E la rabbia troverà la maniera di manifestarsi, in un modo o nell'altro. Condannare la violenza non basta. Come si può condannare la violenza quando interi settori della propria economia si fondano sul commercio degli armamenti, sulla fabbricazione delle bombe e sulla produzione di massa di armi chimiche e biologiche? Quando il cuore della propria cultura venera la violenza? Su quali basi si può biasimare il terrorismo senza cambiare atteggiamento nei confronti della violenza?

A parte pochissime eccezioni, gli attacchi dell'11 settembre sono stati interpretati semplicemente come atti commessi da persone che odiano l'America. Tenendoli separati da qualsiasi contesto politico. Questo ha creato molta confusione.

Ha avuto successo, la strategia di isolare dalla storia gli avvenimenti dell'll settembre, l'insistenza sull'interpretazione del terrorismo come frutto di un impulso malvagio fuori da ogni contesto. Appena qualcuno si sforza di contestualizzare i fatti, viene subito accusato di scusare o giustificare i terroristi. È come dire a uno scienziato
impegnato nella ricerca di un farmaco contro la malaria che è in combutta con le zanzare anofele. Cercare di capire un fenomeno non significa volerlo giustificare. Il problema è questo: se voi americani potete giustificare tutte le guerre che avete combattuto, tutti gli assassinii che avete commesso, tutti i sistemi ecologici che avete distrutto, in tal caso Osama bin Laden può senz'altro ricorrere alla stessa logica per legittimare 1' l 1 settembre. Non si può dare un contesto politico a un certo tipo di terrorismo e negarlo a un altro.

Perciò, se dovessi rivolgerti all'americano medio, cosa diresti per cercare di fargli capire i motivi dell'animosità verso gli Stati Uniti, il perché di questa rabbia nei confronti del suo paese?

Mi trovavo in America nel settembre del 2002, come sai. Ero molto riluttante all'idea di andarci. Pensavo non avesse senso affrontare certi temi, perché credo che non serva a niente « dire la verità ai potenti ». Ritengo sia impossibile indurre un certo tipo di potere a deviare dalla propria linea di condotta: si comporterebbe in maniera diversa solo se gli facesse comodo. È inutile tentare. Ma il mio editore, Anthony Arnove, mi persuase a recarmi negli Stati Uniti, e sono davvero felice che l'abbia fatto, perché è stato bellissimo scoprire tutta l'umanità e l'apertura mentale delle persone che ho conosciuto laggiù. La gente cercava davvero di capire cosa stesse succedendo nel mondo. Quel viaggio ha significato molto per me.
Ho avuto un'esperienza diametralmente opposta a quella che mi aspettavo. I passanti mi fermavano per la strada e mi dicevano: « Grazie per aver detto le cose che ha detto » e « Noi non possiamo affrontare certi argomenti perché abbiamo troppa paura, ma grazie ». È stato meraviglioso. Mi sono convinta che se vengono spesi tanti soldi e impiegate tante energie per manipolare mezzi di comunicazione è perché il sistema ha paura dell'opinione pubblica. Gli esponenti dell'establishment sanno bene che la gente comune non è spietata, fredda e calcolatrice come chi è al potere.
La gente comune ha una coscienza. La gente comune non opera sempre e necessariamente ai fini del proprio egoistico interesse. Se la bolla dovesse scoppiare, e i comuni cittadini venissero a scoprire tutti gli orrendi crimini perpetrati in loro nome, credo che le cose si metterebbero male per il sistema americano. E credo anche che questo processo sia già iniziato. Credo che i segreti di famiglia degli Stati Uniti stiano venendo a galla e che presto saranno in bella vista sul pavimento della Green Room. Lo penso veramente. Certo, i grandi media censurano tutto, ma alcuni degli articoli più rabbiosi, roventi e indignati che si possono leggere su internet sono firmati da americani. Un film come Bowling a Columbine è stato proiettato dovunque, e riesce a collegare i puntini del rompicapo in modo da renderlo comprensibile alla gente. È importante. Penso che il sistema abbia cominciato a sgretolarsi. Penso che la macchina della propaganda si sfascerà presto.

E il ruolo degli intellettuali nel meccanismo della propaganda? Negli Stati Uniti si presuppone che gli intellettuali si mantengano su posizioni neutre. Si ritiene che debbano andare in cerca dei fatti per poi esporli, senza schierarsi né da una parte né dall'altra. Vengono incoraggiati a servirsi di un gergo criptico. Per esempio non ci sono più idee, ma solo « concetti ». Nessuno parla; tutti « dibattono ». Noi lo chiamiamo « porno», un'abbreviazione di postmodernismo. Succede anche in India?

Abbiamo fenomeni simili anche in India. Senza dubbio. Spesso vanno ricollegati alla tattica squallida di chi tenta di crearsi una sfera di competenze specifiche, in modo da rendersi unico, per illudere gli altri che il mondo non può fare a meno di lui. Una piccola specializzazione da trascinarsi nella tana, per custodirla gelosamente dalla curiosità non autorizzata dei passanti. Io mi sforzo di andare nella direzione opposta: cerco di non complicare mai le cose semplici, e di non semplificare mai quelle complicate. Ma ritengo sia di vitale importanza riuscire a comunicare alla gente ciò che sta accadendo nel mondo. C'è un intero settore che lavora sodo per impedire ai comuni cittadini di comprendere quanto sono costretti a subire.

Chomsky definisce questi specialisti « i nuovi mandarini».

Gli esperti defraudano la gente del potere di decidere. Il linguaggio dei tribunali è diventato incomprensibile per la gente comune. Ci sono eserciti di avvocati e di giudici impegnati a deliberare su questioni vitali, ma nessuno capisce i loro discorsi, nessuno riesce a decifrare le procedure, nessuno si rende conto di cosa stia succedendo.

Ho notato che nel film DAM/AGE a volte non era facile seguire il senso di certe dichiarazioni della Corte suprema.

« Non è tollerabile che la fonte della giustizia venga inquinata da malvagi dileggi e scurrili dissacrazioni » [ridel. Com'era l'altra frase? «La contumace violazione... » Non me la ricordo più. Una volta la sapevo a memoria.

Secondo te la competenza degli specialisti può avere un ruolo?

Ritengo di sì, ma è importante che ci sia uno spazio dove venga condivisa, comunicata agli altri. Non dico ch
debba essere eliminata. Anche scavare un fossato e sistemare un cavo è un tipo di competenza specifica. E lo stesso vale per le tecniche di coltivazione degli agricoltori. Il problema è questo: quali generi di competenze vengono privilegiati nella nostra società? Io non credo che un amministratore delegato sia così prezioso per la comunità da dover essere pagato dieci milioni di dollari l'anno mentre contadini e operai fanno la fame.
Questo sistema di valutazione ha raggiunto squilibri
tali da consentire a un numero limitato di persone di appropriarsi della gran parte delle ricchezze, condannando a vivere in una povertà inimmaginabile tre quarti degli abitanti della terra solo perché il loro lavoro è giudicato privo di importanza. Cosa succederebbe se nelle città gli spazzini si mettessero in sciopero o se il sistema fognarío smettesse di funzionare? Gli amministratori delegati non sarebbero in grado di gestire la propria merda.

Macaulay, uno dei funzionari del Raj ottocentesco, dichiarò in tono perentorio che « un solo scaffale di una buona biblioteca europea vale quanto l'intera letteratura indigena dell'India e dell'Arabia ».35 Negli ultimi anni è uscito un gran numero di opere prodotte non solo da scrittori indiani come te, ma anche da autori di origine indiana che vivono in altre parti del mondo, come V.S. Naipaul. Perché questo fenomeno si sta verificando proprio adesso?

In effetti non è poi quel gran numero di opere. Quando uscì il mio romanzo, ricordo che il « New Yorker » pubblicò un ritratto fotografico collettivo degli autori indiani che scrivono in inglese?' Eravamo forse in dieci o quindici. Per portarci fuori a pranzo la redazione aveva noleggiato un enorme pullman che era praticamente vuoto. Tutti parlano di questa ondata di letteratura indiana, ma i personaggi noti si possono contare sulle dita delle mani. Ho l'impressione che si tratti di un fenomeno gonfiato al di là delle sue reali dimensioni.

Una specie di moda?

Ci sono scrittori impegnati nel loro lavoro, ma non si può parlare di una rinascita letteraria o roba del genere.
Se per gli occidentali si tratta di una moda, sono affari loro. La cosa non mi riguarda.

Qualcuno potrebbe dire che scrivere in inglese significa automaticamente optare per un pubblico di yuppie, perché soprattutto in India l'inglese è la lingua dei privilegiati.

È vero. Ma d'altro canto in India qualsiasi lingua è parlata in un ambito molto limitato. Chi scrive in malayalam si rivolge solo ai lettori del Kerala. Chi sceglie 1'hindi, a quelli di pochi stati settentrionali. Perciò nel mio paese quella della lingua è una questione molto complicata. È interessante notare che Il dio delle piccole cose è
stato pubblicato in quaranta lingue. Dunque sì, in un certo senso la lingua è importante, ma non intendendo lingua nel senso di inglese, tedesco, francese o hindi. È qualcosa di più complesso, che riguarda piuttosto la lingua in quanto forma di comunicazione. I miei scritti politici sono stati pubblicati in moltissime lingue indiane. La traduzione in hindi del Dio delle piccole cose è quasi pronta. Così adesso il libro non è più disponibile soltanto per gli yuppie. E comunque non so
no solo i giovani rampanti a parlare l'inglese in India. Lo parlano più indiani in India che inglesi in Inghilterra.
Un enorme numero di persone.
Una delle soddisfazioni che mi derivano dall'aver scritto Il dio delle piccole cose è il fatto di poter contare su un buon numero di lettori che di solito non leggono romanzi in inglese. Mi capita di essere avvicinata da un viceispettore della polizia di Muzaffarnagar o da una persona venuta da questo o quel villaggio e di sentirmi dire: « Ho letto il suo libro con l'aiuto di un dizionario. E l'ho capito ». Mi piace l'idea di questo pubblico così differenziato: da John Updike al poliziotto di Muzaffarnagar.

I tuoi articoli e i tuoi saggi appaiono sulla rivista « The Nation », e tu ora collabori con la South End Press. Hai pubblicato due libri presso questa casa editrice, Power Politics e War Talk. Le tue opere hanno suscitato molte reazioni fuori dall'India? Ricevi molte lettere?

Ne ricevo moltissime, ma trovo difficile gestire la quantità di messaggi e di richieste che mi arrivano. Per farlo dovrei crearmi un'organizzazione, prendermi un ufficio e delle segretarie, e altri che si occupino della posta e della contabilità. Non fa per me. Non ci riuscirei. Perciò opto per l'inefficienza, cioè rinuncio ad affrontare il problema. Ovviamente ho un agente letterario in America e un altro in Inghilterra. Mi aiutano. Ma nell'ambito personale non ho alcun collaboratore. Non è facile, ma questa è la mia scelta: continuerò a essere una persona che riceve un sacco di posta e non è in grado di gestirla.

Himansbu Tbakker è un personaggio che riscuote la tua ammirazione. Il suo nome è citato nell'introduzione a The Cost of Living.3' Mi è capitato di incontrarlo e mi ha detto: «Sa una cosa? È davvero un fatto notevole. Sono le donne ad assumere il ruolo di leader nel nostro paese. Sono loro a portare avanti i movimenti che lottano per la giustizia sociale ». Secondo te perché è così?

Non lo so, però è verissimo. Il retaggio lasciato all'India dalla conquista della libertà è un profondo rispetto per .
la non violenza. Si può discutere dei pro e dei contro della lotta non violenta rispetto a quella che ammette il ricorso alla violenza, ma a mio parere non ci sono dubbi sul fatto che la seconda nuoce alle donne in maniera profonda e complessa, sia sul piano fisico che su quello psicologico. Detto questo, la società indiana rimane tuttora assai poco rispettosa nei confronti del mondo femminile. Il numero di violenze, ingiustizie e umiliazioni inflitte ogni giorno alle donne indiane rasenta l'incredibile.

Ma tutto ciò accade in un contesto di misoginia istituzionalizzata che ha profonde radici culturali. Tanto per fare un esempio, un paio di giorni fa sul « Times of India » è stata pubblicata la notizia di una crisi in Haryana provocata dal numero insufficiente di ragazze in età da marito. E perché scarseggiano le ragazze in età da marito? Per via degli aborti praticati su larga scala quando il nascituro è una femmina. Ora le famiglie sono costrette a comprare le spose per i loro rampolli maschi al di fuori dei confini dello stato e al di fuori della comunità. C'è un'osservazione interessante sul « Times »: « I giovani, disperati, sono disposti a prendere in moglie donne di qualsiasi casta ». Ecco un'altra delle tante contraddizioni incredibili del paese.

Questa è l'India. Ormai neppure battiamo ciglio se qualcuno ci fa notare una contraddizione. Ma il fatto interessante è che gran parte delle donne impegnate nei movimenti di resistenza, gran parte delle attiviste, si impegnano anche nella ricerca di nuove definizioni del termine « moderno ». Da una parte lottano strenuamente contro le tradizioni delle rispettive comunità, e dall'altra si battono contro il tipo di modernità che si vedono im
porre dall'economia globale. Stanno decidendo cosa conservare della tradizione e cosa accettare della modernità. È un esercizio di funambolismo. Molto faticoso, ma stimolante.

Un altro problema con cui molto probabilmente bisogna fare i conti vivendo qui è quello del colore della pelle, l'importanza di avere la carnagione chiara. Ho letto un articolo su Kareena Kapoor, una nuova stellina di Bollywood (che tra l'altro sta per inaugurare una filiale di Pizza Hut a Gurgaon), dove alla ragazza veniva attribuito un incarnato «color crema ». Una definizione molto lusinghiera.

Sono proprio contenta che tu abbia sollevato la questione, perché la maggior parte degli stranieri non si accorge nemmeno della differenza tra gli indiani di pelle chiara e quelli di carnagione scura. Ma certi atteggiamenti mi fanno impazzire di rabbia qui in India. L'India è una delle società moderne più razziste del mondo. C'è da rimanere sbalorditi di fronte a quello che la gente riesce a dire parlando del colore della pelle.
Qualche anno fa ci fu un programma televisivo su questo tema. Facevano parte del pubblico un sudanese, un albíno e una donna del Punjab che gestiva un'agenzia matrimoniale. Non ho mai visto niente di più assurdo. Il sudanese parlò di quanto fosse terribile per lui vivere qui, e disse che le ragazze attraversavano la strada per allontanarsi quando lo vedevano. Raccontò che sugli autobus gli tiravano i capelli e lo chiamavano hubshi, una parola il cui significato equivale press'a poco a « negro ». Poi intervenne l'albino: « Non so se mi considererebbero di pelle scura o chiara ». Dopo di che domandò alla donna dell'agenzia matrimoniale se poteva procurargli una moglie. Lei lo guardò e gli rispose: « Posso trovarle una vittima della poliomielite ».

L'intera scena si svolse senza la benché minima traccia di ironia. Alla fine il presentatore del talk show concluse: « A quanto pare attribuiamo tutti molta importanza al colore della pelle. Ma perché poi passiamo tanto tempo a pensare alla confezione? Anche i neri sono belli dentro ».
Sui giornali reclamizzano creme chiamate Afghan Snow o Fair and Lovely. Per non parlare di tutte le attrici di Bollywood! Il novanta per cento delle donne indiane ha la pelle scura. Ma secondo Bollywood, chi non ha la pelle chiara non è bella. La crescente fama internazionale dei film di Bollywood mi preoccupa. Propongono quasi sempre valori terribili, valori degradanti.
Le fasce più povere della popolazione, i dalit e gli adivasi, hanno per lo più la pelle scura. E chiaro che questo tipo di discriminazione funziona come un vero e proprio sistema di apartheid.

Parliamo di un'altra star di Bollywood, un'attrice che appartiene a un'altra generazione, Nargis. Criticò duramente Satyajit Ray, il grande regista indiano, perché nei suoi film mostrava solo povertà. E quando le domandarono: « Cosa le piacerebbe vedere nel cinema indiano? » rispose Le dighe »

« State mostrando l'India nella luce sbagliata. » Ecco là protesta più comune della piccola borghesia. « Perché non parlate di McDonald's e di Pizza King? » Devi sapere che,qui la gente ha imparato a non vederla più, la miseria. E come se tutti avessero dei filtri, delle lenti a contatto speciali in grado di toglierla dalla vista. Gli indiani
non capiscono perché « gli stranieri » se ne preoccupin
tanto. Si sentono quasi offesi dal loro atteggiamento.

Mi incuriosisce questo meccanismo di censura. L'ho notato anch'io, e l'ho riscontrato in me stesso quando mi trovd,!
qui. Come si fa a distogliere lo sguardo da chi è spaventosamente povero e indigente?

È una tecnica di sopravvivenza. Come si potrebbe sopravvivere altrimenti? Bisogna trovare il modo di andare avanti con la propria vita. E così si ignora la presenza della povertà.

Arundhati Roy L'Impero e il vuoto   Conversazioni con David Barsamian   Guanda Editore 2004

Un altro toccante e profondo articolo della Roy lo potete leggere nel nostro forum sulla stupidità con un interssante aforisma introduttivo di Carl William Brown.

 

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