DANIELA NEGRI

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Eravamo noiosi noi, proprio noi oppure erano le frasi come "prendi tu il pane?", "al latte ci penso io" che, ripetute giorno dopo giorno, riuscivano a svuotare anche il sentimento più profondo?
Già, massacrato o quasi, così vedevo l'affetto che avevo provato un tempo.
Non sarà invece la crisi della mezza età? Avevo pensato subito dopo.
Certo ero invecchiato. Oh, nemmeno poi tanto, pensiero positivo di rimando.
Snello, ero ancora snello, forse un po' molle sull'addome, non tanto grave, pensai.
Contrassi un muscolo del braccio, beh, quello funzionava ancora.
"Cosa stai facendo?" disse mia moglie abbassando il lavoro. Colto di sorpresa.
"Perché stai contraendo il braccio?" non le sfuggiva nulla. "No, niente, è che, oh beh, mi trovi invecchiato? Pensi che sia ancora attraente?" chiesi.
"Che domande, a me sembri sempre uguale" disse. Gentile. Rise e riprese il suo lavoro.
Dovevo smetterla di pensare, per quella sera dovevo piantarla di rimuginare scemenze.
Avevo però bisogno di qualcosa di nuovo. Ne ero certo.


Non dormo.
Ricordo un'altra notte, tempo fa, quanto non so più. Due bombe cadono vicino al padiglione femminile. Veniamo svegliati dal rumore infernale e dalle urla che provengono da quel settore.
Trambusto totale.
Meno male che sono qui, penso, ed è la prima volta che realizzo che, con tutta probabilità, è meglio essere dentro che fuori.
Sono ancora nel reparto normale, lavoro ai maiali, io. Aprono la porta del dormitorio e gli infermieri ci esortano ad uscire.
"Svelti, tutti sotto" dicono.
È la prima volta che ci spostano, forse perché non era mai scoppiata una bomba, prima.
Scendiamo le scale di corsa. Attilio inciampa, quasi si ammazza. Non l'uccide una bomba, ma una scala. Ironia della sorte, penso.
Ci sistemano nelle stanze di sotto.
Chi in lavanderia, chi nelle cantine; qualcuno dondola, qualcuno gesticola, qualcuno urla.
Un attimo di calma poi altro vociare, grida più acute; arrivano le donne, trasferite anche loro.
Scendono in disordine sparso.
Le suore vociano più delle pazienti.
Mi trovo in un angolino abbastanza buio e nascosto. Le luci sono spente ma io, seduto a terra, ho sopra la mia testa, una bocca di lupo dalla quale entra piano la luce della luna che illumina, appena appena, lo spazio davanti a me. Sono tranquillo la guerra è fuori.
I miei occhi si sono abituati all'oscurità, vedo qualcosa di più.
Sento all'improvviso che qualcuno si siede vicino a me. Giro la testa e vedo una ragazza; è abbastanza giovane e ha i capelli cortissimi.
Sorride, credo e ci guardiamo.
La osservo meglio ora mi sorride, ne sono sicuro. "Come ti chiami?" bisbiglia.
"Antonio" dico "anzi no, Giulio".
"Insomma deciditi, o Antonio o Giulio" sussurra. "Fai tu, comunque sono io" rispondo piano.
"Lo so" fa lei e mi chiedo cosa diavolo sa, forse niente.
Si avvicina ancora un po' ed io sento il suo corpo contro il mio.
Chissà perché mi viene in mente Alberto, mio cugino. Ricordo un'estate caldissima passata nella casa dei nonni, in campagna.
Spazi enormi e noia assoluta.
Io e lui sotto la grande quercia. Pomeriggio.
"Lo sai come sono fatte le donne?" mi chiede a bruciapelo. "Beh sì e no" rispondo un po' intimorito.
"Ah non sono come noi" riprende. "Bella scoperta, Alberto" dico.
"Sono vuote, lì" dice. "Vuote?" replico io. "Sì, peli e vuoto" continua lui.
"Non ti credo, tu dici sempre stupidaggini" e gli allungo una pacca sulla spalla.
Chissà perché penso ad Alberto, alle sue teorie sul vuoto femminile ora che sono nello scantinato ed ho una ragazza praticamente incollata al mio lato destro.
Effetto manicomio, forse.
Fuori nel frattempo cadono altre bombe. "Tu come ti chiami?" bisbiglio
"Clara, lavoro in lavanderia" risponde. "Ah, io con i maiali" dico.
Sento una sua mano che mi accarezza la faccia, una sensazione piacevole, rara qui dentro.
Non ricordo esattamente cosa accade dopo, ma so che la ritrovo seduta sopra di me.
Si è alzata la divisa e armeggia con la mia. Lascio fare. Respiro piano perché ho il terrore che qualcuno si accorga di ciò che stiamo facendo.
Riesco a infilare una mano sotto la tunica. Ha la pelle morbida, Clara.
Le tocco un seno, piano, è morbido anche quello.
Penso per un attimo ad Alberto e al vuoto; questo è decisamente un vuoto bello, piacevole, caldo.
Ci muoviamo appena.
Sono fortunato, penso, molto fortunato.
Nessuno si accorge di noi, tanto che i miei piccoli, agili e filiformi spermatozoi entrano nel vuoto di Clara, dolce, morbida Clara.


Da quando Giuseppe è morto, nessuno può scendere più in giardino senza permesso. Dobbiamo essere accompagnati, sempre.
Non mi resta che pensare, dondolare, ricordare.. i  maiali sono tranquilli, oggi.
Ho voglia di vedere Clara, ma ritengo il mio desiderio impossibile a realizzarsi e mi siedo, controllando il monotono grufolare degli animali.
Arriva Vittorio e la cosa mi fa piacere. "Allora, che fai?" dice.
"Lo vedi da te, maiali e puzza" rispondo io.
Si siede vicino a me e si accende una sigaretta, lui fuma. Decido di raccontargli di Clara, anche perché il solo parlarne mi fa sentire allegro e poi, chi meglio di lui può capirmi? Vittorio ascolta il mio racconto e mi guarda con aria compiaciuta, come per dire "sei dei nostri, amico" e fuma.
Ad un tratto, come scosso, mi dice "Perché non vai da lei?". "Ma dai" replico io, "con tutta la sorveglianza che c'è!". Lui mi guarda "Volere è potere" replica, frase questa che non
ammette discussioni.
"Ti copro io" prosegue "se arriva qualcuno dico che sei andato a portare un maiale ferito dal veterinario".
Mi sembra un'idea assurda ma mi convince.
"Se ti dovessero scoprire" aggiunge "fai qualche tanto siamo in un manicomio" e ride.
Cosa ho da perdere, in fondo? Mi chiedo. Mi alzo e decido di tentare la sorte. Saluto Vittorio e lo ringrazio.
"Ma di che" mi dice guardandomi sempre con quell'aria complice.
Mi avvio, so la strada.
Arrivo vicino al padiglione femminile; ricordo che Clara lavora in lavanderia e le lavanderie sono sotto.
Entro e non incrocio nessuno, sono fortunato, molto fortunato.
Scendo le scale, ancora nessuno; sento però parlare, qualcuno sta arrivando.
Allungo il passo e mi nascondo dietro un provvidenziale angolo. Due suore passano poco più in là e non mi vedono. Sono sudato e ho il cuore in gola.
Percorro un lungo corridoio, procedo un po' a caso, finché sento un rumore di panni sbattuti e acqua che scorre.

Non troppo difficile, in fondo.
Mi avvicino, la porta della lavanderia è aperta. Sbircio e vicino ad una grande vasca, vedo Clara che sta lavando.
Oggi è proprio il mio giorno fortunato. Il cuore mi batte ancora più forte.
"Clara" sussurro. Ovvio, non mi sente con tutta quell'acqua. "Clara", ripeto un po' più forte.
Per qualche misterioso motivo, la ragazza si volta e mi vede. Ho l'ansia.
Clara molla i panni, si asciuga velocemente le mani nel grembiule e mi viene incontro guardandosi intorno.
Nessuno sembra accorgersi del suo spostamento e di me. Non riesco a dirle nulla, in quanto mi trascina in uno sgabuzzino lì vicino.
La prima cosa che avverto entrando è un forte odore di urina, ci sono panni sporchi tutt'intorno, ma non mi importa, sono con Clara.
"Sono felice di vederti" mi sussurra lei. "Anch'io" replico piano.
Si avvicina e quasi come la prima volta, mi accarezza il viso e mi bacia.
Ci sdraiamo vicino a lenzuola puzzolenti e quant'altro ma non mi interessa, sono riuscito ad arrivare sino a Clara e questa, la conquista più importante della mia vita qui dentro. Facciamo l'amore e non sento più né la puzza, né l'ansia.
La stringo forte tra le mie braccia e le chiedo "Ma tu perché sei qui?"
"Oh", mi risponde "io sento le voci, non sempre però, ma quando le sento, mi sembra che la testa mi scoppi".
Non so cosa dire e l'abbraccio ancora, forte.
Devo andare, prima che qualcuno si accorga che siamo spariti, ma non voglio lasciarla.
"Spícco il volo sotto l'ombra di una luna bianca" dico d'un tratto.
"E poi?" chiede Clara.
"Atterro piano sopra un covone odoroso di fieno" aggiungo. "È una poesia" proseguo, "l'abbiamo scritta io e la figlia di un amico di mio padre, Eva; mio padre amava molto la poesia e mi spingeva a scrivere" le dico.
Ricordo.
Le racconto di quel pomeriggio in cui io ed Eva, non sapendo cosa fare, ciondoliamo per casa.
Arriva mio padre e ci dice di prendere penna e fogli, una frase per uno, scrivete una bella poesia, ci esorta.
Vengono fuori frasi buffe, stupide e alla fine questa, un verso lei ed uno io.
"È molto bella" osserva Clara.
"Già" aggiungo io, "pensala quando sei triste o in ansia, oppure quando senti le voci, ti farà bene, ti calmerà, vedrai". "Lo farò" dice baciandomi.
Devo proprio andare.
Esco dallo stanzino e mi allontano con cautela.
Sono decisamente fortunato, tanto che riesco a tornare dai maiali, indenne.
Vittorio, ancora li, mi guarda sornione ed io gli dico solo: "Spicco il volo sotto l'ombra di una luna bianca, atterro pia¬no sopra un covone odoroso di fieno".


Arturo Airoldi era un sergente fatto e finito. Dritto e impettito anche senza uniforme.
Mi fece entrare in casa sua, rimanendo quasi sull'attenti mentre varcavo la soglia.
Avrei voluto salutarlo con il tipico saluto militare, ma mi trattenni.
Mi fece accomodare su una poltrona decisamente scomoda, rigida e dura come il suo proprietario. Si sedette di fronte a me.
Gli raccontai quanto stavo facendo e gli chiesi se lui avesse qualche informazione utile.
Mi guardò ascoltando in assoluto silenzio, fumava. Probabilmente rifletteva, perché dopo aver aspirato una profonda boccata di fumo, "Non ha pensato di dare un'occhiata negli ospedali?" mi disse "Molti soldati si fingevano malati o smemorati, veri lavativi senz'anima" sentenziò. Riflettei un attimo.
In effetti Giulio poteva essere ricoverato in qualche ospedale, magari del tutto privo di memoria.
Il sergente cominciò a parlare della guerra e mi raccontò alcuni episodi della sua vita militare; partito, pensai per un attimo e chi lo fermerà?
Fu un'impresa farlo smettere, sembrava inesauribile, un fiume in piena, avrei detto.
Prima di salutarmi mi diede il nome di alcuni ospedali dove qualcuno dei suoi soldati era stato ricoverato e anche grazie al suo impegno, prontamente dimesso.
Avrei fatto di più, pensai mentre mi allontanavo per raggiungere la mia auto, avrei chiamato tutti gli ospedali, tutti, non dovevo lasciare nulla di intentato.
Accesi il motore e apri completamente il finestrino, partii per raggiungere il mio studio, avevo pur sempre fatto un piccolo passo in avanti.
L'aria che entrava mi muoveva tutti i capelli, guidavo e pensavo a Emma e al suo bacio, avevo un'incredibile voglia di rivederla ma, al contempo, mi sentivo in colpa.
Perché è tutto così difficile, pensai, perché non ci si incontra mai?
Si è sempre sfasati, o troppo avanti o troppo indietro. Dov'era stata Emma finora? E io?
Riflettei.
In ufficio tutto il giorno, la notte a casa e la domenica? A messa da mio fratello, ovvio.
Ma che vita intensa, la mia...
Dovevo resistere pensai, forse con il tempo avrei dimenticato tutto e anche questo strano sentimento che ora provavo, sarebbe svanito, perso nel tempo e nello spazio, ma vivo e non consumato dal quotidiano.
Rimasto per sempre inalterato in un angolo della mia memoria.
Era poi vero quello che stavo pensando?
Presto avrei scoperto che ci sono percorsi che, pur non volendo, siamo inevitabilmente chiamati a percorrere e che segnano per sempre la nostra esistenza, imprimendo in essa quel senso e quell'unicità che la fanno nostra e solo nostra. Dovevo telefonare agli ospedali, ecco quello che dovevo fare, basta pensare, mi dissi.
Salii nel mio studio e mi diedi da fare.


Quando finalmente mi risedetti nell'ufficio del primario provai una sensazione di enorme sollievo. Lì almeno si respirava.
Anche il dottor Ottini pareva contento di essere di nuovo alla sua scrivania.
"Vede" mi disse subito "il caso Blumen è la triste storia di un uomo sfortunato" aggiunse.
"La conosco solo perché è stata la prima cosa che l'usciere mi ha raccontato non appena sono arrivato qui" disse. "Forse è una leggenda o forse è realmente accaduta così come me l'hanno raccontata, non so..." continuò "o forse ne circola una analoga in ogni manicomio, chissà...." concluse. Mi raccontò così la vicenda di questo strano piccolo uomo, rinchiuso in manicomio per volere dei genitori che, resisi conto che questo loro figlio non sarebbe mai cresciuto, pensarono in un certo qual modo di liberarsene.
Crudele ma, dal loro punto di vista, necessario. Non potevano permettersi di mantenere un'altra bocca da sfamare che, peraltro, non poteva essere di sostegno in alcun modo. "Troppo basso per svolgere qualsiasi lavoro nei campi, troppo scomodo e, nonostante le dimensioni, troppo ingombrante", concluse così il primario.
Raccontò ancora di come in realtà lui fosse stato assolutamente normale e di come, con il tempo passato in manicomio, fosse divenuto sempre più strano.
"Si racconta" disse il dottor Ottini, "che parlasse solo in rima.
"Ma perché, lo chiamavano Blumen?" chiesi.

"Beh" proseguì il primario "per quello che so era proprio lui che voleva essere chiamato Blumen" terminò.
Un uomo normale rinchiuso in manicomio solo perché troppo basso di statura, pazzesco, pensai.
Il dottor Ottini a quel punto, mi chiese "Come faceva a sapere del caso Blumen?"
Spiegai in modo abbastanza vago al primario perché sapessi quella parola ed allora lui mi domandò "Quale relazione pensa possa esserci tra questa parola e la persona che sta cer¬cando?"
"Questa è una bella domanda, dottore" risposi "eppure una relazione deve pur esserci" continuai.
Ancora adesso mi chiedo cosa scattò esattamente nella mia mente.
Non saprei dirlo con certezza, non so se furono le parole del primario a farmi ulteriormente riflettere, ma sta di fatto che quasi improvvisamente chiesi "E se guardassimo in archivio e cercassimo un paziente ricoverato come Blumen?" "Possiamo provare" disse il primario alzandosi. Tornammo a scartabellare fogli impolverati. Finché d'un tratto il dottor Ottini disse raggiante "Guardi qua, c'è un paziente ricoverato con questo nome", continuò "noi però lo chiamiamo da sempre, solo Antonio". Leggeva ora attentamente quel foglio.
"È affetto da una sindrome maniacale-depressiva" mi disse ancora.
Io in quel preciso momento percepii l'assurdità di tutta quella vicenda.
Un medico subentrava ad un altro e tutto rimaneva immobile e proseguiva in modo identico, senza scosse, quasi come se il vecchio primario non fosse nemmeno morto. Probabilmente si seguiva la routine quotidiana, senza porsi troppe domande e senza farsi troppi problemi.
Bastava questo a rendere il dottor Ottiní meno inquietante? Oppure era la realtà manicomiale che vedeva esseri umani parcheggiati in un angolo di mondo lontano e quasi in un'al¬tra dimensione, fuori dalle regole, fuori dai controlli?
Non sapevo, non avevo termini di paragone, per me quel luogo era assolutamente sconosciuto e misterioso. "Dobbiamo farlo chiamare" disse il primario come scosso "e lei lo deve vedere" concluse.
Tornammo nel suo studio ed il dottor Ottini chiamò due infermíeri e chiese loro di portare Antonio.
Io decisi di aspettare nel corridoio, ero troppo curioso. Mentre attendevo pensai tra me che avrei voluto vedere Antonio da solo e, comunque fosse andata, non avrei voluto far sapere al primario nulla in particolare. Non si sa mai, riflettei.
Attesi ancora finché non sentii gridare e non vidi sul fondo del corridoio avanzare una figura curva che urlava.
Mi venne in mente il mio sogno e provai una strana sensazione.
Avevo ora Antonio di fronte a me, indossava una camicia di forza, era scortato dai due infermieri e continuava a ripetere il suo nome.
Entrai nello studio del primario e gli chiesi di poterlo vedere da solo. Non ci furono problemi e poco dopo eravamo nello studio, assolutamente soli. Continuava a ripetere di essere Antonio e dondolava; ricordo, mi si strinse il cuore. Decisi allora di prendere la fotografia e di osservare Antonio attentamente. Anche se la persona che avevo di fronte portava la camicia di forza e aveva un'aria pallida e smagrita, non ebbi dubbi, era lui.
"Giulio" gli dissi d'un tratto "Giulio Balzani, non ci posso credere... ti ho trovato" e lo abbracciai anche se continuava a dondolare.
Aveva paura, era terrorizzato, chissà chi pensava che fossi, dovevo tranquillizzarlo.

Pensai che forse vedere la fotografia lo avrebbe calmato e così gliela mostrai dicendogli anche "Sei tu e questo è il tuo cane".
Non sembrò convinto, infatti continuò a dondolare e ripetere di chiamarsi Antonio.
Improvvisamente cominciò a ripetere pezzi della poesia che Emma mi aveva detto al bar.
Gli presi la testa tra le mani e gli chiesi di guardarmi, non so perché lo feci ma quasi senza riflettere dissi anch'io un verso di quella breve poesia.
Giulio si fermò e si mise a piangere; io gli dissi che era tutto finito, di non avere paura, che sua madre lo stava aspettando.
"Mamma" disse e cominciò a ripetere "Giulio, Giulio, Giulio" anche se mi pareva come inebetito. Infatti ripeté di essere Antonio. Oddio, pensai.
"Sei Antonio, ma anche Giulio" dissi per tranquillizzarlo.
Mi disse di non volere l'elettroshock e io, pur non sapendo di cosa si trattasse, affermai "Mai più" e aggiunsi anche "ti porterò via di qui".
Nonostante avesse fatto un passo indietro io lo abbracciai di nuovo e lo tenni stretto.
Perché Giulio si trovava in manicomio? Mi chiesi.
Cosa aveva spinto Tullio Balzani ad organizzare un piano del genere all'insaputa della moglie? Mi domandai ancora. Avrei dovuto chiarire molte cose con Emma, prima fra tutte proprio questa. Giulio, nel frattempo, sembrava essersi calmato, il mio abbraccio gli aveva fatto bene, ne ero certo.

Brani tratti dal romanzo TUTTO IN UN'ESTATE di Daniela Negri   Massetti Rodella Editori


 

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