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ROMETTA & GIULIEO

Questa è una storia da more.
Rometta Le More era una donna moderna, libera dai vecchi tabù e prigioniera delle nuove tendenze. Vestiva alla moda e aveva i capelli di un tenero Rosa Clitoride e le labbra (sia quelle del viso sia le altre) di un ambiguo Viola Ecchimosi. Portava sempre scarpe con quarantotto centimetri di tacco pieno, pesanti più di tre chili ciascuna; la facevano camminare come un'ubriaca, ma, in compenso, le avevano rinforzato i muscoli delle cosce, che avrebbero fatto invidia ad un culturista.
Il suo corpo contava tanti di quei tatuaggi da avere ormai un unico centimetro di pelle libera, ed era quel centimetro che lei mostrava a tutti con orgoglio; trattandosi di pelle del pube è facile capire perché gli uomini fossero sempre disposti a farselo mostrare. Questo perché, nel suo gruppo, era l'unica ad avere ancora spazio per un nuovo tatuaggio (eccezion fatta per l'ano). Aveva un tatuaggio persino sulle labbra; no, non quelle del viso, le altre.
Inoltre era una fanatica del piercing; era tanto il metallo che aveva addosso sotto forma di anelli, bulloni, catene e lucchetti che, ogni volta che doveva andare in banca e passare per la porta con i sensori, era costretta ad inscenare un vero e proprio strip-tease.
Siccome lei in banca ci lavorava, la cosa si ripeteva puntuale tutte le mattine; tanto che ormai accorrevano da ogni parte della città per assistere allo spettacolo dai vetri della banca. Avevano anche costruito un improvvisato botteghino per la vendita dei biglietti.
Biglietti che andavano a ruba, difatti la banca era costantemente presidiata da bagarini che, a caro prezzo, consentivano la visione dello spettacolo agli sfortunati rimasti senza.
La banca tollerava, anzi, incoraggiava quell'andazzo, perché, grazie allo show, i correntisti erano triplicati in soli due mesi; e anche perché il direttore, noto guardone molestatore, era il primo ad assistere agli strip di Rometta, sia quelli pubblici sia quelli privati.
A parte queste inezie, Rometta aveva l'evidente vantaggio di poter bloccare il motorino, col quale si recava al lavoro, utilizzando una delle catene ed uno dei lucchetti che portava tra le carni martoriate; e non è poco.
Il gruppo frequentato da Rometta era composto da persone accuratamente scelte tra i migliori mediocri sul mercato; nessuno tra loro spiccava per qualche qualità e questo era di grande conforto per tutti i membri, che non si sentivano sotto esame, non provavano il bisogno di migliorarsi e non avevano motivo di gareggiare tra loro: erano tutti ugualmente perdenti in partenza.
Uomini e donne con una tale apertura mentale da rischiare di prendere freddo al cervello.
Potevano anche essere molto diversi tra loro, l'importante era che vestissero tutti alla stessa maniera, che mangiassero tutti alla stessa maniera, che vivessero tutti alla stessa maniera e la pensassero tutti alla stessa maniera.
La vita di Rometta, tra la banca e la comitiva, scorreva triste e monotona fino a quando, nel corso di uno stupro ai suoi danni, le capitò di conoscere Giulieo D'Amore.
A parte la propensione per la violenza carnale, Giulieo era l'esatto contrario del suo uomo ideale. Vestiva con banale conformismo. 1 suoi capelli erano di un castano squallido che andava sul Testa di Siepe Bruciata, le sue idee erano scarse come quelle di Rometta, ma diametralmente opposte; e, infine, era un tossico!
Si faceva di tutto, dallo zucchero di "canna" alla "spada" di Damocle e non diceva mai a nessuno com'è buono il formaggio con le "pere". Pur essendo sempre a dieta, non calava mai di peso, in compenso si "calava" persino i bottoni. Tentava sempre di fare di tutta "l'erba" un fascio e, a tal proposito, era persino orientato politicamente a destra, così se non c'era "l'erba", almeno c'era il "fascio"!
Passi per l'erba, ma sopportare un fascio era un'impresa difficile per Rometta; anche se lei stessa ignorava completamente il significato di quella parola.
«Che lavoro fai?» chiese lei fingendo interesse. «Fino ad un mese fa lavoravo in una macchina per il caffè; quelle grandi che, infilando poche monete, sfornano the e limonate. Ma era troppo stressante; essere sempre pronto a ricevere le monete e urinare a richiesta, a lungo andare logora i nervi e la vescica. Quando poi decisero di modificare il distributore, in modo che dispensasse anche barrette di cioccolata, lo sforzo divenne insostenibile! Ora lavoro in un cinema a luci rosse; pulisco le poltrone dalle secrezioni umane. Un impiego di tutto riposo, soprattutto se consideri la difficoltà di trovare occupazione oggi; per ogni italiano che lavora ci sono tre meridionali!» fu la sua dotta risposta.
Forse fu proprio quest'ultima osservazione a far scoccare il colpo di fulmine per Rometta.
Riuscì ad avere un appuntamento con lui il giorno seguente e, a bruciapelo, gli chiese: «Cosa pensi delle donne?».
«Sai come vanno queste cose...» disse lui spegnendosi i peli. «A quindici anni ti chiedi: le piacerò? A trent'anni ti chiedi: sarà maggiorenne?».
«Io sono maggiorenne! » disse lei convinta.
«Più che altro mi sembri maggiorata!» concluse lui osservando le sue ondeggianti estroflessioni. Ormai Rometta era completamente persa. Si trattava di vero amore!
«lo invece» incalzò allora Rometta, come se qualcuno glielo avesse chiesto «prima di lavorare in banca realizzavo forti filmati amatoriali per la televisione. Un giorno ebbi l'idea di buttare un asciugacapelli acceso nel bagnetto di un bambino (col bambino dentro, ovviamente), per filmare la sua espressione sorpresa, e così litigai con il produttore. lo non sopporto le prevaricazioni maschiliste e decisi di cambiare mestiere! ».
«Certo, certo. Del resto questa è la stagione delle piogge!» rispose lui che non aveva perso una parola.
Arsa dal fuoco della ,passione, Rometta riuscì a combinare un altro incontro con Giulieo. A quel secondo appuntamento parlò solo lei. Lo investì con tutto il suo repertorio di confuse certezze. Giulieo la ascoltò con interesse per diciotto ore, dopodiché esplose in un boato pantagruelico che investì in pieno Rometta facendo tintinnare, per ben quattro minuti, i trentotto chili di orpelli metallici che ingentilivano il suo corpo sgraziato e deforme. Vedendo l'aria di Rometta, tra lo stupito e  l'incantato, Giulieo si scusò dicendo: «Non pretenderai mica di farmi digerire il quintale di boiate che mi hai vomitato nelle orecchie senza neanche farmi fare un
ruttino?».
Fecero amabile conversazione per ore ed ore, poi Rometta decise che lo avrebbe accompagnato a casa.
«Dove abiti?» chiese.
«A casa mia» rispose Giulieo, lucido come non mai.
«Sì, ma dov'è casa tua?».
«Nel mio palazzo».
«Sì, ma dov'è il tuo palazzo?».
«Nella strada in cui vivo».
«Sì, ma dove vivi?».
«In questa città, cosa credevi?».
Andarono avanti per tre ore e un quarto; infine
Rometta capì che lui abitava esattamente nel palazzo di fronte al suo. Lo accompagnò fin sotto casa e lo fece entrare, nonostante lui fosse recalcitrante. Una volta sola con lui, tentò di tutto per farlo crollare sotto i colpi del suo amore.
Diede fondo a tutte le sue capacità amatorie, lo frustò, lo leccò, gli lasciò ispezionare tutti i suoi fori, orecchie e ombelico compresi; ma Giulieo, pur se apparentemente soddisfatto, era stranamente restío a cedere.
Rometta cercò di capire il perché, ma Giulieo non ebbe il coraggio di confessarle di essere omosessuale e che se l'aveva stuprata, l'aveva fatto solo perché, decorata come era, Rometta poteva facilmente essere scambiata per un uomo. Per non ferirla, mentì, dicendole che mal sopportava l'idea di dover fare sesso con una donna che sembrava un innesto malriuscito tra una carta da parati e un negozio di ferramenta. Presa da un raptus, Rometta si sfilò ad uno ad uno gli anelli al naso, alle sopracciglia, all'ombelico, alle labbra del viso, alle altre labbra (alle dita non  li portava perché secondo lei erano molto volgari) e tutte le catene, i catenacci, i bulloni e i ferri da  stiro conficcati in posti, tutto sommato, anche scomodi; e impiegò solo due ore e mezza per farlo!
Quando si mostrò a Giulieo, questi in principio non la riconobbe; quando la riconobbe inorridì: adesso sembrava una carta da parati traforata. Rometta doveva assolutamente liberarsi dei  tatuaggi. Provò con il laser, ma ci volevano troppi mesi e troppi soldi.
Provò con la carta vetrata, ma irritava la pelle. Provò con l'acido, ma andava troppo a fondo. Provò con 1'autotrapianto, ma non c'era abbastanza pelle libera da poter autotrapiantare. Arrivò persino a pensare allo scuoiamento, ma rinunciò per motivi religiosi.
Fece un ultimo tentativo, dipingendosi il corpo con vernici acriliche; ma il colore innaturale la faceva sembrare un manichino della Rinascente. Si era ridotta ad una carta geografica, di quelle con tanto di rilievi montuosi; l'antica bruttezza che la distingueva, era stata soppiantata dall'orrido. Neanche il tingersi i capelli di un banalissimo biondo platino e l'uso abbondante di rossetti rosati e cosmetici usuali riuscirono a capovolgere il risultato e a restituirle quell'aspetto muliebre che, ormai da anni, aveva irrimediabilmente perso. Decise di provare a conquistare Giulieo prendendolo per la gola; quando lo vide farsi cianotico, mollò la presa, pensando che qualcosa non fosse andata per il verso giusto. Comprese il suo errore e decise di portarlo al ristorante.
«Che ne dici della cucina straniera?» gli chiese restando in trepida attesa del responso. «Ci vuole il passaporto per digerirla!» fu la laconica risposta. La desolante verità era che Giulieo era un maniaco del fast food; in effetti, lui faceva tutto di corsa, soffriva anche di eiaculazione precotta! Questo le diede un piccolo spunto; uno spuntino, appunto. Lo invitò ad una tavola calda, ma si accorsero che scottava e rinunciarono anche a questo. Disperata, Rometta disse: «Vieni a casa mia; ti cucinerò io! ». Quando provò ad infilarlo nel forno a microonde, Giulieo capì che si doveva trattare di un malinteso, chiarito il quale, i loro rapporti continuarono come prima: la solita minestra.
Improvvisamente, però, la situazione mutò. Giulieo aveva scoperto che il padre di Rometta era un noto pusher. Tutti conoscevano la sua grande bravura nello spacciare di tutto: dall'ecstasy ai cotton-fioc usati; tranne la polizia che, forse pensando si trattasse di un rappresentante di medicinali, spesso lo scortava nei suoi giri, evitandogli brutti incontri. Bastò questo per far innamorare perdutamente Giulieo!
Una settimana dopo ci fu il matrimonio, tra la gioia dei genitori e soprattutto dei padri: il padre di lei felice che la figlia avesse finalmente trovato qualcuno che l'aiutasse a spacciare gratis (o quasi), il padre di lui felice che il figlio si comportasse finalmente da uomo vero!
Sposarono "in bianco" tutti e due: lei perché con la pelle ancora dolorante, lui perché troppo "fatto" per fare sesso.
Ma le cose non andarono come si sperava.
La gente mormorava. Si sparlava dell'amore che Giulieo D'Amore provava per Rometta Le More e anche dell'amore che Le More provava per D'Amore. Le cose si complicarono ulteriormente quando si scoprì che sia Rometta sia Giulieo avevano una passione per le more: ne erano ghiotti. Si cominciò a parlare dell'amore per le more di Le More e dell'amore per le more di D'Amore. Per non parlare dell'amore per le more di D'Amore e di Le More.
Quando si parlava dell'amore di D'Amore per Le More, la gente pensava ci si riferisse ai frutti e quando si diceva che D'Amore amava le more si pensava a Rometta.
Per non fare confusione tra Le More (Rometta) e le more (frutti di rovo), si cominciò a parlare di Le More Rometta e delle more rovette. Così ora tutti parlavano dell'amore di D'Amore per Le More Rometta e dell'amore di D'Amore per le more rovette; o anche dell'amore di Le More Rometta per le more rovette. O persino dell'amore di D'Amore e Le More Rometta per le more rovette. Il caos era troppo, la gente smise di parlarne e la loro storia d'amore finì nel dimenticatoio; dove giace tuttora.
La tragedia era alle porte! Il loro era un amore burrascoso e, benché fosse durato la bellezza di due settimane, il matrimonio cominciò a vacillare. Ad aggravare la cosa si impegnò anche il direttore della banca in cui Rometta lavorava. Avendo rinunciato al metallo, Rometta non doveva più compiere strip-tease per accedere al lavoro, con conseguente perdita di spettacolo e di clienti. Inoltre, senza quel metallo e con le pelle a brandelli, aveva perso tutto il suo già scarso fascino, per cui il direttore stesso non provava più alcun piacere a farle proposte oscene, a toccarla di continuo in ogni anfratto e a costringerla a straordinari di vario tipo. Decise così di licenziarla. Giulieo, dal suo canto, dava pesanti grattacapi al  suocero: consumava personalmente tutta la "roba" destinata ad avvelenare il prossimo. Per non  perdere altri soldi, e soprattutto per il bene della  figlia, il suocero decise di passargli delle dosi tagliate con veleno per topi; fu il più bel "viaggio" di Giulieo (dopo quello di nozze), l'ultimo. Secondo le sue volontà, Giulieo fu cremato e le sue polveri, sparse nei sacchetti di eroina, fecero la gioia dei consumatori per settimane e settimane; nonché quella del suocero che, finalmente, riuscì a ricavare qualcosa dalla collaborazione con Giulieo. Per spegnere il dolore per la perdita del suo amato, Rometta pensò di impegnare i suoi ultimi risparmi facendo shopping selvaggio. Quando entrò in un negozio di tappeti persiani, gestito da due tappetti persiani (due fratelli nani, originari della Persia), fu da questi scambiata, grazie allo stato pietoso dell'epidermide, per un raro esemplare di arazzo semovente; presa, arrotolata e imballata, fu spedita chissà dove e nessuno ne sentì più parlare.

UN TRANS CHIAMATO DESIDERIA

Questa è l'ambigua storia di Desideria e della sua complicata sessualità. Già alla sua nascita le cose erano poco chiare, tanto che i genitori tentennarono a lungo, prima di decidere se esporre il fiocco rosa o quello azzurro, optando infine per un fiocco bicolore. Di giorno, Desideria era uno sciatto e oscuro tecnico TV. Un buon lavoro, che aveva intrapreso grazie al suggerimento di un suo vecchio amico, dj della stazione radiofonica locale, che più o meno gli disse: «Sai che potresti fare la televisione?». Desideria lo prese alla lettera. Di notte, vestiva alla moda, aveva i capelli color Rosso Mestruazione con venature Giallo Smegma, le labbra di un brillante Blu di Pus e i suoi piedi taglia 47 erano completamente deformati da scarpine numero 37 dotate di 22 centimetri di tacco.
La sua sessualità era articolata da destare interesse presso i più noti etologi, che decisero di dedicargli una serie di illuminanti documentari dal titolo: "Transformazioni del trans-trans quotidiano" (una vera checca, cioè... una vera chicca!), che vennero talmente complessa e proposti in televisione da Piero Angela (a proposito, Piero o Angela? Ancora confusioni...).
In effetti la cosa era tanto complicata che lui (o lei) stesso non sapeva più che pesci prendere (almeno metaforicamente...), tanto che quando, vestito da donna, andava con un uomo, si sentiva un gay... quando, vestito da uomo, andava con una donna, si sentiva lesbica... quando, vestito da uomo, andava con un uomo o, vestito da donna, andava con una donna, si sentiva eterosessuale!
Le cose si complicavano ulteriormente quando andava con un uomo gay o con una donna lesbica! Non sapeva più se, andando vestito da donna con un gay, doveva sentirsi gay come uomo o eterosessuale perché l'altro era gay; o se, viceversa, andando vestito da uomo con una lesbica, sentirsi lesbica come donna o eterosessuale perché l'altra era lesbica.
In compenso, andando vestito da uomo con un gay o vestito da donna con una lesbica poteva sentirsi indifferentemente uomo, donna, gay o lesbica!
Un giorno combinò un ménage à trois con un gay ed una lesbica, riuscendo a superare se stesso! Quando infine decise di spingersi oltre, facendolo con altri trans, rimase trans-mortito dallo shock: lo ricoverarono mentre ancora urlava: «Ditemi cosa sono, vi prego, ditemi cosa
sono! ».
Insomma, era una vera Disneyland sessuale! Ciononostante era single per scelta; degli altri.
Del resto, tutta la sua vita era impostata in quel modo: era talmente transgender che, per andare in giro, si faceva trans-portare, se ne fregava dei divieti di trans-ito, viaggiava solo in Trans Europe Express, nell'arte preferiva la trans-avanguardia, il SUO film preferito era Trans-potting. Si trans¬tullava facendo trans-azioni, trans-gugiava di tutto, ma preferiva i cibi trans-genici e per questo teneva sotto controllo le trans-aminasi, i suoi cartoni animati preferiti erano i Trans-formers e sapeva benissimo di essere, come tutti, trans-eunte! Ma la sua storia portò ad una trans-gedia!
Il suo tempo scorreva infelice e agitato tra un trans-istor e una marchetta. Il luogo d'incontri preferito da Desideria e dai suoi sodali era un edificio in demolizione chiuso da trans-enne; era lì che si riunivano spesso, scambiandosi idee, opinioni, battute e, il più delle volte, anche i partner.
Essendo particolarmente dotato, di giorno doveva andare in giro con dei pantaloni dal cavallo talmente basso da sembrare un pony; la cosa era tanto più grave perché, così sellato, tutti lo prendevano per un guru rapper. Passi per il rapper, ma essere preso per il guru...
Nonostante tutto, Desideria era di un candore e di una ingenuità disarmante.
Era talmente ingenuo da credere ancora a Babbo Natale, malgrado i suoi trent'anni passati. Non solo, credeva anche che Babbo Natale si ubriacasse con lo spirito natalizio.
Così quando, tra i suoi abituali clienti, si insinuò uno splendido Rettore (o magnifico, non ricordo), non in possesso di tutte le sue facoltà, Desideria si illuse di aver trovato l'amore con la A maiuscola, anche se, in realtà, il Rettore ce l'aveva minuscolo. Purtroppo, l'oggetto dei desideri di Desideria era sposato, con un bambino (pur non essendo pedofilo); ma questo non bastò a placargli gli ardori. La materia preferita del Rettore era la geometria, ma la sua vera passione era il modellismo; amava darsi da fare con le modelle. Desideria le tentò tutte per far colpo su di lui; provò a calcolargli l'ipotenusa, utilizzò una mountain bike che contava ben diciotto rapporti! Ripassarono tutto il Kamasutra e, finito quello, passarono alla Treccani; ma il Rettore proprio non lo reggeva! Provò perfino a colpirlo con la dialettica; ma il Rettore fu lesto a schivare il colpo.
Allora provò a coinvolgerlo in profondi dibattiti... Desideria: «Ho sentito dire che nel sudore ci sono degli elementi che eccitano l'altro sesso».
Rettore: «L'ho sentito dire anch'io, ma è una teoria che mi puzza! ». Tutto senza risultati. Per colmare il vuoto esistenziale che improvvisamente lo attanagliava, Desideria provò a darsi a pagamento; poi si ricordò che era quello che faceva da sempre, per cui, per provare nuovi brividi, fu costretto a pagare purché qualcuno lo prendesse per i fondelli. Anche questo tentativo sortì dubbi effetti, riuscendo solo a far scendere sotto il livello di guardia il suo conto in banca. Odiava talmente se stesso e la propria vita, che cominciò a masturbarsi pensando alla propria morte. Disperato per la situazione ingarbugliata, decise di andare dalla maga Small, famosa Medium di taglia extra Large; questa apparve in una nube di fumo (eh sì! Il "fumo" fa anche questi effetti!). T.a maga Small guardò a lungo con la sua palla di  occhio dato per la causa; anni addietro, finita male era visto pagare con un vetro, che sostituiva un una causa per frode di per l'avvocato, che si occhio. Con questa palla di vetro scrutò nella palla di vetro; in realtà in principio le palle erano due, poi il lampadario si ruppe e ne rimase una sola. Desideria sapeva benissimo che si trattava solo di una presa per l'occulto, ma la situazione era tale da indurlo a credere in qualunque cosa, pur di essere amato. Non riuscendo a cavare un ragno dal buco con la palla, la Medium passò a leggere le carte (quelle igieniche, già usate), poi, giacché erano lì con le carte in mano, decisero per una partita a "scopa"! Insomma prima il trans entrò nella maga e poi la maga entrò in trance. Uscita dal trance (e il trans uscito da lei) la Small decise il da farsi. Una pozione d'amore, un intruglio imbevibile, da propinare all'oggetto dei suoi desideri, composto da: caccole nasali, seme di elefante (non germogliato), una noce di burro, una mandorla di margarina, un pizzico sul sedere e un pelo pubico dell'uomo amato.
Non restava che mettere insieme gli elementi e lasciarvi in infusione, per due giorni, un assorbente interno utilizzato dalla maga per non meno di sette giorni e il gioco era fatto! Desideria sciolse la pozione nella purga settimanale del Rettore, che faceva abbastanza schifo da coprirne il saporaccio.
Ma qualcosa non andò per il verso giusto: il Rettore iniziò subito ad accusare dolori violenti all'addome, ma i dolori negarono ogni addebito. Desideria fu costretto a tradurlo al più vicino Pronto Soccorso, ma essendo da sempre molto scarso in lingue, per sbaglio lo tradusse in una clinica ginecologica, dove si produceva dell'ottimo liquore che non danneggia l'ambiente. I medici tentarono il tutto per tutto...
Primario: «Non si preoccupi, il feto non è stato danneggiato; avrà il suo bambino! ». Desideria: «Ma, dottore... è maschio! ». Primario: «Noi di solito sconsigliamo di indagare sul sesso del nascituro... ma se proprio ci tenete, possiamo fare un'ecografia! Lei è il padre... cioè, la madre?».
Desideria: «Ma... come potrei essere la madre?». Primario: «E che ne so io? Con tutti `sti ingegneri genetici, `ste puerpere novantenni, `ste pecore Dolly, `ste mucche pazze, `sti cani incazzati... `sto mestiere è diventato un casino! Se le raccontassi quello che mi tocca vedere, signora mia! ».
E concluse rivolgendosi al paziente: «Comunque non si allarmi, lei non ha niente». Rettore: «Meno male, almeno muoio sano!». Passarono l'eternità in due nulla diversi, perché il Rettore morì per avvelenamento; Desideria, per il rimorso, tentò di togliersi la vita (e anche parte dei seni, decisamente eccessivi) trattenendo le feci per due mesi e mezzo; solo un potente lassativo, fattogli ingurgitare a forza dai suoi preziosi amici (o amiche?), riuscì a vanificare l'insano gesto. Tutto è bene quel che finisce. Tormento inesistenziale. Mio padre era un tipo strano, criptico.
Se gli chiedevi «Perché bevi?», ti rispondeva «Perché è l'unica maniera per vedere due orologi segnare la stessa ora». Era ossessionato dal passare del tempo e dal calcio, quello che ha per simbolo "Ca" e il cui numero atomico è 20. Amava molto anche il calcio inteso come sport; per lui tutto quello che segnava andava bene: segnare il tempo... segnare un gol... segnare la carrozzeria di un'automobile... Difatti era il suo passatempo preferito; trascorrere i week-end graffiando e segnando le auto parcheggiate in strada. Non so più quante volte sono andato a riprenderlo in ospedale... ma lui era fatto così, si divertiva con poco. Mio padre era ubriaco quando nacqui. Era convinto  di aver avuto due gemelli. Siccome era quasi  sempre sbronzo, mia madre non riuscì mai a  convincerlo del contrario. Per tutta la mia vita ha  creduto che io fossi due. Ho inoltre il sospetto che  lui preferisse il mio fratello inesistente. Quando gli portavo la pagella, aveva sempre parole  dolci per il mio fantomatico doppio, mentre per me solo schiaffi e pugni. E pensare che i miei voti erano migliori! Nei rari momenti di lucidità si disperava perché non trovava più mio fratello... allora mia madre gli dava da bere e la pace tornava in famiglia. Santa donna, mia madre.
Mia madre era la lettera acca; silenziosa, utile e discreta. Ma vi avverto, non date ascolto alle dicerie: l'acca non è mai stata muta, ha scelto di non parlare. Essendo una lettera, anche mia madre era un tipo sopra le righe, anche se a mio padre stava più che altro sulle scatole, quelle dei fiaschi di vino. Quando mi sposai, mio padre si convinse di assistere a due matrimoni contemporaneamente. Dedicò parole commosse alla moglie inesistente del mio fratello inesistente, a mia moglie invece, l'unica in carne, ossa ed abito bianco in quella chiesa, si limitò a dire: «Sbrigati a togliermi dalle spese quella pecora nera, ma sta attenta a te: ti farà soffrire! ». Cominciavo a provare invidia e rancore per quel gemello spettrale, simile a me, eppure così avvantaggiato. Alle esequie di mia moglie, che per mio padre erano doppie esequie, si disperò sulle spalle del mio fratello inesistente, nel tentativo di consolarlo (ancora mi chiedo come fece a poggiarci la testa). A me, invece, riservò uno straziante: «Cosa le hai fatto? Assassino! ». Alla sua morte, mio padre lasciò tutti i suoi averi, consistenti in ingenti debiti, al mio fratello inesistente. Io e mia madre, sempre più santa che donna, faticammo a lungo per far capire al notaio che non  esisteva alcun fratello; mia madre, essendo l'acca, faticò più di me a spiegare la situazione, non potendo parlare. Ma ebbe l'improvvisa idea di darla a bere al notaio, il quale la bevve più che volentieri; quando fu ebbro al punto giusto, finalmente poté incontrare il mio fratello inesistente e consegnargli l'inconsistente eredità. Finalmente, ingiustizia era fatta. Eppure, a volte mi viene un dubbio... e se invece fossi io il fratello inesistente?

Testi tratti dal libro Sabba di Paralleli di Andros  Albalibri Editore   Visita Androsart


DEDICA

A tutti quelli che hanno realizzato meravigliose opere perdute, grandiose scoperte snobbate, nobili gesti dimenticati; e che per questo non figurano nei libri di storia.

A tutti quelli che hanno tentato di fare grande l'umanità senza che questa se ne accorgesse.

Agli eterni sottovalutati.

Ai geni mai compresi.

Ai perseguitati dal caso.

Ai bocciati dalla vita.

A tutti quelli che non riescono a giustificare la propria esistenza.

A tutti quelli costretti a subire ogni giorno l'arroganza, l'avidità e l'ottusità che li circonda.

A tutti quelli che non hanno mai fatto parte di alcun ingranaggio.

A tutte le rotelle fuori posto.


DAL MONDO DEI RICORDI......

Avevo diciotto anni.
Ricordo bene quella mostra; mi piaceva molto. Per puro caso, ebbi dei biglietti omaggio per visitarla, incontri, conferenze, proiezioni di film; tutto quello che poteva avere a che fare con scienza, fantascienza e zone limitrofe.
Proprio legato alle proiezioni, c'era il concorso per illustratori; si trattava di fare un'illustrazione ispirata ad uno dei film in programma. M'invitavano a nozze. Il film "La Cosa", il remake di John Carpenter, fu il mio riferimento e, il giorno seguente, consegnai l'illustrazione ad un'avvenente segretaria che, avendola sbirciata, si limitò a spalancare gli occhioni azzurri e a dire: "Wow!".
La cosa mi divertì e, devo ammettere, mi eccitò; non mi capita mai di suscitare simili reazioni in rappresentanti dell'altro sesso.
Il giorno di chiusura della mostra era anche quello della premiazione.

Sono lì già dal primo pomeriggio, voglio godermi per l'ultima volta quell'atmosfera da altro mondo che queste mostre riescono a creare; inalare ancora l'odore della moquette, alternato a quello della plastica, e ascoltare di nuovo il morbido brusio di suoni lontani misti al chiacchiericcio degli astanti.
Con un'ora di ritardo, cominciano a preparare per la liturgia della premiazione; un tavolo su una pedana, al centro di una grande sala, circondato da sedie e poltrone dove molti dei presenti, me compreso, siedono. Un leggio per sistemare le illustrazioni e una telecamera posta davanti per riprenderle e proiettarle su uno schermo.
Poco prima dell'inizio, la sala è gremita di giovani e non, la maggior parte in trepida attesa del verdetto; consolati e appoggiati da parenti, amici o fidanzate. Noto che tra la folla ci sono svariate persone che conosco di vista.
La giuria è composta da giornalisti, da responsabili della casa editrice che ha organizzato il concorso, e da un disegnatore di fumetti del quale, grazie ai microfoni afoni, non riesco a sapere l'identità. Con estrema difficoltà riesco a capire che i premiati saranno dieci, ma non riesco a decifrare in cosa consisteranno i premi; non mi ero informato per niente su questi dettagli. Cominciano a chiamare i vincitori; subito, sento chiamare il mio nome e vedo la mia illustrazione proiettata sullo schermo: ho vinto il primo premio e quasi non ci credo. Salgo sulla pedana imbarazzato, sparuti applausi, stringo le mani ad alcuni giurati; mi dicono qualcosa che non riesco a sentire, scuoto la testa fingendo di capire, sorrido e torno al mio posto.
Chiamano gli altri vincitori. Per ognuno dei premiati ci sono robusti applausi, una ragazza che lo abbraccia affettuosa, amici che lo esaltano, parenti orgogliosi che non smettono di battere le mani; in queste condizioni, anche perdere può diventare piacevole.
Io sono lì, solo. Tentando di catturare al volo schegge dell'altrui felicità, fantasticando di essere anch'io abbracciato, esaltato, applaudito; ma d'un tratto l'incantesimo svanisce e la realtà si impone con la solita arroganza, mi sembra di vedere tutti gli occhi su di me, mi scrutano, s'interrogano: ma chi è? Cosa vuole?
Di colpo mi sento un intruso, un ladro, un imbroglione che ha preso il premio destinato ad un altro; un altro che, al posto mio, sarebbe stato abbracciato, esaltato, applaudito...

Era uno di quei giorni in cui ci si sente piccoli piccoli; tanto piccoli da passare inosservati, ma non abbastanza da non accorgersene.
Me ne andai senza neanche ritirare il premio; ancora oggi non so di cosa si trattasse.
Non c'è premio che basti, per chi non ha con chi dividerlo.
 

DAL MONDO DEI RICORDI ......

Era una bambina davvero carina.
Il suo nome era Venusia; mai nome fu più adatto ad una donna.
Capelli d'oro, occhi indefinibili, sorriso al miele... Avevo solo cinque anni, ma già subivo in pieno il fascino femminile e già vibravo davanti alla bellezza; schiacciato dall'enorme potere che aveva su di me. Solo pochi giorni di quella prima elementare furono sufficienti a farmi innamorare della compagna di classe dal nome così evocativo. Sembrava quasi che le cose andassero per il verso giusto, dividevamo lo stesso banco, stavamo sempre insieme, a ridere e scherzare e, anche se i miei compagni di classe mi guardavano con sospetto perché preferivo le compagnie femminili alla loro, ero davvero contento; non poteva durare.
I maschietti della classe, che ancora non provavano alcuna pulsione per le rappresentanti del sesso opposto, considerate solo facili bersagli di offese pesanti e scherzi di cattivo gusto, non potevano proprio accettare il mio comportamento, così condiscendente nei loro confronti; decisero di fare qualcosa, magari anche con l'intento di salvarmi da quella che consideravano una cattiva strada.
Uno di loro, quello che ritenevo il mio migliore amico, riferì a Venusia, e all'intera classe, che io ne ero innamorato; svelando così il mio piccolo segreto, che avevo fatto tanta fatica a tenere nascosto.
Lei mi guardò fisso, il suo sorriso al miele lentamente mutò in una smorfia tra l'arrabbiato e il divertito ed io per la prima, e purtroppo non ultima, volta in vita mia, mi sentii sprofondare nel pavimento; divenni rosso, viola, blu e chissà di quanti altri colori.
La scena dovette essere davvero irresistibile; perché tutti, compresa Venusia, cominciarono a ridere e a dileggiarmi.
In uno spasmo di disperazione cominciai a strillare: «Non è vero! Non mi sono innamorato, non è vero, non è vero!».
Come se innamorarsi fosse una colpa, una cosa di cui vergognarsi; infine saltai addosso a quello che una volta era il mio migliore amico e lo resi irriconoscibile ai suoi stessi familiari.
Come sempre facevo in questi casi, anche quando a prenderle ero io, mi rifiutai di spiegare i fatti alla maestra, e mi presi tutta la colpa dell'accaduto; seguendo i falsi ideali di virilità che tutti, uomini e donne, si affannano ad inculcare in noi maschi fin da piccoli. Gli stessi falsi ideali che finiscono col rinchiudere in una fortezza di pudore i nostri sentimenti e le nostre lacrime.
Dopo la punizione e il breve allontanamento dalla scuola, le cose non furono più le stesse, divenni lo zimbello della classe; mi ero macchiato di un crimine sentimentale che nessuno era disposto a perdonare.
I maschietti non mi considerarono più uno di loro; ero un'onta per la categoria.
Le femminucce non avevano intenzione di rinunciare al perfido piacere di affondare il coltello nella piaga; era così raro che un maschietto mostrasse loro un punto debole da poter colpire!
Quanto a Venusia, tentò di far finta di niente, ma l'umiliazione subita era più grande dei miei cinque anni ed io la evitai per tutta la durata delle elementari.
Da allora fu sempre così; sempre considerato un diverso, sempre tenuto a distanza, sempre guardato con sospetto.
E le cose andarono continuamente peggiorando. Alle medie finii in una classe di soli maschi. Il primo anno lo passai menando le mani; dovetti far passare il concetto che non ero disposto a subire le angherie di ragazzini convinti di essere migliori di me.
Nel corso del secondo anno riuscii a far digerire a tutti quel concetto.
Il terzo anno lo passai in beata e tranquilla solitudine; nessuno osava più avvicinarmi.
L'ora di educazione fisica era indicativa; non importa se si faceva semplice ginnastica, partite di pallacanestro o gare di corsa, immancabilmente venivo isolato. Erano disposti a perdere un punto e persino una partita pur di non coinvolgermi nel gioco; nonostante le - deboli - proteste del professore.
Quando la professoressa di Italiano decideva di farci fare ricerche di gruppo, con tanto di ritagli di giornali, disegni, approfondimenti scritti e tutto quello che ci suggeriva la fantasia, si toccava il fondo.
Nessun gruppo mi voleva, ed io, dopo aver vagabondato a vuoto per una settimana, ero costretto a farmi la ricerca da solo, ottenendo ancora maggior sospetto e disprezzo dagli altri, uniti a feroce invidia; da solo riuscivo a fare senza sforzo apparente quello che gli altri faticavano a raggiungere in gruppo.
Puntualmente la professoressa mi dava una sufficienza stentata dicendo: «Hai fatto un ottimo lavoro, ma doveva essere un lavoro di gruppo; devi imparare a lavorare con gli altri».
Ogni volta avrei voluto risponderle: «Ma se nessuno vuol far nulla con me, cosa posso farci?». Ma, ancora una volta, l'orgoglio e la dignità maschile mi impedivano di lamentarmi per una tale sciocchezza, soprattutto davanti ad una professoressa che, alla fin fine, era pur sempre una donna.
All'Istituto d'Arte le cose precipitarono ulteriormente; era un covo di tossici incapaci in cerca di un diploma facile, di cerebrolesi incapaci in cerca di un diploma facile e di figli di papà incapaci, in cerca di un diploma facile. Proprio con uno di quest'ultimi, decisamente più grande di me; ebbi un movimentato scambio di vedute al primo anno.
Eravamo nell'anticamera della presidenza, aspettando di parlare con il preside perché nella nostra aula pioveva come in una piazza; c'era quasi tutta la classe, compreso un bullo pluriripetente che usava farsi bello con le ragazze, che non perdevano occasione per sbavargli dietro, maltrattando chi, come me, aveva qualche anno, e svariati centimetri di altezza, meno di lui. Decise di infastidirmi e, dopo una lunga colluttazione, riuscii a scaraventarlo nella porta a vetri della presidenza, che lui, devo ammetterlo, attraversò con estrema leggerezza.
Non so quanti punti dovettero dargli, ero troppo preso dai miei problemi per preoccuparmene; in un primo momento sembrava quasi volessero farmi arrestare, ed io, con il mio solito atteggiamento impassibile, li inducevo a pensare che quella fosse la soluzione giusta.
Poi, non ho mai capito perché, gli altri ragazzi parlarono col preside, spiegandogli che ero stato provocato, che quel tipo aveva avuto quello che si meritava e via dicendo; morale della favola: quattro giorni di sospensione e il rientro accompagnato dai genitori.
Mi ripresentai dopo soli due giorni, da solo, ma nessuno ci fece neanche caso; a parte alcuni compari del pluriripetente che, il giorno seguente, mi trascinarono in uno dei tanti angoli bui e poco frequentati dell'edificio scolastico per rendermi irriconoscibile ai miei familiari: cose che capitano! La scuola è davvero grande: senza di essa non avrei mai imparato a conoscere il sapore del mio sangue, la nobile arte dell'autodifesa, del saper dare e del saper prendere, l'importanza della collaborazione, la fiducia nelle istituzioni e, forse ancora più importante, l'assioma secondo il quale nessuno viene premiato per quello che vale, ma per quello che gli altri credono che valga; certo, per imparare l'italiano, la matematica e le tecniche artistiche ho dovuto fare da me, ma nella vita non si può avere tutto!
Adesso mi accusano di individualismo; come posso ambire a far parte di una società che mi ha escluso prima ancora di mettermi alla prova? Chissà adesso Venusia dove sarà, cosa farà, quanti figli avrà?

DAL MONDO DEI PENSIERI ........

Sesso: sublime calamità!
Base e motore della vita, il sesso è il fine ultimo di tutte le cose dette, fatte e pensate dagli esseri umani. Vero centro di gravità dal quale tutti ci sentiamo attratti e intorno al quale ruota il cosmo intero.
In fondo, cosa è stato il Big Bang da cui tutti proveniamo, se non una clamorosa e primordiale penetrazione del nulla, con conseguente eiaculazione di tutta la materia presente nell'universo?
Alle donne dà la possibilità di creare senza fantasia, dare forma senza plasmare; è ciò che le rende forti di una debolezza che le ha segnate per millenni.
È ciò che le rende uniche nella loro banalità; possibilità preclusa a noi uomini, che dobbiamo accontentarci dell'arte.
Agli uomini dà l'illusione di poter rientrare nell'utero che li ha partoriti, per poterne poi uscire rinati; e rinascere ancora, e ancora, e ancora... intere vite spese nel tentativo di rientrare in una donna!
Pensare che una pratica così piacevole come il sesso, l'esperienza più avvolgente e completa che la vita ci offre, possa essere causa di un disastro di immani proporzioni, come la nascita di un nuovo essere, mi ha sempre fatto riflettere; mi ha fatto capire che tutto nella vita ha un prezzo, e che se non siamo noi a pagarlo, qualcuno sarà costretto a farlo per noi.
Quello che facciamo ha un prezzo, quello che diciamo ha un prezzo, la vita stessa ha un prezzo, persino quello che non facciamo e quello che non diciamo hanno un prezzo; e la vita passa sempre a riscuotere!

DAL MONDO DEGLI ACCADIMENTI.....

Fu una giornata di sesso, cibo, sesso, parole, sesso, risate, sesso, riposo, sesso, sesso, sesso!
Fecero sesso come se quella dovesse essere la loro ultima volta.

DAL MONDO DEI SOGNI.........

E' una giornata luminosa, piena di un sole mai visto, un sole che sembra esplodere di luce e calore, un sole di un colore indefinibile, un sole di un colore impossibile.
Mi alzo dal letto e sono già vestito; esco di casa, una casa che so essere mia ma che non riconosco nelle forme e nei colori.
Sono fuori, riconosco il parco e gli edifici intorno; tutto è illuminato in maniera esagerata, permeato di una luce innaturale, che richiama a cose
arcaiche, ataviche, mai viste appartengono a me da sempre.
I colori, non sono i colori che conosco... ovvero, li conosco ma non li riconosco; il giallo è un giallo, ma un giallo così forte, così luminoso da sembrare fisico, tridimensionale.
Il rosso sembra fuoco solido, sembra entrare nelle pupille e scaldare la mente dall'interno.
Il blu... non ne esistono di così profondi, è quasi fosforescente.
Non ho mai visto niente di simile in vita mia, e me ne dispiace. Osservo le cose che vedo sempre, da una vita, eppure ora le vedo come non le ho mai viste prima e le osservo con cupidigia, nel tentativo di fissare per sempre quei colori nella mia mente.
Vedo distintamente qualcosa stagliarsi netto nel cielo; quel cielo tanto azzurro da far pensare alle fiabe. Dapprima la vedo in lontananza, poi si avvicina, si avvicina sempre di più... è una sfera, un'ampia sfera che volteggia nell'aria, sembra quasi di metallo, no... ora è più vicina e vedo che è trasparente; c'è qualcosa dentro, qualcosa che si muove, si agita... è una donna, una donna nuda ma senza sesso, in luogo dei genitali c'è semplice epidermide, liscia e compatta come quella di un ventre. Sta danzando; è bellissima.
La sfera volteggiando ora si avvicina, ora si allontana; sembra quasi venirmi addosso, ma si limita a sfiorarmi. Ne approfitto per studiare ogni dettaglio di quel corpo perfetto che si agita con grazia estrema e senza sforzo apparente. Assomiglia a quello di Declizia, ma forse mi sbaglio.
Anche i suoi colori sono assurdi, i suoi occhi sfavillanti, la sua pelle chiara, limpida e definita come niente al mondo. Ora sento una musica, anche se più che farsi sentire, sembra formarsi direttamente nella mia testa senza filtri materiali; non credevo esistessero note così belle. Quella donna, quell'essere così perfetto, riesce a dare un gesto, un movimento, ad ogni nota, ad ogni pausa, ad ogni accento.
Ora la strada è gremita di gente, persone che non ho mai visto si agitano allegre facendo un chiasso ordinato e piacevole e, tutte insieme, lasciano andare una miriade di palloncini che, in pochi attimi, raggiungono il cielo e la sfera trasparente; ora la donna sembra danzare tra i palloncini, quei palloncini di mille e mille colori, brillanti, accecanti, appaganti.
Rossi, gialli, blu, verdi, viola, ancora e ancora; di tutti i colori, quelli conosciuti e quelli per i quali bisogna inventare un nome: gremàti, còsfori, alitttàri, bitridi, e mille altri.
In questo tripudio di forme, colori, musiche e movimenti io provo una sensazione mai provata prima, fortissima, breve ed intensa come un orgasmo, ma ancora più violenta...

DAL MONDO DEI RICORDI...............

Plik! Plik! Plik! Plik! Plik! Plik! Plik! Plik!
Un rubinetto che aveva preso maledettamente a gocciolare, mi svegliò sul finire dell'alba. Era giovedì 24, il giorno dell'appuntamento, e ancora non avevo deciso se andarci o meno. Avevo tutto il tempo per pensarci; tempo che, in buona parte, trascorsi guardando Declizia, osservando il suo sonno, seguendo il suo respiro.
Mi ricordai quando, da piccolo, passavo interi pomeriggi a guardare mio padre dormire sul divano; lo osservavo intensamente, seguivo attentamente il respiro irregolare del suo sonno, terrorizzato dalla paura che improvvisamente quel respiro si spezzasse, si interrompesse, mandandolo all'altro mondo.
Mi stupivo immancabilmente ogni volta che lo vedevo risvegliarsi, uscire da quel provino di morte; provando, al tempo stesso, una sensazione di scampato pericolo.
Anni dopo mi sarei trovato al capezzale di mio padre, in coma; ancora una volta ero lì a seguire l'andamento del suo respiro, stavolta con la certezza che ogni esalazione poteva essere l'ultima.
Stavolta però lo guardavo non sperando neanche più in un suo risveglio; avrebbe solamente prolungato le sue sofferenze.
Dopo tanti provini, la morte stava facendo la sua prova generale, prima di andare in scena.
Mi brucia ancora il ricordo del suo volto serio, impassibile che, pochi giorni prima della morte, mi dice: « È finita!».
In quel momento avrei voluto dire le cose stupide che di solito si dicono in questi casi, le cose che tutti sanno dire così bene e che tutti vogliono sentirsi dire: "Non è vero", "Vedrai che passerà anche questa", "Tra un anno ci rideremo sopra", "Finché c'è vita c'è speranza".
Ma non ci sono riuscito, rimasi al suo fianco, col capo chino, incapace di parlare, avvolto in un mutismo fin troppo esplicito; sapevamo benissimo entrambi che quella era la sua fine ed io non ebbi la forza di mentirgli, non ebbi la forza di dire una cosa falsa, ma che forse gli avrebbe fatto bene sentire.
Non riesco ancora a perdonarmelo.
Utilizzò il suo ultimo sprazzo di vita cosciente per dirmi: «Tuo padre morirà ridendo!».
Quando vidi il suo ultimo respiro, mi sembrò quasi che non fosse cambiato niente, nonostante la sua smorfia di dolore; un attimo c'era, l'attimo dopo non c'era più.
In fondo, cos'è la morte? Un apostrofo nero tra le parole "vita" e "nulla".
Lui mi aveva visto nascere, ed io lo avevo visto morire; il cerchio si era chiuso.
È proprio una strana vita; nei suoi ultimi brandelli di esistenza, abbiamo forse avuto il rapporto più forte da quando ho memoria. Ci siamo dette le cose che avremmo sempre voluto dire ma che, per pudore o distrazione, non eravamo mai riusciti a dirci prima. Probabilmente nei suoi ultimi giorni tracciò un bilancio della sua esistenza, le voci passive, le voci attive; mi brucia il pensiero che in quel bilancio, forse per lui io abbia rappresentato una voce passiva.
È stato bello averlo come padre; ma questo, purtroppo, non sono riuscito a dirglielo.
La cosa che meno accetto della morte è la sua banalità.
Mio padre era morto come uno dei tanti; lasciandomi ultimo superstite della mia famiglia. Nello stesso giorno chissà quanti altri erano morti, quanti nel suo stesso momento, quanti della sua stessa malattia, quanti della sua stessa età; in questa catena di montaggio persino la morte diventa volgare!
Una catena di montaggio che toglie anche l'esclusiva sul dolore, il diritto di soffrire, di arrabbiarsi, di urlare le proprie lacrime; migliaia e migliaia di persone provavano quello che stavo provando, o lo avevano provato in passato, o lo avrebbero provato in futuro.
Tutto così banale: gli uomini muoiono, la natura muore, la terra muore, il sole muore, l'universo intero muore; e noi non siamo che i superstiti di noi stessi.
Mi dispiace papà, ma quando sei morto non hai riso.

 

Testi tratti dal libro Mondi Immondi di Andros Albalibri Editore   Visita Androsart


AFORISMI

La burocrazia è un tumore a un cervello che non c’è.

Al giorno d’oggi la verità non si limita ad essere nuda: si prostituisce.

Il cuore batte dove l’amore duole.

Inutile arrendersi, la vita non fa prigionieri!

Sono un tipo chiuso……per fallimento.

Perché mai dovrei coniugarmi? E’ una roba da verbi!

Chi si monta la testa di solito lo fa con i pezzi sbagliati.

Meno male che siamo alla frutta……almeno a breve ci serviranno il dolce.

Non è importante che Dio esista, ma che si prenda le sue responsabilità.

Tutti si credono furbi; per questo i veri furbi prosperano.

Le guerre? Troppo scivolose per i miei gusti: non si contano i caduti.

Meglio bruciare in un attimo o spegnersi lentamente? Molto meglio non prendere fuoco.

La psicoanalisi non risolve i problemi, si limita a dar loro un nome buffo.

Veniamo al mondo perché qualcuno è venuto prima di noi e continuiamo a venire perché qualcun altro possa venire al mondo.

In fondo non esiste la libertà, esistono solo diversi livelli di prigionia.

In fondo vivere è bello……… se non hai niente di meglio da fare.

Si vive e poi si muore……è proprio vero che le disgrazie non vengono mai sole.

Per molti politici passare dalla destra alla sinistra o dalla sinistra alla destra significa solo cambiare narice.

Si parla sempre del nostro faticare per il raggiungimento della felicità; mai nessun accenno alle fatiche che la felicità affronta per non farsi raggiungere da noi.

Solitudine è sentire il telefono squillare e sapere già che hanno sbagliato numero.

Se una donna continua a farti l’occhiolino e ad invitarti con cenni del capo, lasciala perdere, è piena di tic!

Non preoccuparti, il peggio deve ancora venire!

Metà degli uomini sognano di trovare una donna che li domini; quelli dell’altra metà, la trovano loro malgrado.

Avere una vena artistica è importante, ma lo è ancor di più non avere emorragie creative.

Non capisco l’ipocrisia del dire che chi sta male “sta poco bene”. Sarebbe come dire di un morto che è “poco vivo”.

Ragazzi, che roba la vita: ogni quindici minuti, un brutto quarto d’ora!

Oggi persino un cimitero protestante rischia una carica della polizia.

Non ho niente contro il matrimonio; sono le pratiche per il divorzio che mi seccano.

“Tutto sommato, non mi posso lamentare”, gesticolò il muto.

Vedo un mondo pieno di uomini e donne; dove sono finiti gli esseri umani.

Oggi tutti si dichiarano molto aperti. Con tutte queste mentalità aperte, è pieno di spifferi.

Cosa caratterizza la moda di quest’anno? La solita manica d’imbecilli.

La vita ama i bivi e ama metterci davanti ad essi; mentre noi ci chiediamo quale sarà la strada giusta, la vita se la ride, perché lei sola sa che sono sbagliate entrambe.

Spesso provare a parlare con la gente è come provare a versare un litro d’acqua in un ditale.

Quando ero bambino, tutti i miei coetanei giocavano al dottore e l’ammalata; io ero l’unico ad incontrare solo bambine che godevano di ottima salute.

Perché ostinarsi a chiamare il culo “fondoschiena”? Nessuno si sognerebbe di chiamare la testa “sopracollo”.

Cosa c’è di peggio di una nazione popolata da qualunquisti? Una nazione governata da qualunquisti.

Testi tratti da Un Libro per Riflettere di Andros  Albalibri Editore   Visita Androsart


 

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