ANTONIO PRUDENZANO

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Quelle che state per leggere non sono poesie, ma sensazioni. Il tentativo di fermare alcuni istanti della mia vita e di quelli della realtà che mi circonda. Provare a trattenere qualcosa di questo incessante scorrere.
Il libro contiene una parte delle mie emozioni, paure, illusioni. Non si tratta di pensieri tristi e senza speranza, altrimenti non avrei dedicato questa raccolta al futuro.
I nostri dolori personali dovrebbero avvicinarci, metterci in comunione, e invece oggi questo pianeta è diviso e dominato dall'egoismo e dall'odio.
Circa trent'anni fa, Eugenio Montale si chiedeva (e chiedeva al mondo) se nella modernità ci fosse ancora spazio per la poesia. Ho scritto il "Diario di un insetto" per condividere, con chi lo leggerà, quello che ho dentro.
Qualunque forza ci abbia creato, ha previsto la nostra predisposizione all'incontro e alla comunicazione. Solo l'incontro tra le nostre complicate diversità potrà sconfiggere l'odio. Ognuno sceglie il modo che più gli è congeniale per entrare in contatto con l'altro; ciò che conta è incontrarsi, incontrarsi per salvarsi, senza perdere altro tempo.


Un nuovo inizio

Milano mi ha trasformato:
la mia pelle ha cambiato colore.
Milano sa sconvolgere chi osa provare a capirla.
Milano mi ha indebolito,
e per questo dovrei odiarla.
O forse mi ha permesso
di conoscermi davvero, ed essere
a tu per tu con se stessi fa sempre male.
A Milano non si incontrano cani randagi,
qui siamo tutti cani randagi.
Milano è piena di stranieri,
è fatta apposta per sentirsi stranieri.
Anch'io sono uno straniero,
ma libero di vagare
lungo questi viali senza fine,
libero di urlare la mia interiorità
senza più paura di non farcela.


Il mio corpo è una pietra

Il mio corpo è una pietra
dai contorni ruvidi e irregolari.
Giace immobile su questo pianeta
di pietre annerite dall'insensatezza.
Il mio corpo è il frantumarsi silenzioso
di una pietra vuota che si fa polvere
lentamente.


Un uomo occidentale

lo sono un uomo occidentale,
abbandonato da Dio.
Solo e impaurito, corro incontro
ad una morte metropolitana,
di quel tipo che non arriva mai perché è già tua.


A Sua immagine e somiglianza

Rottami dappertutto
lungo le strade di questa città
(bombardata nella sua anima).
Corpi e vite gettate al macero
come rifiuti riciclabili.
Eppure dovremmo essere stati creati
a Sua immagine e somiglianza...
Allora Dio chi è?


Orgoglio randagio

Vagabondano fieri i cani.
Orgoglio randagio.
Mi sento come loro,
lieto della mia assenza di certezze,
amante disperato di una libertà
che forse mai raggiungerò.


Io (scrivano senza nome)

Rondine danzante, accoglimi
in volo con te, ora.
Verso mari infiniti ineffabili...
Quale destino ineluttabile per noi
figli del vento...
... lungo deserti di inutili parole...
Catarsi nel ghiaccio,
resurrezione dei nostri versi.
Ma questa non è poesia!
No, non può essere!
Questo è sangue, e scorre incessante
macchiando il foglio bianchissimo
che un giorno sarà
il mio lascito al mondo.
lo (scrivano senza nome),
bisognoso di lasciare una traccia,
anche solo una traccia,
del mio turbolento passaggio
su queste strade sconosciute.


Metropolitana

Quante storie celano questi occhi:
la metropolitana è satura di gente
dallo sguardo smarrito.
Penso alle vite
di queste donne e di questi uomini,
ai loro drammi, e mi viene voglia
di urlare bestemmie alla notte,
di urlare che sarebbe stato meglio
se non fossimo mai nati.


In un pantano

Sto camminando in un pantano,
ho i piedi bagnati e il puzzo
di questo terriccio melmoso nella testa.
Sono stanco, ma devo accelerare il passo
perché tra poco farà buio
e ritrovare la strada di casa sarebbe impossibile.
Ho voglia di buttare tutto al vento!


Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa...

Versi depressi di presunti poeti
che si sentono Dio in terra,
in realtà spaventati da tutto.
Il mondo non ha bisogno
di gente che non vuole sporcarsi le mani.
Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
Chiedo scusa per tutti i pensieri tristi
a cui vi ho costretto fino ad ora.
Non volevo, giuro non volevo tediarvi,
lettori sconosciuti, con i miei lamenti.
Mi licenzio all'istante dal club-clan-setta
dei "poeti pessimisti".
Giuro di non presentarmi più a quelle noiosissime riunioni.
Non fatevi un'idea sbagliata di me.
Non mi interessa fare il decadente con
l'illusione di attirare la vostra compassione.
Io non voglio più restare a guardare
questo suicidio generale.
Quella che sto urlando
è una canzone infuocata,
punk distorto e zero compromessi commerciali.
Sì, Joe Strummer ne sarebbe orgoglioso.
Urlo contro il sistema, il palazzo, i mafiosi, gli ipocriti, i guerrafondai,
i miei coetanei-fotocopie senza niente da dire,
contro chi ammazzerebbe
i propri figli per il potere-denaro.
Ci definiamo "cittadini", ma senza aver capito
cosa questo implica e vuol dire.
Pasolini è stato l'ultimo poeta "cittadino".
L'hanno ucciso perché viveva da cittadino.
Un vero cittadino sa che la vita
è comunione con il prossimo e impegno civile.
Sa che la vita è un viaggio sociale.
E intanto la notte dei morti viventi
sta per arrivare.
Ci restano solo sei giorni per evitarla.
Dio in sei giorni ha creato tutto, poi, il settimo, si è riposato.
Noi in sei giorni possiamo ancora salvarci.
E dal settimo, forse, potremo finalmente
cominciare a vivere.


Mafiosi dentro

Siamo mafiosi dentro,
alla continua ricerca
di raccomandazioni,
pronti a tradire la verità
per non sentirci chiamare
“spie infami senza onore”.

Ma non sono queste le spie infami
E qui non c’è alcun onore
Da salvaguardare.

Quale onore nella viltà dell’uomo omertoso!?

Svegliamoci giovani addormentati.
Continuiamo a commettere
Gli stessi errori dei nostri padri.

Corriamo a bruciare
le ville dei boss, dei politici,
delle bestie umane mafiose
che lo Stato corrotto
non osa sfiorare.

Ma bruciamo pure le case
dei nostri padri, delle nostre madri,
dei nostri vecchi se sono colpevoli.

Diamo fuoco al passato,
risvegliamoci!

Testi tratti dal libro Diario di un Insetto di Antonio Prudenzano  Albalibri Editore Milano 


DUE OCCHI VICINI MA LONTANISSIMI

Febbraio, uno qualsiasi di questi anni grigi e tutti uguali =

Federico ha diciassette anni. Federico è quasi sempre triste, anche se è bravo a fingere il contrario. A scuola nessuna ragazza lo degna di uno sguardo, e lui ha sempre tanti brutti pensieri. Ultimamente è ossessionato dal sesso. Lo terrorizza pensare che nel suo futuro per "quella cosa" non ci sarà mai spazio. E ormai lui "quella cosa" la odia. Da qualche settimana si ritrova spesso a piangere, ma è attento a non farsi scoprire. Ripensandoci è certo che non gli capitava da almeno dieci anni: neanche una lacrima dai sette ai diciassette anni.
Oggi la sua vita fa schifo. Lui fa schifo. Per questo si sente in diritto di star male. Comincia ad odiare anche i libri a cui si era accostato speranzoso di trovarvi empatia. Libri che stavano diventando la sua droga. Ma quei personaggi così soli, così umanamente distrutti di Kerouac, Fante, Baudelaire, Bukowsky, possono fargli compagnia solo per un po'; poì, ad un certo punto della storia, capita sempre che loro si allontanino. Capita ogni volta che trovano redenzione nel sesso. Sesso per liberarsi dal dolore. Sesso che sempre di più spaventa Federico, più della vita stessa.
Non ha mai avuto un amico. Di queste cose non ne parla con nessuno. Del suo dolore non parla con nessuno. Preferisce tenersi tutto dentro. È febbraio fa freddo. Tra qualche mese Federico sarà aggiorenne, ma il solo pensiero, anziché eccitarlo, lo angoscia. Sa che non appena avrà raggiunto la fatidica età, per lui il suo "problema" sarà diventato davvero una montagna senza fine.
Nella primavera del 1994 Kurt Cobain si sparò un colpo in bocca sperando di raggiungere la serenità. Federico, che al cantante dei Nirvana vuole bene davvero, spera che lassù il suo amico l'abbia trovata. Per lui, invece, non sarà lo stesso.
È certo che non si suiciderà mai, comunque dovessero andare le cose. Non ne avrebbe il coraggio. Con il suo dramma sarà costretto a convivere ancora a lungo. Deve farsene una ragione.
Oggi finalmente è uscito il sole. Erano due settimane che pioveva di continuo. A scuola i suoi compagni hanno organizzato una partita. Anche se sa di non essere un gran che con il pallone tra i piedi, Federico non vede l'ora di giocare. Ma loro non l'hanno scelto. Gli hanno preferito un ragazzino due anni più piccolo che dicono sia un buon portiere. A ferirlo di più è stata la crudele trasparenza con cui tutto è avvenuto. Davanti ai suoi occhioni sempre più muti, ha visto scarabocchiare rapidamente la pagina di diario che lui stesso aveva messo a disposizione con i nomi di tutti i maschi della classe. Il suo, però, alla fine era l'unico che non c'era. E per i suoi scompagni era del tutto normale. Perché è normale che in questo mondo vinca sempre il più forte. Per gli introversi, i deboli, i brutti, non c'è spazio. Chi è diverso è il nemico da far fuori. Immediatamente. Tornando a casa Federico si sente schiacciato da una morsa sporca di grasso. Quella stessa morsa verde scuro che la sera prima ha montato con suo padre. Ma come al solito non è stato in grado di ripagare la sua fiducia. Ed ha sbagliato. Non gli era proprio venuto in mente che andassero prima inserite le lastre inferiori e poi i fermi. Visto poi il risultato finale, con tutta l'enorme struttura in ferro che non si reggeva in piedi, è stato costretto ad ammettere il suo assurdo stupido errore, ed ha dovuto ricominciare tutto il lavoro daccapo, facendo così perdere tanto tempo prezioso a suo padre. E Federico si è odiato, si è odiato tanto. E si è sentito addosso tutto il peso di due occhi fissi sulla sua inettitudine. Due occhi immensi e sporgenti proprio come i suoi. Gli occhi di suo padre arrabbiato e deluso. Due occhi vicini, una lontanissimi.
Improvvisamente Federico ha sentito un'onda di lacrime salirgli dal cuore. Ma con tutto se stesso è riuscito a trattenerla. Più tardi, quella notte, ha bagnato il suo cuscino di un pianto caldo e amarissimo. L'amarezza della sua dannata diversità. L'amarezza della sua ennesima insopportabile sconfitta.
Stamattina si è svegliato di soprassalto. Saranno state le sei. Un incubo lo ha svegliato. L'ennesimo. E non è più riuscito a riprender sonno. Troppi brutti pensieri l'hanno avvolto tutti insieme. Lui si è sentito completamente indifeso. Indifeso e solo.
Federico, tenendo forte il suo cuscino ancora umido, pensa che alla sua età non ha ancora mai baciato una ragazza. Pensare che al telegiornale del giorno prima hanno spiegato che gli altri diciassettenni in Occidente sono già espertissimi, non fa che accrescere il suo tormento. Un misto di invidia, rabbia e rassegnazione prende il suo corpo. Ma deve fare presto, perché a furia di pensare al suo merdoso destino si sono già fatte le otto, e la campanella del liceo non tollera ritardi.
Da qualche tempo ormai Federico trova enorme sollievo scrivendo versi su versi. Per lui scrivere sta diventando uno sfogo vitale. Che tante volte lo ha già aiutato a non soffocare. Rileggendole a distanza di pochi anni, Federico troverà le sue brevi poesie ridicole e infantili, ma in questi giorni tristi e senza vita, le sue poesie sono tutto ciò che ha. Ed è proprio in questi giorni, che sta scoprendo con sorpresa che solo scrivendo riesce a mettersi a nudo completamente, arrivando finalmente a parlare con la sua anima senza inibizioni, senza vergogne.
Federico è veramente felice perché può scrivere dei suoi sogni. Anzi, di quel suo unico umanissimo sogno che tanto ardentemente spera si avveri prima possibile: scoprire cosa significa essere amati e soprattutto casa significhi amare una donna. Ogni volta che pensa ad un verso, vive nella sua fantasia quello che sta per mettere sulla carta. E prova piacere. Ecco perché scrive.

Ma al puzzle di questa storia, che in parte forse è anche la mia storia, manca ancora un tassello... e sarà un tassello decisivo... che farà cambiare tutto......più forte anche di un destino solo apparentemente segnato...

Un mese dopo, maggio =

La gita è arrivata come un dono del cielo. Firenze è splendida. E proprio in gita Federico ha fatto una scoperta rivoluzionaria: ha conosciuto Sonia. Sonia che è stata per quattro anni nella classe accanto alla sua e lui non si è mai accorto della sua presenza, ma forse doveva proprio andare tutto così... Sonia ha due anni meno di Federico. Ed entra nella sua vita lentamente, dando l'illusione di esserci per poi ritrarsi, e poi di nuovo tornare. Questa volta per restare. In ritardo come la primavera di quest'anno, come tutte le cose belle, che arrivano solo al momento giusto... anche Sonia ha problemi con se stessa e con il mondo. Ha tante paure, ma, nonostante tutto, anche lei ha una voglia matta di sopravvivere.
Dopo che in gita si sono scambiati qualche battuta, prima in compagnia e poi una volta anche da soli, tornati a casa si sono subito cercati.
Tutto con molta naturalezza, una naturalezza leggera e bianca. La loro amicizia sta crescendo di giorno in giorno. Quando a legare sono il sangue e il dolore, la corda è quasi impossibile che si spezzi. Ed ormai solo stando insieme, con le loro mani che si cercano e subito si stringono come due magneti potentissimi, riescono a farsi forza.
Due amici mano nella mano. E gli altri non apprezzano perché non riescono a capire. Ma è i1 loro è certamente un legame insolito, originale. Probabilmente non c'è un nome per il sentimento che li lega... o forse sì? Cascate di parole ogni volta che sono insieme, entrambi pronti ad asciugarsi il viso se ce n'è bisogno. Insieme per
sopravvivere al dolore della vita. E divertendosi tantissimo, attorno ad un falò sulla spiaggia, a fine luglio hanno festeggiato il compleanno di Federico. Federico che adesso è maggiorenne, e il fatidico giorno per lui non si è rivelato poi così drammatico come qualche tempo prima aveva previsto...

Sei mesi dopo, fine gennaio =

Febbraio è pronto a tornare. E Federico non ha ancora mai baciato un ragazza. Con Sonia continua a vedersi quasi ogni giorno. Spesso fanno i compiti insieme. In tutto questo tempo hanno capito tante cose. Hanno aumentato la loro fiducia in se stessi, superando così pian piano milioni di paure. E forse, anzi sicuro, un po' sono anche cresciuti.

Una spinosa questione... =

Quando anche marzo, con i suoi giorni grigi e gelidi, ultimi sospiri dell'inverno; sta per finire, nella testa di Federico c'è posto per un'unica spinosa questione: chi è per lui davvero Sonia? Ed è un enigma che gli stringe la pelle ed i nervi. Una domanda che gli lascia solchi enormi, soprattutto sul petto, dalle parti del cuore. Federico ha paura.
Ma oltre alla paura, ha anche tanta voglia di crescere una volta per tutte. Non può più temere la verità. La musica distorta ed emotiva degli ultimi Nirvana, quelli di "In Utero", travolge la sua stanzetta con tutta la sua irruenza. Stavolta Sonia non può aiutarlo. Deve trovare il coraggio dentro di sé.
Finalmente ha capito. Capito che al suo cuore non può assolutamente mentire, perché sarebbe mortale. E non può mentire neanche a Sonia.
Domani è il giorno. Nei minuti che impiega per raggiungere il luogo dell'appuntamento prova una sensazione nuova. Per la prima volta Federico sente che si sta comportando da uomo. Chissà cosa penserebbe di lui suo padre adesso...
È arrivato. Non ha più scampo. Ora deve dirglielo. Lui la ama. Non sa come lei potrà reagire, non può saperlo, ma deve dirglielo lo stesso.
La vede arrivare di corsa. Sonia come al solito gli sta sorridendo. Federico andandole incontro si rende conto che la sua vita sta per cambiare.


NON DOVEVA FARGLI ANCHE QUESTO

Se a questo ragazzone pelato trenta euro vanno bene, un'altra nottata di lavoro sarà finita, pensa Floriana avvicinandosi alla macchina ferma davanti a lei. Il terzo cliente quella notte. Se accetta, sono novanta euro in tutto. Forse, questa volta, quel bastardo non la picchierà, ed il freddo di Gennaio sarà meno freddo. Dopo che negli ultimi tre mesi, praticamente dal suo arrivo in Italia, ha provato per la sua persona ogni sorta di disprezzo, vergogna, odio, pensando più volte al suicidio dal cavalcavia in fondo allo stradone, da un paio di giorni Floriana sembra essersi rassegnata. Rassegnata al suo ineluttabile stato di schiava spinta a calci da un uomo all'altro. Senza una voce né un'anima. Privata della sua stessa vita, del suo futuro, del suo essere ancora una ragazzina di sedici anni e mezzo. Circa quattro mesi fa, li ricorda bene quei giorni con l'inverno alle porte, passava il tempo a studiare ed a parlare di ragazzi e di moda con le sue amiche. Poi una sera a casa arrivò lo zio Boris. Passava a salutare la famiglia di suo fratello tre volte l'anno. Zio Boris è un famoso fotografo, o almeno questo ha sempre raccontato. Ascoltando le sue avventure, in Floriana cresceva le speranza di un futuro lontano dal povero paesino di campagna nel quale viveva. Un futuro nel mondo dello spettacolo, fuori dalla sua Romania... il cinema... l'America... non appena sentirono Boris proporre di portare con sé Floriana in Italia per fare la modella e guadagnare montagne soldi, i suoi genitori fecero molte resistenze. Il mattino dopo, però, papà Goran aveva già cambiato idea. C'era bisogno di denaro. Così, quella sera stessa Floriana lasciava per la prima volta la sua famiglia ed il suo paesino di campagna. Non piangeva. Anzi era eccitatissima. La presenza di zio Boris la rassicurava. Floriana pensa al giorno della sua partenza come ad un momento lontanissimo nel tempo. Allora era ancora una bambina; oggi è una donna che la sofferenza ha reso forte e matura, ma, nello stesso tempo, è anche una persona tremendamente sola. Dopo una sosta nella capitale per risolvere alcuni problemi burocratici, erano partiti in pullman verso l'Italia. Con lei e lo zio c'erano altre ragazze, tutte bellissime e probabilmente più grandi di lei, oltre ad alcuni amici dello zio; avevano una brutta faccia, e per tutto il resto del viaggio Floriana era restata seduta accanto alla sola persona di cui si fidava. Arrivati in Italia le ragazze erano state divise in gruppi. Insieme ad altre quattro compagne e a zio Boris si erano fermate in un albergo di Modena, una città che Floriana non conosceva. Non poteva sapere che, dopo i fatti di quella notte, la sua vita sarebbe cambiata per sempre. Quella notte perse la verginità nel modo più brutale possibile. E da quella notte zio Boris per Floriana divenne un incubo ricorrente che non l'avrebbe mai più lasciata libera. Ma solo la sera dopo capì con chiarezza come sarebbero andate d'allora in avanti le cose per lei. Da allora ha avuto rapporti sessuali, più o meno riusciti e più o meno dolorosi con tanti uomini. Da allora, ogni giorno che è passato la sua solitudine è cresciuta insieme al dolore.
Sin da piccolo, Giuseppe è sempre stato il più grosso dei suoi compagni. Oggi ha vent'anni, è nel primo anno di università, e dentro di lui il bisognó di avere una ragazza è fortissimo. Giuseppe non ne ha mai avuta una. Giuseppe non è mai stato felice nella vita. Neanche una gioia momentanea, niente. La sua condizione di iper-obeso lo ha costretto a vergognarsi tante volte di se stesso. È sempre stato molto timido, debole, e orinai non ha più la forza per provare a cercare la felicità. Perché non ci crede più. Il destino per lui ha scelto così, e non lo può cambiare. Suo padre non approva che sprechi il tempo in inutili studi. Vorrebbe avergli fatto fare la sua stessa vita: a cinque anni il trasferimento da Reggio Calabria a Modena con tutta la famiglia; a tredici il primo impiego come garzone; in pochi anni la promozione nella stessa ditta di muratura di suo padre; avanti così per quarant'anni; poi la pensione. Giuseppe il fine settimana resta quasi sempre a casa; un po' perché non sa con chi uscire, un po' perché non gli piace. Le poche volte che lo fa, finisce schiacciato per tutto il tempo dagli insulti dei suoi presunti amici. E muore dalla voglia di avere una donna che non gli faccia pesare il suo orrendo aspetto fisico.
Una donna che riesca ad apprezzarlo per quello che lui in fondo è, un ragazzo normale che ha solo bisogno di sentirsi amato. Così, nel più totale sconforto, stasera che è venerdì, ha preso la vecchia Tipo blu e si è immesso sulla provinciale. È spaventatissimo.
Ai lati della strada ci sono decine di ragazze seminude. Per Giuseppe è la prima volta, continua a guidare piano ed a guardarsi intorno, incapace di decidersi. Alla fine si ferma. Una bionda con una giacca rossa gli si avvicina. Sembra straniera, dell'est europeo. Il cuore di Giuseppe sta battendo forte. La ragazza gli dice: "Venti euro ti stanno bene?", lui risponde con un sorriso impacciato, e lei sale senza dire niente per qualche chilometro.
Giuseppe spera che la persona al suo fianco non si accorga che sta tremando. Poi, mangiandosi le parole, fa: "Io sono Giuseppe, piacere, tu come ti chiami?", e lei: "Floriana. Senti, alla prossima gira destra, c'è un posto tranquillo". Giuseppe obbedisce in silenzio; subito si trovano davanti un largo piazzale, circondato da alberi altissimi. Giuseppe spegne il motore e Floriana gli dice di abbassare il sedile e di rilassarsi; per lui è un'impresa proibitiva, lo spazio è pochissimo. Ma ora Floriana ha iniziato a massaggiarlo. A un certo punto si ferma e comincia a spogliarsi lentamente. Giuseppe fa la stessa cosa con assoluta vergogna. Floriana gli sorride. Lo sta baciando, per lui è la prima volta. È lei ad aiutarlo ad indossare il preservativo. I movimenti di Giuseppe non possono non essere goffi, ma alla fine, con l'aiuto di Floriana, riesce a venire. E per la prima volta nella sua vita è felice. Per la prima volta è orgoglioso di se stesso. Per la prima volta ha il coraggio di guardarsi con rispetto. Floriana è l'unica persona che è stata in grado di capirlo. E adesso, mentre lo aiuta a rivestirsi, continua a baciargli il collo e a sorridergli. Neanche sua madre lo ha mai capito. Sin da piccolo lo ha ingozzato di cibo come prevedeva la sua cultura contadina, perché un bambino che non è paffutello o è già malato o lo diventerà presto. Giuseppe la sta riaccompagnando. Vorrebbe dirle tante cose ma soprattutto una: grazie. Ma non riesce a dire niente. Si sente come l'autista personale di una donna bellissima, e se questo fosse vero, a lui basterebbe per stare bene. Sono arrivati. Adesso vorrebbe dirle: perché lo fai? Ma anche questa volta non dice niente. Prova pena per lei e si sente un po' in colpa. Pur di alleviare il suo dolore, ha contribuito ad accrescere quello di un'altra persona debole come lui. La sofferenza ha reso Giuseppe un ragazzo iper-sensibile, oltre che iper-obeso. Il dolore che quella donna cerca di nascondere lo rattrista enormemente. In quel momento ha la conferma che nel mondo non soffre solo lui. Al contrario, questo sembra essere il destino della maggior parte delle persone. Dio stesso, nella persona di suo Figlio, ha dimostrato a tutti gli uomini che per raggiungere l'eternità del cielo è necessario passare attraverso il dolore. Gesù Cristo ha dovuto sopportare il martirio per fare ritorno da suo Padre. Tanti altri figli di Dio hanno subito lo stesso trattamento. Giuseppe non si sente troppo lontano da loro. Anzi, è consapevole del suo essere uomo che ha sofferto e soffre ancora tanto, e crede che anche Floriana faccia parte dello stesso esercito di uomini e donne soli scelti per restare in eterno, ma che prima devono vivere e soffrire sulla Terra. A volte, questo che è il più inspiegabile assoluto mistero del Cristianesimo, terrorizza Giuseppe al punto che non osa rivolgersi ad un Dio tanto assurdo da capire per settimane, prima di riprovarci. Pensa a tutto questo tornando a casa. Adesso per Giuseppe i giorni non sono più una punizione del cielo. Sembra essersi scordato del passato fatto di tedio e sangue dal mattino fino alla sera. Finalmente c'è una luce anche per lui, un
obiettivo. Decide di tornare da Floriana due sere dopo e lei lo riconosce, e gli sorride mentre lo saluta con quella sua voce lunare che Giuseppe Ormai sente di continuo; quella voce che sta diventando il suo totale nutrimento, la sua ossessione. Nelle ultime tre settimane ha percorso la strada per la tangenziale almeno una dozzina di volte. A sua madre ha detto di essersi iscritto in palestra, tanto per farla stare tranquilla e giustificare i soldi che le ha chiesto in prestito. Ma
dopo la volta che le ha fatto male con il suo peso, Giuseppe non ha più chiesto a Floriana di fare sesso; si è accontentato dei suoi baci e del calore delle mani bianche sulla sua pelle tremante; e soprattutto è andato a cercarla sapendo di andare a passare un'ora felice. Perché lui sta bene e riesce a parlare solo con lei, e solo con lei non ha paura di sfogare il suo dolore. Giuseppe è convinto che sia la stessa cosa anche per Floriana, e ieri notte si è deciso. Deve convincerla a dire basta a quella vita. Vuole assolutamente che lei denunci quei farabutti che le stanno rubando soldi, sogni e dignità. E magari, nel finale di questo sogno ad occhi aperti che Giuseppe fa da giorni, spera che Floriana abbia poi voglia di cominciare un'altra esistenza al suo fianco. Perché un Dio che ama tutti i suoi figli indistintamente non può non concedere, dopo tanto dolore, un po' di felicità già in Terra.
È il dodici di febbraio, la via Emilia è avvolta da una fitta nebbia, ma, nella foschia, attraverso i vetri appannati, Giuseppe riesce a vedere e soprattutto a sentire che le ragazze sono là. Decide di fermare la macchina e di continuare a piedi. Si accorge che sono assai meno dell'altra volta. Ad un tratto gli sembra di scorgere Floriana. Ma si accorge presto che non si tratta di lei. Però approfitta per chiedere alla ragazza: "Sai dirmi se c'è Floriana, la conosci no?", ma la ragazza scuote la testa ed indica un'altra donna a qualche metro da lei. Giuseppe va a farle la stessa domanda. "No, Floriana non più qui, partita ieri, capo mandata nord, Germania, insieme altre ragazze". "Ma in Germania dove, di preciso, lo sai?". "No, io non so niente, non posso dire niente, tu va via, via". Era una possibilità che Giuseppe non aveva considerato, e nella nebbia riesce solo a gridare a Dio che non doveva fargli anche questo.

Testi tratti dal libro Abrasioni di Antonio Prudenzano Albalibri Editore Milano


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