CAPITOLO II°
II.1
HUMOUR IN MEMORIAM. UN'INDAGINE PIU' APPROFONDITA.
Nel 1970 George Mikes è ormai convinto di essere
un umorista. Sono passati dodici anni da
quando scriveva nella prefazione alla ventiquattresima edizione del suo fortunato libro How To Be an Alien:
"It is
that this book has completely changed the picture I used to cherish of myself. This was to
be a book of defiance. Before its publication I felt myself a man who was going to tell
the English where to get off. I had spoken my mind regardless of consequences; I thought I
was brave and outspoken and expected either to go unnoticed or to face a storm. But no
storm came. I expected the English to be up in arms against me but they patted me on the
back: I expected the British nation to rise in wrath but all they said was: "quite
amusing". It was indeed a bitter disappointment." (1) |
Egli viene considerato uno scrittore brillante a pieno titolo da illustri studiosi
quali Robert Escarpit (2), Tony
Mayer (3) e Pierre Daninos (4) , e ciò a
maggior ragione, gli dà l'occasione di indagare sul fenomeno umoristico proprio là nel
momento e nel luogo dove si crea e cioè in lui stesso. Nasce cosi il testo in questione Humour
in Memoriam.(5) dove Mikes affronta in modo più organico ed esteso quanto già aveva intrapreso nel 1954.
Il libro, come recita la nota dell'editore è: " Half philosophy and half anecdote,
about the nature of humour and national variations in it, and the sad or merry character
of a humorist."
In esso Mikes vuole nuovamente offrire un contributo al mondo letterario parlando
dell'umorismo, che a detta di alcuni critici dell'epoca era in fase di decadenza: egli
infatti conferma il probabile momento di "défaillance" dello humour e osserva:
"Humour,
as we shall see, has many ingredients, some of them not very attractive. But two of the
essential (and attractive) are wisdom and self-mockery. This age is not wise; and it
cannot afford self-mockery. (pp. XI) |
Proprio per questo l'atmosfera non può essere umoristica, ma la realtà lo è
involontariamente e ciò appare evidente all'occhio dell'attento osservatore qual è Mikes
che spietatamente sottolinea:
"Humour
is as dead as Chaplin; Keaton and Lloyd-films are. It cannot be rescued; it cannot
survive. But it can resurrect. This age cannot be the purveyor of humour; but it can - and
will, be the proper subject of it. (pp.XII) |
Egli nel suo lavoro evidenzia sin
dall'inizio lo scarso interesse concesso agli umoristi dal mondo letterario:
"I
wrote a book on a number of humorous writers and artists, I found that none of my eight
humorists - with the exception of Evelyn Waugh - had been the subject on any serious
appreciation; I discovered that in Mr. Edmund Wilson's two volumes - being the literary chronicles of the twenties and thirties - James
Thurber's name was not even mentioned, and there was only one passing reference to
Sthephen Leacock; in the Columbia Enciclopaedia there was no entry under
"Humour" or to be more precise - "Humor". (pp. 8) |
tuttavia non tralascia di rilevare
come, al contrario, sia diffuso l'interesse per l'"umorismo" in generale, sul
quale sono stati scritti un numero incredibile di volumi, al punto che: "Their
bibliography alone would amount to a considerably heavier volume than this book of
mine." (pp.8)
Egli
rivisita quindi velocemente le principali teorie, citando esempi dalla Bibbia, da Platone,
Aristotele, Hobbes, Harrington, Dr Johnson, Hegel, Bergson, Koestler e Freud, per
concludere che, nonostante ci sia sempre da imparare, questi pensatori in fondo in fondo
non hanno del tutto le idee chiare:
"Most
philosophers distinguish between wit, joke and humour - as a perfectly legitimate
distinction, but they write as if the three belonged to three different, hermetically
sealed and strictly non-communicating departments. Having established this principle of
segregation, they proceed to mix up the three elements and it is often not clear which one
they have in mind.(ibid. pp. 8) |
Rivelandosi concorde con il pensiero del Croce
che sosteneva: "Ma pretendere dall'Estetica le definizioni di questi sentimenti
(tragico, comico, sublime, umoristico) sarebbe il medesimo che pretendere da lei le
definizioni dell'amore, dell'odio, della gioia.... Sarebbe in altri termini assegnare
all'estetica il campo che è proprio della Psicologia descrittiva..." (6) Mikes ricorda che:
"Humour
is an utterly different problem for the philosopher, for the psychologist and for the
literary essayist." (pp.7) |
e conclude che in ogni caso è
difficile che si possa capire, fare o spiegare l'umorismo se non si possiede
intrinsecamente il cosiddetto "Sense of humour":
"A
philosopher with a sense of humour will laugh at a joke instead of performing a post
mortem on it; and a philosopher will not be able - however competent he may be otherwise -
to teach us a lot about the sense of humour if he himself lacks one." (pp.7) |
E' in effetti l'apologia della sua opera e della sua indagine; egli si sente
autorizzato a parlare dell'umorismo, a spiegarlo, a realizzarlo, perchè in concreto egli
è uno scrittore umorista:
"For
practical purposes, we may agree on two points: 1) We may
know a great deal about humour without knowing
exactly what humour really is. 2) As a
working definition, sufficient for our purposes, we might accept the original latin
meaning of the word: humour is a flavour, an essence, simply a way of looking at things. Humour, like
beauty, is in the beholder's eye. (pp. 11) |
L'Umorismo per Mikes è dunque una
qualità innata, frutto di una struttura genetica e naturalmente anche di un'educazione
ambientale; il tutto origina un paricolare carattere, una paritcolare sensibilità, una
tipica concezione del mondo che si tramuta in una vera e propria filosofia. Per Mikes inoltre, l'umorismo, benchè come quasi
ogni cosa possa vantare i suoi lati negativi, merita in ogni caso la nostra
considerazione:
"...I
do believe with Freud, that humour is one
of the highest psychical achievement and that it has certain redeeming features which put
it among the great gifts of humanity. It is not all snow-white; it is not one hundred per
cent beauty and bliss but, warts and all, it deserves our respect and affection. (pp. 13) |
Non ritenendosi in ogni caso né un filosofo né uno psicologo egli passa, con le
dovute riserve che competono al suo rangodi scrittore, da lui stesso peraltro
sottolineate:
"I am
a simple pratictioner - a G.P. of humour- I wish to record my thoughts, experiences,
problems and the curios, sometimes frustrating relationship between the humorist and his
raw material." (pp.9) |
ad analizzare questi fatidici
ingredienti dell'oggetto del suo libro.
II.2 LE
COMPONENTI DELL'UMORISMO.
A questo punto Mikes sottolinea i principali elementi in grado di meglio definire
la tematica, anche se è implicito che l'analisi non vuole essere di carattere
rigorosamente scientifico.
Mikes per prima cosa individua quella che ne risulta essere una delle componenti
fondamentali in senso lato, vale a dire, l'aggressività. Non vi è dunque niente
di innovativo ed originale fino a questo punto; infatti già Bergson (7) nel suo libro, come del resto anche autori più
recenti non hanno tralasciato di evidenziare questa caratteristica. (8)
Mikes, comunque, ribadisce tale peculiarità, e seguendo le tracce di Grotjhan (9),inizia con l'analisi di una
specifica forma di comportamento, in grado di suscitare il riso, che ha sicuramente una
valenza aggressiva e cioè il "Kidding":
"Kidding
means to treat someone like a kid, in other words, assume a superior, pseudo-authoritarian
attitude towards him. "The inveterate Kidder", writes Dr grotjan,
"expresses his own conflict with authority (usually with his parents) and projects it
onto his victim. The Kidder imitates his father torturing his "kid" who is in a
position of humiliation and passive endurance.... He can
dish it out but he cannot take it. (pp. 13) |
Questo è evidentemente solo un esempio e forse anche dei più banali, in ogni caso
serve ugualmente allo scopo. Il "kidding" infatti rivela proprio la messa in
discussione della componente superiorità-inferiorità alla base del fenomeno
"riso"-"umorismo" o perlomeno il ribaltamento di tale componente, e
conseguentemente la sua appropriazione al fine di ottenere il risultato desiderato.
Viene in ogni caso nuovamente messo in evidenza il fatto che in quasi tutte le
circostanze si ride o ci si diverte sempre a spese di qualcuno, anche se abbiamo già
visto che quel qualcuno può essere il soggetto stesso che fa dell'umorismo.
Ceccarelli nelsuo saggio ben sottolinea
questo punto: "Quindi si ride con qualcuno, di qualcun altro. Il messaggio
"aggressivo" è rivolto a quel qualcun altro al di fuori del gruppo, mai ad uno
di coloro con cui si ride. Rispetto al Sorriso, che chiaramente appare come una relazione
"duale", il riso si presenta come relazione "triadica", fra almeno tre
individui." (10)
Altri esempi di
"aggressività" vengono forniti dal "practical joker" che è
considerato un burlone, un eterno adolescente che si diverte a spese altrui. Mikes riporta
l'esempio di uno scherzo che soleva fare il fratello:
"My
brother would also stop someone in the street and ask him if he knew where, say, Bradford
Avenue was? the victim would say: no, he didn't know. Then my brother would explain to
him, with all due decorum, that it was second on the right." (pp.14) |
Dopo il "practical joker" è la volta dell' "osservazione
spiritosa", Mikes, prima di considerarla nelle sue caratteristiche, al fine di
illustrarla riporta alcuni esempi:
"Or
remember one of F.E. Smith's famous rejoinders to the judge who told him off pompously:
"I am afraid, Mr Smith, that even after your opening remarks, I am not much
wiser." "Not wiser, my Lord" came the retort, "but better
informed." (pp. 14) "Or, Wilde again, having been informed that Osgood, the
go-ahead publisher who advertised the fact that all his books were published
simultaneously in London and New York, had died: "He is a great loss to us". I
suppose they will bury him simultaneously in London and New York: (pp. 15) |
Negli frasi sopra citate ricorre una caratteristica comune, al di là infatti del
tipo di azione o pensiero che inneschi una più o meno chiara forma di
umorismo, troviamo evidente che uno degli interlocutori in questione non fa altro che
dimostrare la sua superiorità prendendosi gioco del suo avversario; Mikes non manca di
sottolinearlo:
"But,
whatever their charm, all these remarks are offensive, aimed against a victim and designed
to establish the wit's superiority over him." e ancora: "The witticism is a thinly disguised
insult: you are either able to retaliate on the same level or you have to grin as if you
enjoyed it." (pp. 15) |
Cominciano a questo punto a meglio delinearsi le caratteristiche e quindi il
carattere dell'umorista; egli è un individuo con una personalità comunque forte e
piuttosto aggressiva, dotato di intelligenza e di arguzia, che non perde mai l'occasione
di intervenire con una tecnica o con un'altra al fine di puntualizzare o evidenziare
qualcosa, a scapito ovviamente di qualcuno, che viene a trovarsi in una posizione
subalterna e diventa il bersaglio del riso altrui.
Al di là delle strette e rigide separazioni, il "wit" viene dunque
intimamente legato all'umorismo, anche se a volte si cerca di descriverli in modo
differente; a questo proposito Umbero Eco
sottolinea: "nella conversazione comune si suole identificare spesso Umorismo con
"spirito", dicendo "ha molto senso dell'umorismo" di una persona
capace di improvvisare in ogni situazione dei motti di spirito. In tal senso l'U. si
assimila allo spirito come capacità delle "acutezze" e
"concettosità" linguistiche, al Wit inglese, al Witz tedesco e all'Esprit
francese." (11) Mikes continuando
nella sua indagine insiste sulla valenza aggressiva del Wit e quindi dell'umorismo. I
riferimenti alle ricerche psicanalitiche di Freud
e Grotjahn
sono oltremodo evidenti e molte delle sue convinzioni sono dovute a questi eminenti
studiosi. Egli li cita entrambi ed è concorde con i loro giudizi:
"the
wit.... is hostile, often with a skilful, artful, highly developed, sophisticated meannes
and viciousness; says Dr. Grotjahn, and he compares him to a man who plays with sparks but
never lights a warning fire. He thinks that the wit's irresistible tendency to make witty
remarks is his way of releasing his hostility. (pp.15) e ancora: "He (Freud) thought
humour was one of the highest psychical achievements. "Humour", he added, is a
means of obtaining pressure in spite of the distressing effects that interfere with it. He
also speaks of the -Grandeur of humour- and, in a later definition, he regards it as an
economy of pity. He acknowledges that the frontiers of humour can be expanded to include
even horror and disgust. (pp.
10) |
Un'altra componente essenziale dell'umorismo è il "
cinismo ". Tale caratteristica, oltre a spiegarne meglio la natura, indubbiamente
serve a delineare la personalità e l'ideologia del cultore umoristico. Naturalmente
l'artista moderno e Mikes soprattutto non
coincidono perfettamente con la figura del cinico dell'antichità, hanno comunque varie
doti in comune:
"The
cynic is a special type of wit: he is not just a "distressing fault-finder", as
one dictionary defines him. the Shorter Oxford Dictionary is much better: The cynic is one
disposed to decry and sneer at the sincerity
or goodness of human motives or actions! This refusal to believe in human goodness is an
essential factor in the cynic.... The cynic either pulls down something lofty and noble to
an everyday level, or sees the mean motive behind the noble act.... Cynism often belittles
the great and attacks God himself. (What a great country God could make of the United
States - if he only had the money.) (pp. 15-16) |
Dunque siamo in presenza di un individuo che interagisce oggettivamente con
l'ambiente sociale che lo circonda; l'umorista, che è dunque cinico, osserva, critica,
lancia anatemi, corregge, esorta, aggredisce, è perciò un elemento attivo ed il suo
ruolo è importante.
Anche per queste posizioni l'influsso di Freud è chiaro; nel suo testo sul Motto
di spirito leggiamo infatti: "Ma oggetto dell'attacco del motto di spirito possono
essere anche le istituzioni, le persone in quanto rappresentanti delle istituzioni, i
dogmi della moralità o della religione...(12) e più oltre: "Adesso sappiamo il nome
che deve essere dato ai motti di spirito simili agli ultimi che abbiamo interpretato. Sono
motti di spirito cinici, e quello che nascondono è il cinismo". (13)
Mikes
continua:
"The
cynic makes fun of death; or he jokes about the downright horrible. Cynism keeps tears
away, which is why soldiers joke about impending battles, or ambulance men - otherwise not
given to cynism - about road casualties". (pp. 16) e più oltre: "The cynical
joke is an attempt to tame a powerful opponent. The cynic tries to get on familiar terms
with Death, or God, or Cancer, tries to make Death his chum... This is one way of taming
death, of making it look less frightful. (ibid. pp. 17) |
troviamo nei passi riportati delle
concezioni che ci rimandano chiaramente a Freud
il quale scriveva: "Ora lo humour è un mezzo per ottenere il piacere nonostante le
emozioni penose che intervengono; agisce da sostituto per la nascita di queste emozioni;
si mette al loro posto... al prezzo della mancata liberazione di un'emozione: nasce da un
risparmio nel dispendio dell'emozione. (14) Ecco
dunque perchè il grande Freud considerava così positivamente
l'umorismo; infatti egli successivamente puntualizzerà: "La grandiosità risiede
evidentemente nel trionfo del narcisismo, nell'affermazione vittoriosa
dell'invulnerabilità dell'IO. L'IO rifiuta di lasciarsi
affliggere dalle ragioni della realtà, di lasciarsi costringere dalla sofferenza, insiste
nel pretendere che, i traumi del mondo esterno non possono intaccarlo, dimostra anzi che
questi traumi non sono altro per lui che occasioni per ottenere piacere." (15)
A questo punto Mikes accomuna la " satira " agli altri ingredienti del
fenomeno umoristico:
"What
is true about kidding and wit and cynism, applies with even more accuracy to the more
complicated literary forms: satire, for example. Satire is also a way of aggression, a way
of humiliating others and establishing the satirist's superiority - Even if the satirist
does not state - or imply - that he could do better than his subject, sitting in judgement
on others always implies superiority." (op. cit. pp. 18); |
l'idea di superiorità e di un giudice
che aggredisce qualcosa o qualcuno è nuovamente presente e Mikes prosegue chiedendosi:
"Who
and What are the targets of Satire?" e subito giunge la risposta: "The satirist
is often a powerless individual whose only weapon is his pen with which he fights kings,
tyrants and obnoxious political systems." (ibid. pp. 18) |
La metafora della guerra è palese,
ed i termini "weapon" e "fights" sono significativi; siamo dunque in
presenza di un conflitto, anche se di tipo retorico: Mikes continua:
"Humour,
because it is aggressive, is a weapon, indeed a very effective weapon. If it serves a good
cause, if it is aimed at the right target, it can be an admirable corrective or a great
benefactor. But in addition to its aggressive content; a sense of humour also involves a
sense of proportion." (ibid. pp. 21) |
Siamo ad una svolta, appare qui l'altro lato della medaglia. Non siamo più di
fronte ad un eroe imperturbabile e spietato, aggressivo e combattente che miete vittime in
ogni direzione; dobbiamo ridimensionare la sua figura; egli risulta essere anche benevolo
e mite, incline all'indulgenza e soprattutto umile, qualità che sono favorite dal timore
che anch'egli nutre nei confronti dell'ordine prestabilito e che sono sostenute dalla sua
vigliaccheria:
"Why
did I become a humorous writer instead of, say, an aggressive revolutionary for which my
dislike of authority might well have predestined me? I do, of course, have the humorous
outlook...., but I also choose to speak the truth - as I see it - in a comic manner
because I do not dare to take it seriously, like the court jester of another age, I want
to protect myself against the wrath of my victims by the cry: "I was only
joking." (ibid. pp.
25) |
Lo stesso concetto si può riscontrare anche nel detto di un altro scrittore che
asserì :" L'umorismo è il solo mezzo per non farsi prendere sul serio anche quando
si dicono cose serie: che è l'ideale dello scrittore. (16) Appare dunque il lato meno
eroico e nobile dell'umorista; quella codardaggine che assurge anch'essa a protagonista
fondamentale.
"On
the other hand we have seen three types of cowardice in the humorist: 1) The
"don't shoot back, I am only joking" type of cowardice of the court jester..... 2) The
cowardice of the cynic who is so terrified of death or something else, that he tries to
fraternize with... 3) The
cowardice of the satirist who, protected by the powers that be, makes fun of the poor, the
weak - in all cases the enemies of his powerful master. (ibid. pp. 20) |
Questa forma di vigliaccheria rimanda all'aspetto masochistico dell'umorismo, già
peraltro messo in luce da Grotjahn (17). Mikes condivide questa
interpretazione e la associa intrinsecamente alla componente aggressiva del fenomeno:
"Humour
always comforts you; to some extent it helps to extricate you from
a sad, even unbearable situation. Self-irony is also self-consolation; it cheers you up.
But self-irony is also a preventive mechanism: it wards off an anticipated attack. This
self-irony, even occasional self-degradation, is not capitulation to your enemies: it does
not have to mean accepting yourself at their valuation. On the contrary, it may contain a
great deal of defiance. It may signify: you don't need to decry and attack us, we see
ourselves more clearly and we do it ourselves. (pp. 87)
|
Mikes giunge a queste considerazioni attraverso l'analisi dell'atteggiamento del
popolo ebraico e del suo particolare spirito, da una parte volto all'autocritica e
dall'altra diretto ad attaccare i propri oppressori.
Il carattere masochista di un certo tipo di umorismo sarebbe in ogni caso, un
artificio del linguaggio e quindi del comportamento, rivolto ad attirare la simpatia verso
il soggetto più debole; attraverso una forma di sottomissione di una delle parti in
conflitto, simbolicamente rivelata, si cerca di stimolare la comprensione e l'amore della
parte dominante.
Per Grotjahn
, ripreso testualmente da Mikes, si tratta comunque solo di una maschera masochista
attraverso la quale si ottiene una vittoria e la grandezza stessa, è insomma la vittoria
tramite la sconfitta, è l'apoteosi del più debole e dell'oppresso; aggressione e
auto-punizione, per ottenere una specie di redenzione e di felicità attraverso la
sofferenza, come sosteneva Theodor Reik (18) che d'altronde è stato il
primo a rendere note queste teorie.
Mikes ricava da queste ulteriori riflessioni un'idea chiara di cosa significhi
avere un senso dell'umorismo e di cosa comporti per la società in cui si vive:
"Only
a sense of humour can make a man see (more or less) his proper place in this world.
Certainty and cocksureness are incompatible with a sense of humour. Humour means
scepticism and doubt in everything: in all established values, virtues, habits, sacred
dogmas and even facts: and first of all in oneself. It is scepticism and doubt which have
been mostly responsible for progress. A sense of humour is maturity and wisdom: and there
is no maturity and no wisdom without a sense of humour." (ibid. pp. 22) |
Aggressività e saggezza, o vigliaccheria, contibuiscono a rendere scettico e
dubbioso lo stesso umorista che evita quindi lo scontro violento con le Istituzioni e
preferisce dialogare costruttivamente al fine di contribuire ad una sana e pacifica
evoluzione dell'umanità.
II.3
L'OGGETTO DELL'UMORISMO ED IL RISO.
Approfondire i vari aspetti e i molteplici significati dell'umorismo comporta, tra
le altre cose, il valutare di cosa in effetti si possa occupare quest'arte che riesce a
suscitare il riso e la riflessione. Certamente gli argomenti affrontati non sono solo
banali e senza senso; la scrittura umoristica non è sempre e solo divertente e Mikes lo sottolinea dicendo appunto: "My writing is
often a mixture of the serious and the funny." ; si tratta senz'altro di uno stile
piuttosto elastico, tanto che permette in caso di pericolo di ritrattare il significato di
quanto prima espresso, infatti: "The rule is: if anyone gets angry, I claim to have
been joking." (pp.25)
Una delle caratteristiche, in ogni caso, fondamentali per l'umorista deve essere la
consapevolezza della propria e dell'altrui debolezza e fallacità; quindi ciò che lo deve
sempre distinguere è una spietata lucidità intellettuale che lo porta ad essere un
personaggio dall'invidiabile equilibrio mentale:
"A
sense of humour always contains an element of self-denigration, acceptance of one's own
weakness. To see your own foibles, silliness, weakness, vanity, erratic nature and be
genuinely amused by them is the true test of a sense of humour. The man who can only laugh
at things, events, situations and other people has no sense of humour. (pp. 24) |
Attraverso queste ulteriori considerazioni giungiamo al nucleo fondamentale della
questione; l'oggetto dell'umorismo è praticamente l'universo stesso, con tutte le sue
componenti, i suoi fenomeni, le sue grandezze e le sue piccolezze, noi compresi:
"I do
not say that it is legitimate to joke about any subject under the sun at any place and at
any time but I do say that only the time and place are the decisive factors here, not the
subject." (pp. 26) |
Esistono
indubbiamente delle precauzioni, sarebbe infatti sgradevole scherzare con una madre in
lutto per la prematura scomparsa del giovane figliuolo; si tratta soprattutto di osservare
parametri di tempo e di luogo; anche tematiche tristi, come la morte appunto, possono
costituire un ottimo oggetto risibile, (Ci riferiamo al famoso Gallows humour, o
Galgenhumour, umorismo nero per l'appunto.) anzi come abbiamo visto in più di una
occasione è proprio il compito dell'umorista quello di sdrammatizzare
anche gli eventi più tragici della nostra esistenza:
"
Literature is full of funny deaths and amusing funerals: laughing at death gives us triple
pleasure: (1) the pleasure of the joke itself; (2) the malicious joy of laughing at
death's expense, and (3) the pleasure of taming Death and fraternizing with him (see the
last chaper). This is caused by our desire to overcome fear and death, and has nothing to
do with the question whether death is a legitimate subject of humour." (pp. 27). |
Queste
considerazioni richiamano alla mente le interpretazoni freudiane sull'argomento, proprio Freud infatti,
parlando di questo genere di umorismo, che affronta tematiche scabrose, mette in luce come
si possa essere influenzati psichicamente e ricavare piacere dai motti di spirito che
tendono ad affermare "l'invulnerabilità dell'IO", nei confronti degli
avvenimenti reali che possono affliggerci. Per
Freud il piacere che si ottiene, o per
dirla in un altro modo, l'attenuazione
del dolore, deriva da "un risparmio nella pietà", egli infatti scrive: "
La situazione che dovrebbe portare il criminale alla disperazione potrebbe far nascere in
noi una grande pietà; ma questa pietà viene bloccata, perche capiamo che egli, che è
più direttamente interessato, prende la situazione alla leggera."(19)
Sembra proprio che anche Mikes la pensi così; sono proprio i soggetti più
autorevoli e seri che meglio si prestano ad essere affrontati e ridimensionati
dall'umorismo:
"It
is,indeed, the grand, the majestic,the impressive, the awe-inspiring, the redoutable,
which are, primarily, the legitimate subject of humour: they must be tamed, humanized, cut
down to size." (pp.
30) |
A questo punto l'autore prosegue approfondendo le proprie riflessioni sul
"riso", quale evidente prodotto dell'umorismo. Il riso in prima analisi non è
altro che un "phisical reflex like sneezing and crying" e fin quì l'opinione in
merito è generalmente condivisa da tutti gli studiosi che hanno affrontato la tematica;
è interessante comunque rilevare come Mikes dia in primo luogo rilievo all'aspetto
psicologico del riso:
" A
lot of oriental people laugh when occidentals would cry or show anger... Laughing at a sad
story - a tragic story - is an oriental convention. The teller of the story does not want to embarass you
- the laughter means: " I'm going to get this shock over, I do not mean to ask for
your sympathy...." (pp.
31) |
A parte dunque le convenzioni, che dimostrano tuttavia la loro preponderanza nel
vivere sociale, è riscontrabile proprio in questo uso del "riso" un'alta
componente di autodifesa psicologica che ci rimanda alle spiegazioni di Freud,
e Bergson (20); come per l'umorismo, il riso
in questo caso vuole dimostrare " l'invulnerabilità dell'IO" e agisce quindi da
"shock absorber". (21)
E' ovvio che Mikes fa sempre riferimento ad un "riso" spontaneo e
genuino, e quindi non simulato a seconda delle diverse situazioni sociali; egli è infatti
conscio che l'uomo può facilmente simulare questo "riflesso" grazie alle sue
abili doti di mentitore.
Il "riso" naturale e non comandato è dunque in qualche modo legato al suo fenomeno contrario, cioè il "pianto": "You donot, however, have to travel as
far as Bangkok or Tokio to see that laughter and tears are closely related, indeed, often
interchangeable" (pp. 32); entrambi agiscono come elementi di sfogo e di
consolazione, non sono altro che la nostra reazione alla forza e alla violenza della
natura, e forse per questo Panzini definiva
l'umorismo come l'unione del tragico e del comico (22), definizione che si congiunge
perfettamente a quanto diceva Bergson, il quale sosteneva che assistendo alla vita da spettatore indifferente molti drammi si
trasformerebbero in commedia. (23), ed in findei conti l'Umorismo non è che una forma di
difesa psichica che ci rende più refrattari ai dolori dell'esistenza e trasforma appunto
la tragedia in un evento comico.
Ecco perchè il "riso" è stato definito aggressivo e satanico,
espressione della forza e del carattere temerario dell'uomo; esso deve infatti cercare di
supplire, la tragicità del destino e quindi non può essere un'espressione mite e
pacifica, ma deve in qualche modo manifestare la nostra rabbia ed i nostri dubbi su un
certo ordine dell'universo, da secoli professato come assoluto ed infallibile, e
rinvigorirci nell'animo e nello spirito, come nota Mikes:
"Laughter,
someone said, is taken as a sign of strength, freedom, health, beauty, youth and
happiness. (pp. 37) |
A proposito di queste osservazioni sul "riso" è utile considerare le
interpretazoni di alcuni studiosi che si sono impegnati in questo tipo di ricerca; per Chapiro (24) che, pur criticandolo, si rifà a Bergson la comicità e quindi il riso creano appunto un'illusione
di irrealtà che serve a proteggere la
nostra "menzogna subconscia" e ci impedisce di
cadere nella disperazione che ucciderebbe il nostro " élan vital",
infatti questa "illusion répéteé d'irréalité" fa si che più nulla ci possa
toccare, dato che tutto è irreale.
Queste ulteriori analisi non possono non condurci ad un rapido confronto con Léon Dumont che scriveva: "le risible peut
etre defini: tout objet a l'égard duquel l'esprit se trouve forcé d'affirmer et de nier
en meme temps la meme chose." (25)
Ciò ci rimanda ad un certo tipo di umorismo che basandosi appunto sull'irrealtà e
su nuove costruzioni fantastiche, rompe il famoso "principio di contraddizione"
e quindi la logica della nostra realtà. Ecco perchè Mikes e altri umoristi, osservando
le contraddizioni e le incongruenze della vita, non fanno altro che esprimere quel famoso
"sentimento del contrario" che per Pirandello era alla base dell'umorismo e non
solo; infatti per il grande drammaturgo "tutti i fenomeni, o sono illusori, o la
ragione di essi ci sfugge, inesplicabile. Manca affatto alla nostra conoscenza del mondo e
di noi stessi quel valore obiettivo che comunemente presumiamo di attribuirle. E'una
costruzione illusoria continua. (26) Dunque l'unico modo per contrastare questa
illusorietà ed affrontare, giocandoci, la realtà resta
l'approccio umoristico.
Mikes prosegue restringendo il suo campo d'azione, il riso infatti può essere
provocato da molti stimoli, ma poichè la sua ricerca è finalizzata all'umorismo, egli
sottolinea che: "That we are here concerned only with the laughter generated by
humour."(pp. 33), anche se in alcuni casi i riferimenti alla comicità o ad altre
forme artistiche che generano il riso sono inevitabili. Egli analizza rapidamente le teorie di Bergson, Koestler, Freud,
Monro, Greig e di altri cultori dell'umorismo come Voltaire, o W.C. Fields ecc. e non
perde l'occasione per esprimere le sue pungenti critiche, leggiamo per esempio quanto
scrive a proposito di Monro:
"He
also mentions Greig's theory of ambivalence which, through proper and lengthy Freudian
reasoning, comes to the conclusion that laughter is due to the ambivalent element in every
joke. We nod: this sounds promising. But the inference would be that we laugh at
mothers-in-law because our attitude to them is ambivalent. We are driven to the conclusion
that our attitude to everything is ambivalent and, if this is true, than life is one
endless joke. (pp. 35) |
Il piglio polemico di Mikes che a volte, sulle orme di altri pensatori, ironizza
sul lavoro di eminenti filosofi è comprensibile, essendo un umorista non deve infatti
perdere l'occasione per fare dello spirito alle spese di visioni teoriche che
necessariamente hanno dei punti deboli:
"As I
said before, if we want to read witty and thought-inspiring things about humour and
laughter, we might turn to the philosophical literature dealing with them. If we want to
find out what laughter really is, we will not get far. (pp. 36) |
In effetti le teorie sul riso sono numerose e spesso contrastanti e nel loro
insieme non arrivano comunque a dare delle spiegazioni sufficientemente esaustive. Con la
sua solita schiettezza e lucidità Mikes avverte questa confusione; vi sono infatti varie
differenzazioni tra comico e umoristico, tra il riso e il sorriso, tra gli aspetti
psicologici e letterari e tra le varie cause che generano questi fenomeni, ma in fin dei
conti si tratta solo di distinzioni schematiche e convenzionali che hanno comunque molto
in comune e non arrivano da un punto di vista euristico a risolvere definitivamente la
questione.
Per quanto riguarda poi l'umorismo, che a detta di molti dovrebbe generare solo un
lieve sorriso, Mikes scrive:
"The
truth is that good-quality highbrow humour may make you laugh, even roar with laughter,
the reverse of this, however, is not true. Loud laughter is certainly no proof that you
are laughing at something intellectually satisfying and truly witty (by the standards of
the normal, educated person - if he exists) (pp. 36-37) |
Come al solito dunque non vi è una
sola, certa e inconfutabile verità, ma vi è la combinazione di più elementi che di
volta in volta si mescolano e generano particolari tipi di di fenomeni.
Per Mikes è tuttavia evidente che la gente ama ridere e divertirsi ed ama i
personaggi che favoriscono queste manifestazioni; il riso infatti soddisferebbe il
primitivo istinto di aggressività che il genere umano ancora conserva e proprio per
questo sarebbe così gradito: naturalmente questa è solo un'osservazione che vuole
riaffermare l'aggressività della specie umana ed in questo non penso che non si possa essere d'accordo con Mikes.
II.4 HUMOUR AND JOKES.
Dopo aver analizzato il fenomeno umoristico nei suoi tratti più essenziali ed
evidenti Mikes comincia ad inoltrarsi nel campo a lui più congeniale, dove si ha appunto,
mediante l'artificio letterario, la realizzazione umoristica. I testi in questione non
sono infatti saggi di natura filosofica, nel senso più profondo del termine, bensì
collage narrativi dove, intorno ad un nucleo centrale, si intrecciano un insieme di
svariate considerazioni e riflessioni, supportate da esempi, da aneddoti, e da citazioni
che l'autore attinge dai più svariati settori della letteratura.
Una delle forme più comuni per ottenere un effetto risibile e quindi generare
dello Humour è senz'altro la "barzelletta",
o diversamente chiamata in un gergo più specifico "motto
di spirito" che assume nella lingua
inglese il termine polisemico di "joke".
Mikes riporta la seguente definizione:
"The
Oxford English Dictionary defines a joke as a thing said or done to excite laughter;
witticism, jest; ridiculous circumstance: Nuttall's says: a jest to raise laughs:
something witty or sportive; something not serious or in earnest. One could argue that
these definitions are not perfect. But as (a) everybody can argue that no definition is
perfect, and (b) we all know what a joke is - I shall not waste too many words on this
point. (pp. 75) |
Non si tratta quindi dell'importanza di definire un termine in un modo o
nell'altro, bensì ciò che sta a cuore a Mikes è il fatto che l'invenzione di un "joke" deve ritenersi un'
attività creatrice e quindi artistica;
a questo proposito egli si rifà al pensiero di Arthur
Koestler (27) e afferma:
"It is
obvious that inventing a joke is a creative activity which should come under the
definition of art. Telling a joke is a performance, it is performing art. (pp. 75) |
Naturalmente vi sono varie categorie di Jokes, esse possono avere forme e contenuti
diversi, e ciò che caratterizza definitivamente l'umorismo potenziale di queste strutture
è sicuramente il "contesto". Da
questo momento in poi vedremo infatti in più occasioni come in effetti l'umorismo sia
intimamente connesso alla realtà e al contesto sociale in cui nasce e si sviluppa. Walter
Nash per esempio scrive: "The context is the
playing surface of the joke; a background, a condition, a set of limiting facts. In
Humour, as in usage generally, context may be verbally linguistically, in the understood
situation or the general cultural assumption. (28) E' altresì vero che il contesto
è importante quasi in ogni questione, ma in questa diviene l'elemento indispensabile.
Per Mikes è fuori discussione che l'arte di inventare o raccontare "jokes"
non è
solo finalizzata a suscitare il divertimento
e quindi il riso, ma assume un ruolo di più vasto respiro sociale e culturale:
"First
of all, a joke can put things, definitions, ideas in a nutshell.... Secondly, jokes can
elucidate things, often more revealingly than long and complicated scientific
definitions..... A joke or anecdote can prick pomposity and show up cant and hypocrisy
better than any other method. (pp. 77) |
Vediamo dunque che l'intento di Mikes non è di spiegare il funzionamento dei
"jokes", che significherebbe d'altro canto trovare la tanto anelata , esatta
interpretazione dello Humour, ma è quello di illustrare ed argomentare, con l'apporto di
azzeccati esempi, lo scopo sociale e le potenzialità ideologiche che possono assumere
tali "storielline" all'interno di un determinato contesto.
In questo egli si trova in perfetta sintonia con Freud che nella sua opera asseriva: " Nessun
dubbio che proprio come l'orologio pone un meccanismo particolarmente buono in una cassa
di eguale valore, lo stesso accada con i motti di spirito, tanto che i migliori risultati
nel campo dei motti di spirito sono usati come involucri per pensieri di maggiore
sostanza." (29)
Siamo di fronte ad una letteratura che veicola dunque ideologie all'interno di
forme scherzose e divertenti, ma il cui fine ultimo è alquanto serio. In oltre non c'è
dubbio che quanto messo in rilievo da Mikes nell'analizzare l'intento dei vari Jokes ci
può aiutare considerevolmente a verificare la fondatezza di alcune interpretazioni
psicologiche dello "Humour".
La barzelletta di qualità, con un supportointellettuale, può venire considerata
puro umorismo; raccontata come parabola, come esempio, al modo degli antichi
"exempla" latini e medievali, può realmente avere un contenuto ed un effetto
emotivo considerevole:
"Or
take the political joke - another case where the joke, while it must be funny in its own
right, has a deeper, more significant meaning. (pp.80) Under oppressive regimes jokes
replace the press, public debates, parliament and even private discussion - but they are
better that any of these.....The joke is a flash of lightning, athrust with a rapier. It
does not put forward the "argument" that the tyrant is possibly mistaken: it
makes a fool of him, pricks the pomposity, brings him down to a human level and proves
that he is weak and will one day come crashing down. Every joke told weakens the tyrant,
every laugh at his expense is a nail in his coffin. That is why tyrants and their henchmen
cannot possibly have a sense of humour, any more than an archbishop can be an atheist or a
monarch a republican. No one living in the free atmosphere of a western democracy can
imagine the liberating and invigorating effect these jokes have as they spread from mouth
to mouth. (pp.98) |
In queste frasi possiamo, oltre che ad apprezzare l'amore di Mikes per i
"jokes" ed il suo disdegno per le dittature, estrinsecare un aspetto
fondamentale della problematica.
Per chiarire meglio la situazione dobbiamo rifarci al già citato saggio di Ceccarelli: in questo testo l'autore parlando
dello "stimolo chiave" che è il diretto responsabile della nascita del
"riso" scrive: "Ma è chiaro come il nostro stimolo chiave possa essere
messo in relazione con la definizione di ciò che provoca il riso fornita dalla teoria
della "superiorità/degradazione." L'affinità è evidente: la rivelazione di
una inadeguatezza al rango comporta senza dubbio una "degradazione" di chi o che
cosa subisce il tracollo, e per conseguenza si può mettere in gioco una
"superiorità" di colui che ride rispetto all'oggetto di riso. L'unica vera
differenza sta nel fatto che la nostra specificazione sottolinea che deve esistere una
pretesa non fondata, si potrobbe dire "illeggittima", alla posizione di alto
rango. (30)
Dunque posto queste premesse, poichè la società umana si basa su una struttura
gerarchica, dettata da regole, leggi e convenzioni che non sono naturalmente perfette ed
ideali, risulta chiaro come l'umorismo sia un mezzo per rivelare le lacune ed i difetti di
questo sistema e si scagli proprio contro chi detiene il potere e lo manipola in modo
scorretto, rivelandosi quindi non degno di tale status e rivelando al contempo la propria
"pretesa illeggitima alla posizione di alto rango."
Ecco perchè nelle descrizioni che Mikes offre delle barzellette politiche risulta
evidente lo sfogo e insieme l'attacco critico e pacifico di una parte della popolazione
contro i propri oppressori.
L'umorismo è, come del resto gran parte della letteratura comico-burlesca, quindi
un frutto della creatività progressista ed
illuminata delle fasce sociali più critiche e moralmente attive che lottano da sempre per
un assetto sociale più giusto e sereno. Gli scopi dei motti di spirito possono essere
comunque molteplici e a seconda della tipologia, degli argomenti e del contesto essi assumono significati, valenze e funzioni diverse,
possono essere utilizzati per creare
divertimento, distensione e relax, e possono al tempo stesso svolgere un'azione di critica
e di attacco nei confronti di tutti gli agenti nocivi che inquinano la nostra convivenza
sul pianeta.
Comunque per interpretare al meglio queste espressioni della comunicazione umana è
chiaro che dobbiamo abbandonarci ad uno stato di serena accettazione dell'umorismo, in
senso lato, anche quando può pungere il nostro amor proprio o la nostra condizione,
dobbiamo insomma abbandonare preconcetti e pregiudizi:
"We
are hit by the joke but, as psychoanalysts put it, our ego regresses, gives up some
control and for a moment relaxes its jealous,
guarding position. This is really the ability to laugh at ourselves. We are able to let
down our defences and laugh at our own expenses. (pp. 49) |
Quanto riporta Mikes è senz'altro dovuto alle sue letture psicologiche
sull'argomento; Freud per esempio nel suo
articolo sull'umorismo nota: "Fuori di questo ambito, sappiamo che il Super-Io è un
padrone rigoroso. Si dirà che il suo lasciarsi andare fino a rendere possibile all'Io il
conseguimento di un piccolo piacere mal si concilia con questo suo carattere severo. La
cosa principale è l'intenzione a cui l'umorismo serve, sia che esso si eserciti sulla
propria persona sia che si eserciti sugli altri. L'umorismo vuol dire: "Guarda, così
è il mondo che sembra tanto pericoloso. Un gioco infantile, buono appunto per scherzarci
su !" (31)
Di fondamentale importanza è la mentalità che deve caratterizzare l'umorista;
egli deve avere una "forma mentis" ed una metodologia di approccio alla cultura
tale da consentirgli di assumere una posizione critica ed obiettiva nei confronti delle
questioni del mondo, deve quindi essere consapevole della fallacità del genere umano e
umilmente deve essere pronto a riconoscere i propri limiti, che sono d'altronde i limiti
di tutta la specie.