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PREMESSA

 

   Innumerevoli sono gli studiosi che si sono occupati del fenomeno comico-umoristico e che hanno cercato di spiegare le ragioni psicologiche e sociali del riso; tale constatazione di fatto è una sicura prova dell'importanza che la questione riveste nell'ambito della ricerca culturale. Per di più la letteratura anglo-sassone ha offerto nel corso dei secoli brillantissimi esempi di scrittori satirici ed umoristici; perciò vari anglisti hanno dedicato grande interesse a tali autori ed alle tematiche congiunte alla loro scrittura.

  Non va poi dimenticato che il riso, le battute di spirito, ed il linguaggio comico in generale rivestono una grande importanza nel mondo teatrale e cinematografico, come del resto nella vita sociale di ogni giorno.

  Per tali ragioni e per un interesse del tutto personale, ho creduto opportuno dedicare tale lavoro all'analisi dell'opera di uno scrittore umorista qual è George Mikes.

  Poichè non esistono su tale autore libri di critica, ho impostato la ricerca basandomi sull'ampia bibliografia che tratta delle tematiche comico-umoristiche in generale ed ho cercato quindi di valutare quale possa essere il contributo di una certa letteratura, e nel caso specifico di tale autore, all'etica ed all'estetica dell'esistenza.

  Ho cercato inoltre, applicando le diverse teorie sul comico all'analisi  di una certa produzione artistica, di individuare, attraverso confronti e parallelismi, quali siano effettivamente le caratteristiche del fenomeno umoristico; soffermandomi con particolare attenzione sugli aspetti psicologici e sociologici della questione.

 

 

CAPITOLO I°.

                                                   

 

 I.1  IL TERMINE UMORISMO. LE ORIGINI.

 

 

   Secondo la concezione ippocratica, ripresa poi nel II°secolo d.C. da Galeno e successivamente, nella fisiologia medievale e rinascimentale,  da Ben Jonson e Robert Burton, gli "Humours" (umori)  erano liquidi (1) contenuti all'interno del corpo ed erano elementi  fondamentali per la preservazione dell'organismo. Il giusto equilibrio di tutti questi componenti era necessario per una buona salute e la malattia derivava proprio dall'irregolarità di questa mistura. Tale dottrina, detta dell'Umoralismo, serviva quindi a stabilire il "temperamento" di un individuo, cioè il suo "carattere" ed era alla base della individuazione patologica del tempo.    Successivamente il temine "Humour" venne ad indicare una condizione di squilibrio mentale, un vizio, una mania, una valenza negativa dell'individuo.

  Ben Jonson, nel suo "Every Man out of his Humour" distingueva due tipi di "humour"; il primo legato alla natura intrinseca  del soggetto  (True Humour) ed il secondo legato

alle condizioni sociali  dell'epoca, alla moda (Adopted  Humour).  In questo tipo di commedia, detta appunto "Comedy of humours" egli tratteggiò una acuta analisi della società del suo tempo, che offriva umori e modi adatti alla rappresentazione satirica. Non a caso nel Rinascimento apparve  "L'Elogio della Pazzia" di Erasmo da Rotterdam che venne affermando l'embrione di quello che sarebbe stato il nuovo spirito critico delle generazioni future.

  L'opera è indicativa ed illuminante per poter meglio affrontare il fenomeno umoristico, infatti parte proprio dall'autocritica e dall'analisi dei difetti dell'uomo per evidenziare gli aspetti irrazionali o folli della psiche umana; guardando le cose alla rovescia e facendo uso di strumenti come il paradosso e l'ironia, attacca satiricamente tutte le classi sociali consolidate dell'epoca e va affermando una nuova libertà intellettuale. Il mondo stava cambiando, il nuovo universo era alle porte, i grandi pensatori non si accontentavano di un'interpretazione fissa della realtà, non accettavano i "dogmi" e gli "idola" del passato e si battevano per affermare le loro idee, le loro scoperte, i loro metodi. Fù di questo passo che attraverso le ricerche e gli scritti di Galileo, Keplero, Copernico, Campanella, Bacone, Leonardo, Newton, Locke, Hobbes ecc.  la vecchia concezione del mondo crollò e apparve l'attuale configurazione.

  L'apporto della cultura e della ricerca anglosassone fu indispensabile al processo di rinnovamento e nel frattempo nell'ambito letterario gli inglesi cominciavano ad essere orgogliosi per l'eccellenza delle loro commedie e andavano affermando che queste erano superiori a quelle degli antichi e dei moderni francesi grazie al loro "humour". Il primo che cercò di spiegare la particolare eminenza dello humour negli inglesi fu William Temple che nella sua Of poetry del 1690 asserì che la natura umoristica era propria della nazione inglese ed era dovuta alla ricchezza del suolo, alla tolleranza  del governo e all'incertezza del clima. (2) Il termine perdeva così la sua valenza negativa di "affected manner" e diventava un'espressione naturale e caratteristica di una nazione di uomini liberi e ricchi.

  William Congreve in Concerning humour in comedy (1695) confermò le osservazioni di Temple ed un altro scrittore nel 1777 condensò la storia del "True humour" in poche parole dicendo: "At length Commerce, and her companion Freedom, ushered into the world their genuine offspring, True Humour." (cfr. nota 2).

  Un nuovo clima culturale, più liberale e democratico, più espansivo e scientifico, andava sempre più affermandosi, grazie anche e soprattutto alla grande Rivoluzione del 1688,  che aveva  reso consapevoli gli inglesi della loro libertà e delle loro forti potenzialità. E' evidente che il concetto di "Humour" andava sviluppandosi in stretta connessione con l'evoluzione del concetto di "Natura" che appariva  in tutte le sue più  varie manifestazioni, proprio nelle  classi  che avevano un ordinamento di regole più elastico, meno influenzato dai modelli culturali dell'epoca e dove i sentimenti naturali e primordiali erano parte integrante  di tale sistema di vita.

  A questo punto il termine aveva assunto valenze positive, indicava lo stato d'animo e la disposizione intellettuale di una classe liberale e ottimista, incline all'allegria, estremamente fiduciosa nelle proprie possibilità, attenta alla fenomenologia del reale, pronta a criticare e a divulgare. Lo spirito di questo nuovo atteggiamento è riscontrabile in un celebre brano dell'Addison (3) dove l'autore affermava che dalla Verità (Truth) nasce il Buon Senso (Good Sense), e da questo lo Spirito (Wit), il quale Spirito, sposandosi con una parente di linea collaterale, l'Allegria (Mirth) genera lo " Humour".

  Sin dalle origini dunque tale "Humour" si  caratterizzò come una realtà complessa; questo contribuì a generare  un po' di confusione, soprattutto in chi cercò di definirlo, tanto che nell'edizione dell'Enciclopedia Britannica del 1771 l'autore dell' articolo   sull' Umorismo,  invece  di  elaborare  una definizione precisa,  rimandò  i  lettori a due altre voci ecioè "Fluido" (Fluid) e "Spirito" (Wit). (4)

   Dunque     proprio  in  questo   periodo  storico  che  si preparò il terreno che genererà in seguito  scrittori  che  esalteranno con le loro opere la letteratura inglese e  con- tribuiranno al successo di quello che ormai era diventato un vero e proprio stile.

 

                              

 I.2  DALL'EPOCA ROMANTICA AI TEMPI MODERNI.

 

  Con l'epoca romantica le definizioni si sviluppano ulteriormente, sino a delineare il concetto di "Umorismo" in modo sempre più articolato e profondo. L'Umorismo sembra diffondersi sempre più con l'evoluzione culturale della società stessa e sembra diventare la caratteristica peculiare di quello che è ormai un nuovo spirito vitale, tipico delle popolazioni anglo-germaniche, infatti come scriveva il Nencioni: "L'antichità, nel suo felice equilibrio dei sensi e dei sentimenti, guardò con calma statuaria anche nelle tragiche profondità del destino. L'anima umana era sacra e giovine allora, né il cuore e l'intelligenza erano stati tormentati da trenta secoli di precetti e di sistemi, di dolori e di dubbi. Nessuna penosa dottrina, nessuna crisi interiore aveva alterato la serena armonia della vita e del temperamento umano. Ma il tempo e il Cristianesimo hanno insegnato all'uomo moderno a contemplare l'infinito, a paragonarlo con l'effimero e doloroso soffio della vita presente. Il nostro organismo è continuamente eccitato e sovraeccitato; e secolari dolori hanno umanizzato il nostro cuore. Noi guardiamo nell'anima umana e nella natura con una simpatia più penetrante, e vi troviamo delle arcane relazioni e un'intima poesia ignote nell'antichità.... Il riso d'artista e la comica fantasia di Aristofane, alcuni dialoghi di Luciano, sono eccezioni. L'antichità non ebbe, nè poteva avere, letteratura umoristica.... Si direbbe che questa  sia la  caratteristica delle letterature anglo-germaniche. Il cielo crepuscolare e l'umido suolo del Nord sembrano più acconci a nutrire la delicata e strana pianta dell'Umorismo." (5)

 

   Questa è un'opinione condivisa anche da Giorgio Arcoleo, che evidenziò il ruolo fondamentale della Riforma Protestante e del Libero Esame nello sviluppo di questa nuova mentalità; " Finalmente nella materia come nello spirito sorge un nuovo mondo. E' un periodo di esultanza e al tempo stesso di mestizia e di riflessione: ma si rivela con due tendenze spiccate, l'una presso le razze germaniche, l'altra presso le latine: lì il Libero Esame o la Riforma: qui il culto della bellezza e della forza, la Rinascenza. I contrasti si moltiplicano nelle istituzioni, nelle leggi, nella letteratura.... Non è antitesi percepita dall' intelletto o intravista dalla  fantasia:  non è lotta contro la natura umana,  come nell'età di  mezzo;  è dissonanza che stride in tutte le sfere del pensiero e dell'azione: è il dissidio tra lo spirito nuovo e le forme vecchie. In tale situazione il trionfo dell'uno o dell'altra ha influenza sulle istituzioni, sulla scienza, sull'arte. Qui appunto va notata  la  differenza  che  spiega in gran parte, perchè l'umorismo ebbe tanto sviluppo presso le prime, e riuscì quasi nullo presso le seconde." (6)

 

    Da allora una miriade di pensatori cercarono di analizzare e spiegare il fenomeno; e tutti trovarono non pochi problemi nell'esprimere una definizione compiuta e soddisfacente.   Ognuno ha avanzato ipotesi più o meno azzecate, ma all'interno di questa confusione babelica sul termine e la natura degli umoristi, una cosa rimane evidente, ed è l'estremo interesse che la problematica suscita. Un altro aspetto palese è la nuova sensibilità e capacità critica di una cultura che porta l'uomo ad indagare sempre più nel profondo delle questioni, conservando però una calma riflessiva ed un atteggiamento civile e tollerante. Il Pirandello, parlando nel suo saggio dell'essenza dell'umorismo, notava argutamente: "La caratteristica, ad esempio, di quella tal peculiar bonarietà o benevola indulgenza che scoprono alcuni nell'Umorismo, già definito dal Richter: " Malinconia  d'un animo superiore che giunge a divertirsi finanche di ciò che lo rattrista." (7)

 

   L'autore citato da Pirandello coniò parecchie definizioni dell'umorismo e contribuì sicuramente a diffondere il prestigio di questo nuovo metodo nell'affrontare l'analisi del reale.  La descrizione  migliore, secondo il suo modo di intenderlo, è quella che riportò il Pirandello stesso nel suo saggio: "L'umore  romantico  è  l'atteggiamento grave di  chi compari il piccolo mondo finito con l'idea infinita: ne risulta un riso filosofico che è misto di dolore e di grandezza. E' un comico universale, pieno di tolleranza cioè e di simpatia per tutti coloro che partecipando della nostra natura ecc. ecc.." (8). La nuova sensibilità romantica e la tendenza ad affrontare la realtà in modo diverso e meno convenzionale risultano evidenti in queste citazioni. Anche il Croce rilevò, nel suo articolo sull'Umorismo le interpretazioni del  Richter : "Al Richter, com'è noto, risale la prima larga trattazione dell'umorismo, il quale secondo lui, era il comico romantico, un sublime a rovescio, quella disposizione per cui si cerca non più la stoltezza dell'individuo, ma la stoltezza del mondo." (9). Sigmund Freud nella sua opera (10) non tralasciò il Richter e riportò queste sue frasi: "La libertà genera motti di spirito ed i motti di spirito generano la libertà." e proseguì: "Profferire motti di spirito significa  semplicemente giocare con le idee."

 

   Dopo il periodo romantico, che ormai aveva digerito le varie conquiste intellettuali del Rinascimento e  dell'Illuminismo, il mondo acquisisce un'inedita maturità  e scopre altre frontiere: ed in questa ennesima avventura anche l'umorismo gioca il suo ruolo, come sottolinea indirettamente Domenico Volpi che  scrive: " Soprattutto l'umorismo è una porta aperta verso "altre dimensioni" della realtà, la quale non si ferma a ciò che è  tangibile e fruibile dai sensi, ma ha altri aspetti, può essere trasfigurato dalla fantasia, o dall'umorismo. Vedere "l'altra faccia" delle cose è non farsi condizionare da esse: superare la realtà immediata e conquistarne un'altra più profonda, da noi stessi creata, è segno della libertà dello spirito. E' disponibilità dell'animo ad ogni dono o sorpresa o scoperta gioiosa. E' un respiro più ampio. (11)

 

 

 I.3  GEORGE MIKES: NOTIZIE BIOGRAFICHE.

 

  George Mikes nacque il 15 febbraio a Siklós, un paese situato nell'Ungheria del sud. La famiglia era di origini ebraiche ed il padre, avvocato, ne consentiva l'appartenenza alla classe dei professionisti, situata tra l'aristocrazia e la classe dei lavoratori (contadini). Alfred Mikes era dotato di una buona vena umoristica e si interessava di letteratura, non disdegnando l'hobby della scrittura, doti che non mancheranno di influenzare il giovane George. La fanciullezza di George fu spensierata, la sua educazione non eccesivamente severa, ma comunque ben curata; egli stesso seguì infatti gli studi del fratello Tibor e della sorellastra, Hédy.

  George restò orfano di padre all'età di dieci anni e due anni più tardi la famiglia si trasferì a Budapest, dove la madre un anno dopo si unì in matrimonio col fratello dell'ex-marito, che svolgeva l'attività di medico. George accettò di buon grado la situazione, questo già a dimostrazione della sua serenità di spirito. Ecco come nella sua autobiografia egli rievoca il fatto:

 

"My very first reaction was to start crying bitterly and go on sobbing for a long time. It was partly the shock, partly the effect of the tales of the Brothers Grimm. I had learnd from those tales that people with step-fathers and step-mothers were the most miserable and pitiable creatures on earth, so I felt very sorry for myself and Tibor. My second thought was the peculiarity of my situation. I had never heard the expression: "deceased wife's sister"- I only realised that Hédy my cousin was now to become my sister: Dezso my uncle was now to become my father; and in a sense, my own mother by  marrying  my  uncle, was to become my aunt. In Tibor alone could I find reassurance, he seemed to be a rock in this sea of confusion, he was to remain my brother. I need not have worried. Everything worked out well. Hédy and I fully accepted each other as brother and sister from the very first moment to the last. I accepted my  step-father, too." (12)

 

  La nuova famiglia non ebbe particolari problemi, grazie anche all'agiatezza della situazione economica. La madre desiderava che il figlio diventasse egli stesso medico o almeno avvocato, ma il piccolo George era di parere diverso ed aspirava invece ad intraprendere la carriera giornalistica.

  I risultati scolastici di George furono sempre soddisfacenti ed egli risultava particolarmente brillante nelle materie letterarie, come del resto anche nelle scientifiche. Finito gli studi liceali, ed ottenuta la maturità, George si iscrisse alla facoltà di Legge ed iniziò contemporaneamente a frequentare la redazione di un giornale locale: "A Reggel" (Il mattino.), l'equivalente dell'inglese "Sundays". Negli anni a seguire George riuscì sia a diventare giornalista, sia a laurearsi in legge (1934). Egli si interessava di vari argomenti, ma i suoi articoli erano principalmente di critica teatrale, mondana e cinematografica. In questi anni frequentava giornalisti, attori, intellettuali vari che si radunavano nei vari caffè di Budapest e respirava un'aria dove il buon senso e, per meglio dire, il senso dell'umorismo non mancava di certo:  a questo proposito la sua autobiografia è indicativa:

 

"The joke was another speciality of Budapest. Jokes of course, were not invented there, not even all the  Budapest jokes. (I have written a great deal about jokes and do not intend to repeat here what I have said before, but during my previous researches I was struck by their ubiquitousness. The first appearance of one joke was traced to the Paris Commune in 1871. It was resurrected in modern guise in Hungary and Poland in 1945 and was being told in China in the late '70s.) Budapest prided itself on its jokes, very often witty and to the point. But as Budapest regarded itself as the City of Jokes, which had to respond with a joke to everything that happened...(Mikes op. cit. pp.81).

 

  Il lavoro al giornale fu un tirocinio molto costruttivo, egli scrisse ogni genere di articoli, con la sola eccezione di quelli sportivi e politici, che non mancheranno invece nella sua produzione successiva.

  All'epoca il periodo nazista non sembrava imminente e il giovane conduceva una vita senza preoccupazioni. Cominciò a scrivere su una rivista di teatro e frequentava i soliti amici giornalisti e attori. Poco tempo dopo la pressione nazista sull'Ungheria aumentò e furono annunciate le prime leggi anti-ebraiche. Visto che George non aveva mai voluto publicizzare il fatto di essere ebreo cominciò a maggior ragione a sentirsi in inbarazzo e nel frattempo maturava l'idea di espatriare. Dapprima pensò di andare in Francia, poi gli fu consigliato di recarsi in Inghilterra; e proprio la riuscì ad andare in qualità di inviato di un paio di giornali di Budapest; avrebbe dovuto fermarsi una quindicina di giorni per mandare notizie fresche  da Londra, ma in realtà non fece più ritorno, molto probabilmente anche a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. A Londra  nonostante i tempi non troppo felici e tranquilli, egli continuò ad avere una vita spensierata e riuscì a diventare  una  grande  giornalista  e  un grande scrittore; proprio un individuo fortunato e felice, come egli stesso non tralasciò di ammettere.

  Per tutto il resto della sua vita egli visse a Londra, eccetto naturalmente i brevi periodi, dedicati ai viaggi, trascorsi all'estero. Egli in un primo tempo continuò a mandare articoli ai giornali di Budapest, poi successivamente riuscì ad impiegarsi presso la B.B.C. (Sezione Ungherese.)

  La Comunità Ungherese a Londra era cospicua e George viveva assieme ad altri intellettuali ed artisti, frequentando persone destinate ad avere un buon successo nelle rispettive carriere, come ad esempio Arthur Koestler, André Deutsch ed altri. La sua attività di scrittore iniziò con dei libri che raccontavano storie di personaggi coinvolti con gli incalzanti avvenimenti di guerra in Europa e non portavano neanche il suo nome, ma erano spacciati per racconti autobiografici dei protagonisti. Di questo passo George conobbe editori e scrittori vari ed iniziò a farsi strada nel mondo della letteratura.

  In questi anni Mikes si sposò, ebbe un figlio, Martin, e con altri amici fondò il movimento degli Ungheresi Liberi di cui occupò varie cariche.

  Alla fine della guerra, un suo libro, il lavoro di un reporter e non di uno scrittore, come pensava lui, intitolato,  We Were to Escape  che  raccontava la storia di un capitano slavo scappato dalla Germania, ebbe un notevole successo e fu venduto in un attimo. La recensione del "Times Literary Supplement" diceva così: " There is a peculiar kind

of Slav humour in this work, and all through this narrative it is more or less present. Even without it, the story would be one of the best that has come out of the war... It is something new in the way of escapes from  P.O.W. camps and is full of thrills and exiciting adventures with humour added, it has the light touch that turns unpleasant and indeed horrifying experience into good reading. Even the appalling monotony of camp life.... is presented in a comic light." (13)

  Questa recensione fece capire a Mikes di avere buone possibilità di riuscita come scrittore, egli infatti nella sua autobiografia scrisse:

 

"After some heart-searching I was driven to the conclusion that I might as well attempt to write something which would not cause me painful surprise to find described as humorous. One phrase especially reverberated in my memory: "... the light touch that turns unpleasant, indeed horrifying experience into good reading.". I sat down and told all about my unpleasant, indeed horrifying, experiences among the English. The result was a little book, called How To Be an Alien. (op.cit. pp. 162).

 

  Il piccolo libro ebbe grande fortuna, varie edizioni si susseguirono e gli editori stranieri comprarono i diritti di pubblicazione. Questo diede a George Mikes una certa stabilità economica e così nel 1951, cinque anni dopo la pubblicazione di How To Be an Alien,  lasciò  il suo  lavoro

alla B.B.C.

  Da allora, dopo essersi  separato  dalla   prima  moglie e sposato nuovamente, cominciò a girare il mondo ed a scrivere libri, a cadenza quasi annuale, sulle sue nuove esperienze di vita nei vari paesi del mondo.   La sua produzione letteraria quindi fu largamente influenzata dai suoi viaggi e soprattutto dal suo stile umoristico. Mikes scrisse per quasi tutti i giornali inglesi e venne regolarmente invitato ad esprimere le sue opinioni alla B.B.C. Nei primi anni cinquanta seguì proprio per la B.B.C. la Rivoluzione in Ungheria, sulla quale scrisse anche un paio di libri.

  Mikes conobbe parecchi uomini famosi, tra i quali figurano: Albert Einstein, Arthur Koestler, Graham Green, J.B.Priestley ed altri; egli fu accettato nei Clubs più esclusivi di Londra, questo a testimonianza che come voleva la madre egli era diventato un vero "Gentleman" alla fine.

  Negli ultimi anni della sua vita, Mikes non tralasciò di mettere a disposizione la sua vasta esperienza ed abilità nel mondo della scuola e si prodigò quindi come preside di un istituto.

  Per gli ungheresi egli rimaneva l'uomo che era emigrato ed era  diventato  uno  scrittore  inglese,  per  gli inglesi  rimase  Mikes,  l'Ungherese.

  Egli scrisse sempre in modo brillante e divertente senza trascurare però di essere acutamente critico e saggio, come risulta evidente dal brano conclusivo della sua autobiografia:

 

"Unlike Malcom Muggeridge, I do not look forward to death with eager anticipation. He hopes to get to heaven but he may, of course, get the shock of his life-death by getting nowhere at all. I do not expect to survive in any form or fashion and have no desire to do so. What a horrible place this world would be if all the people ever born were still around. What a burden it wuold be on the Ministries of Pension all over the world. Being born involves the certanty of death. Only those countless millions, the unborn ones, are really safe. They will not die, but neither can they have any fun. I think it is one of the beauties of life that it is not eternal. It would be a frightful bore to go on and on and on, even in reasonable health. Besides, I am used to being dead. Death is simple non-existence and we are all used to non-existing. I did not exist in 500 b.C. or in 50,000 b.C. or in 1793. Why should not existing in 2217 or 3117 be any different? Death is simply the end of the story. If one is lucky, a good end to a pleasant story, for me, if I am lucky, it will be simply the last anecdote." (op. cit. pp. 242-243).

 

  Infatti poco prima egli aveva asserito: "Looking back at my life, it seems that it has been a long string of anecdotes." Al tempo in cui scriveva queste frasi, correva l'anno  1982, cinque anni dopo, il 31 agosto, George Mikes moriva.

 

 

BOOKS BY GEORGE MIKES.

 

THE EPIC OF LOFOTEN

1941

WE WERE TO ESCAPE

1945

HOW TO BE AN ALIEN

1946

HOW TO SCRAPE SKIES

1948

HOW TO BE AFFLUENT

?

WISDOM FOR OTHERS

1950

MILK AND HONEY

1950

DOWN WITH EVERYBODY

1951

SHAKESPEARE AND MYSELF

1952

UBER ALLES

1953

EIGHT HUMORISTS

1954

LITTLE CABAGGES 

955

ITALY FOR BEGINNERS

1956

THE HUNGARIAN REVOLUTION

1957

EAST IS EAST

1958

THE A.V.O. A STUDY IN INFAMY

1959

HOW TO BE INIMITABLE

1960

THE RICHES OF THE POOR

?

SWITZERLAND FOR BEGINNERS

1962

PRISON (a symposium edited by G. Mikes)

1963

MORTAL PASSION  (a novel)

1963

HOW TO UNITE NATIONS

1963

EUREKA: RAMMAGING IN GREECE

1965

TANGO: A SOLO ACROSS SOUTH AMERICA 

1966

THE DUKE OF BEDFORD'S BOOK OF SNOBS

(main author Bedford John Russel)

1967

NOT BY SUN ALONE: A JAMAICA JOURNEY

1967

BOOMERANG: AUSTRALIA REDISCOVERED

1968

THE PROPHET MOTIVE: ISRAEL TODAY AND TOMORROW

1969

THE LAND OF THE RISING YEN: JAPAN

1970

HUMOUR IN MEMORIAM

197O

HOW TO RUN A STATELY HOME

1971

ANY SOUVENIRS? CENTRAL EUROPE REVISITED 

1971

THE SPY WHO DIED OF BOREDOM 

1973

CHARLYE

1976

HOW TO BE DECADENT

1977

ENGLISH HUMOUR FOR BEGINNERS

1980

TSI-TSA: THE BIOGRAPHY OF A CAT

1981

HOW TO BE SEVENTY: AN AUTOBIOGRAPHY

1982

ARTHUR KOESTLER: THE STORY OF A FRIENDSHIP

1983

HOW TO BE POOR

1983

HOW TO BE A GURU 

1984

HOW TO BE GOD

1986

                           


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I.4   EIGHT HUMORISTS. LE PRIME ANALISI SULL'UMORISMO.

 

  George Mikes è un giornalista, un narratore, un attento testimone delle diverse realtà  che lo  circondano, ed essendo per di più un autore brillante costella tutta la sua opera di considerazioni e riflessioni sull'umorismo.

  Egli si ritiene solo  un  arguto osservatore, peraltro "molto saggio", come  evidenzia  nel  corso  dei suoi scritti (14), e non fa altro che cogliere tutti idiversi aspetti del mondo che ci circonda e li sottopone poi ad una spietata e rigorosa analisi attraverso le potenti lenti del suo raffinato microscopio intellettuale.

  E' la realtà stessa che gli offre il materiale per le sue creazioni, egli si limita a cogliere i lati paradossali e divertenti del mondo in cui viviamo, sempre in How To Be a Guru egli riporta infatti:

 

"For a long time I, as a beholder, was convinced that humour - as I have just pronounced - was in my eyes. I could not help seeing everything around me as grotesque, funny, contradictory. That was how and why I had been labelled as a humorist. I could not help it, that was my destiny, the inevitable result of my genes and my early upbringing. Through no fault of my own I reflected a distorted image of the world. Then slowly, very slowly, it dawned on me that I was mistaken. I see the world as it is. It is the world that is grotesque, funny, and paradoxical, not my view of it. It is the world that is distorted, not my vision. I am a sober observer, objective and matter-of-fact. It is the world that is crazy." (pp. 11)

 

 

  Le deduzioni di Mikes sono le stesse di molti altri illustri scrittori; Erasmo e Camus,  Voltaire e Twain  la pensavano allo stesso modo ed  Henry Fielding nella sua prefazione a Joseph Andrews scriveva: "And perhaps, there is one reason, why a comic writer should of all others be the least excused for deviating from nature, since it may not be always so easy for a serious poet to meet with the great and the admirable: but life every where furnishes an accurate observer with the ridiculous." (15)

  Mikes aveva iniziato ad esplorare l'umorismo  con una raccolta di saggi dal titolo Eight Humorists(16); nella parte introduttiva del testo  vi sono alcune speculazioni letterarie di carattere piuttosto generale, ma egualmente significative:

 

"By trying to write a book of serious essays about humorists and thus - at least as far as appearances are concerned - giving them the treatment usually allotted to more serious writers, I have tried to do a service to my own literary class and - If I may say so - first of all to myself." (pp.10)

"A humorist is a writer, like the rest. He may make superficial fun on manners, he may crack jokes on the obvious or again he may be a serious and profound critic of society." (pp.11)

 

 

  L'opera  è un'apologia dello scrittore umorista e tende ad asserirne il valore, a volte sminuito da alcuni critici che elargiscono i loro favori ad autori considerati più seri e nobili. Al tempo stesso Mikes mette in luce  alcune caratteristiche  peculiari dell'umorismo: per esempio il suo piglio intellettualistico:

       

"Great tragedy is more emotional, and consequently less intellectual, than great humour." e ancora: "Tears may be reckoned superior to laughter since tears cleanse  us  while laughter makes us feel guilty." (pp. 12).

 

  Sembra emergere da queste affermazioni la natura inquisitoria, di giudice severo, che pertiene all'umorista, intento a denunciare ed evidenziare i difetti del nostro comportamento sociale e per questo a volte screditato, proprio perchè scomodo nei confronti della falsa virtù e del vero vizio.

  Mikes va già pian piano costruendo quella che è una vera e propria filosofia, concernente tutte le tematiche fondamentali, dalla religione alla politica, dalla storia alla sociologia, dalla psicologia all'economia. Già  in  questo suo primo studio si chiede:

 

"What is humour ? I don't know,.... Here it will suffice to say that essentially - at least for me - it is no less and no more than the original Latin word denotes: flavour. It is simply a special flavour, a way of looking at things." (pp. 13).

 

  Ciò implica l'idea di un attento osservatore che guarda, cerca di capire, illustra, critica, ammonisce, spiega e racconta le assurdità della vita stessa e fa il tutto con una certa soavità e con un brillante "fair play", consapevole che nella nostra esistenza tutto è interrelato.   Da questa prospettiva egli si avvicina al pensiero del Nencioni il quale considerava l'umorismo "Una naturale disposizione  del  cuore  e  della  mente  a  osservare  con  simpatica indulgenza le contraddizioni e le assurdità della vita." (17).  Mikes continua:

 

"A sense of humour is considered the flower of a noble soul. The man with a sense of humour is supposed to be able to look at things with detachment and see the smallness in teh great and the ludicrous in the magnificent. He is able to laugh at himself and this is regarded as one of the supreme human qualities."(pp.14).

 

  Riscontriamo dopo queste affermazioni una sorprendente analogia di opinioni con il già citato Richter che scriveva: "The observer of a humorous situation must subjectively identify himself with the object of his laughter and thereby the object of his laughter is himself as well, indeed all humanity, of which both he and the object are a part...." (18).

  Proseguendo nell'analisi  ci si accorge che non è del tutto semplice scoprire il vero significato della questione; per esempio il  Baldensperger , ricordando anche le ricerche del  Cazamian  edite nella Revue Germanique del 1906,  sosteneva che l'umorismo sfuggiva alla scienza per il grande numero delle sue variabili e affermava: " Il n'y a pas d'humour, il n'y a que des humoristes." (19).

   Dello stesso avviso troviamo un'altro illustre  studioso, il Croce che asseriva: "Il critico letterario deve andare oltrequesteosservazioni generiche: deve individualizzare. Per lui, non c'è l'umorismo, ma c'è Sterne, Richter, Heine..."  (20).

  Così anche Robert Escarpit (21) e quasi tutti gli studiosi che hanno analizzato il fenomeno anche in tempi più recenti e sotto altre angolazioni, come ad esempio il La Fave (22) che conclude: "L'essenza dello humour attende ancora il suo scopritore.", sono  concordi  nella generale difficoltà di  definire lo Humour.

  Dunque non è fuori luogo che anche Mikes non riesca a dare una definizione ed una spiegazione assoluta all'umorismo. Egli scrive, con il suo caratteristico stile:

 

"The first difficulty in the definition of humour was that people approached it from different angles. Aristotle looked at it from an aesthetic point of view, Bergson as a philosopher and Freud as a psychologist. It is the story of rain, all over again." (pp. 17)

 

 Per capire il paragone bisogna considerare il seguente passo, riportato poco prima:

 

"And now I should like to return to the question: what is humour ? Well, what is rain ? It is something different for the meteorologist and the farmer; for the bank clerc it may be the phenomenon which spoils his week-end, for the cinema owner it may be the phenomenon which makes his week-end profitable.... One can also say that whatever different individuals may have, rain is still rain, and scientific definition will lead to precise results. But this is not true. There is nothing magic about the methods which claim to be scientific. Different sciences may reach different results, even  when dealing  with  the  very same case. Legal insanity, for example, is vastly different from medical insanity. Physicians may diagnose a man sick: judges may call him a criminal. Medically he may be an invalid, but legally he will be hanged." (pp. 16-17)

 

  Da queste considerazioni ci rendiamo conto di come Mikes sia estremamente pragmatico nell'affrontare la questione, è infatti questa una delle caratteristiche fondamentali della sua vena letteraria che ci evidenzia come lo scrittore spiritoso sia estremamente legato alla concretezza della visione .  Si tratta di un sano empirismo che riesce a mettere in rilievo, attraverso la dialettica metaforica, la relatività delle considerazioni scientifiche, come del resto è stato sottolineato da eminenti studiosi quali Thomas Khun, Paul K. Feyerabend, Albert Einstein ecc. (23) e dimostra al tempo stesso la fragile consistenza di quelle regole e convenzioni che regolano la nostra società e che non sempre si rivelano degne di rispetto, perlomeno del rispetto dell'umorista che fonda proprio la sua arte sul tentativo di demolire quanto di più ipocrita e instabile viene forgiato dalla mente dell'essere umano.

  In questa introduzione G. Mikes non tralascia di sferrare alcuni attacchi ad eminenti pensatori:     "I could summarise here all the leading theories but I shall not do so. They have been summarised often enough in excellent treatises (see, for instance, F.L. Lucas: Literature and Psychology ) nor will I go into the various classification between humour and wit; or into the categories of comedy, wit, joke, satire irony, mimicry - the last subdivided into caricature, parody and travesty. There are also enlightening classifications, they do everything except answer the basic question: what is humour ?" (pp. 17)

 

  Egli prosegue sostenendo la sua tesi con varie metafore ed approda ad affermare, quasi come il Croce, che il "problema umorismo" è una questione filosofica, più che estetico-letteraria: "Of course, the problem of humour is not a literary but a philosophical question." (pp. 17), dopo di che elabora alcuni giudizi che suonano tutt'altro che superficiali:

 

"Philosophy - if it is a science - is the king of all sciences: philosophers have  taught us all the wisdom about everything under the sun; they have raised a mighty monument of human knowledge but they have not yet solved even the very first question they posed themselves thousands of years ago. In fact, they have never solved anything. Whenever they have succeded in proving anything, other philosophers have equally convincingly proved its opposite. They have not solved the meaning of the universe and the aim of life; nor have they solved the question: what is humour." (pp.17-18). e prosegue: "We do not need to know what humour is - in the proper philosophical sense - to go on enjoying humour. Just as we don't have to know what life is to go on living. (pp. 18).

 

   Se Eugenio Camerini  scriveva: "Difficile è definire l'umorismo: fu tentato invano da parecchi esteti: ma, come il moto fu da quell'antico provato col  camminare,  così  noi  spiegheremo l'umore col dimostrare gli umoristi nel loro carattere essenziale e negli andamenti del loro carattere. (24), Mikes con una fantastica capriola  retorica afferma la priorità dell'umorismo, cioè di quel "flavour" che egli stesso non sa definire esattamente, ma che conosce a fondo e che sa costruire linguisticamente al fine di ottenere l'effetto desiderato:

 

"I, for one, am not certain at all that the Universe has meaning and the life has an aim: but there is humour." (pp. 18).

 

  Di fatto, in mezzo a questo mare caotico di incertezze, solo una cosa sembra dotata di metafisica solidità ed è proprio l'umorismo. Un'altra certezza che sembra guadagnarsi un posto di tutto  rispetto nella concezione di Mikes è che il compito e la caratteristica di tutti gli autori brillanti è quella di far ridere e di diffondere così il buon umore, egli infatti scrive: "The one characteristic shared by humorists is that they make us laugh - provided of course - that they do."(pp.15).

  Si tratta di un'ulteriore e significativa constatazione, che oltre a ritrovare riscontro in un passo del Krug (25), il quale definiva appunto l'umorismo come: "una conformazione dello spirito a concepire e rappresentare le cose in tal modo da mettere l'autore stesso e gli altri in buon umore; rappresentazione che può avere molteplici sfumature, essere ora più seria, ora più gaia, ora commovente, ora ridicola, avvicinarsi ora al sentimentale e ora al comico, ma deve serbare sempre l'impronta della bonarietà, affinchè l'umore non diventi malumore.", ci apre il campo a tutte le riflessioni sul riso e sul valore terapeutico dello stesso e quindi per riflesso dell'umorismo in generale. Infatti senza che Mikes conosca per esempio i moderni scritti di Moody. o le affermazioni di  Chapman e di  Grecwald (26) è chiaro come egli attribuisca un valore positivo all'elemento "sorriso-riso"; ne abbiamo la conferma leggendo quanto segue:

 

"The Old Testament says: "Even in laughter the heart is sorrowful; and the end of mirth is heaviness:" But here the Old Testament is superficial. We are grateful to the man who makes us laugh. Laughter is a cospiracy. We always laugh at somebody's expense, even if that somebody is ourself. Tears purify, laughter makes us feel guilty. That is exactly why we prefer laughter to tears. If someone makes us cry, he makes us aware of his superiority. So we love laughter and dislike tears because we always prefer an accomplice to a preacher. We always prefer sudden glory to lasting purity. I do, at least." (pp. 16)

 

  Nel passo riportato, a parte il giudizio sul Vecchio Testamento, che ci  fa  ricordare  la  nota  avversione  del cristianesimo e di noti autori religiosi verso il riso, come bene evidenzia  Ceccarelli  nel  suo  saggio  (27),  Mikes sottolinea l'importanza  di saper ridere anche di sé stessi, quindi è consapevole che ognuno di noi può essere l’oggetto del riso che, al contrario delle lacrime purificatrici, ci fa sentire colpevoli. Dunque il riso avrebbe il compito di accusare ed incolpare qualcuno, ma di quale reato ?

  Come si sa si è sempre riso sin dai tempi più antichi di parecchie cose e principalmente dei difetti e dei vizi dell'uomo, delle sue debolezze insomma, ma poichè tali debolezze sono intrinseche al genere umano (Errare Umanum Est) Mikes non si sente di infierire e di assumere il ruolo di implacabile accusatore ed ammonitore e perciò scrive ed osserva in modo indulgente e simpatico, consapevole che la colpa è generale, e probabilmente ciò non costituisce un reato, ma solo un'anomalia a cui bisogna cercare di porre rimedio. Nel riso, perlomeno nel riso dell'umorista è implicita quindi una compartecipazione alla colpa che permette l'instaurazione di un'intesa tra i ridenti, i quali si pongono su uno stesso piano e socializzano. L'indulgenza tipica dell'umorismo è condivisa da vari studiosi e possiamo spingerci oltre affermando che tale peculiarità è da considerarsi basilare per spiegare il fenomeno . A tale proposito Umberto Eco scrive: “L'umorismo non sarebbe dunque didattico e moraleggiante come la satira, ma tenderebbe a inquadrare complessivamente l'oggetto, temperando lo sdegno e la beffa nella benevolenza. Così l'Umorismo diventa, oltre che uno strumento di costruzione narrativa e drammatica, anche uno strumento di  comprensione  umana, un sussidio alla vita etica." (28)

  Dunque ,  si  cerca così di denunciare gli errori e le debolezze del genere umano, ma senza infierire. In pratica gli individui ipoteticamente superiori, che ridono delle manchevolezze altrui (29),  anche se impiegano mezzi arroganti, pieni di motti di spirito, e aggressivi, sono in ogni caso intenzionati a far scaturire il "riso" o "sorriso" che dir si voglia, al fine di creare una maggior solidarietà tra gli uomini e favorire così una migliore e più pacifica convivenza. (30)

 

I.5  EIGHT HUMORISTS. MIKES E GLI ALTRI UMORISTI.

 

   Analizzando ora ciò che Mikes scrive a proposito di alcuni  artisti, che hanno in un modo o nell'altro a che fare con il  mondo comico-umoristico, cercheremo di mettere ulteriormente  in luce quelle che sono le sue posizioni di uomo e di  scrittore nei confronti della tematica in questione.

   Mikes non  prende in considerazione scrittori o artisti del  passato; le sue riflessioni riguardano i tempi e gli autori  a lui più vicini.

 

CHARLES CHAPLIN

 

   Il primo grande  artista che egli considera è Charles  Chaplin, non solo un grande clown, ma anche un grande  pensatore, filantropo ed eroe, come del resto è stato  definito:

 

"Because of his political views, he has been assailed on  all levels and from all angles: political, artistic and even moral. And - again because of his political views -  he has been acclaimed, by the other side, not only as a   great clown but as a great thinker, philantropist and  hero. (ibid. pp.25) "This is the more surprising since Mr. Chaplin has no  political views worth speaking of. First ofall, instead  of having political ideas, he is merely possessed by  certain emotions which may be relevant also on a  political plane. He istinctively sides with the underdog  and revolts against authority and dignity.(pp.25)

 

   Ecco dunque che la grandezza dell'artista Chaplin risulta  essere istintiva e proprio per questo più vera e sincera: ciò che viene interpretato come una filosofia politica non è  altro che una mera nobiltà d'animo e di intelletto che lo  portano a schierarsi dalla parte dei più deboli ed a  manifestare nelle sue opere un atteggiamento di rivolta e di  presa in giro nei confronti dell'autorità: sono proprio queste caratteristiche d'azione che suscitano il riso nei  confronti dei personaggi da lui ridicolizzati e un  sentimento di solidarietà per quelli invece perseguitati  dalla sfortuna e dalla società.

  Le peculiarità di Mr. Chaplin sono senz'altro alla base di  qualsiasi presa di posizione umoristica e mettono in luce  quelle che saranno le idee ed i sentimenti di Mikes stesso,  che, sebbene in un'altra forma, esprimerà gli stessi  contenuti.

 

"Mr.Chaplin the subject of violent political controversy  - has, in fact, never expressed any political ideas...      He is an anarchist - certainly not a confessed, probably   even not a conscious anarchist - but an anarchist all  the same. He has never attacked capitalism but he has   often shown that our whole social order is stupid,  wicked and even criminal; that tramps are worthier   people than the succesful climbers and murderers more  honest than society at large; that this society is not   even worthy of a real fight; it should be held in  contempt and laughed at. (pp. 27)

 

  In queste osservazioni è chiaro che Mikes, analizzando la figura di Chaplin, non fa altro che dare voce alle sue più  sentite convinzioni.

  Al di là di come venga accettato l'umorismo anarchico di  Chaplin, resta il fatto che questo grande artista ha, forse  più di ogni altro, interpretato l'essenza della vita e  dell'umorismo stesso nel migliore dei modi, riuscendo a far  ridere tra  le lacrime, e a sucitare un'estrema simpatia nei

 confronti dei protagonisti dei suoi film. L'artista Chaplin,  sempre a  detta di Mikes, con la sua opera sembra incarnare al meglio la vera identità dell'umorismo; mescolando  comicità  ed un sentimentalismo quasi patetico, dissacrando  ciò che non merita rispetto e suscitando la nostra  solidarietà verso i poveri, i deboli e gli indifesi egli  inserisce nella sua opera tutte le qualità necessarie e già  individuate per esempio dal Thackeray e  dal  Taine, dal  Richter e dal Shaftesbury, da Pirandello o dal Panzini per  dar vita ad una creazione che ha tutti gli ingredienti per  essere sublimamente umoristica.

  Dunque Chaplin, mantenendo uno sguardo triste è riuscito a  far ridere ed a divertire istruendo, è riuscito a cogliere i  lati tragici e comici dell'esistenza sublimandoli in  un'opera artistica; egli è dunque un grande umorista ed un  grande clown (31), il più grande come Mikes conclude:  ".... to remain the most ingenious of all clowns - the  most serious, thought-provoking and uproarious, the  saddest and most loveable clown who ever trod this  globe. (pp.36)

                  

 

STEPHEN LEACOCK

 

 Come Chaplin risultò essere un grande clown, così Stephen  Leacock (32), un professore universitario di economia, volle  rimanere o meglio diventare un clown:

 

"He was the professor who wished to remain - indeed, to become - a clown.... He thought it was his duty to take himself seriously but never quite managed to do so. He  never tried consciously to spread wisdom in jocular form.  He simply looked around in his own world with his  own eyes and described things as he saw them (pp. 46)

 

  Mikes ribadisce ulteriormente l'esistenza  di un umorismo istintivo,  innato,   senza   regole   precise,   frutto  di un'osservazione della realtà e dei suoi lati più divertenti.

  Anche in questa analisi dunque egli non perde  l'occasione  di far trapelare la sua concezione più radicata:

 

"His formula was that there was no formula, that life was confused, illogical and silly but very amusing and worth living... His laughter was not cynical, nor sophisticated, it was broad, loud and healthy... He didn't understand people but caught them in their psychological negligée. He could not analyze, but he could draw a caricature. He could not show us to ourselves - but he could show us up. (pp.47)

 

In questo caso ci troviamo di fronte un umorista più disincantato, integrato psicologicamente  nell'ambiente in cui vive. I suoi scritti non sono una spietata analisi della società, e tuttavia  egli rivela  una grande ironia, ma soprattutto uno spiccato gusto del "nonsense", tutti elementi che sono in ogni caso garanzia di Umorismo anche se possono far assumere al suo pensiero un aspetto contraddittorio:

 

"He was a revolutionary of a very mild brand - a revolutionary who detested revolution... He was a conservative and while rejecting the rights of a hereditary class, he accepted the rights of a propertied class... He was a republican who genuinely approved of the monarchy.(pp.50)

 

  Dunque se, come affermava Pirandello, "l'umorismo è il sentimento del contrario", Leakock deve essere senz'altro un'umorista: la sua fù più un'arte di evasione che mirava a divertire divertendosi. In ogni caso le sue creazioni sono degne di nota e raggiungono un livello considerevole:

 

"As a humorist, S. Leacock relied on his sense of nonsense (the one being a sub-division of the other) and was greatly fortified by an excellent sense of parody... His general and basic technique was exaggeration.(pp.50)   "Humour - its essence, its nature - always excited and interested him. He wrote an essay on it for the E.B. He kept returning to the subject but could not enlighten himself on the mystery of his own practice....Humour can flourish in an happy world only - this was Leacock's thesis. To him, humour was only a symptom of happiness; I believe it may be the cause of it. He refused to accept the theory that humour could create happiness and make things look and, in fact, be less dark.(pp. 59)

 

  Leacock dunque non si dimostrò un grande teorico dell'umorismo: "His theory was dead: his humour was alive."   Nonostante ciò riuscì a creare opere veramente brillanti e divertenti. Leacock aveva una visione del mondo felice e disincantata e rifiutò l'idea che l'umorismo potesse in qualche modo alleviare i dolori della vita; credeva che si potesse scherzare solo a proposito di cose divertenti e non di cose gravi e serie, anche se poi nella pratica si smentì in più di una occasione.

  Mikes prende quindi lo spunto dall'ideologia di Leacock per puntualizzare che non vi sono speciali argomenti per lo " Humour ", ma:

 

  "Surely, if the Humorist is of any use to society, his function is not to be the funnier than his neighbour about funny things. He is to see the lighter side of serious, dark and even tragic things.... a humorist is - per definition - a person who sees the light side of darkness.

 

  Si evidenzia in questo saggio proprio la dicotomia tra la teoria e la pratica dello " Humour "  presente in questo autore, ciò lascia presagire che al contrario nell'opera di Mikes sarà oltremodo evidente una grande coerenza tra il pensiero teorico e la realizzazione concreta dell'umorismo.

 

 

JAMES THURBER

 

  Un'altro che gode dell'ammirazione di Mikes è James Thurber (34), un'autore caratterizzato da un grande realismo che gli consente quindi di diventare un grande umorista:

 

"He sees the weak edge of grandeur: the silly edge of magnificence: and the shadow of greatness in the erring, tottering, small men. And he sees the vanity of all things, a futility behind all our efforts, dreams and high-sounding oratory. Often he expresses this feelings in the tone of light jocularity....(pp. 110)

 

  James Thurber è estremamente conscio della tragicità dell'esistenza e delle sue innumerevoli contraddizioni; proprio per questa sua sensibilità e per la sua grande capacità di mantenere una sana e spensierata visione del mondo egli è da considerare un'umorista:

 

"The Thurber constant consists of a great deal of optimism and faith and, however much disappointment, despair, and feeling of final futility is mingled in his philosophy, basically he is a cheerful optimist.(pp. 111)

 

  Egli è dunque in grado di vedere e mostrare il lato positivo e quindi meno drammatico della realtà: una realtà che è l'unione di forze tragiche e comiche la cui somma non  può non dare che una risultante umoristica. Egli è uno  spietato osservatore e come tale diventa obbligatoriamente  un profondo critico della società, non tralasciando però di  occuparsi delle cose di più scarso rilievo:

 

"Thumber is occupied with the small events of our everyday lives.... the silliest statements are seriously examined and analysed.... It is Thurber's own way of looking at things: not taking even the most tragic or disastrous events too seriously but treating, at the same time, even the most nonsensical event and most idiotic statement with respect and curiosity. (pp.117)

 

  James Thurber non fu solo uno scrittore, con la sua abilità egli diede anche un notevole contributo al mondo del disegno e della caricatura; per Mikes egli è la personificazione della grandezza umana e considerando che Thurber riusciva a scherzare perfino sulla propria cecità, non possiamo non condividere il suo parere:

 

"He does not complain about his loss; he complains about a gain: His failing eye-sight meant that his ear had become much too sensitive: "Even the sound of a wrist watch prevents me from sleeping, because it sounds like two men trying to take a wheel off a locomotive. If I put stoppers in my ears, the racket is deadned somewhat, than the ticking is fainter and farther away, a comparatively peaceful sound, like two men trying to take a rug away from a bulldog. (pp.114)

 

  La stima di Mikes per Thurber è palese, infatti egli lo considera uno degli umoristi più seri e più bravi nel far scaturire il  riso; tuttavia, per rimanere coerente alla sua linea di franca schiettezza, egli non evita di far notare anche i limiti dell'autore in questione, per concludere poi con un ulteriore elogio della sua opera:

 

"The early Thurber was a gay reporter on life in general; the late Thurber is a critic of it. It has been said of him that "he has a firm grasp on confusion", if it is the philosopher's aim to discover a higher and better inner order where other people see only apparently unconnected phenomena, it may well be the humorist's task to see a higher and inner disorder in things where others see only system and orderliness.(pp.118)

 

  Ribadendo un concetto, già espresso tra le altre cose in precedenza, sull'incongruità e la confusione, Mikes si avvicina notevolmente al pensiero  espresso dal Pirandello  che sottolineava appunto: " Di qui, nell'umorismo, tutta quella ricerca dei particolari più intimi e minuti, che possono parer volgari e triviali se si raffrontano con le sintesi idealizzatrici dell'arte in genere, e quella ricerca dei contrasti e delle contraddizioni, su cui l'opera si fonda, in opposizione alla coerenza cercata dagli altri; di qui quel che di scomposto, di slegato, di capriccioso, tutte quelle digressioni che si notano nell'opera umoristica, in opposizione al congegno ordinato, alla composizione dell'opera d'arte in genere." (35)

 

 

EVELYN WAUGH

 

  E' il turno di Evelyn Waugh (36), considerato da alcuni un genio comico, uno dei migliori  autori  del '900. La sua maturazione incide notevolmente sulla sua produzione letteraria e, a detta di Mikes, molti critici, abituati a ridere con i suoi scritti, si dimostrarono annoiati dell'evoluzione della sua vena creativa, quando questa cessò  di essere così divertente:

 

"There are three more or less distinct phases in Mr. E. Waugh's development. The first was the era of lighthearted slapstick, Puckish humour; then his humour became blended with a misanthropic streak and increased in bitterness; finally a new theme appeared , the Search - the vain Search - for Goodness. (pp. 132-133)

 

  In questo saggio Mikes non mette in risalto alcun aspetto umoristico dell'opera di Waugh, al contrario evidenzia la sua devozione cattolica e la sua inclinazione satirica:

 

"He is a powerful satirist but only a mediocre missionary. In his capacity of missionary he endeavours to convince and finally to convert one single person - himself; as a satirist he does not intend either to amuse or to improve us by making us laugh at ourselves. He seeks to awaken shame in us. (pp. 142)

 

 Questo è dovuto soprattutto al fatto che Mikes non gradisce molto l'umorismo macabro in generale:

 

"But a man who cannot think of anything funnier when he is in the mood for humour than rotting corpses or cancer and tries to turn that into a joke is not a born humorist but a born bore..... You can laugh even at death and cancer in certain circumstances; but death and cancer are not funny per sè. And anybody who thinks they are is not a man with an exquisite sense of humour but a neurotic trying to be funny. (pp. 109)

 

  Di conseguenza non apprezza tantomeno lo stile narrativo adottato da Waugh nel suo libro più divertente  The Loved One:

 

"I found that nauseating. Perhaps the fault is mine; I may be too squeamish, and although, as a rule, I find myself impatient with people who protest that this or that theme is not proper for humour, I find that corpses of children are not pre-eminently siutable subjects for light-hearted jocularity. (pp. 136)

 

  In ogni caso Mikes considera E. Waugh uno dei  più  grandi  maestri della prosa inglese, un grande osservatore ed un grande genio nel costruire e strutturare i suoi racconti.

  Per esempio The Loved One, nell'ottica di Mikes, non è solo una satira sui riti funerari della California del Sud:

 

"I have read into it a satire on a declining, half-mad civilisation which has lost its values and has replaced them by empty and meaningless conventions (pp.137)

 

  Concludendo Waugh per Mikes risulta più un autore satirico che non un fine umorista; anche se poi in un suo successivo libro, e precisamente Humour in Memoriam del 1970, parlando dei jokes inerenti alla morte affermerà: " One of the humorous masterpieces of the century, Evelin Waugh's The Loved One, is about Californian funeral rites and habits."(pp.27)

 

 

R.P.G. WODEHOUSE

 

  Diverso è il discorso per quanto riguarda R.P.G. Wodehouse (37) definito da Mikes il "Court jester to the upper classes".

 

"He pictures the upper middle class and the aristocracy as they wish to see themselves; stupid but honest; foolish, extravagant, ascetically abstaining from work, and drinking too much, but hospitable, generous, truthful and clean-living.(pp. 153)

 

Mikes riconosce l'abilità letteraria di Wodehouse e il suo particolare senso dell'umorismo; il sapiente uso dell'understatement e dell'overstatement applicati a frasi dal contenuto assurdo ed irrilevante.

   L'umorismo di Wodehouse è del tutto particolare; egli non  scherza mai su soggetti seri ed importanti; il suo campo  d'azione è al contrario solare e divertente, allegro e  spensierato. Ugualmente inesistenti sono i riferimenti alle  problematiche sociali e politiche e questo nell'ottica di  Mikes è sostanzialmente una carenza:

 

"But Mr. Wodehouse would not dream of making fun of really, important subject - such as religion, for example - (pp. 158) e più oltre: "He never makes jokes on serious subjects" (pp. 159) e ancora: "The problem his heroes have to face are not world-shaking or methaphisical problems." (pp. 162)

 

  Mikes considera Wodehouse un'artista "snob" e sostanzialmente  da un'immagine della sua arte tutto sommato mediocre anche se non tralascia di rilevare che i suoi romanzi sono caratterizzati da una grande abilità architetturale. Sempre per Mikes egli è un maestro nel creare tipiche situazioni da farsa e le sue invenzioni migliori sono gli idioti che egli sa ritrarre nel migliore dei modi e in una vasta gamma , grazie alla sua "felicity of phrase." Leggendo il testo si avverte comunque una forte simpatia nei confronti dell'autore; infatti Mikes ha sempre considerato positivamente l'umorismo di tipo "nonsensical" e Wodehouse in fin dei conti ne è un abile cultore:

 

"He does not describe the world as he sees it; he creates a world of his own and populates it with people of his own imagination. Not a world as it is to his mind; but a world which would be funny if it existed.(pp.158) He cannot be spiteful; he has no hatred in his heart. He refuses to notice any ugliness in this world..... He is the escapist, who actually does escape. (pp. 161).

 

  Si tratta dunque di un autore estremamente originale e prolifico, che suscita in ogni caso un motivato interesse. I suoi personaggi sono figure semplici e stereotipate ed egli cogliendo i lati più reconditi della loro psicologia riesce a creare delle macchiette strabilianti.    Wodehouse è in fondo un autore evasivo che detesta i lati negativi del mondo e purtroppo non fa nulla per cercare di migliorarli, come conclude Mikes è insomma contento di essere uno di quegli umoristi "who do not wish to be taken seriously." (pp. 162)

 

LI'L ABNER and Mr. PUNCH

 

  Mikes analizza poi altre forme di umorismo, vale a dire quello generato da un famoso fumetto e da un famoso giornale. Per quanto riguarda il fumetto, egli scrive:

 

"Li'l Abner, the best of them, although wildly overestimated by many, is drawn and written by an able satirist.... But the form in which his ability gains expression remains, even in his hands, ugly, unaesthetic and repulsive....(pp. 77)

 

  Mikes non sembra evidentemente attribuire molta importanza a questa forma di letteratura e conclude piuttosto rapidamente asserendo: "Mr Steinbeck may be right. Literature began with comic strips; if we are not careful may also end with them."

  Passando al "Punch" tiene a precisare che, al di là del valore letterario di questo giornale o delle altre opere da lui considerate, siamo comunque di fronte a fenomeni sociali degni di nota, anche se si possono esprimere forti riserve sul loro valore artistico.    

 

"The fact  remains that Punch, for simply having    achieved the not unconsiderable feat of staying alive for well over a century, has become the Official representative of British and Imperial Humour. If you do not enjoy Punch, you have no sense of humour - so you do enjoy it, whatever the sacrifice. (pp. 88) 

 

   Per Mikes dunque, anche in questo caso, non siamo in presenza di un buon umorismo; il Punch rappresenta la tradizione, ma la sua longevità non è sinonimo di saggezza, al contrario il settimanale pare sia andato degradandosi col tempo.

 

"When Punch first appeared it was the "enfant  terrible" of British journalism. It fought against injustice of every kind.... Punch was not only admired but feared; it was not only a mild entertainer but a social force.... Punch today follows public opinion - or the richest section of it - like a well-trained, obedient and absolutely house-clean little dog, but it never barks aloud." (pp. 90) 

 

  Criticando  lo  stile  umoristico  dei  "Punch",  l'autore evidenzia quindi la sua ottica sul ruolo dell'umorismo e degli umoristi; il loro compito è quello di individuare l'ingiustizia e denunciarla, di rappresentarla in modo comico e satirico al fine di favorire la critica e la discussione; la loro missione è quella di provocare la società e favorire una maggior sensibilizzazione.

  Quando invece si prendono di mira, accettandole, situazioni già approvate e consolidate e si cerca solo di compiacere le classi più agiate, non si conclude altro che fare dell'inutile e  sterile umorismo.

  La trasformazione del Punch, che poco piace all'autore, è  confermata da Harold Nicolson  che al contrario ne pare soddisfatto, poichè scrive: "I shall exclude from my analysis the period between 1841 and 1860, since during the first nineteen years of its existence Punch was a satirical publication which devoted its space to attacks upon the existing order, the propertied classes, the Catholic Church and the Royal Family." Questo è probabilmente dovuto al fatto che il critico, parlando del senso dell'umorismo, non vuole applicare le sue speculazioni al campo satirico; sta di fatto che il Punch ha scoperto negli ultimi tempi: "that it would prove more profitable to comfort the burgeois than to insult them." (38)

  Questa inversione di rotta non trova il consenso di Mikes che vede l'umorismo come uno strumento più critico e graffiante; paragonando il Punch al New Yorker egli ribadisce ulteriormente la sua opinione: 

 

"The New Yorker  is incomparably more interesting, witty and informative. The New Yorker is the voice of liberation, Punch is the voice of a ghost from the 19th century. The New Yorker is a serious paper which talks of important issues in a lively and lighthearted tone; Punch is a respectable country gentleman, cracking ancient jokes. (op. cit. pp. 100)

 

Il settimanale americano, più moderno e progressista, in questo caso assume maggiori   potenzialità  critiche  ed espressive rispetto al conservatore Punch, organo di una nazione più statica e conservatrice.

  Matthew Hodgart esprimerà lo stesso parere e considerando di pessima forma lo stile del Punch, elargirà il suo  consenso al più illuminato New Yorker (39).

 Viene dunque confermato quanto disse J.B. Priestley:  " The greatest weakness of his humour has always been its lack  of ideas and  what  we must call for want of a better word- its snobbery." (40)     

  Anche nell'Umorismo vi sono dunque vari atteggiamenti e Mikes senza dubbio  è a favore di quelli più critici e progressisti.

 

 

 

NOTE

                            

(1) I quattro "Umori" corrispondevano ai quattro elementi della natura, secondo la concezione tolemaica  dell'universo; abbiamo così il seguente schema:

     Bile gialla  (choler)    =  fuoco

     Bile nera  (melancholy)  =  terra

     Sangue       (blood)     =  aria

     Flegma      (phlegm)     =  acqua

 

(2) "Wealth, liberty and varied weather produce a brilliant      crop: health, courage, beauty, genius, goodness of      nature and among all these, humour."  (Voce "Humour"   dell'Enciclopedia Britannica. 1962.)

 

(3) "Spectator", numero del 10 aprile 1710, cfr. Addison      Works (ed. di Londra 1721) II, pp. 474-477. Citato in Croce B. "L'umorismo", in Problemi di Estetica e Contributi alla Storia dell'Estetica Italiana. Laterza,      Bari 1923.

 

(4) Humour: see Fluid - see Wit.  riportato in Escarpit R.      L'humour. Presses Universitaires de France, Paris 1960.

 

(5)Nencioni, E. "L'umorismo e gli umoristi." articolo      apparso sulla rivista La Nuova Antologia (1884) cit. in Pirandello L. L'Umorismo (1909) A.M.E. Milano, 1986 (pp. 29-34).

 

(6) Arcoleo G. "L'umorismo nell'arte moderna." contenuto in      Due conferenze al Circolo Filologico di Napoli. Detken      Ed. Napoli 1885. (cit. in Pirandello op. cit.,pp.36).

 

(7) Pirandello, op. cit. pp. 130. ( L'autore in questione è      J.P.Richter che scrisse un trattato di estetica, Vorschule der Aesthetik. Amburgo 1804, e si ispirò forse, per alcune delle sue opinioni, a Giordano Bruno che aveva adottato per sè il motto: "In tristitia hilaris, in hilaritate tristis."

 

(8) (Pirandello, L.  op. cit. pp. 130)

 

(9) (Croce, B.  op. cit. pp. 282)

 

(10) Freud, S. Il motto di spirito. (pp. 45) Newton Compton       Ed., Roma 1976. (tit. orig. Der witz und seine beziehung zum unbewusstein. 1905).    

 

(11) Volpi, D. Didattica dell'umorismo. (pp. 41) La Scuola Editrice, brescia 1983.

 

(12) Mikes, G. How to be seventy. André Deutsch, London  1982.

 

(13) Mikes, G. (op. cit. pp 161-162).

 

(14) "I am a very wise man. Not terribly intelligent, highly educated or brilliantly clever, but very wise." Si legge nel suo libro How To Be a Guru. (pp. 1) How To Be a Guru. André Deutsch, London 1984.

 

(15)  Fielding, H. Joseph Andrews. Penguin Classics. London, 1985. (ed. org. 1742) (pp. 26).

 

(16) Mikes, G. Eight Humorists. Allan Wingate. London, 1954. I personaggi analizzati da Mikes nel libro sono: Charles Chaplin, Stephen Leacock, Li'l Abner, Evelyn Waugh, P.G.Wodehouse e il giornale "Punch."

 

(17)  (citato in Pirandello, cfr. nota 5)

 

(18)  Dall'articolo sull'Umorismo riportato nell'Enciclopedia Britannica. 1962.

 

(19) Baldensperger, F. "Les Definitions de l'Humour." In Etudes d'histoire littéraire. Hachette, Paris 1962. (riportato in Pirandello  op. cit. pp. 133)

 

(20)  (Croce, B. op. cit. pp. 287)

 

(21)  Escarpit, R. L'Humour. Presses Universitaires de       France, Paris 1960.

 

(22) La Fave, L. in "Valutazioni di Humour come Funzione dei Gruppi di Riferimento e delle Classi di Identificazione. In La Psicologia dello Humour. a cura di Goldstein and McGhee 1972. (trad. italiana, Angeli,  Milano 1976.)

 

(23) Ci si riferisce qui ai seguenti lavori: Thomas Kuhn, La Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche. Torino 1978(I ed.1962); Paul K. Feyerabend, Contro il Metodo, Milano 1979 (I ed. 1975); Albert Einstein, Come Io Vedo il Mondo. La Teoria della Relatività. Newton Compton       Editori, Bologna 1975.

 

(24)  Camerini, E. Gli Umoristi. Daelli, Milano 1865  (riportato in Croce op. cit. pp. 285)

 

(25) W.J.Krug. Allg. Handworterbuch d.philos. Wissenschaften  Lipsia 1827. (cit. in Croce. cfr. nota 3)

 

(26) La constatazione che l'umorismo possa in qualche modo contribuire a vistosi miglioramenti  della salute in soggetti afflitti da determinate patologie è condivisa sia da psichiatri e psicologi quali appunto Anthony Chapman e H. Grecwald (citati in: LaDidattica dell'Umorismo. di Domenico Volpi  La Scuola Ed. Brescia 1983) sia da altri terapeuti come ad esempio Moody R.A.jr  che ha sostenuto le sue tesi  nel  libro Il Riso Fà Buon Sangue. Mondadori, Milano 1979. (Ampliare)

 

(27) Ceccarelli, F. Sorriso e Riso. Saggio di antropologia biosociale. Einaudi, Torino 1988

 

(28) Eco, U. Articolo sull'Umorismo in il  Grande Dizionario Utet. Torino 1973

 

(29) Il concetto di “superiorità” non a caso richiamato a tale punto, è inerente ad una teoria sul riso elaborata da Thomas Hobbes. Per il filosofo il riso scaturirebbe dalla  improvvisa percezione di qualche    superiorità in noi stessi, a paragone con la debolezza  altrui o con la nostra precedente. (Human Nature IX,  13. in The English Work of T. Hobbes, II vol. London,  1839-45. riportato in Cecarelli op. cit.)

 

(30) Ci si riferisce  per queste considerazioni al testo di  F. Ceccarelli (cfr. nota 18) nel quale  sono ampiamente messe in rilievo le caratteristiche sociative e coesive dei messaggi comunicativi che pertengono al sorriso-riso, (pp.77, 232, 259, ecc.) e quindi necesariamente anche  all'umorismo.

 

(31) Interessante a questo proposito è la seguente citazione riportata nell'Enciclopedia dell'Umorismo. a cura di G. Guasta Omnia Ed. Milano 1964 che recita: "Per me il solo, l'unico che meriti la qualifica di umorista è il clown.   di M. Baroni. (pp. 26)

 

(32) Sthephen Butler Leacock nacque a Swanmoor, Hampshire, nel 1869, terzo di undici figli; ma ben presto si ritrovò a vivere in Canada, nell'Ontario, dove la famiglia era emigrata. Gli affari non andavano molto bene ed il lavoro nella tenuta terriera non rendeva; il padre decise allora di seguire uno zio e se ne andò verso il West, non facendo più ritorno. La vita non fù semplice in questo periodo,comunque, grazie ad una piccola  rendita  che  la   madre   ricevette  dalla  Inghilterra,  la  numerosa  famiglia  riuscì  a tirare avanti. Stephen frequentò l'Upper Canada College e dopo aver conseguito il diploma divenne un insegnante della Uxbridge High School; egli odiava il suo lavoro e a trent'anni, grazie ad un prestito, si recò a Chicago per studiare economia e scienze politiche. Presa la laurea egli entrò nell'ateneo, dove nel 1908 assunse la direzione del dipartimento di scienze economiche. La sua carriera letteraria iniziò con la pubblicazione a proprie spese di brevi saggi umoristici, raccolti poi in un volume dal titolo Literary Lapses (1910).  Una volta conosciuto dal mondo editoriale, egli publicò dal 1910 al 1944 almeno un libro all'anno, riscuotendo notevole successo. S. Leacock morì a 75 anni. Tra i suoi libri ricordiamo: Nonsense Novels del 1911, Behind the Beyond del 1913, The Garden of Folly del 1924, Mark Twain del '32, Charles Dickens del '33, Funny Pieces del '36 e How to Write del '43.

 

(33) (Pirandello, L.  op. cit. pp. 135)

 

(34)  James Grover Thurber nacque nel dicembre del 1984 a  Columbus nell'Ohio, secondo di tre figli. Il padre Charles era un abile uomo d'affari ed un membro dell'amministrazione locale. James iniziò a scrivere ed a disegnare molto presto tra i dieci ed i quattordici anni, frequentò la Ohio State University ma non riuscì a terminare gli studi. Negli anni venti lavorò come impiegato a Washington ed a Parigi, divenne poi giornalista del Dispatch di Columbus ed infine Managing Editor del New Yorker. Nel 1951 egli fu nominato dottore in Letteratura (ad honorem) al Williams College a Williamstown.  Tra i suoi libri ricordiamo: Is Sex Necessary del 1929, The Owl in the Attic del 1931, My Life and Hard Times del '33, Men,Women and Dogs del '44 e The Thurber Album del 1952.

 

(35) (Pirandello, L.  op. cit. pp. 167)

 

(36) Evelyn Arthur St. John Waugh nacque a Londra nell'ottobre del 1903. Il padre Arthur era un noto saggista e critico letterario, oltre che direttore di una casa editrice. Evelyn frequentò la Lancing School e poi l'Oxford University. Egli desiderava diventare un pittore, ma al contrario esercitò la professione di insegnante e poi quella di giornalista al Daily Express. Allo scoppio della guerra Waugh fu arruolato nella Royal  Navy   e  più  tardi  andò volontario nei Commandos. Il suo primo libro pubblicato fu una biografia di Rossetti, seguì Decline and Fall sempre del 1928 che gli procurò un immediato e ben meritato successo. Negli ultimi anni della sua vita visse sempre più ritirato , morì nel 1966. Tra le sue opere ricordiamo: Black Mischief del '32, Put Out More Flags del '42, the Loved One del '48, Helena del '50, Men at Arms del '52, Love Among the Ruins del '53.

 

(37) Pelham Granville Wodehouse nacque a Guildford nel 1880 da una famiglia borghese e fu educato nel College di Dulvich. Terminati gli studi, lavorò prima come impiegato in una banca e poi dal 1903 come giornalista e collaboratore di vari giornali comici, per dedicarsi infine all'attività di romanziere. Visitò gli Stati Uniti nel 1904, poi ritornò in Inghilterra, e dopo lo scoppio della I° Guerra Mondiale si stabilì quasi definitivamente oltreoceano.

Tra il 1910 ed il 1940 egli ha pubblicato circa due nuovi libri  ogni anno; sempre nel 1940 egli fù catturato dai tedeschi e per alcune sue trasmissioni radiofoniche alla radio tedesca fù anche accusato dalla nazione inglese di aver collaborato con il nemico e di essere un nazista; tesi che verrà poi rifiutata da vari intellettuali, tra i quali George Orwell ed il nostro Mikes.

Tra le sue molteplici opere ricordiamo: A Good Bet del 1904, Love Among the Chickens del 1906, Enter Psmith del 1909, Psmith: the Journalist del 1915, Very Good, Jeeves del '30, Thank You, Jeeves del 34, Nothing Serious del 50, e Pigs Have Wings.

 

(38) Harold Nicolson. The English Sense of Humour. Constable and Company Ltd. London 1956 (pp.48-49)

 

(39) Hodgart, M. La Satira. Il Saggiatore. Mondadori, Milano       1969.(pp. 118)  (tit. orig. The Satire. 1969)

 

(40) Priestley, J.B.  English Humour Longmans, Green and Company, London, New York, Toronto, 1929. (pp. 57)

Bibliografia  Indice  Capitolo  II°  Capitolo III°  G. Mikes  C.W. Brown   Sommario

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