LIBERO FORUM SULLA STUPIDITA'

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CAPITALISMO E STUPIDITA' Padroni da licenziare di Massimo Muchetti

Prima Premessa. Iniziamo con l'articolo di Muchetti una raccolta di testi sulla stupidità del potere e della autorità, compreso ovviamente la stupidità economica che porta sempre più ricchezza nelle tasche dei soliti imbecilli, mentre impoverisce al tempo stesso l'intera nazione ed i suoi lavoratori. Come vedremo infatti in altri testi, le assurdità del mondo del profitto sono numerose e del tutto degne della pura follia. Si vedano ad esempio gli stipedenti astronomici che prendono alcuni manager (che poi magari mandano di culo le loro stesse aziende), o le cifre esorbitanti e prive di qualsiasi logica etico economica che si intascano giocatori, e divi dello spettacolo. Ma questo ovviamente non è tutto! La logica di questi articoli comunque si affianca ai contenuti letterari e filosofici dell'opera di Carl William Brown, che da sempre ha sentito il dovere di denunciare e di criticare le contraddizioni delle nostre società e la stupida vanità di chi le governa, e va ad integrare ovviamente tutti gli altri articoli sulla stupidità nelle sue varie forme presenti in questo forum. Carl William Brown

Seconda Premessa.
L'amministratore delegato di Levis, storica casa americana produttrice di jeans, porterà a casa, nel 2002, più di quanto archiviato dall'intera società alla voce utili netti nel corso dell'intero anno. Da quanto emerge dai dati di bilancio presentati dall'Authority di Borsa americana e ripresi dalla stampa, Phil Marineau, il numero uno dell'azienda, riceverà come compenso ben 25,1 milioni di dollari (tra stipendio e benefit): poco più della Levis che, nel suo complesso, ha chiuso l'esercizio fiscale 2002 con utili netti pari a 25 milioni di dollari in flessione rispetto ai 151 milioni di dollari del 2001. La busta paga di Marineau risulta così consistente in seguito alla scelta compiuta dalla Levis di pagargli l'equivalente delle stock-options garantitegli dalla Pepsi, quando nel 1999, lasciò la prima concorrente di Coca Cola per arrivare in Levis. Questo non è che un piccolo esempio di come gira il mondo del lavoro, della finanza, e dell'economia. Ed in questo forum avremo modo di vederne delle belle a questo proposito. Ma nel frattempo il mondo della politica e degli intellettuali cosa fa, beh, non fa un cazzo, ma di certo lo fa bene.  Carl William Brown

Terza Premessa.
L'Italia cerca sempre di più di seguire al meglio il capitalismo americano. Persi in un anno dalla grande industria 33.000 posti di lavoro. Aumenta l'emorragia di posti di lavoro nelle grandi imprese: ad agosto sono stati persi complessivamente 33.800 posti di lavoro rispetto allo stesso mese dello scorso anno, di cui 26.200 nell'industria e 7.600 nei servizi. Analizzando la sola grande industria, l'occupazione risulta ad agosto in calo dello 0,2% (-0,6% al netto della cassa integrazione) rispetto al mese precedente e del 3,3% (-4,5% al netto della Cig) nei confronti di agosto 2001. Nei primi otto mesi dell'anno, le variazioni  medie sono pari, rispettivamente a -3,9% e -4,5%. Quanto alle grandi imprese dei servizi, l'indice di agosto segna un calo dello 0,2% congiunturale e dello 0,7% tendenziale, mentre la variazione media dei primi otto mesi dell'anno è pari a -,5%. La forte perdita dei posti di lavoro nelle grandi imprese si accompagna ad un vero e proprio boom della cassa integrazione. (Fonti Istat)
Carl William Brown

Quarta Premessa Il crollo verticale del bilancio dell'azienda RAI con un passivo di 190 milioni di euro (Mentre i bellimbusti che ci lavorano guadagnano soldi a palate) ed il sorpasso di Mediaset negli ascolti confermata dall'arrivo di Berlusconi a Palazzo Chigi. L'aumento della conflittualità interna dell'azienda con 2500 cause di lavoro su 10.000 dipendenti, confermano che anche in questo caso un'azienda non sta facendo crescere la nazione e la sua ricchezza, ma al contrario sta contribuendo a dilapidarla, grazie all'aiuto di alcuni politici compiacenti. Carl William Brown


I monopoli di Stato creano ricchezza. Tranne Del Vecchio, Berlusconi e Benetton, i big privati ne distruggono tanta. Dovrebbero pagare, ma hanno un loro articolo 18.

Nella fiera delle vanità di fine Novecento, i grandi capitalisti - non solo i condottieri degli anni Ottanta, ma anche i loro tardi epigoni - invadono le prime pagine dei quotidiani e le copertine dei settimanali proponendo a modello successi professionali il più delle volte presunti, e poi idee politiche, opzioni culturali, scelte religiose e perfino la propria vita privata: barche, quadri, jet, guardaroba, mogli e fidanzate, neanche fossero tanti principi di Monaco. Di tutti questi aspetti non abbiamo tenuto il minimo conto. Non per spocchia. Sappiamo bene che hanno un loro peso, spesso decisivo, nelle scelte dei capitalisti che sono uomini come tutti gli altri. Ma per riferirne senza cadere nel pettegolezzo, velenoso o cortigiano che sia, bisognerebbe conoscere le persone con la stessa profondità degli amici e saperne indagare l'anima con la sapienza e la libertà di uno scrittore: una combinazione di circostanze e abilità così rara che non può essere chiesta a un giornalista com'è l'autore di questo libro. Può essere preteso, invece, un criterio di giudizio dei capitalisti verificabile e, se possibile, spassionato. Questo criterio l'abbiamo individuato nella capacità delle imprese di generare ricchezza per i loro azionisti o di distruggerla. Il riferimento alla ricchezza e agli azionisti non deve trarre in inganno. La ricchezza della quale parliamo deve essere intesa come ricchezza reale, che entra a far parte della più generale ricchezza della comunità, del paese. Non intendiamo riferirci, invece, al profitto estemporaneo, che ogni azionista può realizzare comprando e vendendo titoli in un breve arco di tempo con intelligenza e fortuna. Gli azionisti dei quali parliamo, d'altra parte, non sono le persone fisiche o giuridiche presenti nel capitale di una società in un dato momento, ma il loro insieme - l'azionariato come capitalista collettivo - che, per definizione, è presente tanto all'inizio quanto alla fine del periodo che andiamo ad analizzare, e continuerà a esserci a tempo indeterminato. Questo periodo inizia nel 1985 e si conclude nel 2001. È un arco di tempo sufficiente a compensare alti e bassi della congiuntura. Naturalmente la scelta di partire dal 1985, e non da due anni prima o da tre dopo, è in una certa misura arbitraria, ma non per questo priva di qualche buona ragione. Anzitutto, nel 1985 può dirsi finalmente compiuta la prima, grande ristrutturazione industriale seguita alla ricostruzione postbellica e al boom degli anni Sessanta. In secondo luogo, come abbiamo già visto, il 1985 è l'anno del risveglio della Borsa che segue il letargo provocato dalla nazionalizzazione delle aziende elettriche. In terzo e ultimo luogo, il 1985 è il primo anno nel quale vanno a regime i fondi comuni d'investimento. [...]

Il calcolo della creazione o distruzione di ricchezza è stato fatto sulla base di quattro punti. In primo luogo, si è stabilito il valore del capitale rischiato dall'azionariato all'inizio del periodo preso in considerazione. In genere, si è utilizzata la capitalizzazione di Borsa di fine 1985. [...]. In secondo luogo, abbiamo rilevato i flussi di cassa che dall'azionariato sono andati verso le società (aumenti di capitale) e quelli che dalle società sono tornati verso l'azionariato (dividendi). [...]. In terzo luogo, si è considerato un certo costo opportunità del capitale rischiato. L'azionariato della Fiat piuttosto che della Pirelli, della Montedison o dell'Enel avrebbe potuto collocare i propri denari senza alcun rischio in titoli di Stato: aver rinunciato a tante cedole sicure rappresenta un costo nel bilancio finanziario del socio fedele. È giusto dunque aggiungere, anno dopo anno, un costo ideale pari al rendimento medio dei titoli di Stato. In quarto luogo, si è preso come elemento di confronto finale la capitalizzazione di Borsa di fine 2001. Per Fininvest si è considerato il patrimonio netto consolidato aumentato delle plusvalenze sulle partecipazioni quotate, depurate del prelievo fiscale che si avrebbe in caso di una loro vendita reale. Messi in fila tutti questi numeri, è abbastanza facile arrivare al dunque. [...]. Poiché non stiamo scrivendo un giallo possiamo anticipare fin d'ora i risultati della misurazione. A creare ricchezza è soprattutto lo Stato imprenditore con quelle sue imprese che gestiscono servizi pubblici sulla base di una posizione di mercato dominante: dal 1985 al 1997, anno della privatizzazione, Telecom Italia crea ricchezza per 41 mila miliardi di lire: dal 1985 al 2001 l'Eni ne crea per quasi 66 mila miliardi e l'Enel per 12 mila. Nel caso di Finmeccanica, invece, un'azienda manifatturiera delle alte tecnologie esposta alla concorrenza internazionale, anche lo Stato imprenditore distrugge ricchezza: dal 1991 al 2001 brucia 6.712 miliardi di lire.

Nel settore privato, creano ricchezza solo quanti hanno usato i capitali a scopi produttivi con forte capacità di innovazione, soprattutto nelle tecniche di distribuzione, come Luxottica con i suoi occhiali e Benetton con l'abbigliamento casual. La prima, quotata a New York dal 1990, in 12 anni genera ricchezza per 15.562 miliardi. La seconda per non più di 724 miliardi. Assai positivo è anche il bilancio di Fininvest, che porta al suo azionario, e cioè alla famiglia Berlusconi, un premio di oltre 11 mila miliardi, un successo consolidato attraverso la presa monopolistica sul mercato della pubblicità garantita dalla politica. A distruggere ricchezza in misura sconcertante sono i grandi gruppi dell'industria privata che hanno perso il treno delle nuove tecnologie e si sono impantanati in costosi scontri di potere a colpi di fusioni e acquisizioni. Fiat, Olivetti, Montedison, Pirelli e la stessa Italcementi, che non è mai uscita dal seminato, hanno consumato le risorse dell'azionariato, che nella nostra impostazione concorrono a formare la ricchezza di una comunità, con la stessa cieca determinazione con la quale Crono divorava i suoi figli. La sequenza della distruzione merita di essere ricapitolata già qui in 16 anni, la Fiat "fa fuori 27.457 miliardi di lire, Olivetti 14 mila, Montedison oltre 9 mila, Pirelli 3.800, Italcementi poco più di mille. Vedremo più avanti come e perché è accaduto. Ma fin d'ora possiamo concludere che, sulla base della ricchezza creata o distrutta, la Grande Occasione degli anni Novanta è stata in larga misura sprecata dai maggiori gruppi capitalistici privati tradizionali, mentre lo stesso non si può dire dello Stato imprenditore e di quelli che Giovanni Agnelli ha sempre considerato "parvenu". [...] Gli economisti osservano che questa particolare struttura proprietaria diminuisce il grado di contendibilità delle imprese, e dunque il valore delle azioni. Ma l'effetto peggiore è un altro: proteggendo gli assetti esistenti, le piramidi societarie danno potere e tolgono responsabilità. Minano il principio meritocratico. E questo è grave in un paese come l'Italia che tende, per antichi condizionamenti culturali, a preferire l'etica della convinzione - o la difesa furbesca del proprio guicciardiniano "particolare" - sull'etica della responsabilità. Gli Agnelli, per esempio, hanno tutto il potere in Fiat, ma, quando vengono chiamati a metter mano al portafoglio per rilanciare l'auto, nicchiano adducendo ragioni non prive di una loro forza formale. Dicono: noi siamo solo padroni del 50 per cento dell'Ifi, che detiene il 53 per cento dell'Ifil; e queste due società possiedono non più del 30 per cento della Fiat, la quale ha l'80 per cento di Fiat Auto; dunque, cari signori che ci tirate per la giacca, andateci piano, mica possiamo danneggiare i soci di minoranza di Fiat, Ifil e Ifi per sostenere comunque l'auto. Non sempre gli Agnelli si sono potuti permettere un simile gioco allo scaricabarile, comodo o, forse, disperato. Per una lunga, interminabile stagione hanno accettato di sottoporsi anch'essi al giudizio di un'autorità amica ma esterna alla famiglia. Questa autorità è stata rappresentata da Mediobanca. E Mediobanca in alcune occasioni ha saputo dettare condizioni pesanti al più importante dei suoi clienti. Ma a chi rispondono i signori di Piazzetta Cuccia? Quis custodiet custodes? Che questo sia il punto cruciale se ne sono accorti in tanti, ma il primo ad alzare il velo con grazia maliziosa, è stato Sergio Siglienti, presidente della Banca Commerciale; un chierico che ha avuto il coraggio civile di testimoniare in un libro come la privatizzazione della "sua" banca venne piegata agli interessi della solita, imprendibile consorteria. "Potrò mai essere assolto da una simile colpa?" si è chiesto Siglienti in premessa. E poi, alludendo alle parole di sant'Agostino: "Dovrò anch'io far la corte agli angeli? Ma se, nel mio caso, gli angeli sono quelli che proteggono i poteri forti dovrò andare a cercarli in fondo alle scatole cinesi o inerpicarmi per le società a cascata per poi sentirmi dire, una volta giunto alla soglia della Holding Celeste, che lassù non si è responsabili di ciò che accade a valle?". Alla Holding Celeste, al secolo Mediobanca, si è peraltro affiancata nel ruolo di giudice di ultima istanza - con il trasparente intento di sostituirla - la Banca d'Italia. Regista incontrastata del settore di credito, la banca centrale interviene sempre più spesso nei grandi affari, sui quali può vantare competenze giuridiche e professionali assai meno insindacabili. E così il governatore Antonio Fazio propone se stesso come un sacerdote dell'alta finanza inafferrabile, e irresponsabile quanto e più di Cuccia e del suo erede Maranghi.

La scissione tra potere e responsabilità patrimoniale si è dunque allargata. Questo rende sempre più arbitraria l'attribuzione tempestiva di premi e sanzioni. E i grandi padroni diventano così inamovibili alla stregua dei loro dipendenti protetti dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che sancisce il diritto al reintegro nel posto di lavoro nel caso di licenziamento senza giusta causa. [...] L'articolo 18, tuttavia, una suggestione la offre. [...]. Nella primavera del 2002, infatti, il governo di Silvio Berlusconi ha iniziato la revisione dell'articolo 18 affinché in Italia siano tutti licenziabili in ogni momento per il superiore bene dell'impresa. La
reazione dei sindacati, e della Cgil in particolare, ha costretto l'esecutivo ad annacquare molto il proprio vino. Ma ormai, almeno sul piano della discussione scientifica tra giuslavoristi, l'articolo 18 non è più un dogma, nemmeno a sinistra. E allora diventa interessante chiedersi se non sarebbe utile al sistema economico estendere questo principio liberista dal lavoro al capitale, e poter così licenziare anche i padroni quando questi si rivelino impari alle nuove sfide o quando, come i dipendenti improduttivi oggetto degli strali della Confindustria, perseguano le proprie personali utilità, anziché il bene superiore dell'impresa.
da "Licenziare i padroni?" di Massimo Muchetti, Feltrinelli Editore   Indice Pagina    Indice Forum


STUPIDITA' E DNA di James Watson lo scopritore della doppia elica "Sì, la stupidità si può estirpare dal nostro Dna".

La stupidità è una malattia e va curata. Come? Con l'ingegneria genetica. Parola di James Watson, lo scienziato che insieme a Francis Crick, un collega dell'università di Cambrige, 50 anni fa scopri il Dna. Secondo James, la stupidità non è causata né da bassi livelli di istruzione, né dall'assenza di stimoli nell'infanzia: si nasconde nel profilo genetico dell'uomo. Per questo, grazie alle nuove tecnologie genetiche, per lo scienziato la stpidità si può e si deve sconfiggere, rimuovendo il gene responsabile.
La notizia è stata diffusa ieri dal quotidiano britannico Times, che ha anticipato brani di una intervista televisiva rilasciata da Watson nell'ambito di una serie di documentari realizzati in occasione della ricorrenza dall'emittente britannica Channel 4, e che saranno trasmessi dall'8 marzo prossimo. Lo scienziato, presidente del Cold Sping Harbour Laboratory di New York nonché fondatore del Progetto per il genoma umano, nel corso di un'intervista ha difeso con fermezza la cosiddetta eugenetica, ovvero l'intervento sul Dna dell'embrione che permetterebbe - e in alcuni casi ha già permesso - di sradicare gravi difetti o il rischio di contrarre particolari malattie. I suoi commenti, che hanno sollevato forti polemiche, lasciano intravedere un mondo da fantascienza in cui a nessun individuo è permesso di nascere se non con un po' di acume.
"Nei casi di vera stupidità, io parlerei di malattia", ha sottolineato Watson. "Consideriamo - ha proseguito- quel 10 per cento di popolazione con quoziente d'intelligenza molto basso, quelle persone che hanno difficoltà anche alle scuole elementari: qual è la causa? C'è chi indica la povertà o fattori simili. Probabilmente non è così. Mi piacerebbe eliminare la causa, per aiutare quel 10 per cento. Non mi sembra giusto che una parte della popolazione nasca senza le stesse opportunità".   Indice Pagina    Indice Forum


POTERE, ARAGOSTE E STUPIDITA' Capricci di un leader PYONGYANG Kim Jong II visto da vicino: il suo Paese muore di fame, lui banchetta ad aragoste appena giunte da Parigi di Renata Pisu

Nel suo Paese, la Corea dei Nord, dei quale è il "Caro Leader", si muore di fame: ma Kim Jong II, che ha ereditato il potere da suo padre come se il comunismo fosse una monarchia ereditaria, è un raffinato gourmet. Uno chef emiliano, quattro anni fa, venne invitato a Pyongyang per presentare le specialità della cucina italiana al Caro Leader che le gustò, con i suoi intimi, durante una settimana di bisboccia a bordo del suo yacht privato. Notizia vecchia? La carestia che ha colpito il suo Paese dove soltanto l'anno scorso due milioni di persone, soprattutto bambini, sono morte di fame non lo ha convinto ad adottare una dieta più sobria. È uscito a Mosca pochi giorni fa un libro che si intitola Oriente Express, proprio come quello che ho scritto io e dove racconto storie di vari Paesi dell'Asia, esclusa la Corea del Nord, il Regno Eremita dove è difficilissimo mettere piede. L'autore di questo libro si chiama Kostantin Pulitovsky ed è uno dei pochissimi stranieri che hanno vissuto per un po' alla corte di Kim Jong II come rappresentante per l'Estremo Oriente del presidente Putin. In veste ufficiale, come diplomatico, Pulitovsky ha accompagnato il Caro Leader nel viaggio in treno speciale di super lusso che il Signore della Corea del Nord ha compiuto attraversando la Siberia e la Russia, un viaggio che si è svolto nel luglio del 2001 ed è durato un mese. Gran parte della narrazione di Pulitovsky si riferisce ai banchetti che si tenevano nelle carrozze sontuose di questo treno al cui cospetto il mitico vero Orient Express impallidisce. E allora, vediamo cosa racconta Pulitovsky: prima
di tutto che il Caro Leader (il cui Paese per Bush fa parte dell'Asse del Male, che ha, o per lo meno aveva in programma la preparazione di armi atomiche, che i giapponesi detestano perché punta missili contro le loro coste, che si regge al potere grazie al terrore, che assegna solo agli ufficiali dell'esercito gli aiuti alimentari della comunità internazionale) è un buontempone. Ama cantare, ama le belle ragazze ma soprattutto ama la cucina francese, le aragoste vive che raggiungevano il convoglio ferroviario con aerei speciali assieme a casse di Bordeaux e Burgundy che provenivano direttamente da Parigi. Gourmet, canterino, donnaiolo, Kim Jong II ha detto a Pulitovsky, durante un festino durato quattro ore svoltosi nel grigiore della Siberia: "So che tutti mi criticano ma sono convinto che questo dimostra come io sia nel giusto, sempre". I suoi dignitari, commenta Pulitovsky, lo ascoltavano religiosamente e con le lacrime agli occhi mormoravano: "Grazie, grazie di esistere". E poi, anche loro, si rimpinzavano di aragoste e caviale. Adesso questo Orient Express sta suscitando un incidente diplomatico tra Corea del Nord e Russia. Putin sembra che abbia porto le sue scuse al Caro Leader. Ma il libro sta andando a ruba: non lo comprano i russi, abituati alle follie dei loro capi, ma gli 007 di tutto il mondo che, finalmente, possono conoscere qualche particolare sulla vita del Caro Leader, anche se forse sono particolari che figurerebbero meglio in un libro di alta cucina che nei rapporti top-secret dei servizi segreti internazionali.
Articolo apparso su Donna del 21 Dicembre 2002  Indice Pagina    Indice Forum


CAPITALI, POTERE E STUPIDITA' La crisi Argentina, di chi è la colpa  di Omero Ciai

12 bambini al giorno muoiono in conseguenza della povertà nel quinto Paese esportatore di generi alimentari al mondo. Un disastro assurdo che ha radici profonde. Ma chi ha dato la spinta finale al crollo ha nomi e cognomi: solo che i giornali e tv non li fanno. Perché tra i 1500 esportatori clandestini di capitali ci sono politici, banchieri, industriali, editori, giornalisti. E chi pubblica la lista perde il posto.

Non sapremo mai con certezza quanti sono i bambini morti per la denutrizione in questa estate argentina - laggiù le stagioni sono rovesciate. Juan Carr, il presidente dell'organizzazione umanitaria Red Solidaria, sostiene che sono dodici ogni giorno i bimbi sotto i sei anni che muoiono per colpa della povertà. Un'ecatombe provocata dalla fame, dall'acqua infetta, dalle condizioni igieniche precarie, dall'ignoranza, dalla mancanza di medicine e di cure per il neonato. Una catena in cui la morte per mancanza di cibo è soltanto un aspetto: sicuramente il più visibile, forse non il più grave. David, l'ultimo bambino deceduto nell'ospedale di Tucuman, aveva la tubercolosi. Non è morto di fame, è morto di tisi: una malattia praticamente scomparsa nelle società occidentali.
Ecco, viaggiando nelle provincie del nord dell'Argentina, da Tucuman a Catamarca, da Misiones a Formosa, si ha l'impressione di attraversare un Paese appena uscito da una guerra. I neonati muoiono di fame, ma gli altri? Quelli che a sei anni non hanno una penna e un quaderno per imparare a scrivere? Che non hanno un libro di testo? Una mappa geografica? Una bambola? Un orsetto?
Viene in mente un testo di Miriam Mafai che ricorda come in Italia, in Abruzzo, cinquant'anni fa, ci fossero paesini nei quali i bambini non potevano andare a scuola perché non avevano le scarpe. Ma, appunto, era il dopoguerra. E che guerra c'è mai stata in Argentina per giustificare tutto questo? Chi ha strapazzato tanto l'ex granaio del mondo da gettarlo nella miseria? Sì, perché l'Argentina - ecco il paradosso - è il quinto esportatore al mondo di generi alimentari e ne produce una quantità tale che potrebbe sfamare una popolazione dodici volte maggiore rispetto alla sua (meno di 40 milioni). Ma ha venti milioni di poveri e, di questi, otto milioni sono allo stremo. Basta fare due conti con la carne e il grano, dei quali l'Argentina è il quarto produttore nel ranking mondiale, per non capirci più nulla. Ma poi ci sono le mele, i limoni, la soia, il vino, lo zucchero. E anche il cotone, e il petrolio, e le riserve di gas naturale della Patagonia.
La crisi, quella avviata, ormai un anno fa, dalla svalutazione di gennaio, può spiegare solo in parte questa emergenza. E prima di prendersela con I'Fmi, la Banca Mondiale e le istituzioni finanziarie internazionali che, chiudendo i rubinetti del credito, l'hanno fatta esplodere, l'Argentina dovrebbe avere il coraggio di guardare se stessa. Come vent'anni fa, alla caduta del regime militare, quando il Paese del tango e di Maradona non seppe affrontare con un briciolo di giustizia l'olocausto di 30 mila desaparecidos - un massacro senza colpevoli archiviato con lo scempio dell'indulto - così oggi rischia di non capire che cosa sia veramente successo negli ultimi mesi del 2001.
Per scrivere la storia che vogliamo raccontare un giornalista argentino, Roberto Navarro, è stato costretto a licenziarsi dal suo giornale. E molti altri suoi colleghi l'hanno messa nel cassetto per evitare la stessa fine. Ma non si tratta di un segreto. Neppure di una grande inchiesta giornalistica. Meno che mai di uno scoop. L'oggetto misterioso che i giornali argentini si sono rifiutati di pubblicare è semplicemente il rapporto della Commissione d'inchiesta parlamentare sulla fuga di capitali. Una bomba che spiega in gran parte ciò che è accaduto in Argentina tra il giugno e il dicembre di un anno fa. II dossier è uscito solo su un piccolo settimanale, battagliero ma di nicchia, Ventitres, ma lo conoscevano tutti i giornalisti parlamentari accreditati a Buenos Aires. È stato ripreso con grande evidenza dal quotidiano spagnolo El Pais, due colonne in prima pagina, ma neppure questa circostanza ha convinto i giornali argentini a occuparsene. Ora capirete il perché.
Cominciamo dall'inizio. Nella prima settimana di dicembre del 2001, il ministro dell'economia (allora era Domingo Cavallo) firma il decreto che blocca tutti i conti correnti nelle banche argentine. Da quel momento nessuno può più ritirare non solo i suoi risparmi ma neppure dieci euro per fare la spesa. È il caos. È una decisione che porterà nel giro di appena quindici giorni ai saccheggi e alla cacciata del presidente Fernando De la Rua. Ma Cavallo non aveva scelta. Da mesi in Argentina non si parlava d'altro che di una prossima svalutazione della moneta e il sistema finanziario scivolava verso il collasso. La ragione, semplice: in quel momento il peso argentino aveva lo stesso valore (virtuale e fittizio) del dollaro, ma se tutti i correntisti avessero, come stavano facendo, ritirato i loro soldi prima della svalutazione per cambiarli alla pari in dollari, le banche sarebbero andate in bancarotta nel giro di poche ore. Nel corralito, il blocco, da "corral" che in spagnolo indica il recinto dove si tengono gli animali, rimasero prigionieri una montagna di risparmiatori ma, curiosamente, nessuno dì loro aveva in banca più di cinquantamila dollari. E gli altri? I pesci grossi: industriali, manager, banchieri, politici, registi, attori?
Approfittando di Informazioni riservate e di canali privilegiati un gruppo di 1.500 persone, i cosiddetti "padroni dell'Argentina", aveva già trasferito i suoi fondi in Svizzera, in Uruguay e negli Stati Uniti. Cambiando i pesos alla pari con i dollari. Tre miliardi di dollari negli ultimi due mesi prima del corralito. Diciotto miliardi nel corso dell'anno 2001. La lista della Commissione parlamentare d'inchiesta fa paura. C'è l'ex ministro dell'economia, José Luis Machinea, che mentre andava in tv a rassicurare gli spettatori sulla stabilità finanziaria dei Paese spediva a Miami i 110 mila miseri dollari del suo conto corrente. C'è Daniel Marx, il funzionario che trattava il debito con I'Fmi. Ci sono banchieri, industriali, stelle dei cinema e della televisione. E ci sono giornalisti,
direttori, capiredattori e proprietari di giornali, gli stessi giornali che ora tacciono.
La lista è incompleta perché soltanto sessanta delle oltre cento banche argentine hanno fornito alla Commissione parlamentare i nomi di coloro che hanno trasferito i soldi all'estero. Ed è anche appena la punta di un iceberg. II totale dei fondi all'estero di proprietà di residenti in Argentina è molto, ma molto più alto. Secondo una stima ufficiale ci sono almeno 160 miliardi di dollari depositati in conti bancari all'estero. Una cifra superiore sia al debito pubblico dell'Argentina (135 miliardi di dollari), che al suo prodotto interno lordo (120 miliardi di dollari l'anno). Naturalmente sarebbe esagerato e ingiusto sostenere che tutte le conseguenze della crisi argentina dipendono dall'atteggiamento irresponsabile e corsaro della sua classe dirigente. Ma non si può fare a meno di rilevare che si tratta di una circostanza che dipinge con leggiadri dettagli la vera natura dei guai. Per trovare un altro Paese dove una così piccola parte di cittadini possieda, al sicuro in banche estere, più soldi del totale dei suo prodotto interno lordo bisogna andare in Africa, tra i vari dittatori e dittatorelli dei post-colonialismo.
Trasferire i propri soldi all'estero non è un delitto. Nelle dimensioni argentine, però, il fenomeno dà l'idea di un atteggiamento predatorio verso la propria terra e i propri connazionali che sembra connaturato nelle élite politiche, industriali e perfino culturali di quel Paese. Come si spiegherebbe altrimenti la sensazione di assoluta assenza dello Stato, garante pubblico dei diritti civili, che si prova visitando un ospedale dove il medico o il radiologo ricevono uno stipendio inferiore al minimo necessario per sopravvivere? O entrando in una scuola di campagna dove i ragazzini non hanno neppure i gessetti per la lavagna?
Trasferire i propri soldi all'estero non è un reato, ma trasferirci quelli che non si sono dichiarati al fisco sì. Ed è un'esperienza surrealista quella che hanno affrontato i deputati della Commissione d'inchiesta quando hanno confrontato alcune dichiarazioni dei redditi con le cifre dei trasferimenti. Come si fa a spedire in una banca americana il triplo di quello che si è dichiarato di possedere? Misteri dell'economia di mercato. Come quello di Daniel Awada, proprietario di una fabbrica di indumenti per bambini, ufficialmente fallita, che ha trasferito all'estero tre milioni e mezzo di dollari.
Dove li avrà presi? Stando così le cose risorgere non sarà facile. II deserto argentino è quello di una classe dirigente che in vent'anni ha portato il Paese prima (con Alfonsin) sulle montagne russe dei l'iperinflazione, poi (con Menem) sull'astronave di carta di una follia finanziaria - la parità cambiaria fissa con il dollaro - che ha disintegrato l'industria nazionale e triplicato il debito. Soluzioni non se ne vedono. Fra poco più di tre mesi l'Argentina dovrà eleggere un altro presidente ma, per ora, nessuno dei candidati - peronisti, radicali, indipendenti - supera un pallido dieci per cento di consensi. Si naviga a vista. E lo si sente passeggiando per Buenos Aires, l'aria è tetra. In alcuni quartieri angosciosa. Relitti di fabbriche dismesse, negozi chiusi. Appena fuori dal centro storico, sulla Hipolito Yrigoyen, la strada che attraversa Avellaneda, il 70 per cento dei locali ha le serrande abbassate. È il quartiere dell'Independiente, la squadra che quest'anno ha vinto il campionato di calcio. II peggio è passato, dice qualcuno. O deve ancora arrivare?  Articolo apparso su Donna del 4 gennaio 2003     Indice Pagina    Indice Forum


PARADISI FISCALI E STUPIDITA' di Roberto Petrini

Premessa. Se i nostri industriali, i nostri politici, i nostri professionisti ed i nostri intellettuali fossero persone oneste e moralmente responsabili farebbero un'aspra lotta ai paradisi fiscali presenti nel mondo e invece di esportare denaro o di non pagare le tasse cercherebbero al contrario di favorire tutte quelle azioni tese al miglioramento della condizione del nostro paese, dell'Europa e del Mondo intero. Ma evidentemente, come appare chiaro dalla serie di articoli presenti in questo forum, l'ingordigia, l'avidità e la stupidità hanno sempre la meglio sul buon senso.  Carl William Brown

Sei paesi offshore accettano l' invito dell' Ocse: entro il 2005 avranno standard normali e trasparenza

ROMA - Il pressing dell' Ocse ha aperto la prima crepa nel muro finora impenetrabile dei paradisi fiscali. San Marino, insieme alle giurisdizioni di Bermuda, Isole Cayman, Cipro, Malta, Mauritius, si è formalmente impegnata ad aderire al programma per l' eliminazione delle pratiche dannose dei cosiddetti "paradisi fiscali", ed evitare così di essere inserita nella "lista nera" che il consesso dei paesi industrializzati sta mettendo a punto. L' annuncio è stato fatto ieri dall' organizzazione parigina che ha pubblicato sul sito Internet le lettere formali di impegno di tutte e sei le giurisdizioni autonome in vista anche della presentazione ufficiale della lista aggiornata dei "paradisi fiscali" e del "Rapporto sui progressi nell' identificazione ed eliminazione delle pratiche fiscali dannose" il prossimo 26 giugno a Parigi, in occasione del Consiglio ministeriale. Nella lettera la Repubblica del Titano si impegna "all' attuazione delle misure ritenute necessarie per eliminare ogni aspetto dannoso dei propri regimi relativi ai servizi finanziari e ad altri servizi". Una svolta per la piccola Repubblica incastonata nella Penisola ma indipendente da secoli e con un sistema bancario molto attivo e bene consciuto, che si mette al passo con i tempi e con le richieste delle organizzazioni internazionali. Il documento, indirizzato al segretario generale dell' Ocse Donald Johnston, San Marino si impegna inoltre ad "attuare un programma teso ad un efficace scambio di informazioni in materia fiscale, alla trasparenza e all' eliminazione di quegli aspetti dei regimi relativi ai servizi finanziari e ad altri servizi che richiamano imprese e che non conducono, a livello nazionale, alcuna attività sostanziale". Il lavoro dell' Ocse, iniziato nel 1998 con un primo rapporto, ha fino ad ora individuato i paradisi fiscali classificandoli come giurisdizioni che non impongono tasse o solo quelle nominali, che diventano per alcuni non-residenti luoghi dove sfuggire alla tassazione nei loro paesi di residenza, e che posseggono uno o più dei criteri seguenti: mancanza di scambio di informazioni, mancanza di trasparenza, e capacità di attrarre attività di business considerate "non sostanziali". La lista dei cosiddetti paradisi fiscali, stilata tempo fa dall' Ocse, è lunga e colma di località esotiche e spesso sconosciute. In Europa si va dalle tradizionali Svizzera e Lussemburgo, al Liechtenstein, a Monaco. Ma ci sono anche il Vaticano, Malta, Cipro, Gibilterra, Andorra, l' Isola di Man, Jersey, Guernesey, Sark e Alderney. Se si continua a viaggiare per il globo inseguendo i capitali in cerca di un fisco leggero e, soprattutto anonimo, si arriva ai "favolosi" Caraibi: lì le sone esentasse proliferano. Si va dalle Bermuda, alle Bahamas, da Santo Domingo alle Isole Vergini, dalle Caimans alla Giamaica. Nel novero anche Barbados, Grenada, Antigua e Barbuda, Anguilla, Belize, El Salvador, Costa Rica e Panama. In Oceania e nell' Estremo Oriente l' esotismo si coniuga con l' anonimato dei capitali, almeno stando alle indagini dell' Ocse: oltre alla tradizionale piazza finanziaria di Hong Kong, figurano nella lista anche le Filippine, Hainan, Labuan, Vanatu, Figi, Tonga, Samoa, Nauru e Marshall.

N.B. La Svizzera e il Lussemburgo non hanno aderito all'invito dell'Ocse, nel timore di vedere annullato il diritto a mantenere il segreto bancario. Ora l'Ocse presenterà la lista nera dei paradisi fiscali: 14 sono in Europa, 16 in America e Caraibi e 10 in Asia e Oceania. Belize, El Salvador, Costa Rica, Panama, Caimas, San Kitts, San Vincent, Giamaica, Bermuda, Bahamas, Turks E Caicos, Isole Vergini, Barbados, Anguilla, Aruba, Grenada, Antigua e Barduba, Santo Domingo, Santa Lucia, La Dominique, Jersey, Guernesey, Alderney, Isola di Man, Sark, Lichtenstein, Lussemburgo, Svizzera, Cipro, Vaticano, Malta, Monaco, Gibilterra, Andorra, Libano, Israele, Hainan, Labuan, Vanuatu, Figi, Tonga, Mauritius, Samoa, Nauru, Marshall, Cook, Niue, Hongkong, Filippine.  Articolo apparso su la Repubblica - Martedì, 20 giugno 2000     Indice Pagina    Indice Forum

Monti: pagano loro per i paradisi fiscali "SENZA SEGRETO BANCARIO LAVORATORI PIÙ TUTELATI" di Federico Rampini

Gli Stati europei hanno spostato la pressione fiscale dal capitale al lavoro spingendo così il tasso di disoccupazione Più si riducono le nicchie di privilegio sulle rendite finanziarie, più si allarga la base imponibile e si consente di ridurre le imposte. Per l' Italia questo è molto importante Il Commissario europeo spiega la filosofia dell' accordo di Feira sul coordinamento tributario IL RETROSCENA

"Per difendere il gettito minacciato da evasioni ed elusioni, negli anni Ottanta e Novanta gli Stati hanno spostato la pressione fiscale dal capitale al lavoro. In quel periodo l' aliquota media sul lavoro dipendente in Europa è salita dal 34,7% al 42%. Mentre sugli altri fattori produttivi, in particolare sul capitale, è scesa dal 42,8% a meno del 35%. Questo maggiore carico fiscale sul lavoro spiega quattro punti percentuali del tasso di disoccupazione europeo". Parola di Mario Monti, che su questa diagnosi ha costruito la sua battaglia per il coordinamento fiscale, sfociata nella storica intesa di Feira sull' abolizione del segreto bancario. Una battaglia in difesa del lavoro, perché il conto salato dei paradisi fiscali lo hanno pagato proprio i lavoratori. Nell' èra della libera circolazione dei capitali, le ricchezze fuggono dove sono meno tassate. Il lavoro no: la manodopera è molto più stanziale dei capitali. Mentre gli Stati blandivano il risparmio con una gara al ribasso sui prelievi fiscali, si rifacevano su chi non poteva scappare all' estero. è durata quattro lunghissimi anni la guerra di Monti per superare le resistenze inglesi, lussemburghesi, austriache. Londra difendeva il suo status di paradiso fiscale, dove le rendite finanziarie sono esentasse; nella City londinese si è concentrato l' immenso mercato degli Eurobonds, i titoli obbligazionari il cui volume d' affari ormai supera quello del mercato americano. Vienna e Lussemburgo si sono arricchite in quanto paradisi del segreto bancario, dove gli ispettori del fisco degli altri Stati non possono ottenere informazioni sui capitali esportati dai propri residenti. Gli inglesi hanno accusato Monti di puntare ad un "cartello" fiscale degli Stati, di voler trasformare l' Unione in un Grande Fratello che violenterà la privacy bancaria di ciascuno di noi. Con, al termine, l' inevitabile risultato di una pressione fiscale allineata sui paesi più esosi e spendaccioni. Un' accusa che Monti ha sempre respinto: "La concorrenza fiscale tra Stati non è di per sé un fattore negativo, perché serve come disciplina per ridurre la spesa pubblica. Questo è vero quando si tratta di concorrenza leale. La concorrenza sleale invece è nociva per tutti: per cercare di attirare capitali si creano regimi speciali e facilitazioni che non solo comprimono il livello generale delle entrate, ma aprono la via ad elusioni ed evasioni". Oggi Monti raccoglie un successo parziale e...postumo. Con la nascita della Commissione Prodi nel ' 99 lui è stato promosso commissario alla concorrenza, capo del potente Antitrust europeo. Il portafoglio del mercato unico con il pacchetto fiscale è passato al liberale olandese Frits Bolkestein. Ma l' eredità di Monti è stata raccolta dalla svolta di Feira. Fin dall' inizio il commissario italiano aveva prospettato due alternative ai governi: o mettersi d' accordo su una ritenuta alla fonte che colpisca le rendite finanziarie, oppure sancire lo scambio di informazioni tra le amministrazioni fiscali dei paesi membri sui capitali finanziari investiti all' estero. Cioè la fine del segreto bancario. Il presidente della Confindustria D' Amato ha definito l' accordo di Feira come "una cattiva notizia, se è il metodo per alzare il livello di prelievo". Ma per Monti il traguardo è sempre stato l' opposto: "L' obiettivo è allargare la base imponibile per ridurre le aliquote. Nel costruire l' Europa vera vogliamo anche distruggere un' Europa impropria, vogliamo distruggere la facoltà di evadere le tasse avvalendosi della libera circolazione dei capitali. Più si riducono le nicchie di privilegio sulle rendite finanziarie, più si allarga la base imponibile e si consente di ridurre le imposte. Per l' Italia questo è importante perché la grande massa del suo risparmio la rende particolarmente esposta alla concorrenza fiscale sleale di altri paesi". L' accordo di Feira non è perfetto. Monti avrebbe preferito tempi di attuazione più rapidi: il problema del riequilibrio fiscale tra capitale e lavoro è immediato; c' è bisogno di abbassare subito il prelievo per ridurre il "cuneo fiscale" sulle buste paga e rendere meno costoso assumere manodopera. Poi rimangono le incognite: l' abile ricatto dell' Austria sui vincoli della sua Costituzione, la condizione posta dall' inglese Gordon Brown che Stati Uniti e Svizzera aderiscano all' intesa sul segreto bancario. Ma ciò che Monti aveva seminato ha finalmente dato i primi frutti. Dai tempi di Maastricht, il rischio da evitare era proprio quello di costruire l' Europa dei banchieri. Per combattere il distacco delle opinioni pubbliche contro una integrazione tutta tecnocratica, un passo è stato fatto. Articolo apparso su la Repubblica - Giovedì, 22 giugno 2000  Indice Pagina    Indice Forum


RICICLAGGIO DI DENARO  E STUPIDITA'. LA LISTA DELLA VERGOGNA NEL RAPPORTO DENUNCIA DEL GAFI, LO SPECIALE ORGANISMO DELL' OCSE CONTRO IL "LAVAGGIO" DEL DENARO DI PROVENIENZA ILLECITA di Giampiero Martinotti

Russia e Israele tra i paesi sotto accusa. Mosca accusata anche dagli Usa per le reticenze nello scandalo del cosiddetto Russiagate "Declassato" in una fascia grigia il principato di Monaco, additato ieri dal parlamento francese

C' è anche la Russia nella lista nera dei quindici paesi che non offrono nessuna garanzia contro il riciclaggio del denaro sporco. Il Gafi, l' organismo creato dal G-7 che si occupa della lotta alla criminalità finanziaria, ha puntato il dito contro gli Stati lassisti e complici, invitando i paesi occidentali a prendere misure contro di loro. Altri quattrodici paesi, fra cui il principato di Monaco, sono stati invece inseriti in una lista grigia, cioè sono sotto controllo perché il loro comportamento suscita molti dubbi. E' la prima volta che il Gafi accusa in maniera così esplicita. Creato nel 1989 dai Sette Grandi e oggi allargato ai ventisei paesi dell' Ocse, l' organismo ha lanciato un appello ai suoi membri : "Bisogna chiedere alle istituzioni finanziarie di accordare un' attenzione particolare alle relazioni d' affari e alle transazioni con i paesi o i territori identificati nel rapporto come soggetti che non collaborano alla lotta contro il riciclaggio". La lista nera offre più di una sorpresa. Se la presenza delle Bahamas e di altri paradisi finanziari non sorprende, più inquietante è l' accusa contro altri paesi : la Russia, come abbiamo detto, ma anche Israele, il Libano, le Filippine e il Liechtenstein. Il Gafi ha scelto sulla base di venticinque criteri, che possono essere riassunti in quattro grandi categorie : assenza di controlli sull' identità di chi effettua versamenti in contanti o su quella dei titolari dei conti correnti ; rifiuto di rendere conto alle autorità delle transazioni sospette ; assenza di procedimenti penali contro i riciclatori ; mancanza di cooperazione con la comunità internazionale. Sulla lista grigia sono invece finiti quindici Stati o territori, fra cui Monaco, Gibilterra, Cipro, Malta e le isole anglo-normanne di Jersey e Guernesey. Stupisce che il principato dei Grimaldi sia trattato con moderazione, se non altro perché l' altroieri un rapporto parlamentare francese ha definito Monaco "un luogo propizio al riciclaggio". Il presidente del Gafi ha precisato che i paesi nella lista grigia presentano "problemi e deficienze", che non sono però sufficienti a inserirli nel gruppo delle pecore nere. La decisione del Gafi di mettere sotto accusa quindici Stati è un passo avanti nella lotta al riciclaggio, ma le lacune sono molte. Il Gruppo, come l' Ocse, deve decidere sempre all' unanimità e questo spiega alcune incongruità. La Gran Bretagna, per esempio, ha difeso i suoi territori e rifiutato l' inserimento nella lista nera di Gibilterra, Jersey, Guernesey, Man e le isole Vergini, mentre il Canada ha protetto alcuni staterelli di cui è rappresentante ai vertici del Fondo monetario. Le due liste, insomma, sono state anche il frutto di un compromesso diplomatico. Il Giappone ha insistito affinché non si puntasse il dito solo contro le isole esotiche e ha tentato di far inserire nella lista nera i territori europei, ma hanno raggiunto il loro obiettivo solo in parte. Nel Vecchio Continente il Gafi accusa solo due Stati, il Lichtenstein - che secondo un rapporto dei servizi segreti tedeschi sarebbe uno dei maggiori centri internazionali per il riciclaggio - e la Russia, che secondo "Le Monde" sarebbe stata inserita nella lista nera su richiesta degli Stati Uniti. Malgrado i suoi limiti, la lista esiste e adesso bisognerà vedere quali saranno i gesti concreti della comunità occidentale. Il primo a reagire è stato il ministro francese delle Finanze, Laurent Fabius : "Faremo di tutto per introdurre sanzioni contro i paesi che non rispettano le regole internazionali. Siamo pronti ad arrivare fino alla sospensione di tutte le ralzioni finanziarie". Fabius ha aggiunto che la Francia porrà il problema al G-8 di Okinawa ed ha annunciato la riunione in ottobre dei ministri delle Finanze, degli Interni e della Giustizia dei Grandi "per esaminare le sanzioni finanziarie da prendere contro i pardisi fiscali". Il problema russo sarà certamente il più spinoso, se non altro perché Mosca è membro del G-8.  Articolo apparso su la Repubblica - Venerdì, 23 giugno 2000

I CONTI CIFRATI DI NAZARBAEV UN CASO

GLI INGREDIENTI sono simili a quelli del Russiagate, lo scandalo politico-finanziario che ha travolto le figlie di Boris Eltsin: tangenti miliardarie e conti cifrati in Svizzera, banche newyorchesi e paradisi fiscali caraibici, eredi della nomenklatura rossa e familiari del presidente. Ma l' epicentro dello scandalo scoppiato ai primi di luglio è il Kazakhstan, l' immensa repubblica ex sovietica che si affaccia sul Mar Caspio e che nasconde giacimenti di greggio più generosi di quelli del Mare del Nord. Secondo un' inchiesta del ministero della Giustizia Usa, alcune multinazionali petrolifere hanno versato almeno 60 milioni di dollari, nei conti elvetici controllati dal presidente del Kazakhstan, Nursultan Nazarbaev, dall' ex premier Akezhan Kazhegeldin e da Nurlan Balgimbayev, capo della società petrolifera di stato.     Indice Pagina    Indice Forum


HOLDING E STUPIDITA' di Giovanni Pons

Premessa. Questo, come gli articoli precedenti dimostra come il vero interesse delle grandi aziende sia quello di fregare lo stato, ovvero i cittadini e come il servilismo dei politici sia un comodo lasciapassare a tutte queste nefande operazioni che del resto, grazie alla corruzione, non mancano di portare loro un certo interesse e ovviamente non mancano di incentivare la stupidità di una nazione che fa pagare le sue colpe ai vari cittadini sempre più schiavi e sempre più ignoranti. Carl William Brown

Il numero non è preciso al 100% ma è comunque considerato attendibile dagli addetti ai lavori. Delle 6 mila holding domiciliate in Lussemburgo almeno 6-700 sono riconducibili a capitali italiani. A fornirlo è la filiale inglese della Webster Company, una società di consulenza specializzata nella costruzione di strutture societarie estere. La difficoltà nello stilare una statistica sta nel fatto che le holding lussemburghesi hanno azioni al portatore e dunque una mappatura precisa è pressoché impossibile. Ma ora che la Guardia di Finanza e la magistratura hanno messo nel mirino le operazioni fiscalmente rilevanti della Bell - la scatola costituita nel 1997 da Emilio Gnutti per dare l'assalto all'Olivetti - il censimento dell'"esterovestizione" torna improvvisamente d'attualità. Quante sono le operazioni transitate dal Lussemourgo "senza valide ragioni economiche ma al solo fine di ottenere fraudolentemente un risparmio di imposta" (art. 37 bis Dpr n.600 del '29-9-1973)?"
Sono talmente tante che il ministro Giulio Tremonti ha deciso di eliminare la tassazione delle plusvalenze anche in Italia in modo da disincentivare l'esodo verso il Lussemburgo e l'Olanda. Il gettito sui passaggi di proprietà è sempre stato bassissimo - è il ragionaento dei tecnici del ministero dell'Economia - per cui tanto vale liberalizzare e cercare di recuperare le imposte per altra via, come l'abolizione del credito d'imposta.
In realtà nel febbraio 2002 Tremonti aveva chiesto alla Consob copia dei prospetti delle Opv avvenute in Italia per appurare i casi di esterovestizione, ma probabilmente è tornato sui suoi passi: In ogni caso nessuno, né Vincenzo Visco né Treonti, ha mai messo sotto osservazione alcune operazioni chiave degli ultimi anni, per esempio il passaggio della Seat dalla Telecom di Gnutti e Roberto Colaninno al gruppo di investitori che l'aveva acquistata dal Tesoro. Uno di questi, la De Agostini, realizzò 3.500 miliardi di lire di plusvalenza non pagando una lira di tasse al fisco italiano. Non male per un passaggio di proprietà di una società con sede a Torino (Seat) e una con base a Novara (De Agostini). Il tutto grazie alla costruzione delle holding Huit, società di comodo lussemurghesi.
Ma se ora gli inquirenti riuscissero a dimostrare che la Bell era lussemburghese di nome ma italiana "di fatto', in molti comincerebbero a tremare. Non sono poche, infatti, le transazioni effettuate anche recentemente che hanno utilizzato un veicolo estero per ottenere benefici fiscali. Molte di queste hanno per attori i fondi chiusi, quasi sempre domiciliati in paradisi fiscali. Così la recente vendita della Fila al fondo americano Cerberus è passata attraverso la Fila Nederland Bv; quando Vodafone vendette Infostrada all'Enel di Franco Tatò fu costituita all'uopo una scatola olandese. Il passaggio del controllo della Rinascente dalla famiglia Agnelli ai francesi di Auchan è transitato per la lussemburghese Eurofind Sa e la stessa De Agostini dopo aver venduto la Seat si è buttata sulla Lottomatica costruendo la solita catena di scatole partendo dalla Tyche. E per tornare al passaggio Bell-Olimpia, i Benetton, per affiancare la Pirelli hanno costituito la Edizione Sa. Ovviamente lussemburghese.

Milano in questo senso è una piazza molto esposta a reati del genere, per esempio in passato una società esterovestita, la Philip Morris dopo essere stata indagata sia per evasione fiscale, sia per frode fiscale ha deciso di uscire dall'inchiesta pagando un condono di 256 milioni di Euro.  Articolo apparso su La Repubblica del 14 ottobre 2003   Indice Pagina    Indice Forum


STUPIDITA' E CORRUZIONE ITALIA IN TESTA di Attilio Giordano

Macché Mani Pulite. Gli ultimi scandali (Anas, medici) e le cifre parlano chiaro. E il governo? Pensa a un "controllore". Ma di sua fiducia... La corruzione? Tranquilli: l'Italia è di nuovo in testa

Hit parade dei paesi più corrotti: Turchia, Grecia, Italia, Portogallo, Francia, Irlanda, Spagna, Belgio, Germania, Austria, Svizzera, Norvegia, Gran Bretagna, Olanda, Lussemburgo, Svezia, Islanda, Danimarca, Finlandia.

Hit Parade delle nazioni più corruttrici:
Russia, Cina, Taiwan, Corea del Sud, Italia, Hong Kong, Malesia, Giappone, Usa, Francia, Spagna, Germania, Singapore, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Canada, Austria, Svizzera, Svezia, Australia.

ROMA. II 16 gennaio, nell'indifferenza generale, il Parlamento ha approvato la legge che istituisce un Alto Commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione. Il quale sarà concretamente nominato "entro sei mesi". Si tratta di una vecchia proposta parlamentare
molto osteggiata, giunta al suo epilogo per iniziativa del governo. Chi sarà il commissario? Nessuno fa nomi, probabilmente perché non ce ne sono. E a pochissimi importa (molti parlamentari, a richiesta, cadono dalle nuvole). "Non servirà a nulla", prevede Sabino Cassese, docente di diritto amministrativo alla Sapienza oltre che ex ministro della Funzione Pubblica ulivista. Perché professore? "Perché la corruzione è come i topi che stanno nelle fogne. Si sa che ci sono, elimiminarli del tutto è impossibile. Si deve ridurre
la possibilità di dilagare. Il commissario, senza alcun potere, rischia di essere solo una foglia di fico, come già aveva sostenuto una commissione nata per la corruzione negli anni passati e composta da studiosi di ogni orientamento".
Cassese, nell'ottobre dei '96, presentò un rapporto sulla corruzione in Italia, unico studio fatto in proposito che mai ebbe seguiti. Erano anni in cui ancora si sentivano le brezze di Mani Pulite, una stagione oggi commemorata o criminalizzata, a seconda delle parti politiche, ma la cui immagine vive, certamente, un periodo d'ombra.
E, tuttavia, in silenzio, a partire dall'anno scorso, la corruzione in Italia ha ricominciato a crescere. Ce lo dicono i titoli dei giornali e le inchieste
dei magistrati: sull'Anas, sui medici, sulle case farmaceutiche, sull'Inaf, sull'Inps, su Malpensa e cosi via dicendo. Ma ce lo dice anche uno studio pubblicato ogni anno da un'associazione internazionale dall'alta credibilità, Transparency, con sede a Berlino e sezioni in moltissimi Paesi del mondo. Gli studi di questa associazione indipendente hanno la consulenza dell'istituto Gallup, della World Bank, di Princeaterhause, World economic forum, oltre che delle prestigiose università di Cambridge e Gottinga.
Sulla base di sondaggi, rapporti delle "centrali rischio" delle banche, e soprattutto sondaggi tra uomini d'affari, anche stranieri, che vivono nel Paese esaminato, Transparency redige due classifiche: una sulla percezione della corruzione nella pubblica amministrazione di ogni Paese esaminato, la seconda sulla corruzione attraverso la quale si ottengono appalti e vantaggi all'estero, soprattutto nei Paesi emergenti. Nella prima classifica, l'Italia sta al 31° posto nel mondo (secondo una graduatoria che vede al primo posto il Paese meno corrotto, all'ultimo il peggiore), scendendo dal 2001 al 2002 di due posizioni; un 31° posto che, comunque, è tutt'altro che comodo se si considera che corrisponde al 17° posto in Europa, meglio piazzati solo della Turchia e della Grecia. Il voto italiano è di 5,2 su 10.
Peggiore il capitolo della corruzione esercitata dagli italiani all'estero: qui siamo, nel mondo, il 5° Paese più corruttore e, davanti a noi, abbiamo realtà notoriamente molto difficili: Russia, Cina, Taiwan, Corea del Sud. Per trovare un altro Paese europeo bisogna scendere al 10° posto: la Francia, seguita da Spagna, Germania, Inghilterra. In questa classifica il voto 2002 scende: 4,1 su 10.
Il relativo peggioramento della situazione italiana è commentato da Transparency con parole che farebbero felice l'opposizione parlamentare nonché diverse Procure della Repubblica. Scrive uno dei direttori responsabili dell'associazione, Jeremy Pope: "L'Italia vive un indebolimento del potere giudiziario e dello stesso ruolo della legge". E, più avanti nel rapporto: "La situazione in cui i businessmen devono operare in Italia è sempre più difficile", e "non sembra che l'Italia possa recuperare in fretta".
Spiega il presidente italiano di Transparency, che ha sede a Milano, Maria Teresa Brassiolo: "Non siamo noi a fare i sondaggi, perché una delle garanzie di Transparency è proprio che tutto fa capo a Berlino, per garantire imparzialità. Il nostro archivio, tuttavia, registra i casi di corruzione pubblici, e testimonia una trend in crescita. Ma, soprattutto, la caduta di tensione sul fenomeno. D'altronde, casi come i furti alla Malpensa hanno un impatto terribile sull'opinione pubblica. Dieci anni fa erano stati scoperti episodi identici, ma ciò non ha impedito che si ripetessero. Ma soprattutto: tutti i dipendenti filmati a rubare, dopo una sospensione, sono stati reintegrati e molti sono di nuovo ai loro posti. Che credibilità può avere, complessivamente, uno Stato dove ciò può accadere?".
La presidente si rammarica poiché la stessa indagine "mette in risalto realtà italiane sane, affidabili e moderne, che tuttavia vengono bilanciate negativamente da altre che trascinano l'Italia verso il basso".
Creando una situazione anomala: le fonti dell'indagine danno risultati diversi, a seconda dell'ambiente cui fanno riferimento. Da un voto di 3,4 su 10 ad uno di 7,2, decisamente accettabile.
La media, tuttavia, ci fa perdere le due posizioni di cui si diceva, testimoniando il ritorno di una corruzione diffusa e percepita come "normale". E consente a Slovenia e Namibia di superarci in una classifica dove, comunque, ci trovavamo già indietro rispetto a Paesi poveri come Botswana, Cile, Estonia. Tutti percepiti con una amministrazione pubblica meno corrotta della nostra.
Secondo l'onorevole Giovanni Kessler, un magistrato dell'Ulivo che ha presentato un disegno di legge sul tema, una delle possibilità di intervento sarebbe, intanto, la semplificazione giuridica: "In Italia", spiega, "ci sono dieci fattispecie di corruzione. Ne occorrerebbe una sola, la corruzione appunto, che si applichi a corrotti e corruttori e renda tutto più facile e meno farraginoso". Kessler propone anche, nella sua legge, Procure dedicate alla corruzione (come accade con la mafia, la droga) che coordinino questo tipo d'indagini e l'estensione del reato alla corruzione tra privati, come per altro imporrà presto l'Unione Europea. Del commissario da poco istituito ha una pessima opinione: difficilmente una nomina politica può garantire autonomia. Soprattutto in un Paese dove, come testimonia il rapporto di Transparency, la corruzione è genericamente attribuita tanto alla "pubblica amministrazione" che alla "politica". Per noi sono la stessa cosa. Da parte politica opposta, la questione viene ribaltata. Secondo Giuseppe Di Federico, membro polista del Csm, "la questione della corruzione, in Italia, è stata affrontata per estremi". Significa, secondo il professore, che "si è passati da una magistratura volontariamente allineata con il potere politico per decenni ad una esplosione di conflittualità che è arrivata, con Mani Pulite, a mettere in forse diritti civili importanti quanto la stessa lotta alla corruzione". Soluzione? "Una normale attività di direzione politica della magistratura che fa le indagini, che oggi è autonoma e irresponsabile e, oltre tutto, decide in totale anarchia su che cosa privilegiare, sprecando denari e tempo senza alcun coordinamento".
Giudizio che non collima, tuttavia, con quello dato recentemente dall'Onu e circondato da totale silenzio. II suo rapporto sulla giustizia in Italia (con sopralluoghi da marzo a novembre scorso) descrive tutt'altro scenario. Pur ammettendo la legittimità della separazione delle carriere in magistratura, l'ispezione rileva che "il modo in cui vengono usati cavilli procedurali per ritardare lo svolgimento dei processi desta preoccupazione. Così come la sensazione che si ricorra agli strumenti legislativi al fine di approvare leggi da usare poi durante lo svolgimento dei processi, come accade al Tribunale di Milano per imputati eccellenti". E più avanti: "Altra fonte di preoccupazione è che uno degli avvocati del premier italiano (Gaetano Pecorella, ndr) è anche Presidente della commissione giustizia della Camera". Fattori che, secondo l'Onu, indurrebbero sfiducia del cittadino, corroborata dall'eternità dei processi. Testimoniata anche da uno dei sondaggi di Transparency per valutare l'opinione degli italiani sulla corruzione (con l'istituto Cirm, anno 2001, su un campione di 827 maggiorenni rappresentativi del Paese).
Il sondaggio non ha nulla a a che fare can le classifiche, ma delinea quello che i commissari deli'Onu dichiarano di temere. Alla domanda: "Le istituzioni difendono adeguatamente il cittadino da intimidazione e corruzione"?, il 76 per cento dice di no e solo il 14 sì (il 10 non ha un'opinione). Alla domanda: "L'illegalità è raramente punita?" il 95 per cento riconosce che è così (anche se il 49 per cento dice di sì, ma ritiene la formulazione un po' esagerata). Alla domanda: "Ci sono zone di corruzione ancora inesplorate, in Italia?", dice di sì il 93 per cento. Infine, se si chiede dove è più presente la corruzione, la classifica degli italiani è la seguente: in politica (34 per cento), nella pubblica amministrazione (27), negli affari (21), nella società civile (9), nella magistratura (5). Un 4 per cento è senza opinione, ma l'altro 96 per cento ce l'ha chiarissima.  Articolo apparso sul Venerdì di repubblica
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